Il discorso politico nella IV e V Orazione inaugurale di Giambattista Vico
Giuseppe Gangemi
È stato lo stesso Vico a raccontare, nell’Autobiografia, che le orazioni quarta e quinta, del 1704 e del 1705, sono orazioni politiche. Dopo essersi tolto un sassolino dalla scarpa con l’appello alla patria e al debito di riconoscenza, soprattutto dei giovani nobili, Vico guarda oltre e prende in esame un “nuovo ideale di Stato, in cui i sapientes, conferiscono attraverso la prudentia il posto più alto alla virtù che fonda le artes” (Giarrizzo 1981, 67).
Il nuovo Stato ideale ha un fondamento volontaristico, e di conseguenza, chi non collabora a questo sforzo collettivo è riprovevole: “dal consiglio di aiutare la società umana nasce il dovere; dalla frequenza dei doveri nasce l’opinione della virtù; dall’opinione della virtù nasce la lode del bene; dalla lode del bene è necessario che nasca l’autorità; da qui nascono gli onori, la ricchezza e il patrocinio” (Oratio IV, 43). Tutto ciò che allontana da questa catena interconnessa di crescita che costruisce l’auctoritas, tende a indebolirla, in particolare quei vizi che Tito Livio chiama avarizia e lusso e Vico intende come usura nella sua accezione più ampia: sottrarre alle risorse dei privati e del pubblico più di quanto sia dovuto per equità e per merito. Ma vi sono anche i falsi dotti i quali studiano solo per la loro utilità e ai quali basta più apparire che essere realmente dotti e che “usano pessime arti per durare in opinione di dotti” (1836, I, 400). Anch’essi sottraggono a privati e pubblico più di quanto sia loro dovuto per equità e merito.
Nella quinta orazione, Vico sviluppa l’ipotesi, decisamente baconiana, che le “repubbliche, quando fiorirono maggiormente nella letteratura, allora [furono] più famose per la gloria della guerra e potenti nel governo degli affari” (1836, I, 401). Giuseppe Giarrizzo sostiene che è questo a portare Vico a confrontarsi con le problematiche di Ugo Grozio (Oratio V, 51-54), anche se in effetti quest’autore non viene citato – lo sarà solo nel De Ratione (110). Insistendo sul tema della prudentia, Giarrizzo ne distingue due necessarie: all’interno, la prudenza del diritto civile, all’esterno la prudenza del diritto umano. Il che presuppone che il capo militare possegga tutte le virtù necessarie: quelle militari nelle battaglie e quelle morali nella gestione della vittoria, dove serviranno giustizia, moderazione, continenza, clemenza. Vico, a questo proposito, chiarisce che non è necessario che queste virtù siano “nel capo supremo militare, … che sarebbe la cosa migliore”, “ma che esistano nella sua repubblica” (Oratio V, 53).
Per motivi non chiari, nel 1706, Vico non tiene l’orazione inaugurale. Ricomincia l’anno dopo, quando, da appena 18 giorni, il Regno di Napoli è governato dagli Austriaci (il 30 settembre è il giorno della conquista di Gaeta) che hanno saputo dare una sconfitta militare forte a un popolo colto, il Napoletano. Ma come è stato possibile ciò? La prima risposta sta, ovviamente, nel fatto che non era affatto vero quello che aveva sostenuto Maiello, nel 1704. Non erano stati pochi congiurati a congiurare nel 1701. C’era un intero partito, che covava la rivincita sotto la cenere sparsa dagli Spagnoli per nascondere il fuoco sottostante. I congiurati rifugiatesi a Vienna hanno brigato in combutta con i molti rimasti latenti a Napoli. Prudentemente, nella sua sesta orazione, Vico non ne parla. Concentra la propria attenzione su un limite dell’accademia che è emerso da quella sconfitta: i sapientes educati nelle Università napoletane erano sufficientemente ben formati per evitare essi stessi la stultitia, ma non per apprendere come togliere la stultitia dai tanti in preda alla cupiditas. Il che implica, per il futuro, la necessità di organizzare gli studi in ordine diverso: cominciando dalle lingue e proseguendo con la matematica, la fisica e, buon ultime, la logica e la metafisica.
L’autorità non va più concessa al sapiente che sa evitare per sé la stultitia, ma va al sapiente che sa portare gli stulti, attraverso la prudentia e la eloquentia, alla vita associata, ma anche a voler costruire, difendere e rafforzare gli istituti della patria. E, poiché, questa sapientia, “come è stato spesso detto, è composta dalla conoscenza delle cose divine, dalla prudenza di quelle umane e dalla verità e dignità della preghiera” (Oratio VI, 61), ecco perché Vico dichiara che la sua sesta orazione tratta “del fine cristiano degli studi” (1836, I, 398).
La sesta orazione di Vico viene letta mentre un Governatore provvisorio austriaco (Georg Adam von Martinitz) gestisce il Regno. Con il primo novembre, il Governatore viene sostituito da un generale austriaco (Wirich Philipp von Daun) che dura in carica per otto mesi e poi abbandona per necessità imposte dalla guerra in corso. La settima, il De Ratione, la legge davanti al viceré cardinale Vincenzo Grimani (uno dei congiurati del 1701). Vuoi per i temi trattati, vuoi per il nuovo viceré o per il nuovo clima politico che lo ha portato nella carica, la lettura di questa orazione crea a Vico un sacco di problemi. Il punto cruciale dell’Orazione è quello segnalato dai due autorevoli critici che Vico cita nell’Autobiografia, Vincenzo Vidania, prefetto de’ Regi Studj, ed Errico Brenkman, giureconsulto olandese: “L’arte di interpretare il diritto imperiale a partire dall’equità civile, adattata alle monarchie del nostro tempo” (Giarrizzo 1981, 78). Se questo diritto non lo si sa interpretare, ogni regime può andare in crisi. Come insegna la storia romana, la crisi si presenta quando viene privilegiato il diritto privato e i cittadini iniziano a pensare che non ci sia altro diritto oltre quello del loro stesso beneficio e smettono di essere interessati al bene pubblico (De Ratione 112-113). Quindi, affinché un regno interpreti bene il modo di far prevalere il diritto pubblico su quello privato, occorre interpretare entrambi attraverso la dottrina civile.
E siccome le monarchie moderne predicano una giurisprudenza rivolta al bene pubblico, perché si oppongono alla concezione rigida tipica delle aristocrazie, i literati debbono indirizzare la dottrina civile all’obiettivo di indebolire i nobili. Questo significa, nella giurisprudenza, utilizzare la aequitas civilis per contenere lo jus scriptum.


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