Alta Terra di Lavoro

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Il Fascismo necessario (agli antifascisti)

Posted by on Gen 5, 2022

Il Fascismo necessario (agli antifascisti)

I.

Una volta, per individuare un preciso genere letterario, quello che immaginava un mondo inesistente (pensiamo a 1984 di George Orwell per tutti) si parlava generalmente di fantapolitica, cioè politica immaginaria. Qualche anno fa sono stati introdotti altri termini più specifici: romanzo distopico per il futuro tratteggiato negativamente, come per il citato capolavoro orwelliano e per altre opere che immaginano un futuro più o meno remoto (i classici Il racconto dell’Anticristo di Solov’ev [1900] e Il padrone del mondo di Robert H. Benson [1907]; e il più recente Il nemico di Michael O’ Brien [1996], tutti e tre incentrati sulla venuta dell’Anticristo; Noi di Zamjatin, scritto nel 1921 ma già premonitore di quello che sarebbe stato un elemento fondamentale della società comunista, in cui il concetto stesso di “io” è abolito e sostituito, appunto da quello di “noi”); per la fantapolitica che non può essere, perché si svolge in un tempo che prevede un passato diverso da quello realmente esistito (tipico caso: quello che immagina la vittoria dell’Asse o almeno dell’Italia fascista) si preferisce utilizzare il termine ucronia, cioè un tempo che non esiste.

Tra i vari romanzi del genere mi sento di suggerire la lettura della deliziosa trilogia di Occidente [2001-2006] di Mario Farneti, che si svolgono nel passato (il 1972 di Occidente), nel quasi presente (il 1992 di Attacco all’Occidente) e nel futuro (almeno allora: il 2012 di Nuovo impero d’Occidente). Il punto di partenza è l’ipotesi ucronica – cioè di un passato che non si è realizzato – che vede l’Italia di Mussolini astenersi dalla seconda guerra mondiale (terminata con la sconfitta della Germania) e vincitrice nella terza guerra mondiale (terminata con l’annientamento dell’Unione Sovietica). Un’Italia che quindi può imporre non solo lo stile italiano nella scienza e nella tecnologia (dalle eleganti automobili Lancia ai computer della Geloso), ma anche nell’ideologia, esportando il corporativismo fascista in tutto il mondo.

Da storico, so bene che le vicende non si sono svolte in questa maniera.

Peraltro, ascoltando – pur se il meno possibile – le banalità radio-giornalistiche, mi chiedo se in effetti il fascismo, anziché sconfitto, non sia uscito vincitore dal secondo conflitto mondiale. È una sensazione che cresce giorno dopo giorno… Già un paio di anni fa, parlando delle elezioni statunitensi che avrebbero portato Donald Trump alla casa Bianca, un amico mi fece notare che mai come in quel periodo si assisteva a una ribaltamento della storia. Io non lo sapevo, ma in realtà il fascismo aveva vinto: tutti erano fascisti (anzi fasciiisti!), da Putin (notoriamente nipote di ufficiali bianchi infiltratisi nella Čeka) a Bush (un agente del corporativismo che aveva fatto strada in America); da Berlusconi a Renzi, anch’egli bollato come “fascista” da un oppositore evidentemente a corto di vocaboli…

Ma non era (e non è) la sola stampa italiana a scoprire fascisti nascosti nel mondo liberale (da Pinochet alla Thatcher, da Franco a Reagan). Va da sé che “mostri” nazionalisti come l’ungherese Orbán e il polacco Kaczyński sono facilmente bollabili come tali, ad onta delle diverse radici ideologiche, ma da chi mette nello stesso calderone liberali inglesi e americani non si possono pretendere sottigliezze terminologiche.

Del resto, tra i vari slogan degli anni Settanta, non mancava l’accusa «una mamma che picchia un figlio è fascista», perché (lo sosteneva il mio professore di Storia e Geografie di III media) «qualsiasi tipo di violenza brutale e inutile è fascista». Egli, ammiratore di Stalin, non considerava violenza, ma solo educazione, evidentemente, quella dei Gulag: e quella sicurezza nell’apologia del “Piccolo Padre” derivava anche (in fondo insegnava appunto storia) dal fatto di sapere che la sua fazione aveva vinto la seconda guerra mondiale.

Invece, a quarant’anni da quei tempi, sembra che tale certezza si sia incrinata: c’è un pericolo fascista in Spagna, che obbliga il governo ad emanare un decreto-legge per evitare opposizioni giudiziarie ed invocare l’urgenza onde eliminare la tomba di Franco dal Valle de los Caídos e spingere a cancellare ogni riferimento pubblico al franchismo (comprese le croci che con il franchismo non hanno alcunché a che fare, come quelle carliste); c’è un pericolo fascista in Argentina, per cui vengono chieste riaperture di processi già archiviati contro i funzionari del regime militare; c’è un pericolo fascista – naturalmente – in Italia, sul quale non mi soffermo perché è sotto gli occhi di tutti; e c’è un pericolo fascista in Europa, ragion per cui bisogna intervenire per imporre il Nuovo Ordine Democratico. Costi quel che costi.

II.

Personalmente, non amo l’uso del termine fascismo al di fuori del suo stretto significato scientifico (così come non userei il termine bolscevico per indicare un Renzi, un Prodi o un Napolitano), ma anche volendo allargare il suo significato a designare non il solo movimento politico fondato e condotto da Mussolini, bensì quello più ampio dei nazionalismi europei degli anni Trenta facendo rientrare sotto il nome di fascismi (per diritto di primogenitura) una famiglia che comprende movimenti molto diversi tra loro, come il nazionalsocialismo tedesco, ateo e/o pagano, da un lato e le camicie azzurre irlandesi o quelle verdi di Codreanu (fortemente impregnate di cristianità) dall’altro, rimane una insuperabile distanza già con i regimi militari sudamericani (generalmente caratterizzati da forti antipatie comuniste, ma anche da palesi simpatie liberali). Figuriamoci, quindi, con chi con qualsiasi tipo di fascismo non ha mai avuto nulla che fare, da Trump a Putin!

Allora perché continuare a ripetere questo termine, usandolo tanto a sproposito?

Per una semplice ragione: il patrimonio immaginativo contenuto nel sostantivo fascismo e nell’aggettivo fascista (se utilizzati non in maniera scientifica, per il loro significato intrinseco, bensì come insulto valido “per tutte le stagioni”) è troppo ricco per potervi rinunciare. Del resto, il mondo “progressista” che si è imposto successivamente alla seconda guerra mondiale si è costantemente nutrito, per potersi giustificare e mantenere in vita, di “antifascismo”. Dal lato una dittatura feroce e sanguinaria come quella comunista, alla quale si devono dai 100 ai 200 milioni di morti (a seconda dei calcoli) e il tentativo di azzerare l’individualità (come appunto nel citato romanzo Noi di Zamjatin) e dall’altro un regime – meno sanguinario ma non meno inflessibile – come quello liberale, hanno individuato nel fascismo (o nel suo fantasma, sapientemente evocato) un “perfetto” nemico che giustificasse la loro presenza. Infatti, di fronte al “mostro” fascista, sono passati (e passano) in secondo piano tutte le brutalità e tutte le soperchierie del Terrore comunista, da quello bolscevico e poi stalinista a quello della sanguinaria seconda repubblica spagnola; oppure del regime cileno di Allende (che non fu quel santo che ci viene proprosto); o dei partigiani rossi croati infoibatori; o dei partigiani rossi italiani autori di stragi realizzate all’esplicito fine di scatenare la rappresaglia tedesca contro la popolazione civile, come a via Rasella; o dei khmer rossi, cui si deve oltre un milione di morti – nel solo 1978 – su una popolazione di circa 6 milioni di abitanti; e l’elenco potrebbe continuare, magari passando per i regimi di ispirazione marxista che hanno trasformato l’Africa decolonizzata in quel carnaio che ai nostri giorni costringe gran parte dei suoi abitanti a fuggire (senza che nessun governo occidentale e nessun intellettuale à la page sembri interessato a comprendere le reali cause socio-politiche di tale esodo)…

Eppure, se da un lato si alimenta il culto della “memoria” per le vittime dell’Olocausto e si mantiene vivo lo spettro del fascismo, dall’altro si dimentica volutamente il crimine dieci volte (se non venti o trenta) maggiore dei regimi social-comunisti, ben più attuale in quanto gli eredi dell’ideologia più sanguinaria della storia sono saldamente ai posti di comando in gran parte del mondo, spesso a braccetto con i liberali (di cui sono solo apparentemente avversari) e con esponenti (e ciò è più inquietante) della Chiesa, ormai ampiamente corrosa dal modernismo (di matrice liberale) e dalla teologia della liberazione (di matrice marxista).

Il “fascino” del fascismo – del termine fascismo (come insulto) – è sottolineato dal suo prepotente ritorno dopo una breve parentesi avvenuta negli anni ’90: in seguito al crollo di Berlino, sembrando, giustamente, ridicolo l’uso strumentale dell’antifascismo, la sinistra (soprattutto italiana e francese) si era disperatamente aggrappata al salvagente demagogico dell’antirazzismo, facendo approvare la legge 25 giugno 1993, n. 205 (cosiddetta Legge Mancino), utilizzata poi dalla magistratura a senso unico, cioè esclusivamente per colpire le associazioni di “destra”. Al di là del nefasto sbocco legislativo, sembrava perlomeno superato, a cinquant’anni dalla fine della guerra, l’utilizzo strumentale dell’antifascismo.

Ma tutto ciò è durato poco: già prima della fine del Millennio lo spettro fascista che si aggira per l’Europa era stato riesumato, con profitto delle Sinistre, riuscite dopo il crollo del comunismo e l’implosione dell’Urss a conquistare in Italia addirittura il governo centrale, obiettivo mai raggiunto in oltre quattro decenni dal partito comunista più forte dell’Europa occidentale. Ma se c’è da fermare un pericoloso “fascista” come… Berlusconi, si riesce anche a superare il famigerato “fattore K”!

III.

Potenza dello spettro fascista (e quindi dell’antifascismo): torno al caso della guerra civile spagnola. Nonostante l’evidente persecuzione religiosa, dimostrata – se ce ne fosse bisogno – da tre canonizzazioni (San Pedro Poveda Castroverde, San Giacomo Ilario Barbal Cosàn, Sant’Innocenzo dell’Immacolata Canoura Arnau) e da quasi 1.500 beatificazioni di martiri (tutte – beatificazione e canonizzazioni – avvenute in epoca post-franchista e quindi non imputabili di compiacenza verso quel regime), che sono evidentemente solo la punta dell’iceberg di una persecuzione religiosa che vide l’assassinio di 10.000 fedeli (in maggioranza sacerdoti, compresi 13 vescovi), la distruzione di 20.000 chiese e conventi, con grave dispersione del patrimonio ecclesiastico e profanazione di sepolture, fino all’atto più simbolico: la “fucilazione” della statua del Sacro Cuore al Cerro de los Ángeles (il 28 luglio 1936, a soli 10 giorni dall’Alzamiento: un periodo troppo breve per non far pensare ad un atto pianificato da tempo); nonostante tale persecuzione, la “Legge per la memoria storica” (Ley 52/2007, de 26 de diciembre, por la que se reconocen y amplían derechos y se establecen medidas en favor de quienes padecieron persecución o violencia durante la guerra civil y la dictadura), lungi dal cercare una riconciliazione (che era invece il discutibile fine di Franco nell’erezione del Valle de los Caídos), vuole cancellare, dietro l’ipocrita nome di “memoria storica”, ogni riferimento alle motivazioni che scatenarono l’Alzamiento. E non c’è solo la citata legge o il recente decreto legge per l’esumazione di Franco: anche la “cultura” dà una mano, ad esempio attraverso il cinema e la letteratura, con titoli (dal pluripremiato film La buena nueva al romanzo Inverno a Madrid, due lavori palesemente sopravvalutati) che contribuiscono a creare un immaginario collettivo per cui in una idilliaca Spagna repubblicana, senza logico motivo, un gruppo di fanatici clerico-fascisti avrebbe scatenato una guerra ingiustificata, procedendo in seguito ad una capillare repressione in stile Stasi o Kgb (pardon!, in stile Gestapo).

Ma la brutalità comunista – non dimentichiamolo! – ha sempre una lodevole, lodevolissima giustificazione: quella di impedire l’avvento del fascismo. Idem per quella liberal-democratica. E a tal fine tutto è lecito, anche procedere ad un vero e proprio olocausto (cioè, letteralmente, bruciare tutto) come avvenuto ad Hiroshima e a Nagasaki; anche a stracciarsi le vesti perché alcuni criminali (che avevano messo a ferro e fuoco la città di Genova durante il G8 del 2001) sono stati costretti (orrore!) a fare il saluto romano e quindi condannare a 500.000 (dicasi cinquecentomila) euro di multa i poveri (in tutti i sensi) poliziotti presenti a tale esecrabile gesto… Perché il pericolo fascista è sempre presente. Sempre e ovunque. Lo ha anche sostenuto Umberto Eco con la sua teoria dell’Ur-fascismo o fascismo eterno:

Il Fascismo è diventato un termine che si adatta a tutto perché è possibile eliminare da un regime fascista uno o più aspetti, e lo si potrà sempre riconoscere per fascista. Togliete al Fascismo l’imperialismo e avrete Franco o Salazar; togliete il colonialismo e avrete il Fascismo balcanico. Aggiungete al Fascismo italiano un anti-capitalismo radicale (che non affascinò mai Mussolini) e avrete Ezra Pound. Aggiungete il culto della mitologia celtica e il misticismo del Graal (completamente estraneo al Fascismo ufficiale) e avrete uno dei più rispettati guru fascisti, Julius Evola. A dispetto di questa confusione, ritengo sia possibile indicare una lista di caratteristiche tipiche di quello che vorrei chiamare l’Ur-Fascismo, o il Fascismo Eterno. [Umberto Eco, Il fascismo eterno, in Cinque scritti morali, Bompiani, Milano 1997]

Ecco le principali caratteristiche del “fascismo eterno”, sintetizzate da Luigi Iannone nel suo blog sul sito de Il Giornale:

L’Ur-Fascismo (dice sempre Eco) è ancora intorno a noi. Può tornare sotto le spoglie più innocenti attingendo anche solo un paio delle tesi e dei valori di riferimento utilizzati dal Ventennio. Solo un paio tra il culto della tradizione, il rifiuto del modernismol’azione per l’azione, la paura della differenza, l’appello alle classi medie frustrate (anche Obama, e prima ancora Clinton furono dunque fascisti?), l’ossessione del complotto (anche i Cinquestelle sarebbero fascisti?), la vita come guerra permanente e come conquista del mondo (ma Eco, qualche rigo prima, non aveva detto che il fascismo si caratterizza per l’esacerbato nazionalismo?), il disprezzo per i deboli, il machismo, il populismo che va da Piazza Venezia alla Tv o internet, parla la neolingua inventata da Orwell (ma 1984 o La Fattoria degli animali non vanno legati innanzitutto al comunismo?) basterebbero a far dare la patente di fascismo ad un qualsiasi regime dei giorni nostri.

In conclusione, tutto e il contrario di tutto. Messa in questo modo, quasi tutte le forze politiche possono essere tacciate di fascismo.

Anche se attualmente un nuovo termine, populismo, si sta facendo strada, la sinistra extraparlamentare e in particolar modo gli appartenenti ai centri sociali, continuano a fare un ampio uso del termine fascismo ed è molto probabile che l’equazione «populismo=fascismo» si farà presto strada per unire “in un sol fascio” gli antifascisti di tutto il mondo!

Ps: Chiarisco, a scanso di equivoci, che personalmente sono carlista. Così, almeno da chi ha una pur minima infarinatura di politologia, non rischio di essere considerato – anzi, liquidato – come fascista. Tranne che da Umberto Eco, il quale individuerebbe nel culto della tradizione e nel rifiuto del modernismo (propri del Carlismo) due indubitabili elementi fascisti. E ciò nonostante il Carlismo – che peraltro nasce un secolo prima del Fascismo – sia assolutamente incompatibile con il movimento mussoliniano, tra l’altro in virtù del culto dello Stato espresso da quest’ultimo. Ed è molto strano, a ben pensarci (o forse è indicativo), che il pensatore alessandrino non abbia inserito questo elemento – fondamentale per la comprensione del Fascismo – nella propria analisi.

Gianandrea de Antonellis

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