Alta Terra di Lavoro

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IL FESTIVAL DEL FOLKLORE DI ATINA CON UN’INIEZIONE DI TRADIZIONE

Posted by on Ott 5, 2021

IL FESTIVAL DEL FOLKLORE DI ATINA CON UN’INIEZIONE DI TRADIZIONE

Quando i tempi erano maturi per la seconda rivoluzione industriale in Inghilterra un certo William John Thoms nel 1846 nel vedere in una pausa degli operai che si divertivano a dare rappresentazioni artistiche dei propri luoghi d’origine, coniò il termne folk-lore che divenne folklore italianizzato folclore e che oggi è il termine più utilizzato al mondo.

Da buon rappresentante della  borghesia che in Inghilterra aveva preso da tempo, mentre nel resto del mondo era ancora alle prese con “l’anciem regime”, il potere, quel termine era impregnato di un positivismo che nel corso degli anni non s’è dissolto ma è diventato sempre più intenso nell’aspetto e maleodorante all’olfatto che si diffuse in tutta Europa, in Italia fu immediatamente adottato dalla neonata borghesia che aveva bisogno di provincializzare la cultura italica che per millenni era stata al centro dell’universo.

Operazione che divenne violenta ed incisiva nell’ex Regno delle Due Sicilie nella seconda meta dell’ottocento per volontà dagli esponenti della cultura liberale a cui apparteneva Benedetto Croce ma soprattutto da parte dei Neoegheliani napoletani, capitanati da Francesco De Sanctis, che dovevano assolutamente cancellare la cultura popolare napolitana che era diversa da quella del resto del mondo perché aristocratica e di altissimo valore artistico e culturale, da ogni parte del pianeta venivano ad abbeverarsi alla sorgente della nostra civiltà.  
Assistiamo cosi alla persecuzione di Pulcinella e alla commedia dell’arte, alla degradazione della musica popolare, dei balli popolari, alla trasformazione della tarantella napolitana, recuperata da Maria Grazia Altieri, in quella più pittoresca sorrentina, e a tutte le manifestazioni artistiche che venivano dal popolo che da aristocratico divenne plebeo, secondo la neo vulgata dominante, e non poteva disturbare o essere di intralcio al capitalismo, alla borghesia industriale e latifondista e al progressismo che il suo vate, Giuseppe Mazzini, elevo come nuova “rivelazione” che doveva sostituire quella che era “leggermente” più importante di lui nostro Signore Gesù Cristo.

Tutti questi fenomeni artistici di origine popolare diventano eventi folkloristici che vengono messi in disparte ed emarginati e messi a disposizione di figure mediocri che sviliscono e impoveriscono le nuove produzioni artistiche che nel positivismo imperante vengono strumentalizzati dal sistema illudendosi di essere considerati dei grandi. Nascono come fughi gli eventi, le manifestazioni e festival del Folklore in tutta Europa come in tutti i continenti che vengono spesso finanziati e anche se considerati di serie B muovono un giro d’affari importante che fa gola al movimento degli speculatori finanziari e con l’avvento del suffragio universale diventano un serbatoio di voti appetiti dalla partitocrazia.

Ma questo successo non basta al movimento per accreditarsi come fenomeno culturale e si continua a considerare: “folklore” è sinomino di “colore (locale)” , quando non di “anticaglia curiosa” o “bizzarria paesana”. Ma viene anche considerata “la parte spettacolare delle tradizioni riesumate”, “manifestazione di esteriore di arte decaduta”, “sintetizza vecchie tendenze abbarbicate all’ambiente plebeo”, insomma vuoi sminuire o ridicolizzare una rappresentazione artistica dici folcroristico.

Un festival molto importante a livello internazionale è certamente quello di Atina che da piu di 40 anni viene organizzato a Ponte Melfa e che per la prima volta non ha visto la presenza di Lucianio Sarda uno dei  padri della manifestazione che tanto si è adoperato a farla diventare tra le più importanti d’Europa che nonostante le norme “anti bestia” si è riuscito a realizzarlo anche nell’anno 2021 grazie anche all’impegno del comune di Atina.  Le restrizioni sono state tante anche per chi stava sul palco e abbiamo assistito a delle esibizioni puramente dimostrative ma c’è stato un gruppo “Terre d’Origine” che qualcosa di diverso ha proposto infatti ha riportato un po’ di tradizione laborina e napolitana in un luogo che per secoli è stato il fiore all’occhiello artistico e culturale del Regno di Napoli.

Tutti i protagonisti sono stati veramente bravi ma se come collettivo hanno dato un impulso nuovo e una ventata di freschezza all’evento utilizzando il glorioso e aristocratico passato, lo si deve al direttore artistico Loredana Terrezza che non ha fatto nulla di eccezionale, per i presenti sembrava che scendessero da Marte, se non riprendere nel grande baule della tradizione laborina e cominense qualcosa che è servito per sviluppare, nonostante il poco tempo a disposizione, un percorso storico artistico che è stato assemblato nel modo migliore e rappresentato con fluidità comunicando con l’arte, ai presenti, che la Terra di Lavoro è un gigante che in molti hanno cercato di far sparire o di farlo diventare un nano confondendolo con “il nulla mischiato con il niente” chiamato ciociaria. Tra i presenti chi è andato oltre alla prima soglia di attenzione ha scoperto che la musica popolare della più antica provincia d’Europa è composta da ballarella, saltarello, tarantella e tammurriata.

Loredana è stata brava e se riuscisse a togliere alcuni contorni e ad asciugarlo da piccoli fronzoli per affidarsi solo alle nostre radici greco-italiche profonde e ricche le basta per mostrare la nostra essenza e porteranno in giro veramente un gran bello spettacolo originale, identitario, tradizionale e laborino.

Un piccola riflessione e un flash di presunzione fatemelo passare infatti dopo il nostro spettacolo “VOCI, CANTI E SUONI DEI BRIGANTI IN TERRA DI LAVORO” molti copioni e molti artisti stanno ripercorrendo o lo stanno riprendento questo stile perché hanno compreso che al pubblico piace rivedere e conoscere attraverso la storia e l’arte le proprie origini e la propria anima identitaria.

 Di seguito il video e le foto della rappresentazione   

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