Alta Terra di Lavoro

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 IL MALE NELLA STORIA DI LUCIO CASTRESE SCHIANO

Posted by on Set 13, 2025

 IL MALE NELLA STORIA DI LUCIO CASTRESE SCHIANO

     Qualora, per un qualunque motivo, dovessimo operare una classificazione dell’umanità, il primo criterio dell’analisi potrebbe essere quello di dividerla in “buoni” e “cattivi”. Il dato che emergerebbe con maggiore evidenza da tale suddivisione sarebbe la disparità numerica tra le due categorie, nel senso che il numero dei “buoni” risulterebbe nettamente superiore a quello dei “cattivi”.

La qual cosa indurrebbe ad ipotizzare che la vita dell’umanità scorra serenamente in un’atmosfera idilliaca. Sennonché la realtà ci costringe a ricrederci, perché abbiamo modo di constatare che in molte ed importanti aree  del pianeta la violenza, il terrore, e l’abolizione di tutte le libertà la fanno da padroni. Poiché nostri contemporanei, questi avvenimenti vengono trattati a livello di “cronaca”  nelle pagine di giornali e rotocalchi, ed ulteriormente amplificati da notiziari ed approfondimenti televisivi. Domani, però, costituiranno materia della storia, a cui ogni ricercatore dedicherà la propria attenzione preferendo argomenti più vicini alla sua formazione e ai suoi interessi. Ma da qualunque angolazione ci si accinga ad  approcciare questi avvenimenti divenuti nel frattempo “storia”, non si potrà che convenire sul fatto che essi hanno un denominatore comune. Partiamo dal proverbio latino “ Si vis pacem, para bellum” secondo cui la minaccia militare costituisce il miglior deterrente per consigliare la pace. Certo, la pace richiede un costo. Ma se, per ottenerla e conservarla, il costo da pagare è un continuo stato di guerra, una pace con tale tensione continua diventa più un motivo di ansia, di inquietudine e di preoccupazione che di distensione e di rilassamento, anche perché – dovendo stare sempre pronti per rispondere ad eventuali aggressioni – bisogna aggiornare ed incrementare continuamente i propri arsenali. Ora, poiché i proverbi sono ritenuti come la quintessenza del sapere e della saggezza, un concentrato delle esperienze di molte generazioni, essi, per questa loro valenza hanno quasi forza di legge. Per cui, se si è d’accordo sul contenuto del proverbio citato, si deve dolorosamente concludere che l’uomo è più incline al male che al bene; più alla cultura della violenza che a quella dell’amore. E tale inclinazione è così forte e radicata che nemmeno gli insegnamenti di grandi figure come quella di Cristo, di San Francesco e di tutti gli altri santi famosi  per il loro amore verso il prossimo sono riusciti a influenzare e modificare facendola virare verso il bene.  In caso contrario, per ottenere la pace, non sarebbe stato consigliato di preparare la guerra, ma di allargare le braccia, possibilmente col palmo delle mani aperto per dimostrare a tutti che esse non nascondono alcun oggetto che potrebbe essere usato anche impropriamente come arma. Se consideriamo che la storia non è altro che il complesso delle azioni umane nel tempo, dato che – come emerso dalle considerazioni precedenti – l’uomo è più incline alla violenza ed alla sopraffazione che al bene, e poiché la storia è il prodotto del suo agire, quest’ultima non può avere come motore che il male. In questa categoria vanno comprese sia le qualità del carattere che, nel corso della propria evoluzione l’umanità ha riconosciuto come negative o perniciose (odio, rancore, orgoglio, superbia, invidia, ingordigia, menzogna, calunnia e simili) che le azioni da esse direttamente originate. Possiamo dire, quindi, che senza il male non ci sarebbe la storia. Se infatti alla base delle azioni umane ci fosse il bene, esso, per la sua stessa natura, non indurrebbe nessuno a violare le leggi alla base della civile e pacifica convivenza. Infatti, qualora l’umanità vivesse in uno stato “edenico” senza che alcuno sentisse il bisogno di impossessarsi del bene di un proprio simile, la vita scorrerebbe  in maniera tranquilla, che potrebbe sembrare monotona sotto certi aspetti, ma che sicuramente sarebbe priva di traumi, poiché ogni giorno sarebbe uguale al precedente e al successivo, dato che sic stantbus rebus, non ci sarebbe spazio né per la paura né per il timore. E’anche vero che non tutti gli uomini possono essere compresi nella categoria del “male” e che è molto difficile che tutte queste qualità negative possano trovarsi in un solo individuo. Ma, per quanto si è detto, anche se il numero dei “buoni” supera di molto quello dei  “cattivi”, questi ultimi finiscono sempre per prevalere, perché è più facile che in una questione tra un prepotente ed un conciliante, il quale ultimo  porge all’offensore l’altra guancia, il primo finisce sempre per spuntarla sul secondo. Figuriamoci poi quando – come accadrà per Francesco II – i prepotenti saranno addirittura delle nazioni e delle organizzazioni internazionali![1] La tendenza al male più che al bene che ha caratterizzato da sempre la storia la si riscontra già nella Bibbia, dove si può notare che la bontà di Abele, che non aveva offerto alcun pretesto al fratello, non gli è servita ad evitare di essere ucciso.  Dalla sua comparsa sulla terra, quindi, l’uomo, con le proprie decisioni e le proprie azioni, ha “fatto”la storia a sua immagine. A volte a generare un conflitto è stata l’ingordigia; a volte la fellonia, tal’altra l’odio religioso, ma ognuna di queste cause è inquadrabile nella comune categoria di “male”. Emblematico, a tal riguardo, è quanto capitato al Regno delle Due Sicilie, dove, per “confezionarne” la storia e decretarne la scomparsa e la damnatio memoriae, come in nessuna altra parte del mondo e in nessun momento della storia, i fattori ricadenti nella categoria del “male” concorsero tutti insieme: rancore, spergiuro, menzogna, tradimento, corruzione, calunnia, falsità, odio razziale, invidia, superbia, negazione e disprezzo di tutte le leggi divine e morali, ecc.[2]. Tutto ebbe inizio da un motivo abbastanza banale:  un diniego, che, non ritenuto tale dal destinatario, costituì l’antefatto, per continuare poi con tutto ciò che di maligno e perverso potesse concepire e partorire la mente umana.

Iniziamo con l’antefatto.

     Durante il regno di Ferdinando II, costui “osò” fare ben due sgarbi all’altezzoso lord Henry John Temple, Visconte di Palmerston. Il primo fu quello di non ammettere alla corte di Napoli, come principessa reale, Penelope Smith, nipote del lord nonché moglie di Carlo, principe di Capua e fratello di Ferdinando. Il secondo fu quello meglio conosciuto come la “questione degli zolfi”, che offese il superbo figlio di Albione (a cui bruciava ancora l’affronto di Ferdinando nei riguardi della Smith) inducendolo a inviare la flotta inglese nel golfo di Napoli. Ma Ferdinando, che non era né un calabrache né un vigliacco, aveva già dato disposizioni per rispondere all’eventuale attacco. La cosa, poi, per intercessione di Luigi Filippo di Francia, finì senza dover ricorrere alle armi, ma è evidente che, senza la mediazione della Francia, il rancore, la superbia e l’orgoglio feriti di un singolo individuo avrebbero potuto innescare un conflitto  che sicuramente avrebbe avuto come conseguenza lutti e distruzione.

     Vediamo ora in che modo l’ “antefatto”, che aveva offeso la superbia nazionale della Gran Bretagna (ove, non a caso il pronome del soggetto “io” si scrive con la maiuscola “I”) abbia messo in moto intrigo, diplomazia, spionaggio, sesso, mistificazione, ecc. senza, però, dilungarci su di essi – per l’abbondante letteratura esistente . Molti di essi, come l’intrigo, la menzogna, la corruzione, la sobillazione sono avvenuti quasi contemporaneamente, per cui non è facile stabilire una priorità, ma con una relativa approssimazione possiamo dire che il tutto iniziò già dal 1851 con la falsa lettera, che, su richiesta di lord Aberdeen scrisse  Gladstone [3] sulle condizioni delle carceri borboniche.[4] Infatti, mentre a Plombiers (1858) avveniva la “cospirazione” tra Cavour e Napoleone III, nell’affannosa ricerca di trovare un punto debole in uno dei tanti staterelli nei quali era divisa l’Italia in modo da dare ad un re fedifrago – consegnato alla storia come “galantuomo” – l’occasione di invaderlo,[5] a Modena si organizzava la farsa dell’ acclamazione del Farini [6] e a Napoli il Persano era intento a corrompere gli alti gradi dell’esercito, della marina e delle istituzioni. Ancora, mentre tramava contro di lui e mentre “Nicchia” alias “Vulva d’oro” adempiva scrupolosamente  al suo ruolo di seduttrice, l’imperatore di Francia scriveva a Francesco II chiamandolo “Mio Signor Fratello”, e nell’accomiatarsi  lo pregava di “ricevere la novella attestazione dell’alta stima e della sincera amicizia”, firmandosi “ di V. M. il Buon Fratello Napoleone”. [7] Vediamo adesso il ruolo giocato dall’invidia, che, tra i sentimenti, è quello che arreca maggiore turbamento nell’animo umano. Inducendo chi ne è affetto a non essere mai contento della posizione raggiunta, infatti, porta l’invidioso a desiderare continuamente ciò che non ha, per cui, nel tentativo di procacciarsi l’oggetto delle sue brame e per placare momentaneamente il suo irrefrenabile bisogno, si abbandonerà ad un’azione di violenza, che non sarà mai l’ultima, perché, invidiando egli sempre lo status di qualcuno al di sopra di lui, la sua vita – di cui connoterà anche la propria epoca – sarà un climax crescente di violenze e sopraffazioni, che lo porterà fatalmente a violare e sconvolgere leggi e trattati.

     Questo quadro sembra fatto apposta per la situazione pre-unitaria esistente tra il Regno Sardo-Piemontese e il Regno delle Due Sicilie, non diciamo per le condizioni generali di vita e per l’organizzazione sociale (altrimenti ci tacciano di nostalgia), quanto per il denaro contante pari a 445,2 milioni di lire-oro[8] contro gli appena 27 del Piemonte. Riporto lo stralcio privo di colorazione ideologica  del Nitti sulla situazione economica esistente prima della cosiddetta unità tra il Piemonte ed il Regno delle Due Sicilie (così denominato dopo il Congresso di Vienna).

« Ciò che è certo è che il Regno di Napoli era nel 1857 non solo il più reputato d’Italia per la sua solidità finanziaria – e ne fan prova i corsi della rendita – ma anche quello che, fra i maggiori Stati, si trovava in migliori condizioni. Scarso il debito, le imposte non gravose e bene ammortizzate, semplicità grande in tutti i servizi fiscali e della tesoreria dello Stato. Era proprio il contrario del Regno di Sardegna, ove le imposte avevano raggiunto limiti elevatissimi, dove il regime fiscale rappresentava una serie di sovrapposizioni continue fatte senza criterio; con un debito pubblico enorme, su cui pendeva lo spettro del fallimento. Bisogna , a questo punto, riconoscere che, senza l’unificazione dei vari Stati, il Regno di Sardegna per l’abuso delle spese e per la povertà delle sue risorse era necessariamente condannato al fallimento. La depressione finanziaria, anteriore al 1848, aggravata fra il ’49 e il ’59 da una enorme quantità di lavori pubblici improduttivi, avea determinato una situazione da cui non si poteva uscire se non in due modi: o con il fallimento, o confondendo le finanze piemontesi a quelle di altro Stato più grande. ».  Dopo di questo, giusto per rimanere nell’alveo della correttezza, chi volesse può consultare  anche il libro del Conte Alessandro Bianco di Saint Jorioz – piemontese, sabaudo e capitano del Corpo di Stato Maggiore Generale dell’esercito piemontese: “ Il brigantaggio alla frontiera papalina dal 1860 al 1863”.[9] Riallacciandomi all’ultimo rigo dello stralcio del Nitti mi fa piacere riportare sullo stesso argomento anche il giudizio di De Sivo: << … Giacomo Savarese fece confronti fra Napoli e Torino. Ambo ebbero il 1848; in Napoli tornò l’antico, a Torino seguitò la libertà. Ambo in 12 anni per cagione della rivoluzione han fatto debiti; ma Napoli crebbe l’interesse per lire 5,210,731 e Torino per lire 58,611,470; cioè questo Stato mezzo del nostro fe’ più debiti di noi per interessi di lire annue 53,400,739, cioè quasi dodici volte di più, che fanno per ragion di popolazione ventiquattro volte di più. Poi confrontate le tasse, trovò che Napoli di nuovo non n’ebbe NESSUNA, e Torino per nuove e crescimento di vecchie ebbe 22 leggi aggravanti balzelli. Da ultimo confrontate le rendite de’ beni dello Stato, notò nessun palmo di terra demaniale venduto da Napoli; dove Torino con cinque leggi vende’ beni nazionali a Torino,[10] Chieri, Gassino, Casella,[11] Chiavasso, Genova, Cuneo [12]e lo stabilimento metallurgico di S. Pier d’Arena[13]. In somma Napoli assoluto non mise tasse nuove, non vende’ terre, e restò ricco; e Torino, co’ deputati della nazione, mise con 22 leggi nuove tasse, fe’ debiti per 24 volte più di noi, e con cinque leggi vende’ beni nazionali. Nulladimeno da Tile a Battro[14] udivi Napoli imprecato, e Torino sublimato! E Torino, più non avendo da mangiare, venne a mangiar Napoli>>. (Giacinto De Sivo “Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861”).

Castrese L. Schiano


[1] Francia, Inghilterra e Massoneria

[2] A tal proposito Elena Bianchini Braglia, in “Risorgimento:le radici della vergogna. Psicanalisi dell’Italia” (Centro Studi sul Risorgimento e sugli Stati Preunitari – Terra e Identità, Modena, 2009, pag. 210), osserva:<< … nella storia, anche in quella più remota, anche in quella dei secoli che gli stessi liberal-massoni dell’Ottocento definivano oscuri e barbari, mai nessuna guerra fu reputata legittima senza essere sorretta dall’atto formale della sua dichiarazione. Prima che un esercito invadesse uno Stato, occorreva che un previo documento denunciasse motivazioni, eventuali colpe commesse, eventuali atti di riparazione chiesti, e annunciasse un intervento armato solo qualora questi non venissero concordati. Questa era la “barbarie dei secoli oscuri”. La civiltà dei secoli illuminati, invece, ammette che un esercito attacchi e vada ad occupare terre altrui senza alcuna motivazione o preavviso … Bene, dopo un secolo e mezzo, mi pare non sia troppo presto, ma mi auguro non sia nemmeno troppo tardi per cominciare a chiamare le cose col proprio nome>>

[3]  Rinnegata dallo stesso in un suo viaggio a Napoli alcuni anni dopo, ma non diffusa come quella dal 1851 perché ormai lo scopo che si voleva raggiungere con essa era stato raggiunto: l’orgoglio ferito era stato vendicato!

[4] Notizie più veritiere sulle condizioni delle carceri borboniche si possono reperire nelle memorie di Settembrini (antiborbonico e detenuto), negli articoli di A. Dumas e della White-Mario

[5] Notizie ricavabili dal Carteggio dello stesso Cavour. (“ … Ci mettemmo insieme ad esaminare tutti gli Stati d’Italia, per cercarvi questa causa di guerra così difficile da trovare … Arrivammo a Massa e Carrara e là scoprimmo quel che cercavamo con tanto ardore …” In Denis Mac Smith – “Il Risorgimento  Italiano”- Laterza, Roma/Bari 1999

[6] F. Curletti – “ La verità sopra gli uomini e le cose del Regno d’Italia. Rivelazioni di J. A. antico agente segreto del conte di Cavour”

[7] Lettera del 6 dicembre 1860

[8] Un Ducato napoletano equivarrebbe all’incirca a 31.223,47 lire, pari a 16,33 euro, perché, essendo completamente di oro è legato alle variazioni di questo metallo. Moltiplicando per 445,2 milioni i ducati sottratti ai due istituti si otterrebbe l’astronomica cifra di circa  14 triliardi di lire! E’ da notare tra l’altro che tutto il sistema monetario duo siciliano era garantito in oro nel rapporto di 1/1, mentre la lira piemontese era garantita nel rapporto di 3/1; ogni tre lire in circolazione, cioè, erano garantite da una sola lira-oro

[9] Il Saint Jorioz pagò molto caro l’aver osato contraddire quella che sarebbe stata la storia scritta dal vincitore e fu lasciato morire nel più desolante anonimato

[10] Legge 8 febbraio 1851

[11] Legge 11 luglio 1852

[12] Legge 19 maggio 1853 e 23 giugno 1857

[13] Legge 19 giugno 1853 (In G. Savarese ; “Le finanze napoletane e le finanze piemontesi dal 1848 al 1860”)

[14] Iperbole, per indicare la distanza da un confine all’altro del mondo

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