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Il Mezzogiorno e la reputazione di un territorio

Posted by on Nov 22, 2022

Il Mezzogiorno e la reputazione di un territorio

Da tempo si è sviluppata nel nostro Paese, nelle aree che si vorrebbero più progredite ed evolute, una certa pubblicistica di ispirazione pseudorazzista, alimentata ad arte da altrettanti pseudopolitici i quali, pur ostentando patenti di alta civiltà, si esprimono e operano con una grettezza di animo e di carattere che la Penisola non conosceva dai tempi delle tribù barbariche.

Conseguenza di questa bassa stampa e di questo sordido opinionismo di bassissima lega, purtroppo non privi di epigoni e rozzi proseliti, è un particolare fenomeno frequentemente riscontrabile nei fatti. Ovvero il ripetersi di appunti di viaggio e impressioni di cronaca sul nostro Mezzogiorno, miranti solo a trovare conferma alle balordaggini dei succitati opinion-maker d’accatto, con l’annotazione di ogni elemento che possa risultare favorevole a tale effetto e trascurando tutto quel che di positivo si possa invece rinvenire.

Questa negativa tendenza verso il Meridione, che l’assurdità delle nostre vicende politico – istituzionali e il peso sempre più rilevante concesso a un gruppuscolo di esaltati sta contribuendo irresponsabilmente ad alimentare, suscita il riaffiorare di un analogo fenomeno che ebbe come vittime, a metà Ottocento, il regno delle Due Sicilie e il suo sovrano Ferdinando II.

Insieme al progresso industriale e scientifico, infatti, in quei tempi proliferava, soprattutto in terra anglosassone, l’evangelismo sociale e religioso, il quale vedeva vizi e corruzione pressocché dappertutto con una giustizia irraggiungibile e giudici corrotti. Di questa trivia concezione del mondo si fece interprete, per le cose napoletane, William Ewart Gladstone, all’epoca deputato conservatore e in seguito statista britannico di certa fama.

Giunto a Napoli nel 1850 con una figlia di salute cagionevole, ufficialmente con l’intento di farle beneficiare della bontà del clima e quindi apparentemente senza scopi di propaganda politica, il deputato inglese si trovò ad assistere ad un famoso processo pubblico che si svolgeva in quel periodo.

Il procedimento vedeva sotto accusa quarantadue adepti ad una società segreta, la cui esistenza e il cui operare era risultato evidente di là da ogni dubbio, sebbene tutti i componenti avessero creato un castello di menzogne, falsi giuramenti, confessioni e ritrattazioni pur di sottrarsi alle imputazioni ascritte. Ora, c’è innanzitutto da fare questa riflessione: è plausibile che qualsiasi governo, compreso naturalmente quello britannico, avrebbe messo sotto inchiesta una setta segreta che minacciava la sua stessa esistenza e propugnava l’assassinio politico?

Gladstone invece, come accennato un vero esperto di evangelica di indignazione morale, vide l’evento solo come un tirannico accanimento del governo napoletano, sicchè il processo agli adepti della società segreta fu l’argomento unico dei suoi discorsi durante il soggiorno napoletano, in origine scevro da ogni intento di intrusione politica.

L’ambasciatore britannico a Napoli, William Temple, si affrettò a narrare al conterraneo storie spaventevoli sulla tirannia borbonica, sulle condizioni delle carceri, sul trattamento riservato ai prigionieri. Gladstone volle così presenziare ad alcuni dibattimenti, visitò due prigioni, prese copiose note al riguardo ma badando più a quanto gli veniva detto che a quanto gli veniva effettivamente mostrato.

Dimenticò del tutto, inoltre, nella sua parziale e astigmatica visione degli avvenimenti, sia gli orrori delle carceri e dei prigionieri inglesi, così ben descritti da Charles Dickens e da Henry Mayhew in vivide pagine, sia il fatto che ogni anno, in Inghilterra, venivano arrestati e trattati con durezza sproporzionata al loro errore migliaia di debitori insolventi. Evidentemente Gladstone non doveva mai aver visitato prigioni in precedenza, per questo ne rimase così scandalizzato, a maggior ragione tenendo presente, come detto, che egli prestava acriticamente fede anche alle parole di chi calcolatamente gli riferiva che “nelle carceri napoletane sono morti e stanno morendo migliaia di uomini”.

In quel tempo, nella realtà dei fatti, non esistevano prigioni confortevoli, neppure nella moralista e puritana Inghilterra, anzi con tutta probabilità i carcerieri napoletani erano più indulgenti dei loro colleghi stranieri, con un abbozzo di spirito umanitario tipico del temperamento partenopeo.

Con il fardello dei preconcetti nazionali, Gladstone si convinse che il processo ai quarantadue imputati di sedizione e istigazione all’assassinio politico costituiva un atto di vera tirannia, che tutte le prove erano state falsificate, Napoli era una città barbarica e Ferdinando II un mostro. In realtà è molto probabile che non riuscisse nemmeno a capire quanto udiva durante il processo, le manovre vili e meschine con cui gli accusati cercavano di proclamare la propria innocenza, l’impedimento delle deposizioni dei testimoni a carico per gli strepiti e le interruzioni degli imputati e dei loro difensori.

Il verdetto finale contemplò la condanna alla pena capitale per i caporioni della setta, peraltro subito graziati da Ferdinando II, oltre a pene detentive che andavano dall’ergastolo a qualche mese di carcere e alcune assoluzioni. Giacinto De Sivo, attento cronista dell’epoca, confermò trattarsi di “graduazioni di pene che mostrano scrupolosità di giudici e leggi”*.

Con grande perseveranza, anche se certamente non con grande esattezza, Gladstone continuò a raccogliere le sue stupefacenti informazioni, tornando a Londra sul finire del febbraio 1851 deciso a suscitare quello che riteneva un doveroso scandalo.

Coinvolse nella vicenda un altro noto uomo politico inglese, Lord George Hamilton Gordon, IV conte di Aberdeen, inducendolo a scrivere al Cancelliere austriaco, Principe Schwarzemberg, perchè usasse la sua influenza su Ferdinando II a favore dei condannati politici. Ma Schwarzemberg, dopo qualche tempo, rispose beffardamente ricordando che il rigore esercitato dalla stessa Inghilterra nelle Isole dello Ionio, a Ceylon e contro gli irlandesi testimoniavano come essa dovesse andar cauta, quando assumeva all’estero la difesa di ambigui cittadini cui piaceva atteggiarsi a martiri della santa causa della libertà. Si potrebbe aggiungere: cosa sarebbe accaduto se uno dei ministri di Ferdinando II avesse preso le parti dei giovani patrioti irlandesi?

All’inizio di luglio del 1851, resosi conto che con quel genere di rimostranze non avrebbe ottenuto nulla, Gladstone pubblicò le sue due lunghissime “Letters to Lord Aberdeen”**, avendo osservato, in diverse conversazioni, che potevano destare vivissimo interessamento, impregnate com’erano dei suoi fuorvianti resoconti sulla base delle informazioni raccolte a Napoli. L’opuscoletto, foriero di prevedibile scalpore, fu inviato a tutti i rappresentanti inglesi in Europa, lo stesso Ministro degli esteri britannico, Lord Palmerston, nemico acerrimo di Ferdinando II, lodò Gladstone alla Camera dei Comuni in quanto a Napoli “invece di cercare il divertimento calandosi nei vulcani o esplorando città sepolte, aveva visitato le carceri, era disceso nelle segrete, aveva studiato il caso delle vittime di illegalità e ingiustizie, cercando poi di sollevare l’opinione pubblica dell’Europa”.

Naturalmente l’esagitatissimo Lord Palmerston, di fronte alla risposta formale del governo napoletano, che in tono moderato e cortese confutava le accuse contenute nelle Letters punto per punto, rifiutò perfino di riceverne la copia dall’ambasciatore partenopeo a Londra, mostrando viepiù tutta l’alterigia e il falso moralismo anglosassone.

Se il visconte Horatio Nelson, comandante supremo della flotta inglese durante il periodo napoleonico, era stato il paladino dei Borbone, il deputato conservatore di Oxford, William Ewart Gladstone, divenne il loro potente avversario. Grazie alle sue “Letters to Lord Aberdeen”, di dubbia attendibilità, riuscì nell’intento di dare una descrizione del governo di Ferdinando II tale da procurarne una cattiva reputazione negli ambienti internazionali. Gli stranieri che continuavano ad affluire a Napoli, infatti, si sentivano in obbligo di dare un tocco di sensazionalismo alla visita, con la descrizione dei presunti orrori di cui avevano letto sulle pagine del deputato conservatore: pur dovendo poi ammettere, per quanto a malincuore, che Napoli era una città piena di movimento, di gaiezza e di vita.

In realtà i processi politici per i quali Ferdinando II venne additato al pubblico obbrobrio da Gladstone furono meno crudeli di quelli celebrati tuttora in molti Paesi, le pene decretate dai suoi tribunali appaiono quasi umane se si confrontano con gli orrori dei moderni campi di concentramento, per non parlare degli odierni metodi d’indagine con l’uso di droghe e apparecchi elettrici. La maggior parte dei napoletani incarcerati, infatti, sopravvisse alle deplorate condizioni inumane, tanto da poter raccontare con studiata penosità, dopo l’annessione al Piemonte, la storia del loro cruento martirio, ottenendone  in cambio alti onori e provvide ricompense.

Francesco Antonio Schiraldi

settembre 2009

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