Alta Terra di Lavoro

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IL NORD NON LASCERÀ AI MERIDIONALI NEMMENO GLI OCCHI PER PIANGERE

Posted by on Gen 27, 2021

IL NORD NON LASCERÀ AI MERIDIONALI NEMMENO GLI OCCHI PER PIANGERE

Si era creata, tra questi generali, assassini di contadini inermi, una sorta di consorteria terroristica; sembrava che si fosse innescata tra loro una classifica di coglioneria tramutatasi in barbarie.

Ebbene, il civilissimo e laborioso Mezzogiorno d’Italia, patria di PitagoraArchimede e Cicerone, di Tommaso Campanella e Giordano Bruno, di Giovanni Caboto ed Ettore Fieramosca, patria dei Cesari che diedero la civiltà al mondo, di colpo, diventò primitivo e barbaro agli occhi di questi generali felloni e assassini. Come avevano osato quei cafoni ribellarsi alla casta militare e parassita? Come si erano permessi di abbandonare la zappa per prendere il fucile contro il civilissimo Piemonte? Contro quel Piemonte che voleva la Patria Una e indivisibile? Contro quel Piemonte che aveva venduto Nizza, la Costa Azzurra e la Savoia ai francesi del massone Napoleone III? E che nel 1945 ha dovuto cedere l’Istria alla Iugoslavia? E la Corsica? Chi l’ha venduta alla Francia? I Borbone avevano conservato il loro regno integro; i piemontesi trovarono oro e denaro, saccheggiarono tutto quello che c’era da saccheggiare, massacrarono intere popolazioni, misero a ferro e fuoco il Sud per dieci anni, lo impoverirono, trasferirono tutte le sue ricchezze nel Piemonte pezzente e morto di fame. Vittorio Emanuele II, che era venuto “… non ad imporci la sua volontà, ma a ripristinare la nos tra” (3)diede ordine ai suoi generali criminali di guerra di fare l’Italia; il Sud sta pagando ancora lacrime e sangue. Francesco IIpartendo da Gaeta il 14 febbraio 1861 disse“Il Nord non lascerà ai meridionali neppure gli occhi per piangere”. Dal 1860 al 1870 i nuovi pirati, ossia i piemontesi, riuscirono a depredare tutto quello che c’era da prendere, svuotarono le casse dei comuni, quelle delle banche, quelle dei poveri contadini, quelle delle comunità religiose, dei conventi; saccheggiarono le chiese e le campagne; smontarono i macchinari delle fabbriche per montarli al nord; rubarono opere d’arte di valore inestimabile, quadri, vassoi, statue. Nelle casse piemontesi finirono circa seicento milioni ricavati dalla vendita dei beni ecclesiastici e altrettanti dalla vendita dei beni demaniali che i Borbone, da sempre, riservavano ai contadini ed ai pastori. Le miniere di ferro, il laboratorio metallurgico della Mongiana in Calabria; le industrie tessili della Ciociaria; le manifatture di Terra di Lavoro; i tanti cantieri navali sparsi per tutto il Mezzogiorno; la magnifica fabbrica di Pietrarsa che dava lavoro a settemila persone con l’indotto; i monti frumentari, le scuole pubbliche, e, soprattutto, la dignità e la libertà furono tolte ai Meridionali, i quali, coraggiosamente preferirono andare partigiani sui monti dell’Appennino, nelle sue foreste a morire, piuttosto che veder calpestato il sacro suolo della patria napoletana dalle orde di assassini e ladroni del nord. Erano così rapaci i fautori dell’Italia Una che a Napoli rubarono persino gli specchi e le porcellane dell’antica fabbrica di Portici che ornavano il palazzo reale, dal quale furono trafugate anche le batterie della cucina. Presero la via di Torino anche due enormi mortai di bronzo cesellati, che stavano negli ospedali militari della Trinità e del Santo Sacramento. Tali opere erano state create da Benvenuto Cellini. Tutto il Sud fu razziato e spogliato delle sue fabbriche e delle sue ricchezze: a guerra civile terminata, nel 1871, i contadini e gli operai del Sud, che fino al 1860 non avevano mai conosciuto l’emigrazione, furono costretti ad arricchire gli stati del continente americano. Tutto cominciò quando il famoso, prode, assassino e criminale di guerra, Ferdinando Pinelli, varcò il Tronto con la sua armata e fu battuto dai contadini dell’Ascolano. Fu preso a sassate, ed una pietra colpì persino l’ardito generale che, adirato, dettò il seguente bando: “Ufficiali e soldati! La vostra marcia tra le rive del Tronto e quelle della Castellana è degna di encomio. S.E. il Ministro della Guerra se ne rallegra con voi. Selve, torrenti, balze nevose, rocce scoscese non valsero a trattenere il vostro slancio; il nemico, mirando le vostre penne sulle più alte vette dei monti ove si riteneva sicuro, le scambiò per quelle dell’aquila Savoiarda, che porta sulle ali il genio d’Italia: le vide, impallidì e si diede alla fuga. Ufficiali e soldati! Voi molto operaste, ma nulla è fatto quando qualche cosa rimane da fare. Un branco di quella progenie di ladroni ancora si annida tra i monti, correte a snidarli e siate inesorabili come il destino. Contro nemici tali la pietà è delitto. Vili e genuflessi, quando vi vedono in numero, proditoriamente vi assalgono alle spalle, quando vi credono deboli, e massacrano i feriti. Indifferenti a ogni principio politico, avidi solo di preda e di rapina, or sono i prezzolati scherani del vicario, non di Cristo, ma di Satana, pronti a vendere ad altri il loro pugnale. Quando l’oro carpito alla stupida crudeltà non basterà più a sbramare le loro voglie, noi li annienteremo; schiacceremo il sacerdotal vampiro, che con le sozze labbra succhia da secoli il sangue della madre nostra, purificheremo col ferro e col fuoco le regioni infestate dall’immonda sua bava, e da quelle ceneri sorgerà rigogliosa e forte la libertà anche per la provincia ascolana”. Questo criminale osava chiamare pro genie di ladroni coloro i quali erano andati sui monti a difendere la loro patria da un’orda di pirati e di barbari …….. Nel giro di pochi anni il surplus delle province napoletane, la ricchezza che avrebbe dovuto essere destinata alla riproduzione del ciclo economico e al rinnovamento del paese, fu trasferito nelle tasche di finti finanzieri e veri profittatori del regime nordista. Il Piemonte ha compiuto un capolavoro: uno Stato con due Nazioni ………Noi siamo nati nelle contrade del Regno delle Due Sicilie (4). A Sud di esso nacque la prima civiltà occidentale. Pitagora, Archita, Timeo, Filolao, Ocello, Alesside, Zaleuco, Caronda, Ibico, Stesicore, Milone, Alcmeone, Archimede, Damea, Learco, Zeusi scrissero di poesia, di filosofia, di storia, di fisica, di matematica, di pittura, di scultura, di architettura. In Sicilia andarono ad inebriarsi di cultura Platone e Numa; la Grecia illuminò il mondo e Roma gli diede leggi e ordine. Nelle nostre terre nacquero Cicerone, Cesare, Ottaviano, Orazio e Mario, vincitore dei Cimbri. Qui si sviluppò in tutta la sua potenza la mente umana, e con essa arti e mestieri, ed il tutto modello territori e città. Qui, nel Sud, dopo l’età barbarica, risorgevano le prime faville dell’italico ingegno: Giovanni Caboto da Gaeta ed il Tarcagnota, Flavio Gioia da Amalfi, Federico II, San Tommaso d’Aquino, Pier delle Vigne, Ruggiero di Lana, Giovanni da Procida, il Sannazzaro, il Pontano, il Tasso, e poi Ettore Fieramosca da Capua, Giordano Bruno da Nola, grande filosofo, che combatté la cecità della chiesa, e Tommaso Campanella che tra i primi al mondo dettò i principi del socialismo e del comunismo nella sua “La Città del Sole”, idee queste ultime che Ferdinando IV di Borbone applicò a San Leucio. Nella nostra terra baciata dal sole e bagnata di ingegno nacquero Telesio e Giambattista Vico, il Genovese, il Pagano, il Filangieri. Il Vesuvio sprigionò dalle sue viscere la musica di Paisiello e l’Etna la dolcezza delle note di Vincenzo Bellini. Napoli, opera di tremila anni, terza città d’Europa nel 1860, per numero, prima per naturali delizie, unica per l’insieme di grandezze artistiche e geologiche, prima pel suo monumentale complesso di mille arti, che tuttavia serba gli avanzi della sapienza greca e romana, e le grazie e i trovati del moderno industrioso incivilimento. Fino al 1860, il Regno delle Due Sicilie, ricco di pace, di memorie, di costumi, di commercio, di prosperità, di arti, di industrie, di pesca, di agricoltura, di artigianato, era l’invidia delle genti: dappertutto scuole gratis, teatri, opere d’ingegneria, meravigliosi musei, strade ferrate, gas, opifici, opere di carità, bacini, cantieri navali, arsenali davano lavoro a tutto il popolo. Non c’era disoccupazione. Era nato il primo stato Interclassista, il primo stato Socialista, il primo stato Illuminato del mondo. Doveva essere abbattuto. La massoneria non perdona chi vive in modo dignitoso e libero. La massoneria ha bisogno di servi, di schiavi, e i liberali erano i loro lacchè. Alessandro Bianco, conte di Saint-Iorioz, piemontese, sterminatore anche lui di gente pacifica, ebbe momenti di lucida analisi scrivendo le sue memorie sul brigantaggio e le cause che determinarono la rivolta contadina post-unitaria: “…Il Piemonte si è avvalso di esuli ambiziosi, inetti, servili, incuranti delle sorti del proprio paese e preoccupati soltanto di rendersi graditi, con i loro atti di acquiescente servilismo, a chi, da Torino decide ora sulle sorti delle province napoletane. E accanto a questi uomini, adulatori e faziosi, il Piemonte ha posto negli uffici di maggiore responsabilità gli elementi peggiori del paese: figli dei più efferati borbonici, per fama spioni pagati dalla polizia, sono ora giudici di mandamento o Giudici circondariali, sotto prefetti o delegati di polizia; negli uffici sono ora soggetti diffamati e ovunque personale eterogeneo e marcio che ha il solo merito di essersi affrettato ad accettare il programma Italia e Vittorio Emanuele ed una sola qualità, quella di sa per servire chi detiene il potere”(5).L’ipocrisia ed il servilismo di questi uomini aveva un suo fondamento, l’arricchimento personale. Questi, della Patria, se ne infischiavano come se ne fregavano se migliaia di loro paesani venivano passati per le armi, anzi erano proprio loro a darli in pasto ai militari perché non fossero d’ostacolo alle loro ruberie. La stampa di regime faceva il resto. Tutto ciò che era o puzzava di Piemonte veniva glorificato e tutto ciò che era borbonico veniva addidato al pubblico disprezzo. Giuseppe Massari, per esempio, scriveva al Cavour, che le truppe piemontesi negli Abruzzi e nel Molise vennero accolte come “truppe liberatrici e la gioia della folla era indescrivibile e grande l’entusiasmo popolare”. Questo Sig. Massari che poi fece parte della commissione d’inchiesta sul brigantaggio del Sud, voleva apparire agli occhi del Primo Ministro come colui il quale aveva fatto il miracolo di far diventare quelle popolazioni tutte filo piemontesi. La realtà era ben diversa; sia gli abruzzesi che i molisani accolsero i piemontesi a fucilate. I liberal massoni meridionali, chiamati feccisti, non erano dissimili dai loro consanguinei torinesi e londinesi, ma almeno questi ultimi non erano ipocriti. Infatti James Lacaita(6), deputato di origine inglese, mandò un memoriale a Cavour in cui fece presente che: ….1 liberali meridionali che hanno accettato il programma Italia e Vittorio Emanuale si affannano a far presente che tutti sono favorevoli all’immediata annessione a cui si oppongono soltanto i mazziniani. Non lasciatevi trarre in inganno dai risultati del recente plebiscito, (una farsa!) gli amici che parteggiano per l’annessione rappresentano una piccolissima ed insignificante minoranza”. Una volta al potere quest’accozzaglia liberal-massonica inasprì fino all’inverosimile gli animi dei contadini che reclamavano giustizia e ricevevano torti; reclamavano i terreni demaniali e venivano scacciati con la forza da quelle terre; chiedevano pane e gli si dava morte. A far traboccare la goccia dal vaso fu il bando che rivedeva la presentazione dei soldati di leva e degli sbandati entro il 31 gennaio 1861. Ovunque fosse stato affisso si verificarono disordini ed incendi di municipi; inizio così la caccia ai giovani a agli sbandati con rastrellamenti scientifici. Tutti i renitenti venivano fucilati sul posto. Cominciò così la resistenza armata contro gli invasori del Regno delle Due Sicilie. Gli ufficiali piemontesi, criminali di guerra, non badavano alla forma e alle abitudini dei meridionali; la fucilazione divenne una cosa ordinaria e cominciò così l’epopea della classe contadina, gli eccidi di intere popolazioni, gli incendi dei raccolti e delle città ritenute covi dei briganti. I militari piemontesi, i cosiddetti azzurri sabaudi, in nove mesi trucidarono 8968 contadini, senza pietà; eseguivano ordini criminali ed i superiori davano loro facoltà di razzia e di saccheggio. Per sfuggire ai rastrellamenti e quindi alla fucilazione certa, i giovani meridionali furono costretti ad andare ad arruolarsi nelle bande partigiane che inflissero non poche sconfitte ai ladroni piemontesi. Questi allora cominciarono ad incendiare paesi interi per incutere timore, paura e terrore. In poco tempo tutto il Sud insorse contro i nuovi invasori e pagò un prezzo altissimo in morti. Scurcola fu devastata dai piemontesi e così Carbonara. Avigliano, Gioia del Colle e tante altre città furono bruciate ed i loro abitanti trucidati: Pontelandolfo, Casalduni, Venosa, patria d’Orazio, Barile, Monteverde, S. Marco, Rignano, Spinelli, Montefalcione, Auletta ed altre cento città. I loro fieri abitanti si batterono per una causa giusta e furono puniti dai Savoia: fucilati, massacrati, violentati. Mai conosceremo il numero dei contadini immolati, fucilati, trucidati. Antonio Gramsci, nato ad Ales in Sardegna ma originario di Gaeta, che aveva dato i natali al padre Giuseppe nell’agosto 1860 ed il cui nonno, Don Gennaro Gramsci era capitano della gendarmeria borbonica, parlando della questione meridionale ebbe a dire che: “.. lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti”. Il Sud era in fiamme; nemmeno le orde barbariche avevano osato tanto. Il Piemonte stava massacrando un popolo, stava distruggendo l’economia del Meridione, stava imponendo con la forza il nuovo ordine voluto dalla massoneria inglese, stava distruggendo il Regno felice, La Città del Sole di Tommaso Campanella. Il 30 giugno del 1861, i bandi sul servizio di leva vennero sostituti da un decreto legge che poi venne rivisto il 22 agosto e che peggiorò il primo rendendoquindi la situazione insostenibile …….. La legge piemontese distruggeva le famiglie e la loro economia. Tutti i figli maschi erano obbligati a prestare servizio militare e spesso mandati al nord a prendere istruzioni per poi andare a sparare contro i loro fratelli nel Sud. I paesi di montagna come i paesi rivieraschi si spopolarono dei loro giovani, tutti sui monti a combattere contro i tiranni piemontesi. Il Sud era insorto. Gli animi erano colmi d’ira, bastava un nonnulla per far scoppiare la rabbia che ognuno serbava in corpo. I contadini volevano restaurare l’antico Regno delle Due Sicilie, i liberal massoni volevano i Savoia che garantivano loro potere e denaro.

Antonio Ciano

I Savoia e il Massacro del Sud” – Grandmelò, ROMA, 1996

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