IL PIOMBO DELLA PATRIA-LA BRIGATA CATANZARO

Renne Francesco
ELEGIA – PER I FANTI DELLA BRIGATA CATANZARO
Santa Maria la Longa , Luglio 1917
La notte tra il 15 e 16 luglio 1917 , nel piccolo Comune friulano di Santa Maria la longa, si consumo’ il più grave e sanguinoso ammutinamento registrato all’ interno del Regio Esercito durante la Prima Guerra Mondiale. La Brigata Catanzaro ( composta dal 141 esimo e 142 esimo Reggimento fanteria) formata in massima parte di contadini e pastori calabresi era reduce da 24 mesi di logoramento ininterrotto sul Carso e dall’ inferno della decima battaglia dell’ Isonzo.
Mandati nelle retrovie per un permesso e vitale turno di riposo, i soldati ricevettero improvvisamente l’ ordine di tornare immediatamente in prima linea.
La disperazione e la stanchezza accumulate portarono ad una rivolta spontanea contro i comandi . Sedato l’ ammutinamento all’ alba con l’ uso di mitragliatrici e cavalleria, l’ applicazione spietata del Codice Militare, voluto da Cadorna portò alla fucilazione immediata di 28 fanti , dodici dei quali estratti a sorte tramite il tragico meccanismo della decimazione. A quel macabro rito assistette anche Gabriele D’ Annunzio, che descrisse poi con cruda umanità lo strazio dei corpi addossati al muro del cimitero del paese .
Ricostruire questa vicenda non significa fare statistica , ma restituire dignità al sacrificio silenzioso della nostra gente, sacrificata non dal nemico ma dalla giustizia sommaria della propria terra.
Ascoltate il silenzio delle campagne di Santa Maria la Longa – È la notte tra il 15 – 16 luglio
1917 . L’ aria è densa , gonfia della flemma immobile dell’ estate friulana , ma sotto la pelle della terra scorre un brivido freddo.
Qui riposano, o sperano di farlo gli uomini della Brigata Catanzaro. Contadini strappati ai fichi d’ india riarsi dal sole , pastori della Sila che conosconoscevano solo la lingua aspra delle montagne, mandati a morire sui sassi taglienti del Carso sotto il macello cieco delle spallate di Cadorna.
Hanno le ossa peste , le orecchie ancora piene dal rombo dei cannoni della decima battaglia dell’ Isonzo . Erano scesi in retrovia per respirare . Pochi giorni di riposo per pulirsi la divisa grigioverde dal fango e dal sangue dei compagni rimasti appesi aggrappati ai reticolati. E invece in pochissime ore di riposo , il riposo diventa rivolta – Come è potuto accadere? Perché la corda , tesa oltre l’ umana sopportazione alla fine si spezza .
Arriva l’ ordine maledetto: ” Si torna in linea ” –
Una pugnalata alle spalle. Non nel fango della prima linea, dove la morte la aspetti e la accetti
come destino ma li , nel cortile di riposo , la disperazione si fa rabbia . Il canto nostalgico della terra si trasforma in un urlo di pietra. saltano i lucchetti si impugnano i fucili – Non è un complotto politico , non c’è strategia : è il rigurgito di dignità di una carne stanca di essere trattata da macello. Sparano al cielo , sparano contro gli Ufficiali. Gridano che al fronte non ci tornano , che l’ inferno può attendere.
Ma la macchina spietata del Comando non conosce pietta .
All’ alba del 16. Luglio la cavalleria e le autoblindo circondano il paese . La rivolta viene soffocata nel sangue della repressione .
Arriva il boia ed esige il suo tributo. Ventotto uomini , dicono i registri polverosi della giustizia militare. Ventotto madri in Calabria che non vedranno mai più tornare i loro ragazzi.
Dodici di loro vengono scelti a caso , tirati fuori per i capelli da una Compagnia cosiddetta più colpevole . -Decimazione – Una parola pulita per descrivere un assassinio di Stato.
Guardateli mentre li portano davanti al muro del cimitero, tra le piante di granturco che tremavano al vento.
Gabriele D’ Annunzio è nei paraggi, guarda i corpi allineati , le bocche insanguinate , mani concave rivolte verso quel cielo che non ha risposto. I ventotto pagano per tutti, con i crani sfracellati dalle scariche dei moschetti dei loro fratelli , costretti a fare da plotone di esecuzione sotto minaccia di morte.
E mentre i superstiti vengono presi a calci e ricacciati verso la prima linea sotto scorta armata, qualcuno., lungo la strada , trova ancora la forza di lanciare le munizioni nei fossi . Un ultimo, disperato gesto di rifiuto radicale contro la morte.
Ricicostrire quei numeri non è statistica e scendere nella fossa profonda assieme a loro , sentire il rumore delle zappe nella calcina e restituire una voce a chi è stato ammutolito della storia. La Catanzaro non è caduta per la Patria è caduta sotto il piombo della Patria , lasciando su quel muro di Santa Maria la Longa il sigillo di sangue della nostra gente.
A distanza di oltre un secolo , questo scritto rappresenta un atto dovuto da parte di un calabrese. Mettere in risalto questo tragico episodio e strappare all’ oblio e alla censura militare il ricordo dei fanti della ” Catanzaro” è un dovere morale verso le nostre radici –
Erano uomini semplici che non cercavano gloria dei manuali , ma il diritto elementare alla vita. Ricordare il loro sacrificio significa rifiutare la retorica della guerra, onorare il sangue della nostra gente e restituire finalmente giustizia storica a un intero popolo troppo spesso dimenticato o ignorato dalla storiografia ufficiale






