Il Principe di Caramanico continuatore, in Sicilia, di Domenico Caracciolo
Giuseppe Gangemi
Domenico Caracciolo, alla scadenza del secondo mandato in Sicilia, viene chiamato a Napoli a occupare il ruolo di Segretario di Stato in sostituzione del Marchese della Sambuca. Si sono avanzate varie ipotesi sul perché di questa promozione o riutilizzo. Un’interpretazione possibile è quella di Francesco Renda che sostiene sia successo perché Sambuca era diventato impopolare e i sovrani avevano bisogno di sostituirlo con qualcuno più popolare. Caracciolo lo è, non solo in Sicilia, ma anche nel Napoletano, per il coraggio dei suoi tentativi di riforme.
Nel nuovo ruolo, egli continua ad aiutare i Siciliani a procedere nelle riforme. Francesco d’Aquino, principe di Caramanico, nuovo Viceré di Sicilia, è in concerto con lui perché interessato a proseguire la via aperta dal predecessore. Solamente, si muove con più gradualismo e diplomazia nei confronti di nobili ed ecclesiastici. Lo può fare anche perché Caracciolo ha letteralmente scosso la società siciliana e posto le premesse perché il successore abbia la possibilità di spingersi più avanti, anche se con ulteriori e diverse difficoltà.
Per esempio, Caracciolo era riuscito a raccogliere attorno a sé numerosi “colti giovani che l’ingegno non prostituivano con servili adulazioni o con avversione ad ogni nobile sentimento di libertà e ad ogni desiderio di riforma” (La Mantìa 1886, 47). Uno di questi, Francesco Paolo Di Blasi, propone a Caracciolo di recuperare la legislazione prodotta dal 1061 fino al 1458, morte di re Alfonso d’Aragona detto il Magnanimo e metterla in confronto con quella successiva. L’ipotesi iniziale è che molte leggi di quei quattro secoli non siano mai state abrogate e siano rimaste in vigore perché gli Spagnoli avrebbero modificato la prassi, ma non la legislazione del Regno e che questo sarebbe riuscito perché i Siciliani tendevano a essere degli “illetterati della sovranità e della legalità”. Così usava definirli Caracciolo, intendendo dire che la cultura che guidava i Siciliani dava alla forza preminenza rispetto al diritto quando impotente. Di Blasi pubblica in due volumi, uno stampato nel 1791 e l’altro nel 1793, le prammatiche del Regno di Sicilia dal 1339 al 1579. Purtroppo la ricerca richiede tempo e Caracciolo non è sopravvissuto abbastanza per vedere i primi risultati del lavoro: muore nel 1789 e i Siciliani si ritrovano soli.
Caramanico si muove su varie direzioni e ottiene risultati nella censuazione dei demani comunali. Rivendica varie terre agli usurpatori e molte di quelle lasciate incolte vengono affidate a piccoli proprietari purché le dissodano. Al grande successo ottenuto sul piano giuridico, non segue un analogo successo sul piano sociale: molti nuovi agricoltori vengono dissuasi, con minacce e violenze, dal continuare a coltivarle.
Nel frattempo, la situazione precipita: in Francia, Luigi XVI viene condannato e giustiziato il 21 gennaio 1793; poi, il 16 ottobre dello stesso anno viene giustiziata Maria Antonietta, sorella di Carolina regina di Napoli e Sicilia. Queste tragiche notizie producono una radicale svolta perché fanno mutare radicalmente l’atteggiamento dei sovrani. Il riformismo accorto e graduale di Caramanico viene visto come un ostacolo di cui liberarsi. È solo questione di tempo. La sua morte, avvenuta il 13 gennaio 1795, anticipa soltanto l’inevitabile sostituzione. Al punto che qualcuno sospetta che sia stato ucciso con il veleno (1886, 48). Con Caramanico finisce il periodo riformista siciliano perché lo sostituisce Filippo Lopez y Royo, arcivescovo di Palermo “inquisitore, sospettoso e tirannico” (1886, 48) che dà origine a un governo reazionario e corrotto.
La fine della stagione delle riforme viene presa malissimo da Di Blasi. Secondo la versione ufficiale, egli fa una scelta rivoluzionaria e partecipa a una congiura, per uccidere il nuovo Viceré. Scoperta la congiura, ne segue un processo in cui viene condannato a morte, insieme ad altri tre. Viene decapitato il 20 maggio 1795, appena quattro mesi dopo la morte di Caramanico. La breve distanza tra la morte dell’uno e quella dell’altro rafforza l’ipotesi di causa ed effetto tra questi due eventi. Un’ipotesi che qualche storico contesta perché Di Blasi nemmeno sotto tortura ammette di avere partecipato alla congiura e nega decisamente di avere mai saputo alcunché di questa. Importante sarebbe poter consultare le carte del processo per verificare gli indizi che hanno portato all’imputazione e le prove che hanno portato alla condanna di Di Blasi. Ma gli atti non sono mai stati ritrovati e non c’è più nemmeno la possibilità di verificare se la congiura perseguisse obiettivi separatisti.
Rileggendo mezzo secolo di storia duosiciliana, Nicola Nicolini suggerisce che illuministi e riformisti rimangono forti “fin quando la Corte s’appoggiò a loro”, cioè fino al 1792, e, quando abbandonati, “passarono quasi in massa al giacobinismo, o a ciò che essi credevano giacobinismo; – nel decennio francese … si convertirono parimenti in blocco alla monarchia assoluta di tipo napoleonico; – nel quindicennio successivo, timorosi, più che d’altro, di perdere la loro posizione personale, aderirono generalmente al carbonarismo … – e dal 1830 in poi, pur con eccezioni, fecero … la pace coi Borboni” (1935, VIII-IX).
È esistita una linea di continuità tra Vico, Genovesi e Caracciolo. Essa emerge con chiarezza dal confronto delle riforme auspicate dagli illuministi riformisti: ristrutturare le rappresentanze, cominciando dai Parlamenti locali napoletani e da quello siciliano, per potersene servire per combattere abusivismo e usurpazioni; puntare sulla forza, soprattutto marittima, e non sulla sola diplomazia nelle relazioni internazionali; realizzare la semplificazione delle prammatiche regnicole come premessa al ripristino della legalità.
È individuabile anche una linea di continuità nel contrasto settecentesco alle politiche riformiste, come rivela la Memoria ragionata in favore de’ baroni …
Nicolini confonde le due linee per sminuirle, dimenticando che i Giacobini del 1799 si richiamano a una linea diversa (Pietro Giannone-Genovesi-illuministi francesi) ed egli esclude il 1848-1861, per non sminuire il Risorgimento. Eppure la sua lettura spiegherebbe più il 1860-61 che il prima: l’impresa garibaldina che cambia tutto per non cambiare niente; i plebisciti vinti con strumenti che la scienza politica moderna definirebbe “voto di dominio”; le prime elezioni politiche italiane che la Destra Storica vince promettendo le terre della Chiesa ai pochi aventi diritto di voto; etc.


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