Alta Terra di Lavoro

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Il proletariato esterno

Posted by on Ago 2, 2025

Il proletariato esterno

A suo tempo parlasti di un “proletariato esterno”nel Sud [N.B.: specifica questo tuo concetto nella tua risposta. Non è detto che tutti l’abbiano chiami. E’ ancora valido secondo te questo concetto? E, se sì, come si configura socialmente questo proletariato?

Non sono il padre dell’espressione proletariato esterno, l’ho soltanto usata come titolo di un mio libro. Padre ne è il grande storico delle civiltà – in particolare di quella mediterranea – Fernand Braudel (Il mondo attuale, Einaudi). Rifiutata in Italia sia dalla letteratura gramsciana sia dalla pubblicistica d’ispirazione padronale, era usata disinvoltamente (e suppongo lo sia ancora) in Francia.

Il proletariato esterno è quello senza fabbriche; quello che non ha rivendicazioni salariali e normative da avanzare, perché, fisicamente e politicamente, non ha di fronte a sé un padrone. Sottomesso al mondo occidentale – un padrone esterno, lontano anche fisicamente e tuttavia così forte da imporre le sue regole commerciali e le sue tecnologie avanzate, tanto con le armi, quanto più attraverso una catena di mediatori locali – chiede la libertà. Ha continuato a chiederla anche dopo che i colonizzatori se ne sono andati, perché il loro dominio continuava attraverso le merci capitalistiche.

Socialmente, il mondo del proletariato esterno corrisponde a quello dell’artigianato tradizionale, che impiega come motore la forza umana e che è stato superato dal macchinismo industriale. Questo mondo, per liberarsi, deve necessariamente imparare l’uso delle tecnologie avanzate. Non essendo contagiato da pruderie liberali e amerikane posso tranquillamente ricordare il motto di Lenin secondo cui il comunismo si componeva di due cose: l’elettrificazione della Russia e il potere dei Soviet. La faticosa operazione d’assimilare e usare il sistema macchinistico si scontra, oltre che con i tempi necessari all’apprendimento e con gli immensi costi degli impianti, anche con i mediatori locali del capitalismo occidentale.

Lo scontro di interessi fra mondo avanzato e mondo arretrato ha perduto i toni battaglieri di un tempo e inclina al sociologico e all’umanitario. Lo stesso termine sottosviluppo, che definiva perfettamente la causa propriamente commerciale della regressione dei paesi non industriali, non viene più usato. Anche l’espressione corrente per indicare i mercanti infeudati, la borghesia compradora, è uscita dall’uso dei colti. Così pure quella di lumpen-borghesia, borghesia stracciona, coniata da Paul Grunder Frank echeggiando Marx.

In Italia, una parola adeguata esisteva già. Da noi, sotto l’etichetta di meridionalismo erano fioriti importanti studi sul sottosviluppo ante litteram. Gaetano Salvemini definì ascari i sostenitori meridionali del governo padanista, impiegando per traslato il termine con cui venivano chiamati gli eritrei assoldati dall’Italia per combattere il loro stesso popolo.

Salvemini si fermò a suoi tempi. Per carità di patria non volle estendere la sua indignazione ai governi che avevano preceduto quello del malavitoso Giolitti. Dilatando il concetto salveminiano, credo ci sia consentito affermare che, in Italia meridionale, l’ascarismo è la cultura adottata da tutte le forze politiche e sindacali unitarie, e oggi anche dai federalisti.

Mi sono già dilungato sull’argomento, debbo soltanto aggiungere una mia ferma convinzione: i lavoratori meridionali sono nel budello senza uscite del sistema unitario, a causa della strategia decisa da Togliatti al suo rientro in Italia, e in appresso sempre seguita, la quale consisteva nell’assorbire la spinta alla rottura del sistema, che veniva dal proletariato meridionale, per dirottarla verso traguardi elettorali.Detta linea è limpidamente espressa dalla parola doppiezza, da lui stesso adottata, la quale doppiezza aveva come fine di non incrinare il patto tacito con cui, a partire dalla Ricostruzione nordista, la classe operaia andava consegnandosi al padronato industriale, onde non vanificare la crescita e per partecipare ai suoi benefici: e cioè l’aumento dell’occupazione e la trasformazione dei contadini in salariati. Insomma, per opportunismo, il PCI fu in Italia una stravagante frangia riformista dell’Internazionale Comunista (rivoluzionaria). La conseguenza per il proletariato meridionale fu che – non potendo essere riformista perché non è riformabile quello che non c’è – non poté neanche portare avanti una lotta pienamente riformatrice.

Quanto alla contrapposizione più generale tra proletariato occidentale e proletariato esterno, mi pare che si vada perdendo quel velo di pudore con cui la pubblicistica italiana voleva dissimularla. Oggi, il proletariato occidentale va orientandosi verso posizioni già viste, che nella mia lingua si chiamano nazional-socialismo. Cioè lo Stato sociale all’interno e l’imperialismo all’esterno. Con il razzismo come fattore di depistaggio delle masse.

Certo non siamo alla rozzezza di Hitler e alla superficialità di Mussolini. Nessuno ancora dà le armi alle S. A. (le squadre d’azione antiproletaria in Germania) e alla Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, ma le camicie colorate sono state già distribuite ed è stata già propagandata l’idea che i popoli padani siano di origine celtica, Si badi, non longobardi o galli, al fine di non incorrere in una parola che nella cultura italiana funziona negativamente. Dei celti si sa ben poco, sicuramente zero fra i bossisti. Il bossismo, con le sue camicie verdi e il suo celtità non è una generica forma di antimeridionalismo borghese; non se la prende con Gaetano Salvemini o con me. E’ contro lo Stato sociale all’esterno della Padania, mentre l’operaio padano non trova difficoltà a mescolarsi con il leghista tipo.

Dopo il crollo dell’URSS, il capitalismo sente molto meno il bisogno di blandire i suoi operai e in genere i suoi dipendenti. Il privilegio delle aristocrazie operaie va affievolendosi. Sempre più largamente i padroni esternano le loro fabbriche nei paesi sottosviluppati. A questo si aggiunge che gli stessi richiamano all’interno fette dell’esercito del lavoro mondiale di riserva. La curva dei salari, la condizioni di lavoro, la sicurezza del posto, vanno abbassandosi, quantomeno in termini reali (i salari, mi pare pure in gretti termini monetari). In Germania, Francia, Austria, Svizzera, Italia, la spinta xenofoba si allarga fra fra i lavoratori subalterni, i quali mal sopportano l’omologazione in basso.

L’avversione, forse l’inimicizia tra proletariato esterno e interno va crescendo. Ciò nonostante si può immaginare il contrario, e cioè che l’omologazione in basso possa restituire all’internazionalismo proletario quel vigore quarantottesco che, a partire da dalle Trade Unions, da Lassalle e poi nel corso di centotrent’anni, il pragmatismo e riformismo hanno stemperato.

Se la condizione operaia continuerà a cadere, potremmo – forse – essere alla crisi del riformismo e sulla soglia della rinascita dell’internazionalismo. Il moto di Seattle e le sue recenti code potrebbero esserne il segnale, ma tutto dipende dalla consistenza e leggibilità di una nuova teoria della rivoluzione proletaria.

Nicola Zitara

fonte

https://www.eleaml.org/nicola/politica/introduzione.html#esterno

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