Alta Terra di Lavoro

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Il Pulcinella Da Quacquero di A. Jerocades

Posted by on Dic 1, 2019

Il Pulcinella Da Quacquero di A. Jerocades

Il Pulcinella da quacquero è una brevissima commedia che doveva servire da intermedio tra un atto e l’altro della tragedia Il ritorno di Ulisse, in occasione del Carnevale del 1770. Autore, il calabrese Antonio Jerocades, insegnante all’epoca nel collegio di Sora (dove appunto avveniva la rappresentazione).

A noi il Pulcinella è arrivato per vie traverse essendo stato trascritto come prova di accusa negli atti del processo per eresia intentato a Jerocades da parte del vescovo di Sora1. Di questo manoscritto esiste un’edizione a stampa2 senza alcuna pretesa scientifica, sulla quale non ci soffermeremo. E non ci soffermeremo sul processo, e dunque neanche sul suo reale significato: colpire, da parte delle strutture ecclesiastiche, in Jerocades, un personaggio scomodo, che si era fatto conoscere con il Saggio sull’umano sapere3, dove l’autore aveva professato (e consigliato dunque ai giovani) il suo amore per la ricerca e la conoscenza4, senza ipocrisia5 e senza timore di contraddire alle <<leggi degli uomini>>, i quali possono sbagliare6.
Nel Saggio c’era già tutto il “nuovo” di una mentalità che affermava il diritto alla felicità7, la supremazia dei “fatti” sulle “parole”8, l’odio per la pedanteria <<fondamento del fanatismo>>, l’uso della ragione che, unitamente al sentimento, deve essere guidata dalla logica”9, ma soprattutto la supremazia della coscienza individuale10. Jerocades, nel Saggio, aveva sostenuto per i giovani l’opportunità di praticare un <<saggio di meditazioni>>11, che ricalcava i “modi” della meditazione gesuitica, ma che arrivava a porsi come guida all’autocoscienza. Le domande, infatti, alle quali il giovane era invitato a rispondere, aiutato dalle riflessioni del maestro, sono: <<Che so io?… Che voglio io?… Che posso io?… Che debbo io?… Che fo io?… Che ho io?… Che sento io?… Che penso io?…>>12. Si intuisce subito che l’intento di Jerocades è quello di provocare nei giovani di Parghelia (e in tutti ovviamente) la volontà del pensiero individuale, e di farne delle “persone” che ragionano13, che decidono, magari che hanno dei dubbi14. Così il rapporto dell’uomo con Dio è auspicato come rapporto d’amore e di fiducia, quello tra Religione e Filosofia come l’unico in grado a far perseguire la verità e non la superstizione15. In fine, le considerazioni sulla Monarchia, la forma di potere che egli giudica, tutto sommato, la migliore, sono anche esse indice preciso della mentalità di questo <<riformatore illuminato>> come lo hanno definito Woolf e Cerruti16. Garanzia della felicità è <<quando il popolo ubbidisce al Sovrano, e il Sovrano alle leggi>>17, perchè infatti il Sovrano non è <<Re per essere arricchito colle spoglie del Popolo, ma per far ricco, e felice il [suo] Regno>>18.
In realtà, definire Jerocades <<riformatore illuminato>> è un pò riduttivo nel senso che le sue esperienze, i suoi gesti hanno una gamma più ampia, per cui mi appare maggiormente persuasiva l’immagine di personaggio un pò ambiguo, riformatore, giacobino, massone, ma probabilmente anche delatore, che ci viene tratteggiata da M. Cataudella19.
Comunque qui non si cerca la definizione dell’uomo, perchè l’uomo (le sue esperienze, la sua follia, la sua ragione) è unità – spesso lacerata – di vari strati, di molteplici momenti, e nelle epoche di trasformazione ciò appare maggiormente evidente, soprattutto in coloro che partecipano e promuovono la ricerca e dalla ricerca del proprio tempo sono segnati, come appunto mi pare che avvenga a Jerocades, il quale, per esempio, con l’esaltazione che, sempre nel Saggio, fa del lavoro20, del commercio21, della conoscenza della matematica (diremmo oggi della tecnologia)22, mostra con evidenza una coscienza alta dell’evoluzione del tempo23.
Ciò che qui si cerca da fare è mostrare come perfino un’operetta come il Pulcinella, volutamente banale e “facile” (secondo la convinzione dello stesso autore che al popolo e ai giovani si debba parlare per “parabole”, per “favole”, per “rappresentazioni”), sia ricca di suggestioni e di provocazioni che sta a noi ora cercare di segnalare e che servono anche esse per capire la realtà della Calabria settecentesca e dunque un pezzo nodale della sua storia e che finiscono per far luce anche su meccanismi moderni.
La favola rappresentata è semplice: Pulcinella e il suo padrone francese Monsù sono ospiti a Londra di Milard Thul, inglese, padrone di due schiavi che risulteranno essere figli di Giorgio (Fox). Pulcinella per poter sposare la fanciulla decide, pur con tentennamenti, di farsi quacquero. Questa è l’esile trama e in verità anche esili e superficiali sono le considerazioni fatte ora su un argomento ora su un altro, però sono interessanti. Indicativa è la citazione, aggiunta, quasi distrattamente, all’elenco dei nomi: <<Dum nihil habemus majus, calamo ludimus>>, che ricorda quanto già Jerocades ha affermato nel Saggio: <<I Regnanti ci han tolto dalle mani la spada, e per nostro passatempo, e sfogo ci han lasciato la penna…>>24. E’ dunque, pur non volendo caricare di significati il testo, bisogna però valutare a pieno tutto ciò che ci comunica: l’attacco alla Chiesa e ai tribunali, ora aperto e senza mediazioni, ora più sottile e come diluito, calibrato sul detto e non detto o sul detto e contraddetto, con il tono proprio del gioco, tono disinvolto e poco serio della boutade popolar-goliardica (cosa di per sè già urtante per le orecchie dei Superiori), tutto ciò salta agli occhi immediatamente, mentre maggiore attenzione è richiesta per rintracciare il senso di parole, di concetti “ovvi”, che mostrano dunque il sostrato mentale su cui si innesta la scelta politica, la motivazione ideologica eccetera. Intendo parlare della “mentalita”.
Ultimamente si è molto discusso della necessità di estendere e di comprendere nell’analisi storica lo studio della “mentalità”25, ma forse ciò che si è poco sottolineato è che molto spesso, all’atto di studiare un periodo, un fenomeno, un gesto, più che la mentalità ciò che viene sotto gli occhi è l’intreccio delle mentalità. Voglio dire che anche la “mentalità nuova” – la definizione è difficile – è già frutto di un sostrato a sua volta determinato dalle più varie componenti, materiali, ideologiche, culturali, emotive… E in Jerocades si riscontra questo intreccio di gesti, di affermazioni, di perplessità, di punti di ricerca i quali non ad una mentalità – vecchia o nuova che sia – si rifanno, bensì ora conservano retaggi di stratificazioni antiche, determinate dalla mentalità corrente – magari in decomposizione – ora nascono da una rete di nuove prospettive, le quali esse stesse sono parte di mentalità – quindi con radici anche esse, quindi anche esse stratificate – che però sono opposte all’altra, o per lo meno laterali.
In questo senso forse il titolo di questa breve nota dovrebbe lasciare margine al senso di movimento: alludere cioè non solo ad una “mentalità trasformata” ma anche allo scontro o incontro o misura tra mentalità, in un momento in cui alcune di esse vanno di fatto allo scalzamento di altre.
La cosa interessante è che il lavoro sulla mentalità rimanda ad uno studio più approfondito delle sue radici, e rimette in discussione vecchie analisi e frettolosi (perchè ideologici) ideogrammi. Ed io mi chiedo se lo studio approfondito di reperti di prima mano dell’epoca di cui stiamo parlando non possa offrire una conoscenza della nostra storia, politica e culturale (nostra di meridionali), molto ricca di felice civiltà nel senso più esteso del termine, di quanto non si continui a studiare sui libri.
Tornando a Jerocades, ci si fermi a considerare intanto perchè la vicenda ruoti attorno a Pulcinella, popolare in Calabria quasi come nel napoletano, che possiede delle caratteristiche sfumate e allo stesso tempo estremamente caratterizzanti26. A me pare una “tecnica spontanea” questa usata dall’autore: una rappresentazione per studenti che toccasse argomenti così seri aveva bisogno di una presentazione decisamente “effimera”, come appunto garantisce la presenza della maschera. Ma l’espediente di opportunità politica non esaurisce il motivo della scelta: Pulcinella è presente perchè è maschera popolare, nel senso di molto conosciuta e amata, ed è rappresentativa di una mentalità “primitiva” direi, tutto sommato conservatrice, ma non detestabile.
In qualche modo, secondo l’autore, Pulcinella è esemplare dell’uomo qualunque nel quale facilmente si identificava il giovane di un piccolo paese. Pulcinella comunica direttamente agli spettatori la sensazione della incapacità di muoversi in un mondo che va mutando, e quindi tutti i condizionamenti, le contaddizioni che sorgono e i sensi di frustrazione che ne derivano.
Per esempio: Pulcinella passeggia in anticamera, indispettito che gli sia vietato l’accesso alla tavola del padrone e alla sua domanda del perchè debba starsene lì digiuno, mentre il padrone mangia, il cameriere di Milord Thul gli risponde: <<E’ legge di popoli liberi, ma pieni di civiltà>>. Ora, l’ammirazione verso l’Inghilterra è una costante degli intellettuali del Settecento, ma qui l’elogio ha come contrappunto che le ragioni di Pulcinella sono plausibili, guardate con simpatia, condivise – non si sa quanto coscientemente – dall’autore e dagli spettatori. Infatti è a quella “civiltà” che si devono i <<Palazzi che [h]anno trovato l’uommene>> e cioè quel susseguirsi di spazi che colpisce Pulcinella e che gli ispirano considerazioni un pò allarmate su quale senso abbia quella successione di ambienti27 che in realtà si rivelano come chiusure, preclusioni, separazioni di caste, di classi, di situazioni, ove ogni membro della casa (non solo i padroni ma anche i servi) ha una sua collocazione.
Si tratta insomma di un discorso ricco di contraddizioni sul problema dell’identità. Quando Pulcinella fa l’elenco delle mansioni (<<Damma, Cammerera, e Servetta. Paggio, Gentilommo, e Servo. Volante, Cocchiero, e Coco, e chi li pò contà?>>) segnala che ognuno ha il suo posto, un’identità fornitagli non tanto dalla mansione, ma dalla definizione, dalla parola. Unico senza identità, senza qualifica è proprio Pulcinella, che perciò passeggia in anticamera, digiuno.
In Jerocades, si badi, non c’è disprezzo per quasta condizione, che, tra l’altro, possedeva una sua base materiale, addirittura forse una sua originaria condizione di felicità, solo che essa sta mutando, e non può conservarsi. Se rileggiamo la descrizione di Parghelia, nel Saggio, troviamo la raffigurazione di un piccolo paese: nessun accenno a povertà, a disoccupazione, a mortalità infantile, a infelicità. Piccolo operoso paese dove gli uomini svolgono vari lavori e <<delle donne chi fila, chi tesse, chi cuce, e fanno le manifatture di bambagia, e di lino>>28. <<Ma – continua poi Jerocades – l’educazione ecclesiastica e civile, l’invecchiato pregiudizio, l’ombra di alcuni oppressori, l’ignoranza de’ Preti hanno stordito per modo la gioventù, che o messa in via teme di andar oltre, o si giace nella polvere, o fatiga senza frutto, o si more nel bigottismo>>. Così essa gioventù diviene un “pezzo d’antichità”.
Pulcinella è appunto uno fuori posto, fuori tempo. Monsù dice di lui: <<E’ un mio servo. Nel mio viaggio in Italia lo presi in Napoli. Mi serve da passatempo: in lui vedo il carattere di una città>>. E’ nel finale Pulcinella, sballottato tra Milord e Monsù da una parte e George Fox dall’altra, nella loro discussione sul problema della religione, non sa che dire, non avendo strumenti per intervenire. La favola si chiude con la esclamazione sconsolata di Pulcinella che – pare – si appresta a seguire i quacqueri: <<Mo non sò ne Pulcinella ne Quacquero. Buonanotte>>. Cioè: non appartengo più al mio vecchio mondo, che pure amo, nè al nuovo, che pure mi incuriosisce e mi attira. (E significa anche che se non si sa realmente ciò che si fa si rimane sempre un gregario).
Il problema della presa di coscienza, della ricerca della conoscenza, della volontà e capacità di scelta, per Jerocades era quello centrale che il popolo doveva affrontare.
Altri “quadri” meritano attenzione. Milord e Monsù parlano dell’Italia. Dice Milord: <<In Italia c’ha cose grandi, e picciole. Voi vi trovate le più strepitose grandezze, e delle cose ridicole. Ellla è la sede della antichità, e ogni giorno nascono cose nuove. Nel seno della più alta nobiltà voi vedete la più fecciosa plebaglia, ed a’ festini de ricchi rispondono i lamenti de poverelli. Che stravaganze!>>. Milord ha letto queste cose sui libri, gli rimprovera Monsù, che invece in Italia c’è stato e dunque vuole spiegare come stanno a suo avviso le cose, in particolare in un regno, alludendo ovviamente a quello di Napoli: <<Già sapete che quello è il paese de Preti. Ivi tutto è della Chiesa, e questa è la prima caggione della miseria. Vedete de vasti piani, che potrebbero servire a biade, o a pascoli occupati da monasteri, e da tante case de robusti poltroni. Questo è il paese delle parole… Il Reo si condanna e poi si forma il Processo. In un tribunale che confessa è salvo, chi niega, si manda alle fiamme… Conta più un Chierico, che il Sovrano…>>.
Dunque, secondo Jerocades, Milord ripete un luogo comune, che cioè il problema dell’Italia consisterebbe genericamente nella differenza tra le classi29 per cui da una parte i ricchi badano a divertirsi e dall’altra i poveri muoiono di fame, mentre Monsù, riferendosi specificamente al Regno di Napoli, ritiene che i problemi di fondo siano due: il primo, fondamentale, è lo strapotere della Chiesa, l’altro è il cattivo funzionamento dell’organizzazione giudiziaria.
Mi viene in mente, apro una piccola parentesi, che sull’Italia Meridionale la critica e la storiografia ufficiale, dall’Unità fino a qualche anno fa, tranne luminose eccezioni, tutto sommato hanno fatto proprie le considerazioni di Milord che sono <<prese dai libri>>, per fini e con motivazioni ovviamente diversi. Voglio dire che spesso la lettura ufficiale della Storia del Regno di Napoli ha demonizzato i suoi regnanti, i Borboni, presentandoli unicamente e alla rinfusa, senza distinzioni, come reazionari e piuttosto stupidi, e la sua cultura, la sua lingua, le sue leggi, la sua produttività, eccetera, presentandole come manchevoli, deficitarie, assenti.
E’ evidente la responsabilità in questo anche della letteratura dei “viaggi in Italia”, la quale a sua volta esiste proprio perchè nasce da equivoci: sia quello più banale della ricerca romantica dell’Eden perduto, della terra selvaggia, del mito dei briganti (che c’erano, ma ben diversi dalle aspettative), eccetera, sia quello ben più serio; e collegato al primo, della mentalità dei viaggiatori, chiusa non solo al “diverso”, ma anche all'”eguale” in altra forma. Voglio dire, e brevemente, che a tali pregiudizi si deve la repugnanza, presente nelle relazioni di viaggiatori del ‘700 e dell’800 alla vista, per esempio, delle condizioni dei lavoratori di miniere del Sud. In realtà le condizioni dei lavoratori di altre zone di “sviluppo” in Italia erano probabilmente peggiori, frutto appunto di un processo di industrializzazione sfrenato. Senza dire poi che certo le condizioni dei lavoratori del Sud nulla avevano da invidiare, nei termini di “qualità della vita”, a quelle, per esempio, esistenti nei sobborghi londinesi, dove si ammassava una umanità disumana. Ma soprattutto sono evidentemente responsabili le motivazioni ideologiche di preparazione e poi di supporto al concetto in Italia Unita da una parte e la ricerca di alibi di fronte l’assunzione di responsabilità dall’altra. (Ma questo è un discorso lungo che necessariamente va rimandato).
In quanto alle condizioni di lavoro, alla cultura, alla burocrazia, se la storia del Sud riuscirà ad essere recuperata, grazie anche all’intreccio di vari “specialismi”, è possibile che si ricevano alcune sorprese. Come ad esempio quelle che riserva la lettura del libro di Matacena (Architettura del lavoro in Calabria tra i secoli XV e XIX)30, il quale, partendo dall’analisi delle architetture di lavoro esistenti in Calabria nel periodo citato, descrive un <<tessuto tecnologico estremamente consolidato e diversificato che è andato purtroppo distutto negli ultimi cento anni>>.
Se risultasse reale il ribaltamento o almeno un ridimensionamento dell’immagine di un Sud “arretrato” e con la “vocazione all’agricoltura”, a mio avviso anche i fenomeni culturali prenderebbero altro significato. Non più idee prodotte dall’ingegno fervido di pochi intellettuali, nè prese a prestito da altre nazioni, ma cultura operante, nutrita anche dalla realtà del proprio paese. E la Calabria non sarebbe più il “deserto”, come viene sempre presentato il territorio del Regno, gravitante tutto attorno a Napoli capitale, ma invece terra certamente povera e con gravi arretratezze ma allo stesso tempo sotenuta da impianti ed esperimenti produttivi. Ma su tutto ciò bisognerà tornarci.
Tornando ora a Jerocades, egli, attraverso Monsù, sostiene che è la Chiesa la <<prima caggione della miseria>> e sostiene che nei tribunali i giudizi sono condotti in modo pregiudizievole. Ma si badi: nel 1767 c’è stata la cacciata dei Gesuiti, ma lo strapotere della Chiesa non ne è stato di molto indebolito. In quegli anni il Tanucci intraprende una campagna contro la Chiesa, come anche contro il sistema giudiziario. Jerocades dunque si riconosce nelle battaglie ufficiali e in più deve sentirsi un pò protetto da questo stato do cose. Voglio dire: l’elemento provocatorio e di attacco che c’è nelle parole di Jerocades fa a sua volta parte di una situazione più complessiva, di una ormai “mentalità nuova”, il che ci offre un elemento in più per capire perchè Jerocades in fondo, fino al ’99 non si muova contro la Monarchia, e capiamo meglio anche posizioni giudicate ambigue di tanti intellettuali meridionali definiti “riformatori” ma accusati di connivenze col sistema monarchico. Sonetti, lodi, preghiere, di tanti illuministi, rivolti al Re, prima del ’99 hanno sempre costituito un elemento disturbatore nella biografia di questi intellettuali: eppure bisogna riflettere che comunque il ’99 avviene (e ha un valore tale per la storia europea, su cui è superfluo spendere parole) e che il legame con la Monarchia, il “moderatismo” non necessariamante va spiegato come cedimento, come connivenza, come vocazione mai spezzata alla cortigianeria, ma magari come reale legame (ovviamente di classe) ad una dinastia che, magari con lentezze, certe battaglie aveva intrapreso, certe attenzioni alle sorti del paese aveva nutrito. (Il problema semmai nasce dalla frettolosa e semplicistica connotazione di “giacobini” riferita agli illuministi meridionali).
Terzo “quadro”, ricco di suggestioni: Pulcinella conosce i due schiavi e ne è affascinato per la pronta accettazione che essi dimostrano nei suoi riguardi. In effetti i personaggi sono stucchevoli, immobili e il dialogo è piatto: Pulcinella pone domande concrete, da dove vengono, chi sono, ed essi rispondono astrattamente, ma significativamente: <<Sono Donna>>, <<Sono Uomo>>, <<[Veniamo] dalla Terra… dal Mare>>, la loro città è <<il Mondo>> o <<il Cielo>>… Si parla poi di matrimonio tra Pulcinella e Anna. Quando arriva il padre e ha luogo il riconoscimento, viene fuori che un quacquero non può sposare chi non sia della sua religione. Pulcinella è perplesso ma unicamente perchè teme che dovrà subire la circoncisione, ma è subito rassicurato: <<Tra noi non sono necessarie queste Cerimonie>>. In fine, al ritorno di Monsù e Milord, che erano andati a duellare amichevolmente per il possesso degli schiavi, si arriva alla discussione religioso-politica. Jerocades, lo ha già dimostrato nel Saggio, apprezza la religione quacquera, e di lì a poco si legherà ai massoni e farà sua la loro concezione religiosa, ma per ora gli interessa unicamente che Giorgio (Fox) possa affermare che il capo della religione non è il Papa, che non c’è bisogno di “segni” e di “rituali”. Il risultato è, come afferma Fox: <<la nostra colonia fiorisce: i nostri piaceri sono la pace, la concordia, l’amicizia, il mutuo soccorso. Questi sono gli effetti delle nostre leggi: noi siamo felici>>.
Protestantesimo e ideologia borghese si incontrano in una mentalità che mette al primo posto (naturalmente in senso astratto e, lo sappiamo, oggi, strumentalmente) la felicità e la libertà individuale, che esalta l’attività e la produttività: questa è la “mentalità trasformata” di Jerocades, che dunque assieme a tanti altri meridionali, in perfetta armonia (che non vuol dire necessariamente “continuità”) con la propria storia, con le proprie esperienze, fanno pienamente parte di un’epoca di trasformazione, spesso ponendosi all’avanguardia di processi che da altri saranno sottratti e portati a conseguenze più radicali le quali, in certo senso, proprio per questo risulteranno a volte modificate rispetto le premesse iniziali.

NOTE

1  Ora il manoscritto si trova alla Biblioteca Nazionale di Napoli, segnatura XV. c. 42, all’interno del fascicolo comprendente gli atti del processo.
2  Cfr. F. De Simone Brouwer, Un intermezzo indiavolato, in “Accademia dei Lincei”, Roma, 1904.
3  A. Jerocades, Saggio sull’umano sapere ad uso dei giovanetti di Parghelia, Napoli, 1768.
4  <<La vita non è che un viaggio>> (id. pag. 48); <<Oh chi mi desse la scienza, o mi togliesse la voglia>> (id. pag. 71).
5  <<Ci deve dunque far paura la verità?>> (id. pag. 87); <<Soccorri al bisognoso, ma senza tuo grave danno, accendi la lucerna del tuo vicino, sicchè non sia smorzata la tua, mostra al passeggiero il cammino, ma non ismarrir la tua vita…>> (id. pag. 97).
6  <<Se poi si parli degli abusi nella Chiesa introdotti, questo non mostra nulla. Gli errori sono degli uomini>> (id. pag. 114).
7  <<Prima [bisogna] esaminar l’uomo, il suo corpo, la sua mente, poi conoscere i suoi doveri, il diritto, le leggi e terzo i mezzi per arrivare alla felicità, che è il fine>> (id. pag. 91); <<La salute del Popolo sia la suprema legge… Ma ciò non si ottiene, se non quando si provvede alle arti della felicità>> (id. pag. 99).
8  <<E’ ci vuol fatti, non parole>> (id. pag. 5).
9  La logica è <<l’arte la quale raffina il senso, purga la fantasia, e dirigge la ragione>> (id. pag. 55).
10 <<… la Morale incomincia dal nosce te ipsum… >> (id. pag. 92).
11 <<Io qui presento un saggio di Meditazioni da imitarsi da’ giovani, quando voglia venisse loro di ragionare…>> (id. pag. 70).
12 Id. pag. 71-72.
13 <<Chi non ha finora insegnato, non sa per fortuna quanto sia grande la diversità de’ cervelli, e che a tutti non può tutto esser insegnato, e d’una stessa maniera>> (id. pag. 13).
14 Anche in questo Jerocades è esemplare di una mentalità (nuova) che si andava diffondendo. Come sappiamo infatti in quegli anni si andò sviluppando interesse per l’educazione. Ed è la nuova classe (borghese) che ha esigenze di scuole, cioè di una educazione più funzionale alle nuove esigenze produttive. Genovesi, e con lui Jerocades assieme ad altri, aveva colto a pieno il rapporto tra educazione ed economia. Naturalmente l’illusione ideologica è che il nuovo mondo voglia davvero la coscienza individuale.
Sul tema dell’educazione e delle scuole i rimandi sarebbero molti, perchè l’argomento è stato trattato spesso anche se quasi sempre in modo indiretto. Si veda comunque almeno: A. Zazo, L’istruzione pubblica e privata nel napoletano (1767-1880), Città di Castello, 1927; A. Broccoli, Educazione e politica nel Mezzogiorno d’Italia (1767-1860), Firenze, 1968; R. Ricuperati, Università e scuola in Italia, in “Letteratura italiana”, Torino, 1982.
15 <<Chi è vero Filosofo è vero Cristiano>> e c’è una <<uguaglianza ammirabile tra la Morale della Ragione e quella del Vangelo>> (A. Jerocades, Saggio, op. cit. pag. 7); <<… ogni quistione fisica, cioè ogni ricerca, ove sia bene istituita, ci scuopre nuovi argomenti d’ammirare la Sapienza, Potenza, e Bontà di Dio, creatore…>> (id. pag. 85-86). In realtà l’impressione che si ricava da queste e simili affermazioni è quella che Jerocades cerchi di salvaguardare il suo amore per la ricerca da eventuali accuse di eresia. Infatti molto prudentemente e astutamente Jerocades compie un gioco di parole e di concetti in modo da dare per scontato che la ricerca della verità sia sinonimo della ricerca di Dio. Si legga: <<Socrate… Anassarco… Aristotile… Democrito… magnificando la unità e grandezza d’un Dio [si badi: d’un Dio] … erano… accusati calunniosamente e puniti… >> (id. pag. 87) e conclude poi splendidamente; <<Chi dee dunque far paura la verità?… Quanto è dolce soffrire per Dio, e morir nell’uffizio>> (id. pag. 87).
16 Cfr. S. J. Woolf, La storia politica e sociale, in “Storia d’Italia”, Torino, 1973, pag. 139; M. Cerruti, Dalla fine dell’antico regime alla Restaurazione, in “Letteratura italiana”, Torino, 1982, pag. 392, n. 4.
17 A. Jerocades, Saggio… op. cit., pag. 95.
18 Id. pag. 106.
19 M. Cataudella, A. Jerocades: aspetti di letteratura giacobina in Calabria, in “Atti del Convegno: Per un’idea di Calabria”, Cosenza, 27-28 novembre 1981.
20 <<… l’uomo è nato al lavoro… l’uomo che non produce è misero… ogni piacer vero nasce dal lavoro… >> (A. Jerocades, Saggio, op. cit., pag. 84).
21 <<Il commercio è la permuta delle cose superflue con le necessarie>> (id. pag. 102);; <<Senza il commercio i Popoli non possono esser culti, e felici… >> (id. pag. 103).
22 <<… non so, se l’ignorante di Mattematica possa aver conoscenza di questo Mondo… >> (Id. pag. 82).
23 Tutti i “temi” di Jerocades, felicità, lavoro, educazione, piacere, eccetera, sono propri, come sappiamo, dell’Illuminismo.
24 Id. pag. 41.
25 Basti citare il saggio di J. Le Goff: Le mentalità: una storia ambigua, in “Fare storia”, Torino, 1981.
26 Oltre il saggio di Croce, si veda: M. Scherillo, Pulcinella, Ancona, 1880; G. Caporale, Piccolo contributo alla storia di Pulcinella, Acerra, 1978.
27 Jerocades si riferisce precisamente alla trasformazione della struttura della casa (dall’abitazione feudale che non conosce separazione tra “pubblico” e “privato” a quella borghese che invece fa di questa separazione il perno della sua stessa essenza) e dunque dei rapporti interpersonali (tra gli abitanti e gli ospiti e tra gli stessi abitanti) che, iniziata nel ‘500, si compie appunto in quegli anni. Resta interessante a questo proposito P. Aries, Padri e figli, Bari, 1976.
28 A. Jerocades, Saggio… op. cit., pag. 29-30.
29 Non che Jerocades lo neghi, ma la causa dei mali, a suo avviso, non è quella e comunque non va addebitata a totale responsabilità dei regnanti, sì invece a quanto dirà poco dopo. Va notato come in ogni modo anche la “mentalità avanzata” di Jerocades dia per scontato l’esistenza di “ricchi” e “poveri”.
30 G. Matacena, Architettura del lavoro in Calabria tra i secoli XV e XIX, Napoli, 1983.

Anna Santoro

Manoscritto che riporta l’operetta di Antonio Jerocades
(Archivio di Stato di Napoli)

fonte http://www.tropeamagazine.it/antoniojerocades/annasantoro/index.html

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