Il ricordo di Cicerone nel giorno dell’anniversario della sua morte
Giuseppe Mazzella
Era il 7 dicembre del 43 a.C. Marco Tullio Cicerone, avvocato, politico, scrittore, oratore e filosofo, era in fuga, arrivando alla sua villa di Formia, dove tentava di prendere il mare. I sicari di Antonio, che lo aveva inserito nella lista di proscrizione dopo le feroci critiche espresse nelle sue “Filippiche”, lo raggiunsero che era ancora in lettiga. Non oppose resistenza e porse il collo alla decapitazione. In questo modo moriva una delle personalità più brillanti della romanità
Marco Tullio Cicerone, il più grande oratore della romanità, deve parte della sua fama a due persone: Tito Pomponio Attico, amico, consigliere e accorto editore sin dalla prima giovinezza, nonché cognato del fratello Quinto, e il liberto Tirone, scrupoloso segretario e inventore della stenografia, al quale dettò per quaranta anni le sue opere. Senza la loro collaborazione la prodigiosa attività letteraria sarebbe stata inferiore, e la sua notorietà non avrebbe raggiunto i confini dell’impero.
Tutto era cominciato nei primi anni di scuola ad Arpino, un paesino nei pressi dell’attuale Frosinone, quando il giovane Cicerone, che vi era nato nel 106 a.C., aveva assaporato le prime ovazioni dei compagni entusiasti della sua brillante intelligenza. Nonostante non godesse di buona salute, dimostrò sin da giovanissimo una grande forza di volontà e una lucida ambizione. Neanche il cognomen, che gli derivava da una verruca, un “cece” che un suo antenato aveva sul naso, minò la considerazione di se stesso. Anni dopo, all’inizio del cursus honorum, quando gli fu rimproverato di non appartenere ad una famiglia nobile, rispose che «avrebbe fatto sì che esso diventasse più noto di quello degli Scauri e dei Catuli».
I genitori, vista la grande predisposizione allo studio, lo mandarono, assieme al fratello Quinto, a studiare a Roma, dove acquistarono una casa in località Carene nel quartiere Esquilino. I fratelli furono affidati ad un parente, Marco Pupio Pisone, oratore già noto che ebbe notevole influenza sul giovane Cicerone, ma frequentarono con assiduità anche Lucio Licinio Grasso e i due Scevola. Erano gli anni in cui dominava Ortensio Ortalo, oratore dalle superbe qualità, suo futuro grande rivale, che Cicerone si prefiggeva di superare, per poter diventare il primo degli avvocati dell’Urbe. Per allargare la sua cultura già vasta, Cicerone si immerse in uno studio ancora più intenso della giurisprudenza, della filosofia, della retorica e della poesia. Qualche anno dopo ricorderà a se stesso: «Confesso di essere oratore; se lo sono e nella misura in cui lo sono, lo devo al fatto di essere uscito non dalle botteghe, ma dai corridoi dell’Accademia».

Cicerone denuncia Catilina, affresco di Cesare Maccari del 1880
(Sala Maccari di Palazzo Madama – Senato della Repubblica)
All ‘età di 25 anni decise di dare inizio alla carriera forense, affrontando tra le sue prime cause quella in difesa di Publio Quinzio contro un certo S. Nevio che aveva costituito assieme a C. Quinzio, fratello di Publio, una società con lo scopo di sfruttare un possedimento nella Gallia Narborense. Caio era morto e Publio ne era l’erede. La difficoltà consisteva nella liquidazione dell’eredità. L’avversario era difeso da Ortensio, verso cui Cicerone mostrò deferenza, ma nessun timore. Il problema , di squisito ordine giuridico, mise subito in evidenza la poderosa preparazione giuridica di Cicerone, la grande dialettica e una conoscenza giuridica di grande livello, con le quali fece risaltare la malafede di Nevio. Alla fine dell’orazione, come era consuetudine, invocò la “compassione” dei giudici. I Romani, popolo di giuristi, erano, infatti, convinti che “summum ius, summa iniuria”, “il massimo dei diritti è il massimo dell’ingiustizia”, mitigando con il senso di umanità la rigidità del diritto scritto. Era così nata l’istituzione dell ‘appello al popolo (ius provocationis ), garanzia essenziale della libertas, privilegio fondamentale che distingue l’uomo libero dallo schiavo.
Cicerone aveva accettato di difendere P. Quinzio, perché cognato dell’attore Roscio, del quale era amico. Una notizia preziosa che ci tramanda la sua frequentazione di Roscio che andava ad assistere alle arringhe di Ortensio e dello stesso Cicerone per studiare i gesti dell’oratore, così come il giovane Cicerone frequentava Roscio, per impossessarsi della mimica e dei gesti dell’attore famoso.
Per memorizzare i discorsi Cicerone, che conserverà per tutta la vita una profonda timidezza che a volte lo bloccava, aveva escogitato una tecnica chiamata delle ‘stanze”. Scomponendo il discorso in parole-concetto, le inseriva in stanze ideali che immaginava di percorrere quando svolgeva un’orazione.
Durante la dittatura di Silla, Cicerone perorò altre cause, tra cui celebre la difesa di Sestio Roscio incolpato di parricidio. A Cicerone fu facile smascherare la trama e salvare un innocente, anche a rischio della propria vita. Gli esecutori del delitto, infatti, erano protetti di Silla. Un processo che gli guadagnerà la stima di tanti e «non ci fu più alcuna causa che non fosse degno di patrocinare», come scriverà lui stesso alcuni anni dopo nel “Brutus”.

Proprio per sfuggire ad una probabile vendetta di Silla, Cicerone decise di fare un viaggio in Grecia. Non solo per allontanarsi da Roma, ma anche per fare visita ai grandi sapienti e filosofi sui cui testi si era formato. Aveva così approfondito la filosofia epicurea e stoica e frequentato Molone che lo consigliò di correggere i difetti di oratore di cui era affetto, educandolo a non forzare la voce e a non gesticolare oltre misura.
Tornato a Roma, dopo la morte di Silla, avvenuta nel 78, consolidò la sua fama di oratore e anche quella economica, sposando Terenzia, appartenente ad una nobile famiglia, che gli portò in dote centomila sesterzi e vari appezzamenti produttivi di terreno. Un matrimonio che, durando oltre trenta anni, non garantirà quella serenità di cui uno spirito dedito allo studio avrebbe avuto bisogno. Terenzia, infatti, era una donna capricciosa e snob, gelosa e amante delle grandi feste che amava tenere in casa, invitando la nobiltà di Roma. E non solo. Molte erano le interferenze nell’attività politica del marito, spingendolo spesso a decisioni non sempre felici. Sposatosi a 27 anni, nel 78, Cicerone ebbe tre anni dopo Tullia, da lui affettuosamente chiamata Tulliola e nove anni dopo Marco.
Nonostante il successo, Cicerone viveva sobriamente. Si era fatto costruire una casa sull’Aventino e alcune ville a Tuscolo, Astura, Formia e Pozzuoli. Dopo il ritorno dalla Grecia anche la salute era leggermente migliorata, anche se doveva continuare a mangiare una sola volta al giorno, la sera, e sottoporsi a frequenti bagni e massaggi, facendo passeggiate dalla lunghezza prestabilita.

Formia, la villa di Cicerone
Nel 75 gli fu affidato la Questura della Sicilia, impegno che assolse al meglio, conquistando la simpatia e la stima dei suoi governati. Nel 70 sostenne trionfalmente l’accusa dei Siciliani contro l’ex governatore Verre, accusato di truffa e empietà. Fu quella esperienza a guadagnargli fama di principe del foro. La pubblicazione delle “Verrinae”, il risultato del processo e la vittoria su Ortensio, fecero di Cicerone il principe degli oratori. Il successo ottenuto da quelle orazioni, anticipatrici dei principi di un governo umano ispirato ad onestà e filantropia, portò Cicerone in primo piano sulla scena politica. In pochi anni aveva conquistato l’edilità e la gloria, sempre più lanciato verso una fulgida carriera.
Nel 69 fu nominato edile, nel 66 pretore e diede il suo appoggio alla proposta di concedere a Pompeo poteri straordinari per la lotta contro il Re del Ponto, Mitridate, favorendo in questo modo gli interessi degli equites, a cui lui apparteneva. Nel 64 il capolavoro: fu eletto console, non come espressione di fazioni, ma con maggioranza schiacciante di tutte le trentacinque centurie. Conquistatosi la fiducia dell’intera cittadinanza, e gloriandosi dell‘appellativo di “padre della patria”, soffocò in modo duro la congiura di Catilina, che aveva cercato di salire al potere in modo illegale. Per l’occasione compose e fece pubblicare le famose “Catilinarie”, con le quali svelò le sue trame sovversive. Lo stile ormai maturo, dai toni veementi, minacciosi e carichi di pathos, possono essere considerati il suo capolavoro consolare. Benché sofferta, diede alla fine l’appoggio alla pena capitale dei seguaci di Catilina. E di lì cominciò la sua decadenza.
Nel 58, infatti, fu costretto in esilio, con l’accusa di aver messo a morte senza processo i complici di Catilina. La sua casa sul Palatino fu rasa al suolo, le altre ville devastate. Contribuiva all’ostracismo anche il fatto che non fosse originario di Roma, mentre rispuntavano le voci malevoli di non essere originario della città. A tal riguardo Sallustio con sottile perfidia scriveva di lui come di un “inquilino dell’Urbe”.
Tornato a Roma, riuscì a farsi risarcire parzialmente per i danni subiti alla casa sul Palatino e alle ville devastate, ma ormai stanco si allontanò sempre più dalla vita politica e dal foro. Un ultimo guizzo lo ebbe nel 52 nel processo a Clodio, suo acerrimo nemico, della cui morte era stato incolpato Milone, di cui Cicerone assunse vittoriosamente la difesa.
Nel 51 fu governatore in Cilicia, incarico accettato a malincuore, per non allontanarsi ancora una volta da Roma. Allo scoppio della guerra civile aderì con scarso entusiasmo alla causa di Pompeo e dopo la sua sconfitta ottenne il perdono di Cesare, con il quale intratteneva da anni una folta corrispondenza e al quale lo legava una stima peraltro ricambiata.
La decadenza si accentuò cori il divorziò da Terenzia, e il nuovo matrimonio con la giovane pupilla Publilia, da cui divorzierà dopo pochi mesi. Il colpo di grazia gli venne dalla morte improvvisa della figlia Tullia. Cadde allora in una depressione dalla quale stentava a sollevarsi. Abbattuto e tristissimo, scriveva al suo amico Attico: «Ho perso l’unica cosa che mi legava alla vita». Attico lo invitò nella sua villa, gli mise a disposizione la sua vasta biblioteca ricca di opere filosofiche e cominciò nuovamente a scrivere. In memoria della figlia creò un’opera non giunta sino a noi, “Consolatio”, che sarà in futuro molto apprezzata da S.Agostino. In questa opera suggeriva a se stesso come superare il dolore, da cui era stato colpito. Approfondì anche la visione religiosa della vita, prefigurando una sopravvivenza dell’anima dopo la morte. Pensò anche più volte al suicidio.
Nel 44, dopo l’assassinio di Cesare, tornò alla vita politica e cominciò la lotta contro Antonio, pronunciando una serie di “Filippiche”, ispirate a quelle già famose di Demostene, per indurre il Senato a dichiarargli guerra e a dichiararlo nemico pubblico. Nelle sue orazioni inveì contro di lui indicandolo come un tiranno assoluto, un ladro di denaro pubblico, un ubriacone «che vomita in tutto il tribunale pezzi di cibo fetidi di vino».

La manovra politica era però destinata a fallire. Con un brusco voltafaccia Ottaviano, che pure aveva apprezzato la linea politica di Cicerone, si sottraeva improvvisamente alla tutela del Senato e stringeva un accordo con Antonio e Lepido. Il secondo triunvirato teneva ormai in pugno Roma.
A questo punto Antonio pretese ed ottenne la testa di CIcerone, nonostante le resistenze anche se per la verità blande di Ottaviano. Avvertito del pericolo, l’oratore, dopo alcuni tentennamenti che lo portarono prima ad Astura e poi al Circeo, decise alla fine di raggiungere la sua villa di Formia. Mentre tentava di raggiungere il vicino mare, fu raggiunto da un distaccamento di soldati. Tra questi vi era un certo Erennio, che anni prima ·Cicerone aveva difeso con successo dall’accusa di parricidio. Fu lui a raggiungerlo. Cicerone, dopo aver dato ordine di fermare la lettiga, cacciò fuori la testa dalla tenda e fissò Erennio negli occhi. Fu lui a sgozzarlo e a spiccargli il capo dal busto e a tagliargli le mani che, per ordine di Mario, furono esposte ai rostri a Roma. Era il 7 dicembre del 43.
Cicerone era vissuto in un periodo in cui la Roma repubblicana cominciava a mostrare la propria insufficienza e inadeguatezza e si avvide dell’ombra sempre più preoccupante del potere forte di un singolo uomo. Era, però, rimasto convinto fino alla fine che «gli altri popoli possono sopportare il servaggio della dominazione; al popolo romano appartiene la libertà». Egli collocava l’Urbe al centro del suo pensiero. Fu anche, come diremo oggi, un opinion maker, convinto che la forma repubblicana fosse il migliore dei governi possibili. La sua eloquenza ebbe uno stile capace di esercitare un forte impatto emotivo sugli ascoltatori, ma non ebbe abbastanza coscienza del cambiamento dei tempi.
Di lui ci restano quasi mille lettere, e opere importanti come “Bruto”, “Della Repubblica”, “Dei Doveri”, che sono alle radici della cultura occidentale.
(Pubblicato su “Ponza Racconta il 7 dicembre 2025).


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