Alta Terra di Lavoro

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Il Risorgimento

Posted by on Lug 22, 2021

Il Risorgimento

Le Profezie di San Giovanni Bosco nell’unità d’Itlalia  e la Storia nascosta nella storia

“Sapete che accadrà in Europa dentro sei mesi?”

(Cavour alla Camera dei Deputati nel Dicembre 1860 – intendendo promettere il possesso di Roma-espropriata alla Chiesa-esattamente sei mesi prima della sua morte)

 “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde la propria anima“(Mc 8-36)

All’ indomani della caduta e della morte violenta e triste  dell’ennesimo dittatore che con la sua tirannia ha governato e insanguinato la Libia nasce spontanea la domanda sul potere.Che cos’è ? E quale ne è il significato più profondo? 

“Tu non avresti nessun potere su di me , se non ti fosse stato dato dall’Alto”(Gv 19, 10-11).

 Mi domando se esiste una legge superiore, un armonico equilibrio nel dono che “dall’Alto” il Signore fa del potere alle persone che ne sono investite e che, se violato dai  tiranni di turno ubriacati di privilegi (spesso in nome di una pretestuoso consenso divino), porta ineludibilmente al fallimento. 

La risposta della fine che hanno fatto i vari Ceausescu, Hitler, Polpot, Mussolini sembra abbastanza eloquente, ma vediamo nel dettaglio una pagina di storia che fino ad oggi  la pompa magna delle parate militari, e i discorsi magniloquenti dei nostri politici, quando gli stessi libri di storia su cui abbiamo studiato ci è stata raccontata in un modo assai diverso, se non fazioso: l’Italia all’indomani della sua unificazione. (Aggiungo solo in corsivo qualche considerazione nell’articolo di Messori)

Vittorio MESSORI
Le profezie «politiche» di san Giovanni Bosco
tratto da: Studi Cattolici, 32 (1988) n. 326/327, p. 290-292.

Davvero coincidenze?

Quando, il 17 marzo del 1861, Vittorio Emanuele II fu proclamato re d’Italia e il 25 marzo Cavour indicò l’unica possibile capitale del nuovo Stato in Roma (che, peraltro, non vide mai, come Manzoni, del resto) la situazione per la Chiesa era drammatica: ben 70 i vescovi rimossi dalle loro sedi o incarcerati, centinaia i preti che facevano loro compagnia in prigione, 64 i sacerdoti diocesani e 22 i frati fucilati, soprattutto in quel Sud conquistato dove era stata subito estesa la legge piemontese per la soppressione delle comunità religiose, con 721 conventi confiscati e la dispersione di 12.000 tra monaci e monache. In questo tragico marasma, quando il governo decise che la prima domenica di giugno (che nel 1861 cadeva il giorno 2) si sarebbe celebrata la festa dell’Unità nazionale, il clero fece sapere che non avrebbe potuto partecipare. Pronta la rappresaglia di Cavour che, con una circolare, proibiva la partecipazione delle autorità civili a quella grande processione torinese del Corpus Domini che, anche nei momenti più difficili dei rapporti tra Stato e Chiesa, aveva continuato a rivestire il solennissimo carattere tradizionale, con la presenza del Re, della corte, dello Stato Maggiore, dei ministri, dei deputati, dei senatori.

Era dunque la prima volta che si interrompeva, in Piemonte, questa tradizione.

Don Bosco ne fu particolarmente afflitto e disse ai suoi che non presagiva nulla di buono da una simile decisione. I giovani collaboratori e allievi che, venerandolo ormai come un santo, prendevano nascostamente nota di ogni sua parola, avevano appuntato come alla fine del 1860 si fosse lasciato andare a una delle sue profezie di morte inesplicabile, impreveduta: “L’anno prossimo morirà un gran personaggio, un famoso diplomatico, se ne parlerà in tutta Europa come di un fatto gravissimo”. Don Bosco stesso, comunque, dispose che alla processione (fissata per il 30 maggio) il posto lasciato vuoto da deputati e senatori fosse occupato da un numero corrispondente di giovani del suo Oratorio.

“Ed ecco che la sera del 29 maggio, vigilia del Corpus Domini -scrivono le “Memorie biografiche”- il Conte di Cavour, che aveva appena passato i 50 anni, di salute robustissima, rientrato nel suo palazzo era colpito da sincope e restava come morto”. Il 2 giugno, “mentre in tutte le parti del Regno si festeggiava civilmente l’Unità d’Italia, invece di raccogliere i primi onori e i rumorosi applausi, il Conte si aggravava in modo irreparabile”. E il 6 giugno “passava all’eternità”. Le “Memorie” hanno anche cura di ricordare come quel giorno fosse nell’ottava del Corpus Domini, cancellato dal calendario da Cavour, e fosse anche l’anniversario del grande miracolo eucaristico di Torino nel 1453 (un’Ostia innalzatasi dal calice rubato e restata a mezz’aria per ore prima di di ridiscendere nel calice stesso tenuto dal vescovo, circondato da tutta la città in preghiera). «Qual coincidenza!», scrive il Lemoyne che pure non si sente di certo autorizzato a rallegrarsi: in effetti, don Bosco, che già aveva fatto pregare i suoi giovani per la salute del Conte, alla notizia della morte li fece ancor più pregare per la sua salvezza eterna. Nella quale, malgrado tutto, si disse fiducioso, ricordando come Cavour, per parte di madre, fosse parente di Francesco di Sales, di colui dunque sotto il cui nome e la cui protezione aveva messo tutta la sua opera. Non mancò però di osservare che le autorità civili che non erano andate in processione dietro il baldacchino con le Sacre Specie, avevano dovuto andare in processione dietro il feretro di colui che aveva impedito quel gesto religioso.

Davvero “coincidenza” (come fingono di credere le “Memorie”, pur facendo di tutto per indirizzare altrove per una spiegazione)? O davvero uno dei tanti aspetti di quel Mistero che certa storia ignora quando non beffa? Chissà. Certo un possibile “altro modo” per leggere uno degli avvenimenti più traumatici della storia risorgimentale, una morte che fu all’origine di eventi le cui conseguenze, per l’incapacità dei successori del “Tessitore”, il Paese paga forse anche ora.

[Aggiungo solo che San Giovanni Bosco considerava infausto per chi li avesse compiuti non solo gli espropri alla Chiesa ma anche l’acquisto di beni appartenenti alla Chiesa e a lei ingiustamente sequestrati.La morte di Cavour avvenne per la malaria contratta nelle risaie di Leri espropriate dai giacobini qualche decennio prima durante l’invasione napoleonica e successivamente acquistate dal padre del conte . E’ un dato di fatto però che se non avesse disposto di quelle risaie Cavour non avrebbe contratto la malattia che lo avrebbe ucciso a soli 51 anni.]
Che dire poi, tra altri cento, dei casi davvero impressionanti (e di cui non c’è traccia nei libri di storia che si dicono “seri”, se non in qualche allusione polemica a “pressioni operate sul Re da forze clericali oscurantiste”), dei casi, cioè, che accompagnarono l’approvazione della legge Rattazzi, nel 1855? E’ la legge, come è noto, per la confisca dei beni ecclesiastici e per la soppressione di gran parte delle comunità religiose. Fieramente avverso a quella legge -mentre una commissione di quattro teologi cortigiani convocata dal governo l’approvava- don Bosco cominciò col suggerire a un giovane allievo di trascrivere e d’inviare a Palazzo l’atto di fondazione dell’abbazia di Altacomba, in Savoia, l’antico sepolcreto della dinastia. In quell’atto, i Savoia del XII secolo scagliavano maledizioni contro i loro discendenti che avessero osato usurpare le proprietà della Chiesa. Ricevuta la missiva, Vittorio Emanuele (la cui angoscia comincia qui, diventando sempre più tormentosa) fece rimproverare il mittente e, con lui, don Bosco. Il quale, però, sognava di lì a poco un valletto in livrea che gli gridava: «Gran lutto a corte!». Poiché l’esperienza gli aveva mostrato come i suoi sogni fossero spesso profetici, il Santo (spintovi anche dal suo confessore, Cafasso) ritenne suo dovere avvisarne il Sovrano. La lettera non sembrò suscitare reazioni particolari. Da lì a poco un altro sogno: «Non grande, ma grandi lutti a corte!», e ulteriore avvertimento al Re, con l’esplicito legame tra queste visioni notturne e la legge presentata da Rattazzi.

La discussione iniziava alla Camera il 9 gennaio 1855 e subito dopo si metteva in moto una tragica successione che costringeva l’assemblea a continue chiusure per lutto. Tre giorni dopo, in effetti, il 12 gennaio moriva all’improvviso -non aveva che 54 anni- la piissima regina madre, Maria Teresa. Otto giorni dopo, il 20 gennaio, era la volta della moglie del re, Maria Adelaide, 33 anni. L’undici febbraio toccava al solo fratello maschio del sovrano, anch’egli trentatreenne, Ferdinando, duca di Genova. Dicono le “Memorie”: «Non era mai avvenuto, nemmeno nelle pestilenze più crudeli, che in meno di un mese si aprissero tre tombe per accogliervi le salme di principi così strettamente uniti in parentela al Sovrano». Purtroppo la serie non era ancora terminata, ché -mentre la legge, approvata dalla Camera era in discussione al Senato- il 17 maggio di quello stesso anno moriva il figlio nato a Vittorio Emanuele dalla moglie Maria Adelaide l’8 gennaio, pochi giorni prima del decesso. Come la madre -e come tutti gli altri morti di questa storia, del resto- il piccolo (battezzato come Vittorio Emanuele Leopoldo Maria Eugenio) godeva di ottima salute e la sua fine fu improvvisa.

Scrive Lemoyne, impassibile, se non implacabile: “In quattro mesi il Re aveva perduto la madre, la moglie, il fratello e il figlio. Il sogno di don Bosco erasi pienamente avverato”. Il re stesso era del tutto convinto di un misterioso legame tra ciò che Rattazzi, Cavour e la maggioranza della Camera pretendevano che egli firmasse e quei sogni infausti. Tanto che tentò di incontrare don Bosco, andò egli stesso a Valdocco per parlargli ma una serie di strani impedimenti ed equivoci gli impedì di trovarsi faccia a faccia con un prete che, del resto, aveva beneficato (e che beneficherà anche in seguito) e che, sfidato quasi a duello da un generale, protestava di essersi deciso a scrivere al Re proprio per l’affetto di suddito fedele.

 “La famiglia di chi ruba a Dio non giunge alla quarta generazione”

Che pensare (noi, ormai tutti un pò “illuministi”) di vicende di questo tipo? E che succederebbe della reputazione di uno storico universitario se rifiutasse di considerare una “coincidenza” anche quanto fu profetizzato in quei mesi da don Bosco (che su questo fece stampare un apposito opuscolo che rischiò il sequestro, non eseguito solo per timore di ulteriore pubblicità): «La famiglia di chi ruba a Dio non giunge alla quarta generazione»? Umberto II, effimero re per meno di un mese e costretto all’esilio a vita, non era che il terzo successore del sovrano la cui firma sta sotto la legge di soppressione e confisca. Quanto alla “quarta generazione”, ogni lettore di cronache attuali sa quale credito meriti…

[Allo stesso modo di quanto detto per Cavour, quando Vittorio Emanuele II occupò Roma e si impossessò del Quirinale, residenza da quasi 3 secoli del Papa, il santo di Valdocco considerò infausto per il sovrano quell’esproprio fatto alla Chiesa.Torniamo all’articolo di Messori e vediamo cosa successe in seguito. ]

Dal 1862 non si recitavano più, nella liturgia della Chiesa italiana, le preghiere per il Sovrano. Alla fine di dicembre del 1877 il Santo, in partenza per Roma, stupì tutti disponendo che all’Oratorio si riprendessero gli “Oremus pro rege nostro”. Alle domande dei superiori salesiani, rispose lasciando intendere che l’interessato ne avrebbe avuto presto particolarmente bisogno. Pochi giorni dopo, il 9 gennaio (ancora una volta all’improvviso) Vittorio Emanuele moriva a meno di 58 anni in quel Quirinale in cui gli “italiani” erano penetrati il 20 settembre di 7 anni prima con l’aiuto di un fabbro che scardinò il portone, chiuso dagli Svizzeri prima d’andarsene. Da Roma, don Bosco scrisse al conte Cays, grande amico e benefattore: «Il lutto del Quirinale è servito per chi l’aveva preparato» (credendo infatti imminente la morte di Pio IX, il sovrano aveva disposto perché il palazzo reale, già papale, preparasse le gramaglie). Continuava il Santo: «Avvi però grave motivo di benedire il Signore. Con ricevere i SS. Sacramenti assicurò, speriamo, la salvezza dell’anima sua. Ma darà un terribile esempio a tutta l’Europa che vede un re in buona età, sano, robusto e in tre giorni fatto cadavere».

[Anche in questo caso si verrà poi a scoprire  che il Re morì per “ febbri romane”, cioè per il virus della malaria contratto nella Città Eterna sottratta al Papa 7 anni prima. .]

Sapeva essere schietto e spiccio, questo nostro don Bosco. Come tutti i santi, del resto. Al pari di loro, poi, non temeva di venerare il “digitus Dei” anche nella cronaca che, di giorno in giorno, si fa storia. Sembra che noi, cristiani di questo scorcio del secondo millennio, abbiamo perduto, o rifiutato, lo sguardo che penetra aldilà dell’apparente casualità. Un modo per diventare credenti “adulti”? Per adeguarsi al brancolare di “ciechi che guidano altri ciechi” e che pur affermano di vedere meglio che ogni altro.

Vittorio Messori

fonte

https://tuttalastoriatidaraonoreevittoria.myblog.it/2011/12/16/le-profezie-di-san-giovanni-bosco-nell-unita-d-itlalia-e-la1/

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