Alta Terra di Lavoro

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Il saccheggio di Piedimonte d’Alife nel 1799 (IV)

Posted by on Gen 2, 2022

Il saccheggio di Piedimonte d’Alife nel 1799 (IV)

IV. Si espone lo stato delle cose dal dì 8 gennaio fino al dì 10 del medesimo mese

Stando, come fu detto, la truppa al Mercato [in piazza Mercato], tutte le botteghe- e i fondachi- di quella piazza furono chiuse; e cominciarono a trattar con essi [francesi] un religioso, giovine carmelitano- il padre F. Tommaso Duracci, il quale fino a quel tempo aveva celato di saper il francese, ma fu allora che lo vidi affratellato con gli ufficiali, e mi era amico- e il dottor fisico medico Don Antonio d’Amore, che da ragazzo fu mio discepolo.

Pensando alla sicurtà domestica, dacché non credevo opportuno con mia moglie abbandonar la casa, mi accostai a padre Duracci perché, se la truppa doveva distribuirsi in alloggio, mi avesse procurato un onesto officiale. L’amico [padre Duracci] dunque, prima dissemi che tutti sarebbero stati in quartiere al [Convento del] Carmine, e in San Domenico, ma da lì a poco mi disse la mutazione di quello stabilimento [l’atto, il fatto di stabilire o di venire stabilito], e mi ottenne in alloggio a casa mia un capitano dei granatieri, tedesco di origine, di cognome Wolff, uomo di circa cinquantacinque anni, fumatore e bevitore, ma onestissimo ed umano.

Io lo condussi meco, e gli feci sceglier il quarto di suo gradimento, sulla credenza che non vi sarebbe rimasto che per due notti e due giorni. Egli si scelse quello che corrispondeva a Porta Vallata, in cui situò un corpo di guardia a sua vista. Subito tornò a sortire, ma da lì ad un’ora ritornò, e volle tabacco per fumo, e vino, di cui bevette abbondantemente, essendo ottimo.

La truppa si acquartierò ne’ cennati due conventi, invece il generale [Lemoine] [e lo stato maggiore] nell’episcopio, ed altri capitani nelle case di Don Vincenzo d’Amore, [e delle famiglie] d’Agnese, Ragucci e Pitò; gli altri ritornarono in Alife.
Furono, la stessa sera, situate le guardie per tutte le uscite e i capistrada della città, essendo venuta altra truppa dal campo di Alife.

All’una della sera [circa le 18], venne in casa un altro officiale, di nome Albout, tenente della stessa brigata, la XVII° dei granatieri, ma ebreo di discendenza; e perché io non aveva apparecchiato un altro letto, costui, verso le quattro ore della notte, mi cercò due materassi; io che poco lo intendeva, non sapeva che dirgli; onde s’infuriò, domandando il letto – come quello del capitano [Wolff]- con queste parole:
“Subito, e pensateci voi”.

Qui cominciò il mio sospetto; io non avevo che un altro materasso, egli ne voleva due; gli dissi che a quell’ora non potevo servirlo, che gli avrei accomodato un letto al meglio che si poteva; si calmò; fu gittato un materasso su di un’altra lettiera, egli vi stiède [stette] un poco, e poi sortì a montar la guardia. La notte, io e mia moglie ci adagiammo vestiti, al meglio che potemmo; e stemmo quietissimi nel fatto, ma inquietissimi di fantasia.

Il capitano [Wolff] si empì una tasca di vino, e si chiuse al riposo ancor esso verso le ore quattro della notte [le 22 circa].
Intanto, una partita [quantità] di soldati, la stessa notte, assalì la casa de signori Meola; e vi fecero un grosso sacco, di là passarono al Convento de’ Cappuccini.
Un’altra partita insultò la casa di Don Gioacchino Bojano; e la truppa in campagna si diede a depredar per le masserie di quanto vi esisteva, insulto che produsse gli effetti del dì 10 [gennaio], come or ora diremo.

Il mercoledì mattina vennero in casa [mia] altri quattro ufficiali, che vollero colazionare [fare colazione]; gli offersi caciocavallo, e prigiotto [coscia di suino privata dell’osso], ma non ne vollero; si contentarono del cacio fresco e del vino.

La mattina desinammo il capitano [Wolff], [il tenente] Albout, ed io; e notai che non mi astrinsero [costrinsero] a farli sicurtà col ber io prima, né la sera, né più in appresso; ma mangiarono le molte cose, bevettero [bevvero] il moltissimo vino.
Il giorno, dopo desinato, sortimmo e giungemmo, col capitano [Wolff], al [Convento del] Carmine, dove [nei cui pressi] c’era la bottega di rosolio e del caffè; e il capitano fece complimento di rosolio a quanti vi erano, e dopo egli ne gustò pochissimo.

Il [lo] lasciai nella bottega, e salii sul Convento, dove trovai una orribile confusione, e dissi perciò al priore, padre Michele della Corte, che avesse tolto il Santissimo dalla custodia. Ei [egli] mi rispose che non era più tempo di farlo, perché la chiesa era piena di soldati; li [gli] dissi che avesse almeno sunte [prese] le particole consacrate, ma non ebbe tal coraggio.

Intanto il capitano [Wolff] era tornato in casa [mia], ma mia moglie non volle aprirli [aprirgli], sinché non il fé [lo feci] accompagnar da un’altra persona; e salito domandò del filo, ed aghi, per rattopparsi [la giubba], o un sarto. Essa [mia moglie], che nulla il capiva, ci [a lui] fé [fece] una lunga diceria, in mezzo alla quale giunsi io, e li fei [gli feci] chiamar il sarto.

Si fé [fece] notte, ed il capitano [Wolff] cenò, ed indi andié [andò] egli a montar la guardia, lasciando in riposo [il tenente] Albout, con un altro ufficiale che dormì seco insieme; ed allora capii che il capitano [Wolff] soffriva la scabbia, per cui [il tenente] Albout non volle dormirvi la notte antecedente.

Ma già alle ore 24 [le sette di sera, circa] venne in casa [mia] il sindaco, Don Andrea Imperadore, sbigottito, ed in minaccia, dicendomi [chiedendomi], presto presto, la rata di contribuzione, in trenta ducati in oro; “perché”- disse il sindaco- “si è messa la contribuzione di ducati undicimila per [fino a] tutto domani mattina, altrimenti io sarò fucilato, e la città andrà a sacco”.

Io non avea tal danaro; presi licenza da’ miei ospiti e, sul momento, andiedi [andai] dal dottor Don Tommaso Paterno, che m’imprestò dieci once, e corsi a casa d’Agnese, dove si faceva “la cassa”, e riscossi il certificato; e, tornato in casa, raccontai agli ospiti il cimento e se ne mostrarono addolorati nel sentir la taglia toccatami;
e quindi, mi domandò [il tenente] Albout dello stato della città, e delli seguenti cittadini, cioè di: Don Nicola Pitò, Don Nicola Pascale, Don Domenico del Giudice, il padre abate de’ Celestini Don Rodesindo Cutinelli, Don Giuseppe d’Agnese, Don Gioacchino Bojano, Don Vincenzo d’Amore; e di altri.

A questo interrogatorio mi posi in attenzione, e li [gli] dissi che la città era povera in generale, fra l’altro perché il Re [di Napoli, Ferdinando IV] aveva ritirati tutti gli ori e gli argenti [ci si riferisce al prestito degli ori del 1794 e alla tassazione dei luoghi pii del 1798], che il traffico mercantile si era da due anni interrotto, e che li cittadini nominati erano ricchi in opinione della plebe, ma non in realtà, poiché, industriando qualche poco di vettovaglie, le stesse non le aveano ancora smerciate, appunto pel corso della guerra, che impedito ne avea [aveva] il traffico; ma già capii la rea intenzione, che scoppiò il seguente giorno.

Erano venuti coi francesi qui molti regnicoli giacobini, fra quali un tale Don Andrea Valiante, di Jelsi, in contado di Molise. Costui subito si portò al monastero di monache di Vallata [quartiere di Piedimonte], dove domandò della badessa, ch’era Donna Eleonora Pecci, di Vinchiaturo, e se le manifestò parente, e l’assicurò- me presente, dacché la badessa mi mandò a chiamare, per esser io avvocato del monastero- che sarebbe il tutto passato [accaduto] con tranquillità.
Anzi, [Andrea Valiante] disse che ci [nel monastero] avrebbe portato il generale [Lemoine], e che in tale occasione li [gli, al generale Lemoine le suore] avrebbero dovuto fare un complimento [un ossequio].
Il Valiante era parente ancora di Don Nicola Meola, perché zio della moglie, Donna Carmela Martorelli, onde alloggiò in casa di esso Meola.

Nel giorno 9 [gennaio], mercoledì, fin dalla mattina li francesi cominciarono a tentar la plebe paesana, perché avesse detto [al popolo] che veniva la cavalleria napoletana per assalire la città; e ciò [i francesi propalarono] per far succedere qualche sollevazione, e prender occasione di saccheggiar la città.

Sicché prevalse a segno questa diceria, che già vi fu chi la credette, e fra gli altri Don Valentino (Valenzio) Missere, speziale di medicina, il quale pose in speranza di tal impossibile soccorso [cioè dell’arrivo della cavalleria napoletana] molti contadini vallatani [di Vallata], già disgustati per le ruberie [dei soldati francesi] e per non essere intesi nei ricorsi.

Si era, inoltre, per mezzo del Valiante, mischiato nell’affare della contribuzione Don Giacomo Pietrosimone, voluto [intenzionale] giacobino di San Potito [Sannitico]; e si disse che [quest’ultimo, cioè Don Giacomo Pietrosimone] avea ottenuto la transazione per tremila e cinquecento ducati, cioè, tremila pel generale [Lemoine], e cinquecento pel secretario [il segretario del generale Lemoine];
ma siccome si era stabilito che [i ducati] si sarebbero pagati la mattina del giovedì, per mezzo del Pietrosimone, costui- non si sa perché- non venne che verso le ore 19 [le 14, circa] di giovedì 10, dopo che il generale [Lemoine] era andato a caccia con Don Marcellino Greco e Don Pietro d’Amore, creduti [presunti] giacobini. Sebbene vi fu chi sospettò che il ritardo del Pietrosimone fosse stato [fatto] di concerto [con i francesi] per dar causa al sacco, che nel dì 10 [gennaio] infatti avvenne.

Poiché, dimorando nell’episcopio, il generale Lemoine- presenti Don Salvatore Caso (maestro di casa del vescovo), il suddiacono Don Ottavio Scappaticci, e il nostro governatore Don Gaetano Lombardi- diede ordine che si fossero procurate 24 libre di cera, la quale certo che non serviva di voto a’ santi, né [era] di necessità in casa, che di tutto era in abbondanza, e di proprietà provveduta, ma sibbene per il sacco- che si meditava per la vegnente [prossima] sera- se non generale, almeno particolare, dacché [dal momento che] il generale [Lemoine] se ne partì prima dell’ora stabilita pel pagamento della contribuzione, e non ritornò che alle ore 24 [le 19, circa].

E perciò, quei paesani, sospettando di quel che si macchinava, ne avvisarono molti amici, che si allontanarono dalla città, fra quali il dottor medico reverendo Don Marcellino De Lellis, che fu con doppia provvidenza preservato; e perché io non sortii quel giorno di casa, nessun sentore ebbi di queste trame, né della trama della congiura de’ vallatani [gli abitanti di Vallata], manovrata dalli stessi francesi per l’avidità di saccheggio.

Or, nella mattina del 10 [gennaio] vennero a far le loro lagnanze al capitano Wolff molti contadini di Vallata, fra i quali Pietro Panella- che li [cioè, i contadini] portò a regalare quattro galline per salvarsi li bovi- e Tommaso Di Muccio ed altri; e li vidi in aria minaccevole, dicendomi, che se non ne avevano [avessero avuto] giustizia, se l’avrebbero fatta colle proprie mani, asseverandomi con queste parole la intenzione: “Vi’ ca ce vè bona. La cosa fète, e nui simmo resoluti a chéllu che ne vène vène. [Vedi che ci venga bene. La cosa puzza, e noi siamo risoluti a fare ciò che viene, ovvero di tutto].

Procurai di calmarli perché prevedevo il disastro che ne sarebbe derivato, tanto più che non c’erano armi, né munizioni, né prevenzione. E se ne andiedero [andarono] via. Della [precedente] giornata del dì 9 [gennaio] dico che la truppa [francese] si mantenne in rubar per le masserie tutto ciò che le veniva innanzi agli occhi, spogliandone la gente da loro lusingata con li proclami, che promettevano difesa e sicurtà.

fonte

http://www.storiadellacampania.it/il-saccheggio-di-piedimonte-nel-1799#toc4

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