Il significato politico del De rebus gestis Antonii Caraphaei di Giambattista Vico
Giuseppe Gangemi
“Nell’apparecchiarsi a scrivere questa Vita [La vita di Antonio Carafa, titolo in latino De rebus gestis Antonii Caraphaei], il Vico si vide in obbligo di leggere Ugon Grozio, De Jure Bellis et Pacis. E qui vide il quarto Autore da aggiungersi a’ tre altri” (Vico 1836, I, 413-414) che poi erano Platone, Tacito e Francesco Bacone.
Mentre si è molto discusso sull’importanza di Grozio nella formazione della filosofia di Vico successiva al 1716, pochi si sono interrogati sull’importanza politica che Vico ha voluto o saputo vedere in Carafa, Ammiraglio del Sacro Romano Impero, complice anche il fatto che il volume su Carafa ha avuto pochissimo successo ed è ancora poco letto. Eppure Vico considera Carafa importante per un tema di rilevanza politica essenziale per l’Assolutismo Illuminato austriaco: “Fu il primo a introdurre il metodo corretto di consolidamento e amministrazione dell’erario, dal quale ottenne una modesta ricchezza privata, un’enorme ricchezza pubblica, concordia in patria e armi prontissime all’estero” (Vico 1716, 26).
Questa rilevanza di Carafa non viene riconosciuta da molti. Per esempio, quella linguaccia di Niccolò Tommaseo definisce Carafa, “uomo non degno” che Vico avrebbe descritto non “qual era, ma qual doveva essere” (Dizionario biografico degli Italiani, Treccani). Altri, invece, pur riconoscendo le posizioni coerenti di Vico, sottolineano che è sempre rimasto isolato. Francesco De Sanctis efficacemente scrive che Vico “Si gloriava di non appartenere a nessuna setta. E lí era il suo punto debole … Era da solo un terzo partito” (1962, II, 288).
Forse quella di De Sanctis è stata una boutade, ma l’espressione da questi utilizzata viene ripresa in uno scritto del 1968 di Giuseppe Giarrizzo, ripubblicato nel 1981 in un volume, Vico, la politica e la storia. Il saggio è incentrato sull’ipotesi che Vico si sia molto “impegnato a fornire di base ideologica il ‘terzo partito’ napoletano” (Giarrizzo 1981, 99).
Nella ricerca dei contenuti di questo “partito”, anti-aristocratico e pro riforma fiscale, Giarrizzo sottolinea che, per Vico, “Carafa non è un brutale condottiero, ma addirittura un prototipo dell’eroe-pio … La filosofia politica del Carafa (e del Vico) è [così] riassunta: … la minaccia turca sui paesi balcanici e l’oppressione aristocratica vi si sostengono a vicenda: la politica imperiale [va] diretta contro entrambe” (1981, 93) per ottenere risultati durevoli. L’obiettivo esterno è rendere sicura l’Europa, quello interno è indicato da Carafa in una lettera del 24 novembre 1691 relativa a Lombardia e Toscana: l’erario austriaco è “esausto dalle spese di due guerre” per il mantenimento di truppe assoldate “a difesa dell’Italia”. Impossibile pretendere che restino “sforniti ed esposti… a grave pericolo li stati hereditari” dell’imperatore Leopoldo per salvaguardare “paese altrui” (Dizionario …, Treccani); i beneficiati, perciò, proporzionatamente alle entrate, devono contribuire alle spese.
Sul modo di risolvere il consolidamento dell’erario, Carafa, che propende per soluzioni straordinarie, entra in dura polemica con il Principe Eugenio, che propende per una riforma del fisco che legalizzi ed eviti questi gravosi, e spesso iniqui, prelievi straordinari. Secondo Giarrizzo, Vico e Domenico Jannucci glissano sulle differenze tra i due. “Riscontri verbali col De rebus gestis” e un “significato politico .. sostanzialmente convergente” nella dedicatoria al Principe di Jannucci mostrano che Jannucci vede solo nel Principe Eugenio, mentre Vico vede in Carafa e nel Principe due “Scipioni, che furono giustissimi e santissimi nella loro giustizia e santità” (1981, 91).
Invece, entrambi ignorano la figura di von Daun, per due volte viceré di Napoli (1708 per otto mesi e dal 1713 al 1719). Per essi, egli è solo una garanzia. Vico, che già si era bruciato nel 1708, avendo scritto, sotto il governo di von Daun il De Ratione che, poi, legge sotto il governo di, e davanti al, viceré Grimani, congiurato del 1701, e ancora nel 1719 ne sta pagando le conseguenze, si ritira dall’impresa della traduzione italiana del De Jure Pacis ac Belli di Grozio, in seguito alla sostituzione di von Daun come viceré. Jannucci, meno esposto, ricorre a un compromesso: porta a termine l’edizione in forma anonima (la sigla D.J.D.B.) e si limita a mandare al Principe una copia firmata con il vero nome (Dominicus Jannuccius), tanto è sicuro che il fatto non susciterà scandalo. Tre anni dopo, anche Vico invierà una propria opera, il De Uno, con dedica autografa al Principe.
Vico non si sbaglia a ritenersi sicuro di esprimere le proprie posizioni politiche solo sotto il governo di von Daun. Anche se ancora non lo può sapere, sarà quest’ultimo a dare forma e contenuti concreti alla riforma fiscale di cui Carafa non ha mai saputo vedere i contorni ed Eugenio, invece, li ha intuiti ed espressi in termini generali.
Dai tempi dei generali Raimondo Montecuccoli per l’Impero ed Henri de la Tour d’Auvergne per la Francia, il modo di combattere è cambiato profondamente e l’organizzazione dell’esercito è diventata più costosa. Questo pone il problema di una raccolta di risorse finanziarie maggiore. Carafa, che appartiene alla generazione successiva a Montecuccoli, affronta il problema con prelievi straordinari. Eugenio di Savoia, della generazione ancora successiva, con una riforma fiscale che estragga da nobili e clero in proporzione alla loro ricchezza.
Gli Austriaci, conquistato il Regno di Napoli, si rendono conto che, per tenerlo, è necessaria una potente flotta (è la prima riforma di von Daun), un potente esercito e un fisco che produca, per dirla con Vico, molta “ricchezza pubblica”. Von Daun trova, ovviamente, l’opposizione di nobili e clero. Governa il Regno di Napoli senza riuscire a produrre la riforma del fisco. Solo come governatore del Ducato di Milano esperimenta una soluzione tecnica per realizzare il famoso e lodatissimo Catasto Teresiano che parte da una valutazione tecnica del valore delle proprietà per tassare i proprietari in base a quanto potrebbero produrre. Questa riforma fa coincidere l’equità pubblica con l’obiettivo di impedire che le terre si lascino incolte, di spingere a vendere quanti non riescono a produrre quanto stimato potersi ricavare e a stimolare a comprare chi è capace di produrre di più di quanto stimato dai tecnici agrari.


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