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Il Sud e la Sicilia dopo l’unificazione: “Vengono cacciate nelle carceri e fucilate famiglie intere”

Posted by on Dic 14, 2020

Il Sud e la Sicilia dopo l’unificazione: “Vengono cacciate nelle carceri e fucilate famiglie intere”

“Solo a Palermo imputridiscono seminudi tra i vermi 1400 prigionieri. Alla Vicaria di Napoli sono stipati ben 1000”. E ancora: “Il pane che si dà ai carcerati è tale che io non l’augurerei nemmeno al conte Ugolino”. Così è nata l’Italia nel 1860 

“Fallito miseramente il progetto di ‘esportazione’ dei criminali meridionali in penitenziari o colonie all’estero, si pensò bene a quel punto di potenziare le prigioni sul territorio nazionale e di inasprire le condizioni di vita e di permanenza dei detenuti nelle carceri da sud a nord del paese, tanto da far dire, con ribrezzo e disgusto, al deputato liberale milanese Giuseppe Ferrari, nel suo intervento alla Camera nella seduta del 19 novembre 1862:

‘Vengono cacciate nelle carceri e fucilate famiglie intere. Il numero delle  vittime e dei carcerati è enorme. E’

questa una guerra da barbari! Se il sentimento vostro morale non vi fa inorridire di camminare sguazzando nel sangue, io non saprò più comprendervi. E quanto io affermo del regno di Napoli, ditelo pure della Sicilia. Là pure si cacciano le genti in prigione e si uccidono a fucilate senza nessun formale procedimento… Versare sangue è divenuto sistema. Ma non si rimedierà al male, versando sangue a torrenti. Nell’Italia meridionale non si crede a siffatto sistema di sangue e chi veste una divisa si crede in diritto di uccidere chi non ne porta’.

A Ferrari, farà eco qualche mese dopo, nella tornata parlamentare del 18 – 20 aprile 1863, il napoletano deputato radicale Giuseppe Ricciardi che tra l’altro sosteneva:

‘Solo a Palermo imputridiscono seminudi tra i vermi 1400 prigionieri. Alla Vicaria di Napoli sono stipati ben 1000. I più tra questi non sono stati neppure interrogati e giacciono poi tutti in carceri orribili tanto quanto le carceri di Palermo (che si riempiranno e traboccheranno ancor di più dopo la Rivolta del Sette e mezzo che insanguinerà la capitale dell’isola nel settembre del 1866 e di cui parleremo più avanti). Alcuni, senza sapere come, si trovano imprigionati da 22 mesi. Il pane che si dà ai carcerati è tale che io non l’augurerei nemmeno al conte Ugolino’.

‘La vita e la libertà dei nostri concittadini – concludeva nel suo accorato intervento l’onorevole Ricciardi – dipende talvolta dal capriccio di un capitano, di un luogotenente, di un sergente o di un caporale’.

E ancora più avanti, il 27 gennaio del 1866 nel suo intervento al parlamento, Pasquale Stanislao Mancini, deputato della provincia di Avellino (che più avanti sarà ministro della Giustizia del governo De Pretis e si batterà per l’abolizione della pena di morte) sosteneva di non essere in grado, per quante erano, di esporre dettagliatamente e compiutamente, le fucilazioni e le carcerazioni arbitrarie decretate dai tribunali militari alle quali l’Europa intera, se ne fosse venuta a conoscenza, sarebbe inorridita”.

Ignazio Coppola Risorgimento e risarcimento – La Sicilia tradita, CNA Edizioni, pag. 137, 138.

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