Il terremoto del 1783 disastra le vie di comunicazione della Calabria
Giuseppe Gangemi
La prima scossa di terremoto, la più forte, si avverte il 5 febbraio 1783 alle ore 12.00 circa con epicentro in Aspromonte. La notizia arriva a Napoli il 14. Il 18, arriva una lettera di Carlo III di Spagna al figlio, re di Napoli, Ferdinando IV. Formalmente, si scrivono padre e figlio, ma in effetti sono i loro capi di governo che scrivono per loro: il conte di Floridablanca e il Marchese della Sambuca. Il conte chiede, per re Carlo, notizie del terremoto. Nella risposta, il Marchese parla di un terremoto a Messina e non accenna alla Calabria dove c’è stato l’epicentro della prima forte scossa.
Il motivo di queste parziali e tardive informazioni dipende dal fatto che navi di tutta Europa sono ancorate nel porto di Messina e i marinai, dopo aver prestato i primi soccorsi alla popolazione messinese, partono verso i loro porti di destinazione. Siccome hanno visto crollare l’antica e maestosa Palizzata a mare di Messina, narrano di un terremoto che ha colpito la città siciliana. Niente sanno della Calabria e le notizie sul disastro in Calabria, causa il fatto che la regione ha solo porti per il piccolo cabotaggio, ci mettono almeno due settimane ad arrivare a Napoli.
Il 25 febbraio parte per Madrid una seconda lettera del Marchese della Sambuca dalla quale si evince che a Napoli si sa solo della prima scossa, quella del 5, e niente delle scosse dei giorni 6 e 7. Sull’entità dei danni si conosce ancora poco e il Marchese dice di aspettare notizie dal vicario del re Francesco Pignatelli. L’11 marzo parte da Napoli una nuova lettera e ci sono ancora pochissime notizie sulla Calabria. Se ne attendono di più da Pignatelli. Giorno 28 marzo, scrivendo a Madrid, il Marchese comunica che, a Napoli, quel giorno si è sentita una scossa e che si teme che un’altra tremenda scossa ci sia stata in Calabria. Si dirà, per questo, che è stata la più forte. Le analisi degli esperti smentiranno, negli anni successivi, questa sensazione: l’ultima delle cinque forti scosse si è sentita a Napoli perché l’epicentro è stato il più a Nord di tutti, appena sotto Catanzaro. L’8 aprile, il Marchese comunica a Madrid che proprio quel giorno è arrivata a Napoli la notizia della quinta disastrosa scossa di terremoto in Calabria.
Malgrado l’allerta, ci sono voluti 11 giorni per far arrivare la conferma della quinta grande scossa, da Catanzaro a Napoli; le notizie sulla prima scossa, dalla provincia di Reggio Calabria, ci hanno messo almeno due settimane ad arrivare. Lo stesso giorno, il Marchese spedisce a Madrid una seconda lettera in cui riferisce di un “incidente diplomatico”: il re di Francia ha mandato due navi da guerra con 2.000 barili di farina per il soccorso delle popolazioni terremotate. Il dono viene rifiutato con la motivazione che non vi sarebbe “mancanza di tal genere in questi Regni, e trovandosi le Provincie afflitte dell’accaduta catastrofe provvedute non meno di farina che di altri generi necessari all’umano sostentamento” (Placanica 1982, p. 38).
Cosa che è solo parzialmente vera. Nei piccoli porti della Calabria arrivano sufficienti derrate alimentari. Il problema è che ci sono grossi problemi a farle pervenire alle popolazioni terremotate dei paesi più interni o di quelli più sinistrati. L’esercito, a quanto pare, riesce a far arrivare molto dove concentra i propri sforzi, poco altrove. Lo prova il fatto che riesce a far arrivare il capitano Giuseppe Coccia e i primi soccorsi alimentari per la popolazione di Santa Cristina, un paese a 500 metri di altitudine e luogo dell’epicentro della scossa più forte. Quindi, uno dei paesi che viene considerato più urgente raggiungere.
I viveri di soccorso arrivati con Coccia finiscono in pochi giorni. Sembra che l’esercito non sia più in condizione di far arrivare ulteriori viveri di soccorso. Probabilmente, gli uomini e le risorse sono impiegati altrove e, dopo quel primo invio, arriva ben poco. Scrive il capitano Coccia nella sua relazione: “Niente dico della scarsezza dei viveri per i quali mi vedo crepar di fame, e pure sono costretto a camminare tra balze e scoscese, con precipizi addosso, esposto all’orridezza de’ continui venti, e delle pioggie e nevi, che non mi permettono di respirare” (1894, 234).
Coccia è uno dei tanti ufficiali cui Pignatelli affida il compito di stazionare nelle cittadine per insegnare ai sopravvissuti come disseppellire i cadaveri e come bruciarli senza contagiarsi e causare epidemie. Il capitano scrive una relazione così minuziosa e particolareggiata che, una volta ritrovata, viene pubblicata, nel 1894, più di un secolo dopo il terremoto. La missione di Coccia comincia poco più di un mese dopo le prime tre scosse, intorno al 10 marzo, e dura dieci giorni. Coordinando i sopravvissuti, in questo breve tempo, Coccia fa disseppellire e bruciare 200 corpi (ma il Protopapa sostiene che i morti siano stati 800).
Dopo i militari, arriva per primo sui luoghi del terremoto Giovanni Vivenzio il quale non è interessato a verificare teorie scientifiche, ma solo a pubblicare per primo le cose che ha visto o ha sentito raccontare. Nemmeno ci prova ad arrivare dove è difficile farlo. Ma quando si cominciano a muovere coloro che sono interessati a individuare le crepe nel terreno formatesi nel luogo dell’epicentro (ispezione ritenuta importante per comprendere la causa del terremoto), Santa Cristina, luogo della prima scossa, diventa uno dei paesi più ambiti da raggiungere.
William Hamilton, ambasciatore inglese a Napoli, è interessato a scoprire le cause del terremoto. Dal 7 al 10 maggio viaggia intorno all’Aspromonte settentrionale alla ricerca di una via per arrivare a Santa Cristina. Non la trova e va a cercare notizie sul destino dei propri amici nobili.
La Commissione ufficiale della Reale Accademia di Scienze e Arti prova ad arrivare alle fratture a raggiera che, secondo le teorie del tempo, segnalerebbero l’epicentro delle scosse. L’1 giugno, riesce a osservarle dall’alto, mentre si dirige verso i rifugiati di Santa Cristina. Trova segnali di un’epidemia in corso e riparte immediatamente.


invio in corso...



