Il terzo centenario della nascita e la scoperta della politicità della riflessione di Giambattista Vico
Giuseppe Gangemi
Nel 1968, terzo centenario della nascita, Giuseppe Giarrizzo sintetizza in un saggio la nuova lettura di Vico che sta emergendo, in quell’anno: Vico studioso di politica. Il suo metodo, decisamente a-Crociano, assume come punto di partenza che “il modo migliore per commemorare un grande pensatore è quello di leggerne, o rileggerne l’opera tutta” (1981, 55). La sua ipotesi è che sia riscontrabile uno sviluppo ascendente della rilevanza politica della riflessione di Vico, dagli scritti del 1694-1697 alla crisi del 1723 che lo porta agli studi che porteranno alle tre edizioni della Scienza Nuova.
Agli inizi, “Il senso politico dell’argomento vichiano è nella proclamata fiducia di una funzione politica dei literati, che intendano la sapientia come dominio della mens sulla fortuna” (1982, 60). “Il discorso di Vico è anch’esso indirizzato ai governanti perché vogliano, chiamando al potere i dotti, conferire alla politica una nuova direzione” (1981, 61). Il literatus, tuttavia, deve disporre di una particolare competenza, la prudentia, e mancare della “pervicace ostinazione che rifiuta la correzione dell’esperienza” (1981, 61).
Questa è la visione semplificata di Vico quando si schiera, nella congiura del Macchia del 1701, dalla parte delle “plebi laboriose”, dei “ceti intermedi”, dei “nobili di privata fortuna”, e di quanti “avevano la direzione politica negli ultimi decenni della dominazione spagnola” (1982, 63). Questi, che Vico considera un unico “ordo” (ordine o blocco), hanno resistito e sconfitto i congiurati che usavano parole liberali per mascherare i loro propositi reazionari. Gli Spagnoli si erano mossi per alimentare il ruolo dei literati con la riforma degli studi arrivando a introdurre il concorso per la scelta dei docenti (1981, 66) e fornendo un punto di incontro nell’Accademia Palatina fondata, nel 1697, dal viceré De La Cerda. Su questo ceto di literati, gli Spagnoli puntavano per realizzare una politica di contenimento dello strapotere dei nobili.
Ma quando, nel 1701, Vico scrive la relazione sulla congiura, questa non viene gradita dai viceré spagnoli (Juan Manuel Fernandez Pacheco è il primo viceré nominato, dal nuovo controverso re Filippo V, in Spagna, il 15 febbraio 1702, e il vecchio viceré, De La Cleva, rimane in carica fino al 28 febbraio). Ciononostante, egli non perde il loro sostegno. Quando Filippo V si convince che la sua presenza a Napoli è sicura, sbarca sulle coste campane il 16 aprile 1702. Riparte il 2 giugno 1702. Otto giorni prima della partenza del re di Spagna, il nuovo viceré Pacheco commissiona a Vico un panegirico in onore di Filippo V. Vico lo scrive e lo stampa in appena un giorno. Questo dà conferma a Vico e ai literati di Napoli del benvolere del re e del nuovo e prudente viceré nei confronti del docente di retorica. Il gesto è un contentino per non far male intendere la decisione di non fargli tenere, per prudenza, le orazioni inaugurali del 1702 e del 1703.
Il bisogno di prudenza nasce dal fatto che si è sviluppata una forte polemica sulla congiura. Francesco Spinelli Duca della Castelluccia pubblica un Manifesto il 22 ottobre 1701 cui viene subito contrapposta una Risposta anonima. Alla Risposta, segue un’anonima Risposta alla Risposta. Per ultima arriva una Seconda risposta, con firma Basilio Giannelli, al Manifesto.
Manifesti e risposte vertono sui temi delicati: la questione dinastica è risolta, con il testamento di Carlo II di Spagna, e con l’approvazione di questo da parte del Papa, o no? Sono stati gli Spagnoli a instaurare la tirannide nel Regno o è stato lo strapotere dei Baroni napoletani, che già aveva portato i sovrani della dinastia Trastàmara d’Aragona a contenerli con la forza per evitare l’anarchia popolare da essi provocata? Di chi la responsabilità del malgoverno che caratterizza il Regno? Etc.
In questa situazione di forti polemiche, si ritiene che un’Orazione inaugurale di Vico possa essere percepita come una provocazione dai difensori dei congiurati.
Alla ricerca di una soluzione alle polemiche in corso, il duca di Popoli e il principe di Cellamare leggono l’opera di Vico e vi riscontrano parole offensive della lealtà del Sovrano e dell’onore di alcune nobili famiglie. Incaricano, quindi, il canonico Carlo Maiello di correggere lo scritto di Vico. Maiello scrive e pubblica, nel 1704, una Conjuratio inita et extincta Neapoli anno MDCCI che, per prudenza, viene pubblicata anonima e come se fosse stata pubblicata fuori Regno. Questa precauzione si rileva inutile perché lo scritto, anche se non commissionato dagli Spagnoli, viene accolto con grande favore da Filippo V e dal viceré Pacheco.
Maiello attribuisce alle mene e agli intrighi degli Asburgo d’Austria e all’ambizione di pochi nobili la responsabilità della congiura. A suo dire, i congiurati avevano creduto di poter ottenere un re che risiedesse a Napoli e che gli stranieri fossero esclusi dalle cariche e dagli uffici. Questa relazione ottiene il risultato di mettere d’accordo le parti avverse perché condanna i pochi nobili compromessi e assolve gli altri che sono rimasti nell’ombra perché, magari hanno agito da Roma. Maiello difende l’onorabilità delle famiglie dei congiurati coinvolti con l’argomento che i parenti dei congiurati sono rimasti estranei al complotto. Non, quindi, congiura di nobili come categoria sociale, ma congiura di singoli nobili.
Per quanto riguarda il viceré De La Cecla, Maiello fa sparire i giudizi di Vico (spietato esattore di tributi e giudice severo dei delitti, attraverso il suo braccio destro, tale Medici di Ottaiano). Per il resto, la narrazione dei fatti è identica a quella fornita da Vico. Questo scritto di Maiello produce il risultato di accontentare tutti. Così pacificata la situazione, a Vico viene richiesto di tenere l’orazione inaugurale del 1704.
Il viceré Pacheco ha, probabilmente, avuto ragione a non far tenere a Vico, per due anni, l’orazione inaugurale. Ancora nel 1704, infatti, Vico fa un rimprovero, generico, ma chiaro: tu, spirito ingrato, che hai ricevuto dalla patria non solo la libertà, ma una cittadinanza molto ampia, e la sorte stessa della nascita, la felicità dei tuoi talenti, la tua stessa istruzione, ti impegneresti nel commercio con la tua patria, i tuoi figli e i tuoi fratelli, per il bene del tuo guadagno privato? (1914, 41).


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