Alta Terra di Lavoro

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IN DIFESA DELLA “LÉNGUA DE TATA, PERSEGUITATA POLITICA”

Posted by on Gen 29, 2021

IN DIFESA DELLA  “LÉNGUA DE TATA, PERSEGUITATA POLITICA”

“LEVÀTE ‘O MUSSO” è il Sonetto introduttivo per un’edizione speciale fuori commercio di “Napule e io” Editrice Il Portico 1998.

Con esso sonetto (‹‹la più aristocratica e difficile delle forme poetiche››), l’autore, rivolgendosi a coloro che in poesia non curano la “léngua de tata”, e mancano di anima e cuore, li definisce “ciucci”. Dal testo in prosa, postfazione dello stesso autore, ho scelto, e di seguito vi propongo, anche due pagine che, giustificando lo spirito del sonetto, sono un’arringa in difesa della “lengua de tata, perseguitata politica”.

Levàte ‘o musso

Levàte ‘o musso ‘a copp’ a sti bbazzoffie!¹
Nun so’ ttórze e ccardògne pe vvuie ate …²
‘O canzo ‘e dì ca songo scartiloffieio nun v’ ‘o dongo e vvuie nun v’ ‘o pigliate.³
Pe gghiénchere ‘e cunstrutto sti scartoffie,aggio miso a ffà carte a ttre ppupateca nun ce hanno a cche ffà cu ‘a rrobba loffia:ll’anema, ‘a cerevella e ‘a lengua ‘e tata …⁴

E ca siccome vuie nun ‘e ttrattate,(avite voglia ‘e pusà a ccavallucce,facìteve capace: vuie arragliate),⁵

iàteve a rrusecà virze e ccappucce …
iàte a vvunnà ‘a lutamma, e ccarriate …⁶
iàte, p’e puzze, a vvutà ‘e ngiégne, ciucce!⁷

La premessa al sonetto e le Note seguenti sono di Angelo Tortora Note:
¹ bazzoffie (il testo ‹‹virgolettato›› in questa nota è tratto dalla Postfazione e da Le note di Angelo Manna).
‹‹ … che spàrtere nce have ‘a bazzoffia cu ‘a puisia?
La relazione ce la siamo inventata noi, ma non a sproposito››.Bazzoffia è una forma poetica anomala. Il Manna ne ha composte alcune pubblicate in “Napule e io”:
– una ha il titolo “Serenatella bazzoffia p’ ‘e prufessure ‘e stu cazzo” in 16 strofe di 5 endecasillabi, 80 versi che hanno due sole uscite, le quali si alternano secondo uno schema inusitato ABBAB …
— altra ha il titolo “’A spartenza per soli, coro e orchestra” in 2 quartine di endecasillabi (ABAB) seguite rispettivamente da 2 quartine di ottonari (ABBA), da due volte 3 terzine di endecasillabi (tutti ABABABABA) seguite, ancora rispettivamente, da 2 sestine di ottonari (tutti CDCDCD)
Sono così definite per il significato della parola spagnola “bazofia”:.
‹‹uno zuppone schifoso nel quale si mescolavano disgustosamente avanzi di mense povere, avanzi male assortiti e spesso andati a male: erano minestre non maritate, ma … poligame che non rappresentavano affatto il risultato di preziose ricerche culinarie. Erano figlie dell’arte di arrangiarsi: frutti della miseria e della fame. Dalla Spagna la “bazofia” giunse a Napoli e vi attecchì››..
‹‹Insomma “na mmescapesca” da servire (calde o fredde “fa ll’istesso”) alla spettabile consorteria dei saputi che sanno tutto della metrica e della prosodia e non sanno un tubo della lingua di cui dicono un sacco di cose che vorrebbero far passare per nitriti e invece sono ragli, ragli, ragli››
² non sono questi gli ortaggi scuri, torsoli di cavolo, né i cardi selvatici spinosi a voi adatti
³l’opportunità di dire che sono carte truffaldine inservibili io non ve la concedo e a voi non spetta
⁴per riempire di costrutto, senso e significato, queste cartacce ho designato a far carte tre bellissime donne (Muse) che non hanno a che fare con cose false e scadenti: l’anima, il cervello e la lingua dei padri
⁵e siccome voi non le trattate (è inutile che vi diate delle arie ed ostentiate atteggiamenti e pose da cavalli di pregio, convincetevi, voi ragliate)
⁶andate pure a rodere verze e cavoli cappucci, andate pure a raccogliere letame e a trasportarlo
⁷andate a far girare la noria, quel meccanismo (ngégno) dei secchi che ruotano per riempirsi d’acqua e poi svuotarsi irrigando la campagna, asini!


(Stralcio dalla postfazione di “Angelo Manna NAPULE E IO”):.

‹‹ … la “lengua de tata” ha avuto mille poeti, ma nessuno di loro ha mai fatto testo e fa testo. Giambattista Basile e Giulio Cesare Cortese? Salvatore Di Giacomo e Ferdinando Russo? Ci fanno ridere coloro i quali collocano i quattro tra i “fondatori della lingua napoletana”: i primi due di quella antica, gli altri due di quella moderna … Ci fanno ridere perché non riflettono che nessuna lingua è stata “fondata” mai, né potrà esserlo domani facendo mangiare ad un computer il programma appropriato.
Quale lingua è stata mai “fondata”? Nessuna! A meno che non si voglia sostenere quest’altra cazzata: che l’Esperanto (esso si che è stato “fondato”) sia lingua! Una lingua si forma attraverso secoli e secoli di esperienze storiche consistenti in assimilazioni spontanee (a morte i dotti!…), attraverso acquisizioni e sedimentazioni innanzitutto lente, continue, che non hanno niente a che vedere con pergamene e scartoffie, con penne d’oca e stilografiche, con macchine per scrivere e computer …
E poi: se è vero, ed è vero, che nessuna lingua è mai stata fondata e nessuna lingua potrà mai essere fondata, quale lingua napoletana potrà mai essere considerata la “lengua de tata” al punto che chi ha scritto come quella “lengua de tata” comandava ha fatto testo e fa testo, e chi le ha disobbedito può aspirare giusto al titolo di “Vate dei Popoli Cafardi”? Alcune lingue veraci, e la nostra specialmente, variano da quartiere a quartiere, come le regole di “’a mazza e ‘o pìuzo”, quelle di “uno mpónt’ â luna” o “Vacca ‘e Foggia” che dir si voglia … E perché variano tanto?
Perché certi quartieri sono stati storicamente più o meno “esposti” degli altri. Esposti a che cosa? Ai rapporti commerciali con i popoli vicini o lontani, ai flussi immigratori, agli insediamenti delle truppe straniere di occupazione, ai risanamenti. alle estirpazioni coatte e alle conseguenti deportazioni, agli abbattimenti delle mura, alle decimazioni provocate dalle epidemie, agli spopolamenti totali: uno per tutti, quello scatenato dalla peste del 1656 che uccise quattrocentomila napoletani su seicentomila … Noi sosteniamo che la “lengua de tata” è sempre stata quella dei quartieri strapopolati del centro storico. Napoli ebbe colà la sua culla, e colà i “neapolitani” dettero ufficialmente inizio alla loro vicenda storica che, più morta che storta, è “tale e quale a Bbiutifùllo : fernésce fernésce e quanno te faie ncapo ch’é fernuto, attacca d’’o capo”.
Ma … I citati quattro grandi scrittori e poeti nostri (i primi due quasi da soli) ebbero il merito di tramandarci grammatica, sintassi, modi di dire, usi e costumi, proverbi, mentalità? Certamente. Essi furono grandi anche per questo carattere di “conservatoria” che impressero (pensiamo al “Pentamerone”, alla “Vaiasseide”) alle proprie opere … E già … Ma “noblesse obligeait”: la metrica e la prosodia esigevano, la necessità di dare forbidezza al verso obbligava … E stravisarono il linguaggio popolare per salvare una bella rima o l’armonia di un endecasillabo. Tra Basile e Cortese vi sono differenze abissali? Ve ne sono, e quante!, tra Basile e Basile e tra Cortese e Cortese. E ve ne sono tra Di Giacomo e Russo, e ve ne sono tra Di Giacomo e Di Giacomo, tra Russo e Russo …
Poeti popolari? Popolareschi … E nessuno di loro fu mai popolare … Il popolo seppe mai niente di un Basile che aveva scritto “Lo cunto de li cunte” o di un Cortese che aveva scritto “La vaiasseide”? E di “O funneco verde”? e di “’O surdato ‘e Gaeta”? Il Di Giacomo e il Russo furono popolari al tempo loro: ma solo per le belle canzoni che avevavo scritto e scrivevano e che il popolo cantava. Ed è vero che fra i quattro, il cantore più popolare e meno popolaresco, il più rispettoso dell’anima napoletana fu Russo (e, ahilui, quale muro, poderoso e cattivo, non si fidò di alzare don Benedetto, “lo si’ tutto”, tra la musa di lui, che era il fotografo della parlata popolare e del furbesco, e la critica ufficiale, capintesta egli stesso, che gli preferiva Di Giacomo perché Di Giacomo italianizzava il napoletano, ne mortificava purezza e spontaneità, era il dirozzato che ci voleva per dirozzare, disbattezzare i napoletani, togliere loro il viziaccio di voler rimanere se stessi …): ma il pur rispettoso Russo non fece e non fa testo. La sua scrittura, sì, è popolare, ma è anche tra le più ambigue (“’O, oppure Lo”? “’E, oppure Le”…). E, del resto, non ebbe alcuna colpa il Russo se riuscì solo poche volte ad essere popolare, come non aveva avuto alcuna colpa il Cortese che non aveva fatto migliore riuscita tre secoli prima di lui. “Noblesse obligeait” abbiamo detto poc’anzi, e lo confermiamo.
E, vi è dell’altro. Vi è che, di fronte a tutto ciò che è popolare, il poeta non è il cane da caccia che piglia e porta, ma più grande è, più non è un assimilatore passivo, un contenitore che si lascia riempire restando inerte, ma è un elaboratore, è un interprete che non ripete parola per parola. Egli rispetta accenti, pause, moti dell’anima, humor, modi di strutturare l’espressione: ma soltanto se gli fa comodo. Il poeta è un filtro, non è una spugna. Sicché poco ripete di quanto ode. Poeti non si nasce, perbacco: poeti -se si è artisti- si diventa.
E aggiungiamo a tutto questo che la “lengua de tata” è una perseguitata politica. Potremo mai affermare che Napoli ha una letteratura nazionale? No. E potremo mai scrivere (ih che strunzata!) grammatiche napoletane? Chi ne scrive perde tempo e ne fa perdere … Quale scrittore o poeta napoletano fa testo? E qual’è mai, di grazia, il Popolo napoletano: “chillo ‘e Porta Capuana” o “chillo ‘e copp’ ê Quartiere”?, “chillo d’ ‘o Pallunetto” o “ chillo ‘e vascio â Sanità”? Non è più napoletano verace, oggidì, “nu ddio ‘e cafone revigno e tturzuto”? … De profundis… ››..



“NAPULE E IO – Suniette, strammuotte, bazzoffie e altri versi napoletani” nel 2018 é stato ripubblicato a cura degli Amici di Angelo Manna per i tipi di Homo scrivens.

ANGELO MANNA

(1935- 2001)Giornalista, Deputato al Parlamento, Storico, Poeta

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