Introduzione al separatismo rivoluzionario (II)
La banca toscopadana, vero potente e pervicace nemico del Sud
Con la moneta unica – l’euro – l’idea di una banca centrale e di un sistema creditizio centrato al Sud, il Sud si allontana ulteriormente. (Spiega concretamente e brevemente l’importanza che vi attribuisci].
Peraltro, passata l’euforia delle prime ore, l’Unione Europea si va palesando come una mera agenzia avente per fine il lucro di oligarchie imprenditorial/finanziarie. Che ripercussioni vedi al Sud dall’euro?
Per il popolo meridionale, scarso di redditi e totalmente spogliato di un apparato produttivo, sicuramente l’euro è meglio della lira. La moneta comunitaria si è rivelata parecchio più debole di quanto qualcuno (compreso me) immaginava. Tuttavia, nonostante il calo sul dollaro, l’euro aspira a conservare la sua capacità d’acquisto all’interno dell’area monetaria europea, cosa che sicuramente non si può dire della lira, che, nei cinquant’anni trascorsi, gli italiani furono loro malgrado costretti a vedere passare senza soste da una parità a una minore. E non tanto per debolezza propria, quanto perché FIAT & C. imponevano alla Banca d’Italia l’aggiotaggio al ribasso, affinché essi non perdessero i mercati a moneta forte.
Certo la scala mobile opponeva una qualche difesa a tali giochetti, ma al Sud, dove di grandi aziende, obbligate al rispetto dei contratti collettivi di lavoro, ce n’erano (come ce ne sono) poche, il meccanismo fu un ftatus voci per la generalità degli occupati. Figurarsi per il senza lavoro!Di fronte all’inflazione, il venditore di merci reagisce subito aumentando i prezzi, il lavoratore dipendente (se manca un automatismo che fa scattare il salario) prima o poi impianta una lotta per tentare di recuperare la capacità d’acquisto perduta, ma il lavoratore senza lavoro e senza salario può solo impetrare la giustizia di Dio.
Ogni collettività produttiva (un’azienda-nazione), se vuole continuare a produrre, deve risparmiare una parte del valore prodotto (surplus) e investirlo in macchine e impianti (capitale). Accade, però, che l’azienda-Sud (coloniale rispetto all’azienda-Italia e al sistema capitalistico europeo) sia invisibilmente depredata del suo risparmio ad opera del corso nazionale della moneta; e già ora – e molto più in futuro – della moneta comunitaria.
La ragione per cui ho spesso parlato di banca centrale del Sud (insieme con uno Stato funzionale alla produzione e all’occupazione) non sta certamente nel corso dei cambi, sibbene nella funzione predatoria che lira cosiddetta nazionale ha svolto e svolge in un assetto cripto-coloniale, qual è quello meridionale.
Mi spiego. Oggi, il risparmio si fa in danaro. Il danaro risparmiato, di regola, viene messo in banca. A sua volta la banca lo dà in prestito ai suoi clienti. Ciò è funzionale allo sviluppo economico. Infatti la persona che realizza un risparmio (per esempio, un pensionato che incassa la liquidazione) non lo investe personalmente. Dall’alto lato, chi decide l’investimento (per esempio, un commerciante, un agricoltore, un industriale, un appaltatore) raramente ha tutti i soldi necessari. Il ruolo che l’economia moderna ha assegnato alla banca consiste nel raccogliere il risparmio per metterlo in mano a chi lo impiega. Se questi effettua un buon investimento, la produzione nazionale aumenta.
Fino a qualche tempo fa, nel sistema italiano la borsa contribuiva poco al finanziamento delle imprese, e queste preferivano fare ricorso molto più alla banca che alla borsa. Inutile, poi, ricordare che le borse operanti al Sud sono state chiuse dalla prima all’ultima, ancor prima che i padani fagocitassero i banchi di Napoli e di Sicilia e le banche regionali.
L’idea che l’italiano qualunque ha della banca è parecchio stonata. Altrove, le banche si dividono in base al diverso modo di raccogliere il risparmio e secondo la finalità produttive e non produttive in cui esso viene impiegato. Le banche che finanziano l’agricoltore, di regola, non finanziano l’industriale, quelle che danno danaro alle imprese per un tempo lungo non finanziano chi importa baccalà. In Italia, invece, esistono solo due modelli, le banche e le Poste, che emettono buoni fruttiferi e con il ricavato finanziano lo Stato e gli altri enti territoriali. La banca italiana fa tutto. Quando le cose vanno bene, guadagna danari da tutti le parti, e solo Dio può sapere come li spende. Quando le cose vanno male, paga lo Stato – cioè voi che leggete e io che scrivo. La banca italiana, inventata anch’essa da quel grand’uomo di Cavour, non fallisce mai. Se qualcuno ha sbagliato, a sbagliare sono stati gli altri. Il caso del Banco di Napoli è la spaventosa riprova che la regola non subisce eccezioni.
Quanto al Sud, il problema sociale e politico non è rappresentato tanto dal fatto che il risparmio meridionale è sempre finito a Milano, quanto dall’altro che la banca, qui da noi, finanzia soltanto i consumi, mentre si guarda bene dal finanziare gli investimenti, evidentemente molto più rischiosi.

Con questo sistema, in Sud spreca i suoi surplus in consumi e non può – dico non può – finanziare l’allargamento delle sue produzioni. Se la banca usa i soldi che Ciccio ha risparmiato per fare un prestito a Mico, che vuole comprare una bella cucina Scavolini, il risparmio dei meridionali finisce nel consumo di merci nordiste. Certo Mico ha la sua bella cucina, ma la collettività meridionale ha sacrificato a favore di un consumo vistoso dei mezzi che sarebbe stato meglio destinare agli investimenti produttivi.
Ovviamente Ciccio e Mico, di tutto questo, non sanno un bel niente, e se anche sapessero, non potrebbero modificare l’andazzo. Dal canto loro gli impiegati e i funzionari delle agenzie bancarie, generosamente assorbite dai fratelli padani, svolgono con serietà e professionalità i compiti assegnati loro dalle direzioni generali. Per il resto, qualcuno di loro è interessato alle belle donne, qualche altro alle corse dei cavalli, quasi tutti alla famiglia e alle fortune della Juventus, nonché recentemente a quelle della nostra Ferrari – anzi super-nostra in quanto vince le gare bruciando in volata i nostri danari, anche quelli dei non fans; e come se questo non bastasse riempendo la televisione – pagata da tutti – con spettacoli diseducativi. (E sarebbe il caso di chiedersi per quali dei diciotto morti, che quotidianamente insanguinano le nostre strade, la famiglia Agnelli non dovrebbe comparire dinanzi a una corte di giustizia).
Quasi nessuno s’interessa, invece, di politica; e nessuno di loro sa che lui fa più politica di un leader politico, più di un deputato, più di un ministro, più di un ambasciatore, più di Eugenio Scalfari. Ma cosa succede di così politico dietro le arcigne vetrine delle agenzie bancarie, ubicate sulle strade principali di città e paesi meridionali? Semplicemente questo. La banca riceve risparmio e paga un interesse. Se non commercia la raccolta, non lucra, e se non lucra la borsa la punisce. E se la borsa la punisce, il direttore generale, i suoi più stretti collaboratori e il personale dirigente pagano con la carriera.
Non bisogna dimenticare, infatti, che il guadagno di qualunque banca è dato dalla differenza tra il totale degli interessi che paga e il totale degli interessi che le vengono pagati. Ma gli affari potrebbero andare male anche se la banca presta troppo facilmente il danaro all’impresa che sta già rischiando il suo, cioè a quella che ha più bisogno di credito. Cosicché la banca italiana (nazionale), che è costretta a rischiare perché il danaro raccolto deve pure commerciarlo, rischia al Nord, dove il rischio è minore. Ciò vale anche per le banche locali, le quali, nel caso che i depositi non possano essere commerciati con tranquillità sul posto, li affidano alle loro consorelle del Nord.
Al Sud, il cliente più tranquillo – e più disposto a pagare interessi – è il commerciante; anche lui inconsapevolmente attivo in politica più di un leader. Il commercio è un mediatore essenziale della politica nazionale, in quanto assolve inconsapevolmente al dovere patriottico di drenare il risparmio dal Sud al Nord. Infatti usa il risparmio sudico per comprare al Nord. In buona sostanza, più che di un commerciante si tratta d’un importatore di merci padane (adesso anche europee), che offre in vendita al pubblico meridionale.
Non è necessario che questo meccanismo compia giri vorticosi. Basta il normale consumo per trasformare il finanziamento bancario in una forma di sbocco pre-finaziato dell’industria (ovviamente) padana.
La cosa non solo è antieconomica, distruttiva; è anche e soprattutto immorale. Immancabilmente il liberismo commerciale arricchisce i padroni e i proletari di un paese, e fa un autentico cimitero del mondo restante. Il sistema del libero scambio potrebbe andar bene solo se tutti i popoli possedessero la stessa tecnologia e lo stesso numero di portaerei. In mancanza di ciò, è un vero veleno. Io non dico che le nazioni non debbano intrattenere fra loro scambi commerciali, aggiungo però che l’azienda-nazione non è diversa dall’azienda famiglia. Se un membro della famiglia, che non ha niente da fare, sa pescare, diventa ridicolo andare al mercato a comprare il pesce.
La moneta nazionale è stata, nella storia unitaria, permanentemente un vettore di subordinazione del Sud al Nord. Oggi è, del tutto, il principale. Ma, in sé, la moneta è solo una convenzione. Perciò, quando parlo di una banca centrale meridionale, esprimo un’esigenza subordinata. La principale consiste nel restituire agli uomini del Sud italiano la sovranità sul loro paese; sovranità di cui, il diritto di lavorare e produrre, costituisce la bussola. L’azione separatista ha come obiettivo l’indipendenza. Se mai un giorno si arriverà a tale risultato, un’economia, orientata da una sapiente e civile visione degli interessi collettivi, rappresenta l’unica opzione organizzativa capace di conservarla. La difesa dell’indipendenza non è facile. Quando i dentifrici, i rotoli di carta igienica, la televisione non bastano, è regolare che arrivino i cacciabombardieri e le bombe al Napalm, come nel Vietnam. Comunque dentifrici e televisione sono un’arma capace d’assoggettare i cervelli di masse sterminate di uomini. Ed è giusto e anche necessario difendersi.
L’abolizione del lavoro dipendente è il fine politico e pre-politico – morale, religioso, civile, cristiano, umano – dell’indipendenza. La restituzione ai produttori della libertà ed eguaglianza che la natura proclama in ogni sua manifestazione, è anche il grimaldello per aprire la porta della piena occupazione, una porta fragile e tuttavia tenuta serrata con tutti i mezzi dai liberal-capitalisti, per ricattare, a fine di dominio, gli altri esseri umani.
In un quadro di piena sovranità, la moneta nazionale meridionale sarà solo il misuratore delle relazioni di scambio tra un produttore e l’altro. A livello internazionale non sarà altro che l’indicatore della fiducia che il lavoro meridionale riscuote nel mondo.
Nicola Zitara
fonte
https://www.eleaml.altervista.org/nicola/politica/introduzione.html#protezionismo


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