Alta Terra di Lavoro

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Introduzione al separatismo rivoluzionario (III)

Posted by on Ago 12, 2025

Introduzione al separatismo rivoluzionario (III)
Bloccata l’emigrazione, valvola di sfogo  alle crisi del sistema italiano

Un secolo fa il dilemma al Sud era tra l’essere “emigrante o brigante” Che prospettiva vedi per un giovane sudico, suddito dell’euro e in uno Stato sociale in progressivo smantellamento? Ed in tale contesto, cosa intendi dire quando chiedi “mano libera in materia di rapporti giuridici di produzione”, sostenendo che “senza mettervi mano la questione dell’occupazione non può essere seriamente affrontata”? Di chi, poi, dovrebbe essere questa “mano”?

Precisiamo un punto su cui la capziosità nordista regna sovrana. Il Sud ha goduto soltanto in un ambito limitato dello Stato sociale. Beneficiari i contadini, a partire dagli anni cinquanta, quando con un ritardo di mezzo secolo fu loro riconosciuto il beneficio della pensione e di altre forme complementari d’assistenza; in particolare un premio di maternità (si era ancora in quella fase in cui la nostra amorevole patria faceva assegnamento sulla manodopera sudica per mantenere il livello dei salari vicino alla fame). In precedenza aveva diritto alla pensione soltanto chi aveva le marche sul libretto. Ora, il libretto di lavoro, qui al Sud, non l’avevano neppure gli operai, figurarsi i fittavoli e i coloni! La cosa corrispondeva a uno zappatore meridionale, sostegno essenziale dell’economia nazionale per più di cento anni (e pilastro dell’esercito nazionale), senza quel riconoscimento che i lavoratori della parte ingorda d’Italia avevano invece sin dal tempo di Giolitti. La generalità della norma giuridica (la legge è uguale per tutti) è solo una buffonata. L’ineguaglianza dei cittadini, in Italia, stata programma-ticamente aggirata dallo stesso legislatore, che sin dalla nascita dello Stato sabaudo congegna le leggi in modo da sfavorire il Sud.

Per il resto dei lavoratori non c’era, e non c’è tuttora, una vera copertura, ma solo gli sberleffi di uno Stato camorrista. Infatti, l’indennità di disoccupazione, l’integrazione dei guadagni e simili forme d’intervento – queste sì assistenza vera – al Sud non scattano perché, per legge, è disoccupato soltanto chi ha prima lavorato (cioè in culo al sudico!). In sostanza, l’inoccupazione permanete, la vera dis-occupazione di cui il Sud soffre e di cui ha sempre sofferto da quando è stato sottomesso alle ingordigie e alle angherie settentrionali, non è mai stata assistita da alcuna indennità. Se proprio vogliamo citare un vero e consistente beneficio. Almeno fino a quando quel santo corrucciato e carrocciato di Roberto Formigoni non sfodererà il brando di Alberto da Giussano, gli inoccupati meridionali, nel caso di vitale bisogno, otterranno gratis l’assistenza sanitaria viaggiando, nelle belle vetture costruite dalla Breda in età fascista, fino a Milano e dintorni. Cosa che serve a tenere su i bilanci di alberghetti, locande e tavole calde, altrimenti disertati dall’inclito pubblico lombardo.

La Cassa per il Mezzogiorno e lo Stato Sociale sono stati le più pesanti alluvioni capitate addosso al Sud, ma non per quel che si progettava di fare. Fatte, invece, le cose come la Confindustria volle che si facessero, il Sud, da vittima che era, mercé la nobile arte di Montanelli, è passato alla storica condizione di reo. Scendendo al particolare, un disastro di inaudite proporzioni è stata la dilatazione del pubblico impiego, un provvedimento stimolato dall’esigenza di salvare i rampolli delle classi redditiere, che avevano fornito – e avrebbero dovuto ancora fornire – i reggimenti aborigini (gli ascari) a difesa del sistema cavourrista. La patriottica svolta calò su una società per molti versi ancora morale, scombussola alla radice. Consegnati in mano agli ascari, il pubblico intervento e la spesa ordinaria fornirono gli ormeggi a una classe sociale e politica già alla deriva, inchiodandola sulla testa dei sudichi, come una corona di spine. Pagato il pizzo alla Confindustria, fatte le cosiddette opere di civiltà (quasi che la civiltà potesse essere opera di Misasi e di Mancini), per il resto la spesa pubblica è servita ad appaesare i partiti padani e i sindacati nordisti. Mezzo milione – poco meno o poco più – di occupazioni improprie hanno guastato il mondo meridionale nel profondo. Il degrado morale, deliberatamente esteso alle classi subalterne, ha portato allo sfascio l’antico civismo ed ha alimentato la mafiosità. Casi esemplari ne sono le decine di migliaia di forestali calabresi – dei nullafacenti coccolati dai sindacati e dai partiti – che incendiano i boschi per assicurarsi la pagnotta, e quegli altri nullafacenti dei cosiddetti lavori socialmente cosiddetti utili (come vedete due falsificazioni cavourriste in un concetto di appena tre parole). E c’è solo da ringraziare le disgrazie della lira se il casino va finendo.

La grande trasformazione seguita alla guerra ha coinvolto anche l’Italia. Nel Meridione il mondo contadino, a cui apparteneva oltre il 65 per cento della popolazione, è finito per sempre. Le lotte per la terra, dirottate verso risultati elettoralistici, furono il suo canto del cigno. Con la fine dei contadini, è finita anche l’alternativa o briganti o emigranti.

In assenza di uno Stato indipendente che affrontasse i problemi connessi al passaggio a nuove forme di produzione, il processo di superamento della servitù contadina prese la forma di emigrazione di massa. Né la prima delle due grandi migrazioni meridionali – quella tra 1883 e il 1914 – né la seconda – quella tra il 1948 e il 1973 – servirono a fondare uno Stato, o a inserire il Sud come componente paritaria dello Stato sedicente nazionale. Il mondo contadino sopravvisse alla prima e sarebbe sopravvissuto anche alla seconda, se l’area padana non avesse avuto, a quel momento, bisogno d’inaridire l’economia meridionale con lo smercio delle sue produzioni. Infatti, nei due periodi indicati, la penetrazione delle merci di massa si è presentata con intensità oltremodo diversa. Al tempo della prima, l’industria padana non era ancora nata, e tranne lo zucchero, il tabacco, il grano importato e poche altre mercanzie, il Nord aveva ben poco da vendere al Sud. In quel periodo le risorse meridionali venivano risucchiate attraverso altre vie, principalmente il fisco, l’ufficio italiano cambi, il sistema bancario cavourrista, che ottenne di poter emettere carta, e al solo costo di stampa comprava al Sud prodotti veri. Inoltre la produzione meridionale veniva venduta all’estero. Si tratta di un risvolto – anche se poco investigato – decisivo ai fini del sottosviluppo sudico. Infatti la valuta che il Sud procurava alla nazione (in questo caso come non mai Una), veniva controllata dal tesoro nazionale e da questo ceduta, a prezzi artefatti, agli industriali cavourristi, che se ne servivano per pagare le materie prime, e agli importatori genovesi, che la usavano per speculare patriotticamnete sul prezzo del grano. E tuttavia, non fu tanto il drenaggio delle risorse che portò il Sud alla completa rovina – malgrado tutto l’agricoltura continuava a produrne – quanto l’insipienza, l’estraneità e la malvagità della classe dirigente

. Invece, al tempo della seconda migrazione, mercé gli aiuti americani, le idee americane e la partigianeria dello Stato sedicente nazionale, con Einaudi appollaiato sul trespolo più alto, l’apparato industriale padano decollò. Di conseguenza ebbe un impellente bisogno di clienti. E quale cliente più addomesticato del Sud?

L’offerta di merci – si sa – crea i consumatori di merci. Però le merci importate andrebbero pagate con la produzione e l’esportazione di altrettanto valore (Antonio Serra, economista del 1600). L’assetto coloniale del Sud non resse all’esborso, perché i prezzi agricoli perdevano insistentemente in termini di ragioni di scambio. Incassando ben poco, per pagare gli acquisti, il Sud dovette alienare una parte del capitale naturale, nel caso gli uomini, che andarono a ottimizzare i pallidi bilanci dei padroni di casa delle sette o otto province piemontesi e delle nove province lombarde. Subito dopo svendette anche il territorio, che divenne la fogna in cui (in attesa delle discariche, si fa per dire, abusive) il capitalismo nazionale ha piazzato le sue raffinerie e i suoi altiforni.

Le nostre migrazioni – un fenomeno relativamente recente, di cui sono documentate le motivazioni – ebbero origine e sorgente nel divario tra fame sudica e pane nel paese di destinazione. Però nessuna emigrazione è possibile se il paese d’immigrazione non ha bisogno di mandare la cartolina precetto ai militi a riposo dell’esercito industriale di riserva. Il fatto ci porta a cancellare, dal ventaglio degli odierni, eventuali sbocchi migratori, l’Italia delle regioni ingorde, la Francia e l’Inghilterra, verso cui fluisce l’esercito industriale di riserva extracomunitario, e gli Stati Uniti, serviti dalle orde fameliche che fanno da sozza cornice agli impareggiabili splendori di Wall Street. Stringendo il discorso, una nuova emigrazione di meridionali configurerebbe come possibili destinazioni: il Canada, l’Australia, la Svizzera e alquanto limitatamente la Germania. Ma questi paesi e l’area padana già fruiscono dell’emigrazione meridionale, e chiaramente non hanno bisogno più di tanto. (Per il paese meridionale circa 100 mila emigrazioni l’anno. Siamo quindi lontani dalla valvola di sfogo che servirebbe e che oggi dovrebbe sbuffare non meno di 5 milioni di popolazione eccedente.)

L’inoccupazione dei sudichi è destinata a crescere o a decrescere in proporzione diretta con il movimento demografico. Comunque sia, essa formerà la base di massa per un progetto di liberazione nazionale. Bisogna tuttavia essere consapevoli che l’idea di rivoluzione non nasce solo da fatti repressivi, ma anche e soprattutto dalle idee alternative, da un progetto credibile. Anche le secolari lotte dei contadini non nascevano dalla povertà – o solo dalla povertà – ma dall’ideale di godere i frutti del proprio lavoro. E anche questa volta saranno gli ideali popolari a produrre la rivoluzione.

Ma quali? Oggi, se un paese è privo d’industrie, si sente non libero. Così sogna di costruirsele. Non c’è forza al mondo che, alla lunga, possa impedire agli uomini d’inseguire il progresso materiale. Non c’è riuscita la Chiesa cattolica, non ci riuscirà nessuno.

La rivoluzione, in quanto idealità, è simile alla religione nell’analisi di Feuerbach, un rispecchiamento in cielo dei problemi di questa terra, nonché l’anelito a superarli. L’idea di cambiamento imbussolata nel cappello rivoluzionario potrebbe non essere l’ideologia corrente dell’avere beni in quantità maggiore, ma persino un civile progetto di star meglio, di vivere più sereni e tranquilli, che non è una cosa a cui aspirano soltanto i vecchi. Poco o molto, gli uomini hanno capito che il mondo naturale sta preuccupantemente deperendo, e che il deperimento della natura rappresenta un pericolo per l’esistenza umana, quella di ciascuno, e quella dei figli di ciascuno. Lo sviluppo – cioè il diritto a non subire la tracotante invasione di merci straniere – già da tempo è una religione con miliardi di seguaci nel mondo. Tuttavia il processo di liberazione dall’imperialismo è frenato dal fatto che il capitale e le tecnologie sono in mano agli imperi-sanguisughe. Si tratta di un problema che non riguarda il Sud italiano, il quale possiede i capitali occorrenti e gli uomini preparati, e deve soltanto scrollarsi di dosso i vincoli che lo Stato cavourrista frappone al suo decollo. Nelle maggior parte delle altre situazioni, invece, il problema esiste e, dopo il crollo del comunismo è necessario un progetto diverso. Nelle more, forse proprio il tramonto dell’idea comunista pare aver suggerito ai popoli una tacita subordinazione ai capitalismi nazionali. L’espressione paesi in via di sviluppo non è sempre falsa. Il Sudest asiatico, il Nodafrica, l’America latina, si muovono, anche se attraverso mille difficoltà. La loro crescita non tocca gli interessi dei capitalisti imperiali, ma incide sull’ entente cordial tra imperialisti e aristocrazie operaie, che vedono scemare il loro privilegio. Cosa che potrebbe avere un singolare epilogo, cioè che Marx avesse ragione nel localizzare la tomba del capitalismo tra l’Inghilterra e la Germania.

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Il separatismo rivoluzionario è un tentativo di una risposta relativamente al Sud italiano. E’ evidente che il mercato europeo è giunto ad un alto grado d’integrazione e di penetrazione. Storicamente l’ampiezza del mercato (nella categoria mercato includo le infrastrutture e tutte le economia esterne) definisce anche l’ampiezza geografica dello Stato, della funzione politica, del prelievo fiscale e dell’ordinamento militare. La categoria Stato implica a sua volta la categoria governo, e quindi la categoria sovranità. Avremo sicuramente una sovranità europea formalizzata. Questo Stato continentale non sarà, però, una nazione, una somma di uomini, di cittadini, simile alla nazione inventata dalla borghesia vincente nel 1789. Torneremo indietro (per qualche decennio o qualche secolo) al federalismo dell’Impero Carolingio, alla contea di Borgogna e al ducato di Allemagna, cosa di cui il federalismo fiscale di Miglio, Tremonti e Cacciari è la versione pacchiana (il fottisterio legalizzato di industrie e banche). Uno della mia generazione non può non contrapporvi l’attento studio di Francesco Compagna sulla regionalizzazione dell’Europa (se ben ricordo L’Europa delle regioni, credo ESI – Edizioni Scientifica Napoletane, credo fine degli anni Sessanta). E non lo ricorda soltanto per la pertinente analisi delle formazioni sociali sub-nazionali come si presentavano a quell’epoca nell’Europa dei Sei, ma anche e soprattutto perché quarant’anni fa l’idea d’Europa non veniva da chi speculava sulla produzione (banche, capitale finanzieriario) ma era coerente alla produzione reale (delle cose, delle merci, dei servizi). D’altra parte Miglio e Tremonti pedinano gli gnomi di Francoforte. Fanno bella mostra di sé nel serraglio. Infatti, così com’è organizzata, l’Unione Europea somiglia a uno zoo. Una sommatoria di popoli impediti alla fusione e confusione dalle gabbie confindustriali e sindacali frapposte dai padroni e dai sindacalisti nazionali; popoli senza un governo che possa porsi i problemi di fondo e senza un parlamento che possa decidere altro se chiudere o non chiudere le finestre dell’aula.

La cosa ci tocca, però, soltanto dal lato estetico. L’attuale posizione geo-economica del Sud italiano è innaturale e anacronistica (le guerre religiose tra cristiani e mussulmani sono finite cinquecento anni fa). Non ci stiamo a fare le sentinelle confinarie dell’Europa comunitaria, come ci è toccato fare per ben un millennio i guardacoste del papa romano. Lo scioglimento dello stato cavourrista e il trionfo del federalismo famelico agevoleranno il cammino dell’indipendenza e l’inclusione del Sud in un scenario politico che in qualche modo ripete i confini del mondo bizantino: all’interno la Grecia, la Turchia, il Libano, la Siria, la Palestina, l’Egitto, la Libia, Malta, Cipro, nonché Israele se e quando sarà guarito del suo effettivo neo-nazismo.

Il nostro progetto porta al rifiuto della Comunità Continentale Europea. L’inclusione sarebbe, infatti, servile, e non solo a causa della scarsità di attrezzatura industriale che porta all’idea di ricostruzione, ma anche nel senso che saremmo ulteriormente costretti a piegarci a una cultura che non è nostra e che istintivamente non riteniamo meritevole d’imitazione.

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Il capitalismo non mira alla piena occupazione, ma al profitto. C’è da aggiungere che la crescita capitalistica non porta nuova occupazione nella misura che eravamo abituati a vedere. Per giunta, la crescita vertiginosa del profitto ha ripercussioni più negative che positive sulla condizione delle aristocrazie operaie. Per quanto concerne il Sud, lo sviluppo capitalistico è stato azzerato quando era già un fatto in itinere. Oggi è impossibile. Questo paese è stato consegnato e affidato alla mafia, alla quale è però negato un inserimento nelle attività cosiddette lecite (l’illecito è commerciare le Marlboro, non produrle appositamente per i commercianti in nero!). C’è poi il gioco sporco dei sindacati, che, per continuare a governare il mondo del lavoro pretendono di essere essi, ed essi soltanto, a contrattare la ritirata dei salariati e a firmare contratti sempre più jugolatori per i lavoratori, tipo l’abdicazione alla scala mobile. Non mancano infine gli interessi degli ascari, i quali, in un Sud di occupati, non avrebbero più modo di contrattarsi il voto.

Ma forse peggio. Uno sviluppo del Sud potrebbe essere impedito con la violenza, attraverso qualche forma di violenza politica, perché farebbe venir meno ogni forma di disoccupazione, persino quella intellettuale. Si sa, il pieno impiego è nemico delle paghe basse. Un aumento dei salari porterebbe a consistenti aggravi nel settore del pubblicoimpiego e le aziende capitalistiche, in particolare le mai troppo lodate banche, vedrebbero diminuire pericolosamente i profitti. Insomma altererebbe la condizione del mercato del lavoro in Italia, provocherebbe una crescita nazionale dei salari proprio adesso che i nazionali capitalisti – dopo tanto soffrire – stanno facendo affari d’oro a duemila carati.

Una separazione che porti a due Italie capitalistiche? Oggi sarebbe un non senso. Il capitalismo attuale è uno, e uno soltanto. E’ apolide, già globale. Solo il livello dei salari è nazionale e subnazionale, in corrispondenza della disoccupazione. D’altra parte l’oggetto del separatismo meridionale non è lo sviluppo, almeno in prima istanza. Ma è la fine dell’inoccupazione, cioè la piena occupazione anche a costo di trascurare la produttività del lavoro.

A un lavoratore che, in una fase avanzata, produce due sedie al minuto, con una ricchezza prodotta che si irraggia per vie traverse sulla società, noi preferiamo quatto lavoratori occupati che producano ciascuno una sedia ogni due minuti. Infatti produrre – e farlo nel proprio ambiente – rappresenta l’appagamento di una vocazione generale degli uomini. La produttività deve essere contemperata con l’occupazione, altrimenti non ha senso umano. Se invece del profitto capitalistico si avesse un normale frutto del proprio lavoro, solo chi lavora meglio o produce in tempi minori guadagnerebbe di più. Chi fosse fuori mercato avrebbe il tempo di trovare un diverso lavoro, senza incorrere in una punizione stupida e rovinosa per il debitore e i creditori, qual è il fallimento. Ora, il capitalismo non può dare questo.

Qui siamo al capitolo centrale del marxismo. I rapporti di produzione di tipo capitalistico sono divenuti al Sud un vincolo allo sviluppo economico. Il Sud può essere portato avanti solo da un lavoratore senza padroni. Ho sviluppato questa tesi nell’opuscolo Tutta l’égalité, il cui punto nodale è l’abolizione del lavoro dipendente, conservando però lo scambio di valori. Cioè: resterebbero in piedi il mercato e la proprietà (di macchine e attrezzi), che non sono stati inventati certamente dai capitalisti, ma dall’uomo indistinto nel processo di socializzazione e nel corso dei millenni.

La mano che porterebbe avanti il progetto non potrebbe essere altro che quella socialista. Un socialismo capace di avere perplessità, timori e rispetto dell’umana dignità, più o meno come al tempo della Seconda Internazionale.

La mafia pro democrazia e pro capitalismo

Che lettura dai del sistema mafioso? Questo sistema di accumulazione illegale di capitale come s’intreccia, nell’era dell’euro con il sistema legalizzato di accumulazione capitalista? E che problemi porrebbe ad un processo sudico di liberazione?

Prima dell’ultima Guerra Mondiale, nella Sicilia occidentale e nel reggino calabrese, la mafia (sinteticamente per malavita contadina) aveva uno spazio sociale e lavorativo nelle guardianie dell’acqua per l’irrigazione dei preziosi agrumeti – preziosi non solo per i proprietari, ma anche e forse soprattutto per l’economia nazionale, essendo arance, limoni e mandarini la voce più importante delle esportazioni nazionali. Al tempo del fascismo la mafia era soltanto un problema criminale. Un problema sociale – e non solo nelle zone mafiose – era semmai la netta separatezza tra mondo urbano e mondo contadino. Gli urbani, non solo volevano che i contadini avessero una condizione sottomessa, ma una parte di loro – la piccola borghesia impiegatizia e commerciale – inclinava anche a emarginarli, a tenerli fuori: i forisi.

Nel dopoguerra il problema criminale diventa secondario. Con la democrazia politica si fa spazio una cultura criminale più tollerante. Cresce invece, nelle zone agricole, la frizione sociale, in quanto il mercato nero, prima, e la più efficace penetrazione dell’economia di scambio, poi, spingono intere falangi di contadini a inurbarsi, per inserirsi nel piccolo commercio. I nuovi orientamenti politici nazionali portano infatti all’eliminazione degli impedimenti precedentemente frapposti alla penetrazione dei contadini nel territorio degli urbani; quelli legali voluti dal fascismo e quelli classisti – invisibili legislativamente, ma molto forti – dell’epoca anteriore. Il nuovo conflitto è alquanto rispecchiato, nello schieramento politico, dalle formazioni estreme: la destra monarchico-fascista a favore degli urbani e il partito comunista a favore dei contadini. Dal canto loro i partiti intermedi – democristiani, socialisti, repubblicani, liberali, socialdemocratici – accettano l’esodo contadino e cercano di mediare le frizioni, con parecchia tolleranza per l’aspetto criminale.

Alla genesi dello Stato repubblicano bisogna riportare anche la rinascita del vecchio clientelismo prefascista. Sul piano elettorale i contadini meridionali hanno lo stesso diritto al voto dei veri cittadini. Anzi negli anni del dopoguerra sono persino politicamente rappresentati da due partiti: i comunisti, che fanno immaginare la fine dei padroni-redditieri, e la democrazia cristiana che offre i mezzi per la formazione di una classe di coltivatori diretti. Ma nel corso della Ricostruzione cosiddetta nazionale l’immaginario comunista sfuma, mentre sul versante della formazione della piccola proprietà coltivatrice il processo è lentissimo.

Al Sud, altro non c’è. Di conseguenza, quando l’arcaicità del progetto comunista diviene chiara, i contadini perdono almeno uno dei due punti di riferimento endogeni, essendo, gli altri partiti, delle formazioni politiche nordiste, calate al Sud con programmi fatui ed esotici. Siamo nei primi anni cinquanta. A questo punto comincia la farsa. Il PCI ripiega senza una vera resistenza; la D.C. incalza, ma nel frattempo il suo progetto ruralista viene superato dai fatti, cioè dalla fuga dalle campagne in seguito alla più penetrante diffusione delle merci settentrionali. Messo in difficoltà, il partito cattolico risuscita il modello giolittiano di governo del Sud, e lo estende alla campagna.

L’espansione della mafia ha le sue radici in tale passaggio. Per il candidato – regolarmente un urbano – i contadini sono difficili persino da raggiungere; e se raggiunti, contestano, perché l’interessata intrusione d’un urbano fa riemergere l’antica sfiducia e i temi del permanente conflitto. Comprare il consenso del capobastone contradaiolo diventa, allora, per il candidato, il passaporto per ottenere il voto contadino.

Il risultato è positivo (ovviamente per la D.C.) cosicché, dove la mafia è assente o ha una debole presenza, l’eletto fomenta i capibastone perché si prodighino a suscitare imitazione intorno al voto di scambio. I nuovi adepti vengono accarezzati, coccolati. Nel reggino, i gruppi mafiosi, che avevano complessivamente la dimensione di qualche migliaio di adepti, passano ad averne decine di migliaia.

Ma cosa riceve il boss campagnolo dal politico? Certo non terra, non siamo più all’assetto feudale. Il candidato può donare solo Stato, spesa pubblica. La sanità ospedaliera non è ancora nata e la Cassa per il Mezzogiorno è solo al decollo. D’altra parte il sistema centrale, se incoraggia il malaffare a livello locale, a livello centrale ha ancora qualche pudore. E’ quindi sui bilanci dell’ente locale che finisce per gravare il costo del voto mafioso. Le opere pubbliche comunali e provinciali diventano la merce di scambio, il premio per i servigi negoziati. Vedendo premiato il rurale, il piccolo borghese mugugna e porta il suo voto alla destra. Il mondo contadino in crisi senza altra uscita lecita che l’emigrazione, invece apprezza. Un salario settimanale, per una fatica molto meno pesante di quella agricola, rappresenta un passo avanti, schiude la strada all’inurbamento.

Fatto il primo passo verso i commerci e la cultura del profitto, diventa facile per il boss campagnolo capire l’affare delle bionde che qualche confratello arrivato dall’America offre. Poi, negli anni sessanta i suoi orizzonti mercantili si allargano. La Cassa per il Mezzogiorno, gli ospedali, le strade che vengono aperte per una più agevole penetrazione delle merci settentrionali, si coniugano meravigliosamente con il voto clientelare. Il partito vincente non è una formazione politica ma il notabile elargitore di appalti. Intanto matura un’altra generazione. Gli appaltini truccati, i subappalti concessi dal grande appaltatore, sempre padano, che si adatta al sistema pur di far quattrini, e il commercio delle bionde, non bastano più a impiegare tutti. Le nuove leve scalpitano; le gerarchie, che in campagna avevano il valore di regole tradizionali, entrano in crisi. Un carattere saliente del mondo borghese, la reattività alle nuove offerte, penetra nelle arterie contadinesche. In termini mafiosi siamo ai sequestri di persona, al racket all’americana, alla polverina. La mafia, uscita penosamente dalle riserve contadine di giolittiana e mussoliniana memoria con i buoni uffici del clientelismo politico, arricchisce. Complessivamente il budget è consistente, ma individualmente non va al di là di una ricchezza locale. I boss sono ancora dei paesani. La loro ambizione è d’ottenere il rispetto dei borghesi. Si mettono, così, ad acquistare terre e vi piantano vigne e oliveti; si fanno costruire palazzi signorili, aprono alberghi, spesso lussuosi. I loro figli vanno a scuola per diventare medici e ingegneri. Insomma i figli dei corsari di Sua Maestà Britannica nominati baronetti.

Sulla soglia degli anni Ottanta, quando è ancora vivo fra i contadini il bisogno sociale del riconoscimento borghese, con un po’ di sapienza politica, forse, il processo capital-mafioso avrebbe potuto essere rovesciato e – forse – azzerato. Il boss proprietario di oliveti, il figlio medico ospedaliero: alla fine, la cosa sarebbe stata digerita dai borghesi, tanto più che si era verificato un ribaltamento del predominio culturale. La mafiosità, cioè la prepotenza e l’incivismo, si era diffusa, come stile negoziale, fra i ceti borghesi. Avvenne invece che il PCI di Berlinguer – non mordendo più nelle campagne, anzi in tutto il settore meridionale del lavoro – decise di cambiare la classe di riferimento. Abbandonato il popolo alla sua secolare dannazione, passa ad amoreggiare con la piccola borghesia. La Rivolta di Reggio è la cartina di tornasole di detta involuzione. Ma cosa portare in dono a una borghesia allo sfascio e senza più ideali? Se il PCI non poteva dare in positivo, poteva dare in negativo. Il numero vincente sulle ruote di Napoli e di Palermo è il disagio dei borghesi sopraffatti dai rustici, la profonda avversione degli urbani verso il contadino invasore.

Quando il PCI decide di passare dall’altra parte, diventa immediatamente il paiolo in cui l’antico odio sociale può cagliare una nuova fermentazione. E’ difficile dire se fu una deliberata scelta della direzione centrale, oppure l’insipienza dei quadri periferici – il tema merita approfondimento – fatto sta che l’offensiva contro la mafia si trasformò nell’imputazione di delinquenza alla cultura contadina (Pino Arlacchi). Il fatto che la quasi totalità dei magistrati venisse dal mondo urbano, e nutrisse verso i contadini l’avita avversione, fece il resto. Con tutte le morbidezze che partiti e magistratura avevano avute con il malaffare, che coinvolgeva contemporaneamente mafiosi e politici, sparare sulla mafia soltanto – assolvendo pregiudizialmente i notabili e il sistema politico e amministrativo – dette l’idea di una caccia alle streghe, di un’operazione hitleriana, di una notte di San Bartolemeo giudiziaria (i cui nefasti lasciti divennero peraltro nazionali nel caso di Tangentopoli). E infatti molti non accettarono l’idea d’invertire le colpe: di assolvere la politica e di sparare a zero su tutto il mondo rurale e di origini rurali.

Uno di questi spari – la Legge Rognoni-La Torre, ebbe la portata di un disastro sociale. Infatti i mafiosi cessarono d’investire in roba al sole, in piccole cose che in sostanza rianimavano lo stanco spirito d’impresa meridionale. La mafia piantò le sue tende a Milano. L’allarme di Piero Bassetti, al tempo presidente della Regione Lombardia, non allarmò né la banca, né la borsa, né il governo. Pecunia non olet. Quei soldi servivano all’economia nazionale, completamente piegata.

Con Milano come base, i mafiosi hanno impiegato meglio i loro danari, abbandonando ideali familiari appartenenti a un mondo antico, per ideali amerikani. I loro figli non studiano più da medico e da ingegnere, ma imparano le tavole dell’economia bostoniana.

Però la mafia ha bisogno di uomini. Essendo una potenza economica pari a più volte la FIAT, usufruisce al Sud di un possesso degli uomini simile a quello della Chiesa, che vince le sue battaglie senza schierare una sola divisione. A entrambe basta condividere il territorio con lo Stato italiano. E’ supponibile che Stato e mafia intrattengano un tacito concordato, il quale prevede ciò che la mafia deve dare e ciò che le è concesso in cambio. I giudici in prima linea, il pentitismo, i morti, non sono finzioni, anche se allo Stato servono da alibi: coprono inconfessabili vergogne italiane, come il berretto a sonagli di Pirandello. Ma la guerra vera non c’è, ciò che vediamo sono scaramucce. La mafia è ben più vasta. Essa ha copiato il sistema capitalistico di comando, che usa la democrazia come un ballo dei pupi. Non siamo più all’onorata società, gerarchizzata, di sessant’anni fa – un corpo immobile e immobilistico – ma una dinamica ONU del malaffare, con un Consiglio di Sicurezza composto da multinazionali senza sede visibile e con un marchio di fabbrica ignoto (o non noto alla gente comune). Questo potentato, ufficialmente illecito, lascia che la plebe mafiosa si formi all’impiego dei mitra e dei bazooka.

Non le interessa uno scontro con uno Stato italiano, che, volente o nolente, le mette a disposizione le economie esterne necessarie alle sue attività, a cominciare dai clienti, dai committenti, dalle scuole, dai servizi, per finire ai porti, agli aeroporti e alle reti telematiche.

Con l’incalcolabile potenza economica di cui dispone , essa comanda lavoro (nel significato che Adam Smith dava alla parola: paga un lavoro a) milioni di meridionali. Oggi tutto il Sud è mafia, e la mafia è tutto quel che il Sud può essere. La sovranità statuale sul Sud non le serve. Ma, se per ipotesi decidesse d’averla, l’avrebbe nel corso di una sola notte. Perché è certamente in condizione di mettere assieme, in ogni paese e città, un plotone di arditi disposti a tutto. Più un corpo di riservisti allargato ai componenti di sette/ottocentomila famiglie. Molto, ma molto più delle camicie nere che il 28 ottobre del 1922 marciarono su Roma. Certo, mille plotoni non fanno un esercito. Per avere un esercito bisogna che ci sia la tenda del generale, l’accampamento per i militi, le vettovaglie, un sistema di comunicazioni, la polveriera, la torre con le sentinelle, lo stendardo, ecc. Ma più d’uno ha il dubbio che abbia già provveduto a queste cose, magari stanziando all’estero tutta la sua logistica.

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Tutto ciò premesso, rispondo alla domanda. Se l’Europa ha accettato l’Italia, vuol dire che ha accettato anche la mafia. Con le sue attività illecite, la mafia tiene legato economicamente, socialmente, militarmente, il Sud all’Italia. La sua funzionalità per l’esportazione delle armi serve a tutti i grandi paesi di Maastricht. I dollari che incassa rappresentano una voce attiva nella bilancia europea dei pagamenti, specialmente in una fase di euro calante. Semmai, per l’Europa, il pericolo è che essa cambi banchiere. Ciò ulteriormente chiarito, va da sé che, se il Sud vuole liberarsi dalla mafia, deve liberasi dall’Italia e dall’Europa. Eliminato il doppio gioco, sarà possibile, anche se non facile, battere la mafia. Come? Se minacciata nei suoi interessi di lungo periodo, la mafia diventa pronta alla guerra, quindi non c’è altro mezzo che la guerra.

Ancora sul sistema bancario coloniale

Sostieni che il credito al commercio delle banche operanti al Sud è sinora servito a fluidificare gli sbocchi delle merci industriali e agricole padane al Sud. Le banche da tempo finanzierebbero non più l’investimento ma il consumo. Il consumo meridionale che avrebbe cosi non solo finanziato il capitale padano ma pagato anche gli interessi passivi Puoi circostanziare meglio questo passaggio?

Al Sud italiano, la banca si concretizzata in un’istituzione malefica a base usuraia, parassitaria e burocratica. Il prolungamento sudico della banca nazionale italiana configura un’istituzione che sta fuori del mercato. Non opera come un’azienda commerciale, ma come un robot, come una macchinetta per le sigarette. Segue schemi, e non l’economia.

Per prima cosa le aziende nazionali sono troppo numerose in rapporto al prodotto interno lordo meridionale. Ognuna di esse sostiene spese fisse incongrue rispetto al modesto giro d’affari, e ciò ricade in modo negativo sia sul risparmiatore sia sul mutuatario, riducendo la remunerazione del primo e aggravando i tassi a carico del secondo.

In un paese che produce poco e dove il risparmio è scarso (in rapporto al Nord), esso dovrebbe andare incoraggiato, sollecitato con interessi più elevati. Almeno così vorrebbero gli automatismi di mercato. Però le banche, su questo versante, fanno finta di niente e danno sempre una spiegazione che sembra logica e pratica: il costo del servizio è eccessivo rispetto agli utili che produce. Esatto, ma perché vi scapicollate a aprire tanti sportelli? Rispondono: ci assicuriamo delle buone posizioni per il futuro, sottinteso: il quale sarà certamente migliore. Speriamo che sia veramente così, intanto i costi del futuro, non li sopporta l’azienda che ci scommette, ma i suoi clienti.

Comunque sia, il risparmio meridionale è sovrabbondante rispetto all’utilizzazione che il Sud ne fa. Infatti una parte consistente, circa il 25 per cento parte dagli sportelli meridionali e fa un lungo viaggio per essere messo a disposizione degli sportelli centrosettentrionali. Siamo, qui, alla seconda violenza che l’istituzione bancaria nazionale fa agli automatismi di mercato. Infatti la regola sarebbe che, quando una merce è sovrabbondante, il suo prezzo scende. A depositi sovrabbondanti (rispetto alla domanda di credito) dovrebbero corrispondere tassi di sconto ribassati. Invece il Sud paga interessi almeno doppi che a Milano, Torino e Bologna. Fino a qualche tempo fa, banche come la Cassa di Risparmio di Calabria e Lucania spogliavano letteralmente il debitore con tassi spesso superiori al 30 per cento, che quando il rapporto finiva in tribunale diventava, per via delle spese legali spropositate, il 100, il 200 e anche il 300 o il 500 per cento. Pareva che i tribunali meridionali non avessero altra funzione che quella di portare alla totale rovina i debitori inadempienti. In un paese dove una causa civile dura mediamente dieci anni, le banche ottenevano giustizia a tamburo battente e senza che mai un giudice nominasse un perito per stabilire se il credito vantato non fosse infarcito di profitti illeciti e correttamente definito nell’ammontare. Sentenziavano che la banca aveva ragione, e che meglio di lei, nessuno poteva fare i conti.

Oggi che la soglia dell’usura si è dimezzata, non c’è banca che non spelli il cliente con un tasso reale del 14,75 per cento. Le banche mangiano pure la notte, si diceva al mio paese quand’ero bambino. Con questo vampiro che succhia il sangue degli innocenti annidato alle sue spalle, nessuna azienda meridionale, fermo restando il sistema, può avere un avvenire. Prima o poi la banca se la mangia. Si tratta di una regola storica, e sarebbe bene che la storia la santificasse e compilatori delle leggi la rendessero visibile.

La banca ragiona nell’interesse del Nord. Maggiore è il risparmio disponibile sulle piazze settentrionali, minore è il tasso di sconto. E qui abbiamo la vera spiegazione del numero di sportelli sproporzionato rispetto alle attività del povero Sud. Il danaro sporco è un bene nazionale, e niente è più autenticamente nazionale nel Nord.

Il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia e centinaia di altri minori istituti sono arrivati sulla soglia del crac a causa una selezione fra la clientela mafiosa. I mafiosi ricchi e portatori di danaro trovavano larga accoglienza nelle agenzie milanesi e torinesi; i mafiosi scalcinati e truffatori, invariabilmente raccomandati dal notabile di turno, finivano in quelle meridionali.

L’ammontare del risparmio meridionale drenato a favore degli sportelli padani, è dato pubblico, visibile. Ma vi è un drenaggio ancora maggiore. In un tipo d’azienda in cui il personale costituisce il costo più importante, la sede centrale attira le rendite realizzate in periferia e fonda la sua corte. E’ lì che si concentra il lavoro meglio remunerato dei consiglieri d’amministrazione, dei dirigenti generali, dei dirigenti centrali, degli adetti agli uffici studi e agli uffici legali. Ed è in queste stesse capitali che si riversa la munificenza delle banche, i cui azionisti sono in genere pubbliche istituzioni locali e non possono per legge mirare al lucro. Teatri, biblioteche, pinacoteche, musei, case editrici, bande musicali, stampatori, designer dell’Italia padana vivono una vita prospera, mercé i donativi di banche nazionali. Una forma di colonialismo anche nella dislocazione del personale. Gli addetti più capaci, che sarebbero sommamente utili dove la vita economica mostra maggiori difficoltà, sono attirati nelle capitali bancarie, dove basterebbero capacità mediocri.

Lo spettacolo che offre il personale bancario impiegato al Sud è desolante. A volte il livello scolastico è buono, ma la formazione economica fa letteralmente sorridere. Totale è, poi, la sconoscenza della specificità dell’ambiente economico in cui operano. Informazioni a livello di marciapiedi. Giudizi da caffè. I dirigenti si muovono a lume di naso: fiutano l’aria come il Commissario Rex. E vanno avanti con il fiuto, rimescolato alle prescrizioni evangeliche delle direzioni centrali. Da questo impasto viene fuori quello che tutti vediamo: il monte di pietà, il credito di consumo. Per giunta concesso solo ai pubblici dipendenti, sulla base della cedola del tesoro. La più impegnativa tra le operazioni attive è rappresentata dall’acquisto, per conto del cliente, di un Bot; eccezionalmente, quando il cliente si lascia convincere, dell’acquisto del un titolo che la direzione centrale spinge in quel momento.

Spesso mi chiedo perché non ci lasciano con le vecchie e rassicuranti Poste Italiane e non se vanno. Infatti, al Sud, la banca nazionale fa un’altra cosa, non certo la banca. E’ come se fosse un travestito, un’azienda né carne né pesce, che non osa fare il suo mestiere, né nella forma antica del monte di pietà, né in quella moderna. La banca moderna è nata per mettere a disposizione degli operatori economici il risparmio raccolto e il danaro fiduciario che è autorizzata a creare. Come annotò Schumpeter, la banca è un polmone che dà l’ossigeno con cui l’industria respira. Mobilizzando ricchezza immobilizzata e creando danaro fiduciario, la banca alimenta la produzione e l’attività delle persone. Tutto questo, qui da noi, si riduce a una bomboletta di gas lacrimogeno. Chi ha da fare con la banca, piange soltanto. Mai uno che rida.

fonte

https://www.eleaml.altervista.org/nicola/politica/introduzione.html#Introduzione

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