Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

Introduzione al separatismo rivoluzionario (IV)

Posted by on Ago 14, 2025

Introduzione al separatismo rivoluzionario (IV)
Uno Stato indipendente e sovrano  in funzione della piena occupazione
Megale Hellas Lo stato della Grande Grecia

Si inserisce in questo contesto la tua tesi che il livello dei salari al Sud potrebbe essere di due terzi più basso se i lavoratori non dovessero pagare i loro alimenti ad un prezzo tre volte maggiore che sul libero mercato internazionale? Ipotesi che ritieni sia divenuta un non senso con il passaggio capitalistico – per l’accelerazione della competizione globale – dal cosiddetto stato sociale ad uno assistenziale per gli indigenti cronici. Eppure la richiesta, per il Sud, di gabbie salariali, cioè la riduzione del costo del lavoro. resta un tema ricorrente Potresti circostanziare meglio la tua tesi?

Il mercato agricolo comunitario è evidentemente falsificato dal fatto che l’Unione Europea, come tutti i paesi imperialisti – dall’Inghilterra di Gladstone agli USA di Clinton, è liberista a casa degli altri e protezionista a casa propria.

Il Sud, pur essendo dentro l’U.E., fa parte degli altri, e perciò soggiace – invece che partecipare – al protezionismo comunitario e alle frontiere daziarie elevate a difesa dei settori che s’intende proteggere.

La falsificazione dei prezzi, rispetto al mercato mondiale, è di 1 a 3 per il grano, di 1 a 6 per il latte e i suoi derivati, di 1 a 5/6 per la carne. Se facciamo un salario pari a 80 mila lire al giorno e calcoliamo secondo l’ISTAT che a questo livello una famiglia spende almeno il 50 per cento in alimenti, le 40 mila lire potrebbero diventare soltanto dieci. Le altre 40 mila finiscono all’ottanta per cento (cioè lire 32 mila) in benzina, telefono, gas, alloggio, svago. Ora, questi beni hanno a loro volta un prezzo falsificato della metà almeno, a causa del costo della vita. Abbiamo così 16.000 (invece che 32.000). Sommando 10 + 16 + 8 (che rimangono), si ha 32.000.

E’ un conto grossolano, ma realistico. E a un salario giornaliero di 32.000 ridiventa economico persino raccogliere le arance.

Circa la condizione operaia, per rispondere non ci vuole la zingara. L’alleanza secolare tra capitalismi nazionali e aristocrazie del lavoro sta andando al macero. Non c’è Cofferati che tenga. Il panorama salariale non è più nazionale, ma globale, cosicché ogni capitano d’industria che si rispetti intende correre l’avventura dei salari albanesi o indiani. Ora, né in Germania, né in Francia e neppure in Italia c’è la possibilità di un’occupazione da primari ospedalieri che pareggi nel numero le forze del lavoro manuale, o quasi manuale, che rimangono senza lavoro. Indubbiamente, la strada imboccata dal capitalismo europeo porta a: Proletari di tutto il mondo unitevi! Nonché a una lapide posta a ricordo del defunto capitalismo. Ma prima che ciò avvenga, la corsa all’esternazione del lavoro subordinato ci darà quel che già vediamo – e cioè il declino inarrestabile delle remunerazioni operaie, il tramonto della parte normativa dei contratti collettivi, il ritorno al primo ottocento per la condizione operaia, la resurrezione della questione sociale.

Se questo non vi convince, osservare la curva delle nascite. Fra i produttori, il malthusianesimo volontario si ha quando regna la paura per ciò che aspetta i figli da concepire.

Siccome l’Occidente è – alla fin fine – figlio di Socrate e di Cristo, la Caritas internazionale avrà anch’essa un otto per mille, con cui offrire qualche minestra calda agli indigenti.

E veniamo alle gabbie salariali. La loro abolizione ebbe il fine precipuo di legare al PCI gli operai occupati nelle industrie di Stato a Napoli, a Taranto, in Sicilia. Su tale fronte l’esito fu positivo. Per il resto fu una autentica stronzata, in quanto slegò gli occupati dalla massa dei diseredati. Il Sud proletario, in mano al populismo di destra, i fatti di Battipaglia e di Reggio sono l’esito più dissuadente della politica delle cosiddette sinistre nel Sud.

Reintrodurle ora? Non pare serva più. Non mi pare che l’industria padana, persino quella triveneta, abbia un radioso avvenire. Meno che mai le sue eventuali proiezioni al Sud. La strada ciampista che il lavoro nazionale sta percorrendo è a ritroso. Non so se il traguardo di miseria verso cui marcia è vicino o meno vicino. Io vedo la cosa in questi termini: se il capitalismo italiano va avanti con il piglio attuale, l’indifeso lavoratore padano vedrà scendere il salario ai livelli croati. Qui al Sud, fra non molto il lavoratore dipendente arretrerà allo standard egiziano. Per il livello dei salari vale, infatti, una legge simile alla legge di Law (la moneta cattiva scaccia dalla circolazione qulla buona): il lavoro portato al sud del mondo scaccia le aristocrazie operaie.

Le vergogne d’Italia  ovvero la storia nascosta

Parli, conti alla mano, di un debito storico di oltre sette milioni di miliardi che il resto d’Italia (Roma e Milano principalmente) ha contratto con il Sud. A questo aggiungi, tra i tanti flussi di ricchezza dal Sud al Nord, alcuni visibili altri no: protezionismo agricolo ed industriale comunitario; scambio diseguale tra aree a diversa quota di capitale per addetto; uso del risparmio meridionale per finanziare gli sbocchi dell’industria padana sul mercato meridionale; esportazione di capitali (attraverso Banche, Poste, Cassa Depositi e Prestiti); concentramento al Nord del sistema assicurativo privato e a Roma di quello assicurativo e previdenziale pubblico. Puoi spiegare connessione e dinamica di questi aspetti?

Ovviamente non esiste, né è mai esistita, ufficialmente una statistica dell’avere del Sud nei confronti del Nord. D’altra parte, se in Italia c’è una cosa che si vuol tenere nascosta è proprio questa. “Al villan non far sapere…”. Tuttavia, se evidenziamo situazioni e fatti si possono avere delle stime attendibili.

Prima, però, mostriamo qual è la chiusura di un secolare e disastroso bilancio. Confrontando il numero degli abitanti con il numero degli occupati, si ha che al Centronord questi sono circa il 40 per cento, mentre al Sud sono circa il 25 per cento. Il deficit occupazionale del Sud si avvicina alla cifra di tre milioni di non produttori.

Gli occupati, invece, sono circa cinque milioni in bianco e forse 500 o 600 mila in nero. Ma cosa fanno i lavoratori in bianco? In larga parte sono occupati nel terziario, nell’artigianato delle riparazioni e nell’emarginata agricoltura. In sostanza, producono poco o niente. Anzi una percentuale significativa di loro – a partire dai grossi commercianti, per arrivare ai giornalieri che vanno la notte a scaricare le cassette di frutta trentina ai mercati generali – è legata allo smercio di prodotti settentrionali, i quali, dalle macchine al prezzemolo, hanno ormai fatto tabula rasa di ogni produzione meridionale.

Si può complessivamente stimare che il Sud manchi di attività produttive vere e moderne per una cifra di 5 milioni di uomini e donne. Considerando che un posto di lavoro vero e moderno impegna una cifra media di un miliardo e mezzo, si arriva a definire in otto milioni di miliardi ciò che il Sud ha perduto a causa della colonizzazione italiana. La cifra definisce il costo complessivo di macchine, impianti, economie esterne necessari a ricostruire il Sud in termini capitalistici. Un esborso surreale per della gente invigliacchita dai facili profitti, come i capitalisti padani.

Il conto, poco elegante, è tuttavia utile a mostrare le dimensioni del fenomeno improduttivo. Declinata, a partire dei primi anni settanta la domanda europea di lavoratori italiani (troppo caro impiegare manodopera comunitaria!), il Sud ha varcato il confine tra sovrappopolazione e disastro antropologico. Con la sua ingordigia (in ultima istanza, perdonabile), con la sua insipienza (non perdonabile), con le sue scomposte velleità, lo Stato italiano ha rovinato un paese di gente civile e laboriosa. Ormai siamo al punto che, se non ci fossero gli stipendi dei nullafacenti del terziario statale, degli incendiari regionali, nonché le pensioni degli ex nullafacenti statali, il commercio lecito e illecito, la vita al Sud sarebbe già a livello somalo. Cosa che, peraltro, rappresenta una ineluttabile prospettiva per le future generazioni, salvo che il regime d’occupazione non vada a gambe all’aria. Eppure il paese meridionale è entrato in Italia portando una dote di tutto rispetto. La stima – o meglio l’elenco – relativo conferma che il saccheggio tosco-padano e romano corrisponde, in termini di lucro cessante, a una cifra persino superiore a quella denunziata sotto la forma residuale di danno emergente.

1) Nel 1860, l’agricoltura meridionale era in pieno sviluppo, anzi a stare a quel che ha scritto Rossi-Doria – uno che di economia agraria se ne intendeva – in una fase rivoluzionaria. Al momento dell’annunciato (ma falso) pareggio (di bilancio) tra entrate e uscite statali – intorno al 1874 – fu detto che “le esportazioni meridionali salvarono l’Italia”. Sottinteso: dalla situazione di bancarotta che Cavour e compari avevano provocato saccheggiando lo Stato. Se si seguono le curve delle esportazioni italiane tra il 1861 e il 1914, si osserva che l’olio, il vino e gli agrumi, per decenni, inseguono da vicino quella di seta greggia, la classica esportazione delle regioni padane, che poi fu lentamente abbandonata quando il Nord poté industrializzarsi usando i dollari delle rimesse degli emigranti.

Al confronto con l’Inghilterra, la Francia, la Germania e altri paesi dell’Europa continentale, l’Italia del 1860 è un paese povero che paga le sue importazioni con l’esportazione di prodotti agricoli. Anzi, fino agli anni cinquanta del secolo ventesimo, affievolitasi l’esportazione serica, sul proscenio degli scambi mondiali la sua forza economica viene essenzialmente dalle quattro produzioni elencate. Anche il surplus sociale – sia quello creato spontaneamente dai produttori sia quello coattivo realizzato con l’estorsione di famelici super-tributi – viene ottenuto in detti settori. Basta scorrere un sommario di statistiche storiche per sapere che le esportazioni meridionali pagarono (senza una vera contropartita) i 18 mila chilometri di ferrovie costruiti fino al 1920, più gli interessi per i debiti contratti all’estero, più gli intrallazzi dei mediatori padani, più gli smodati lucri che gli stessi fecero con i subappalti (neanche cento Michele Sindona sarebbero stati capaci di fare altrettanto!).

La preminenza commerciale del Sud si prolungò oltre il secondo dopoguerra, senza contare che l’olio, il vino, i limoni, le arance, le essenze di bergamotto e di gelsomino furono il primo biglietto da visita delle esportazioni italiane in Europa e Oltreatlantico – molto più accattivanti di quanto oggi siano le scarpe e il formaggio parmigiano.

2) Nel 1863, a due anni dall’unificazione sabauda, si ebbe l’Esposizione Internazionale di Parigi. In tale occasione, chi comandava in Italia dovette verificare l’arretratezza dell’industria nazionale. Fu chiesto, allora, al direttore del ministero dell’industria, il milanese ingegner Giuseppe Colombo, forse il tecnico più aggiornato del paese e futuro fondatore dell’Edison, quale fosse in Italia l’impianto meccanico capace di costruire e riparare vetture ferroviarie, macchine a vapore e rotaie. Con ponderazione e senza spirito campanilistico il funzionario indicò le cosiddette Officine di Pietrarsa, in realtà una vera fabbrica nel settore meccanico. Però a Pietrarsa fu preferita l’Ansaldo, proprietà di uno dei compari del defunto Cavour, la quale era nata con i soldi elargiti dal re sardo. Con i soldi dello Stato, a sua volta napoletano, era nata anche Pietrarsa, solo che Ferdinando II non la regalò ad alcuno. I Borboni “negatori di dio” – per loro sfortuna privata e pubblica – non erano liberali e neppure nelle grazie del club massonici londinesi, sale del mondo.

Non sempre gli italiani amano ricordarlo, ma l’Italia è divenuta un paese dotato di un’industria capace di vendere all’estero solo a partire dalla Vespa e dalla Lambretta, cioè nel secondo dopoguerra. Nel 1860 non esisteva che una sola area industrializzata, quella intorno a Napoli, la megalopoli (già a quei tempi) diffusa tra Salerno e Caserta. Scrivono gli storici italiani (in verità mi pesa dare un titolo altrove rispettato a degli autentici ruffiani) che la politica liberista, voluta e imposta da Cavour alla nazione, mostrò quanto fosse fragile e poco competitiva l’industria napoletana. Sarà pure vero che non fosse forte, però l’Ansaldo continuò a ricevere, attraverso una banca creata ad hoc, poderose iniezioni di danaro pubblico anche dopo la morte di Cavour. Il tutto, prima e dopo, alla faccia del liberismo, il quale per i cosiddetti moderati italiani altro non era, in effetti, che l’argent des autres. Il liberismo del bluffatore e speculatore, divenuto per le mani degli storici imperiali l’assertore dell’unità e della patria libera, fu il coperchio sotto cui germogliò un sistema finanziario intrallazzistico, passato onorevolmente alla storia vera sotto l’efficace espressione di carnevale bancario. Il conclamato primato padano sta tutto in questo: nell’abilità a rubare, con i carabinieri impiegati come guardaspalla. Se l’Italia è stata ed è un paese politicamente cinico, non è tanto alla Curia che bisogna guardare, ma nei corridoi dei palazzi di Piazza Castello.

Era salda, invece, l’industria napoletana e ben impiantata; ricca di mille attività. Negata dagli storici, la verità emerge attraverso i fatti e i manufatti. La testimonianza più eloquente la fornisce la vicenda dei cantieri navali di Castellammare di Stabia. Dopo la vergognosa sconfitta di Lissa, in gran parte dovuta all’inefficienza delle artiglierie piemontesi (chiaro presagio dei torinesi carriarmati Balilla con cui Mussolini voleva vincere la guerra), per ricostruire la flotta colata a picco, l’Italia non ebbe altro che gli antichi e gloriosi cantieri stabiesi, dove – a detta di un senatore USA – prestavano la loro opera le migliori maestranze navali del mondo. Qui, poco importa se progettata da un Benedetto Brin, l’Italia ricostruì la sua flotta. Le corazzate LepantoDuilioRoma, Italia e altre di cui non so il nome, furono, nello scorcio di fine ottocento, le più ammirate al mondo. Mi è capitato persino di leggere che qualcuna di quelle navi – certamente ristrutturata – combatté la Seconda Guerra Mondiale. Ma quando si trattò di costruire dei cantieri militari moderni, il paterno Stato nazionale li volle a La Spezia, dove spese per trent’anni una fetta consistente di quel terzo del bilancio che era destinato alle forze armate, tanto che la cittadina, che nel 1861 aveva trentamila abitanti, al censimento del 1901 ne registrò più di centomila.

E piaccia o non piaccia, sul finir del secolo, fiorì intorno a Napoli, e non altrove, l’unica industria italiana degna, a quell’epoca, di camminare sicura nel mondo. Cirio era un piemontese intelligente e audace, che trovò conveniente napoletanizzarsi, e il Sud che intitola strade a massacratori come Bixio, Cialdini e Lamarmora, dovrebbe intestargli almeno quella strada che a Napoli chiamano familiarmente il Rettifilo e che ufficialmente porta il nome indegno di Umberto I – il fucilatore dei Fasci Siciliani e il bombardiere di Piazza del Duomo, una intestazione servile, e non solo per la nazione meridionale, ma anche per la nobiltà dell’intelligenza umana. Cirio aveva capito che la diffusione dell’olio e del vino meridionali, nei paesi che gli emigrati raggiungevano, poteva essere il punto di partenza per una produzione su scala industriale e per l’esportazione di quelle conserve che i napoletani si fabbricavano in famiglia. Tentò e gli riuscì. Non credete ai libri dei mercanti di sapere! L’industria italiana non è nata a Milano né a Torino, ma a Nocera Inferiore, a Pagani, a Scafati, a Sarno.

Il primo altoforno nazionale nacque trasportando da Mongiana a Terni il vecchio e – secondo gli storici pagati dalle nostre università – inservibile altoforno borbonico.

3) Prima dell’unificazione, il Regno delle Due Sicilie era lo Stato più grande e popolato d’Italia. Era inevitabile che fosse più industrializzato del Piemonte e della Lombardia. Ma sorvolando sui dati relativi alle grosse fabbriche private presenti a Napoli e dintorni, specialmente nel campo meccanico, tessile e cartaio, nonché sul vasto e fiorente tessuto di industrie alimentari, seriche e altre minori, vorrei far notare che intorno al trasporto navale e all’esportazione dell’olio e del vino, esisteva a Napoli e in Sicilia una diffusa borghesia armatoriale e commerciale, con vasti contatti mediterranei e mondiali: migliaia gli armatori – fra cui qualcuno dovette esser ben grosso se le navi napoletane erano in Italia le uniche che raggiungevano l’America e l’Australia; parecchie decine di grandi esportatori d’olio e di vino, gente ricchissima che a Genova, Marsiglia, Trieste, Lisbona, Amsterdam, Londra, Stoccolma, New York non era necessario che fosse presentata attraverso la fratellanza massonica, come Cavour, ma si presentava con il suo nome e cognome, noto ai Rothschild, che peraltro avevano a Napoli una loro Casa, e a tutti i grandi banchieri dell’epoca e in tutte le grandi borse del mondo. E poi tutto il secondo livello di agenti, procuratori, procacciatori, mediatori, accaparratori. Attorno parecchie case d’assicurazione navale. E infine un vero esercito di lavoratori portuali, di scaricatori costieri, di trasportatori, di barcaioli, di sensali.

Il governo borbonico dava un contributo a fondo perduto ai costruttori navali e un privilegio doganale alla bandiera. Non fece i porti, come avrebbe dovuto, solo per avarizia. Ma non li fece neppure l’Italia Una, che i soldi se li scialacquava e che fu di una prodigalità sperperona con Genova, La Spezia, Livorno e Ancona, per non parlare di quella mussoliniana per Trieste e Venezia. Quel mondo marinaro, molto più attivo e anche più ricco di tutti gli imprenditori toscani, lombardi e piemontesi messi assieme, doveva andare distrutto perché Genova risorgimentasse agli antichi splendori navali e bancari. Sarebbe facile affermare che Bombrini, con le sue emissioni di cartamoneta garantite solo dagli archibugi dei bersaglieri, Bastogi, con la quarantennale truffa della Società delle Ferrovie Meridionali, Balduino, con i suoi loschi traffici intorno al tabacco e allo zucchero, annichilirono il Sud. Ma metterei in trono dei pidocchi. No, questi ladri, mai finiti in galera, furono soltanto i legittimi e unici avi del salotto buono della borghesia padana. In effetti, il Sud fu distrutto dai debiti che il Piemonte aveva contratto e che l’Italia continuò a contrarre per le costruzioni ferroviarie e per l’armamento dell’esercito e della marina sabaude, cose sulle quali s’avventò come una piovra il circolo dei patrioti facitori d’Italia, in testa a tutti non solo il citato furfante Bombrini ma anche quel palamidone del barone Ricasoli.

4) In detta fase non si ha quel che cantano gli storici prezzolati dalla massoneria, cioè uno scambio tra merci moderne del Nord e prodotti agricoli (scalcinati) del Sud (scalcinato), ma lo scambio tra valori reali e cartamonetata inconvertibile, cosa che nell’interscambio tra due formazioni sociali, ancora chiuse in sé stesse, è lo stesso che dire furto (quella stessa cosa che vediamo con i nostri occhi a proposito del dollaro inconvertibile). Forti di un forte capitale fatto di carta e spesso di biglietti dalla serie duplicata – in sostanza emessi con frode della stessa legge fraudolenta che avevano imposto con subdoli artifici, senza che fosse necessario, il corso forzoso dei biglietti di Bombrini – i padroni dalla Banca genovese di Sconto invasero il Sud oleario, in ciò protetti dai prefetti, dai questori, dai carabinieri e dagli onorevoli meridionali, e lo schiacciarono. Tra il 1885 e 1890, in soli cinque anni il commercio pugliese e quello calabrese dell’olio passarono in mano agli uomini e alle società di paglia che coprivano gli eredi Bombrini. Il Sud – padroni e operai – perse tutto il valore aggiunto realizzabile dopo la spremitura delle olive. Una cifra enorme per quel tempo, una parte consistente del reddito nazionale.

5) Oggi osano scriverlo anche i giornalisti pagnottisti: il Sud del 1860 era la parte d’Italia più ricca di risparmio e possedeva il doppio di monete d’argento dell’Italia restante. Garibaldi e in appresso i luogotenenti sabaudi trovarono nella sede palermitana del Banco delle Due Sicilie 5 milioni di ducati, pari a 21 milioni di lire, e nella sede napoletana una ventina di milioni, pari a 85 milioni di lire oro. La Banca Nazionale Sarda, prima che il Piemonte assoggettasse l’Italia, non riusciva a metterne assieme sette o otto milioni di lire. A Napoli e a Palermo, il credito veniva esercitato da un sezione del Banco, detta Cassa di Sconto. Si trattava di un’istituzione antiquata e rivolta a favorire il grosso commercio e i maggiori capitalisti, ma nel Regno era molto apprezzata, in quanto il finanziamento dei grossi ricadeva a pioggia su chi stava più in basso, giù giù, fino agli ultimi. Infatti, i ducati prestati dallo Stato ai privati commercianti, venivano incorporati in una fede di credito, che girava come un vaglia in lungo e in largo per il Regno, e chi voleva incassarla non doveva fare altro che presentarla al Banco, che non poteva opporre altra eccezione che l’irregolarità delle girate. La facile trasferibilità delle fedi di credito consentiva anche la speculazione sulle merci e sullo stesso titolo, il cui corso in genere faceva aggio sulla moneta. Evidentemente l’economia napoletana, sufficientemente ricca di circolante, non avvertiva l’esigenza di introdurre la moneta fiduciaria. Inoltre il sistema veramente precorritore di un titolo di credito garantito dallo Stato, di facile circolazione e pagabile a vista – una specie di moderna carta di credito – non permetteva quelle truffe bancarie alla tosco-padana, che fecero ridere per vent’anni l’Europa. Anche nel campo del credito a rischiare era solo lo Stato, allorché scontava la cambiale di un uomo d’affari. Il cavalier Sacchi, inviato da Cavour a studiare il sistema creditizio e il sistema fiscale napoletano, e in appresso ministro delle finanze del governo d’occupazione, scrisse che entrambi erano il meglio che potesse immaginare. Sicuramente meglio di quelli piemontesi. E’ possibile che il Cavaliere non avesse capito che il sistema inaugurato dal suo padrone non voleva essere efficiente e corretto, ma solo ladro.

6) Sicuramente le banche d’emissione, inventando una moneta puramente fiduciaria, svolgevano una funzione positiva a favore del commercio e della produzione dove scarseggiava quella metallica. Ma, sia in Inghilterra sia in Francia, l’eventualità che diventassero una fonte di speculazioni e di frodi era impedita. A una banca d’emissione che non fosse una cosca di sfacciati rapinatori, l’Italia arrivò, però, con trentaquattro anni di ritardo, a causa del predominio tosco-piemontese nel governo. Si dice dei catanesi, i quali misero le porte di ferro alla loro cattedrale solo dopo che la sacra reliquia era stata rubata. Così fece lo Stato italiano con la moneta avente corso legale. Eppure, già nel 1861, della necessità di un comportamento corretto, civile e sinceramente nazionale, si parlò anche in Italia, dove non si ignorava né il sistema francese né quello inglese. Il boss Bombrini, però, accettò l’idea (solo l’idea, però) di avere qualche accolito napoletano, ma resistette fieramente alla eventualità di sottoporsi a un qualche controllo. Cosa doveva nascondere?

Si tratta di tema cruciale nella ricerca delle cause vere del sottosviluppo meridionale. In effetti l’eupatride giocava con due mazzi di carte. Usava il mazzo della Banca Nazionale per raccogliere danaro da prestare allo Stato sabaudo, che non badava a spese, e con l’altro mazzo finanziava antiche e nuove industrie genovesi e torinesi. Ufficialmente, queste operazioni venivano effettuate dal Credito Mobiliare di Torino e Firenze, dal Banco di Sconto e Sete di Tirino, dalla Cassa Generale di Genova e dalla Cassa di Sconto di Torino, le quali erano a loro volta finanziate sottobanco dalla Nazionale.

Bisogna aggiungere che dopo l’unificazione nazionale, anche il Banco di Napoli, quello di Sicilia e la Banca Toscana presero ad emettere biglietti secondo il rapporto di valore di tre unità fiduciarie, in circolazione, per una unità metallica di riserva; sistema già vigente per la Nazionale. Ma nel 1866, la Banca Nazionale ottenne dal governo di essere esonerata dall’obbligo di convertire i suoi biglietti in valuta metallica. Per le Banca toscana e i Banchi meridionali rimase in piedi l’obbligo di convertire a vista i propri biglietti, tanto in metallo, quanto in biglietti sfregiati della Nazionale. Attraverso tale doppio passo, la Nazionale riuscì a risucchiare ingenti quantità d’oro e d’argento circolanti al Sud e a ricostituire le sue riserve metalliche. Infatti, appena, per un qualsiasi versamento – per esempio l’acquisto di una cartella del debito pubblico – un biglietto i una fede di credito del Banco di Napoli e di Sicilia finiva nelle mani adunche della Nazionale, il direttore dell’agenzia spediva un suo impiegato allo sportello del Banco emittente per farsi dare dell’argento. Fu una vera spoliazione coperta dallo Stato. Tutto il risparmio meridionale, che ovviamente veniva effettuato in moneta, quello dei ricchi e quello dei poveri, fu drenato al Nord, dove veniva moltiplicato per cinque, dieci, venti volte, attraverso l’emissione di moneta cartacea; una cosa che il governo vietò si facesse al Sud.

Siamo al carnevale bancario. Bombrini usava lo Stato e i privati, pur di portare avanti il progetto cavourrista. Lo scandalo portò a un’inchiesta parlamentare, che si concluse senza un’aperta condanna del malfattore, come è inveterato costume padano. Risultò tuttavia che il corso forzoso – cioè l’incorvetibilità della moneta bombriniana – era un’escogitazione interessata.

Ma interessata a che? Non lo si disse, ma lo si capì. E siccome quelle carte si possono leggere anche oggi, lo si capisce ancora: a salvare le quattro banche d’affari sovvenzionate dalla Nazionale. In sostanza le industrie che stavano dietro, accollando il prezzo della loro esistenza parassitaria ai meridionali, gli unici che in quel passaggio della storia nazionale possedevano argento monetato.

In buona sostanza un pateracchio di equità e autonomia, coperto dai patriottici governi unitari, che costò agli italiani, e specialmente ai risparmiatori meridionali, una cifra di centinaia e centinaia di milioni del tempo, forse di miliardi. Il corso forzoso salvò il capitalismo decotto che era stato portato in auge da Cavour e adesso stava sotto l’ombrello della Banca Nazionale e contemporaneamente decretò la fine del capitalismo meridionale, privato delle risorse che storicamente accumulate e gli servivano per lavorare.

Nei quattordici anni carnescialeschi che trascorsero prima di arrivare all’emissione sotto il controllo dello Stato, Bombrini, ne fece più di Arsenio Lupin. Tanto per darne un’idea, dal 1859 al 1874 passò da meno di 20 milioni di carta fiduciaria a circa 2 miliardi. Tutti soldi incassati dall’illustre padre degli intrallazzi patri, più ovviamente gli interessi che pagavano i debitori. Più – e qui siamo al codice penale, un codice penale mai spolverato nei suoi confronti – la speculazione sul debito pubblico.

7) In breve, questo signore, nonché i suoi compari liguri, toscani e piemontesi prestavano allo Stato italiano l’importo delle emissioni di buoni del tesoro, ottenendo, su cento lire, uno sconto che andava dalle venti alle trenta lire. Collocavano le cartelle facendoci qualche guadagno. Giacché il corso calava inesorabilmente, ricompravano – con carta emessa dallo loro banca – le cartelle a un prezzo che scese fino a 21 lire. Siccome non avevano messo fuori che carta stampata da loro stessi, potevano tranquillamente aspettare la scadenza del titolo e incassare le 100 lire promesse. Era solo carta, ma carta che per legge si gonfiava di vera capacità d’acquisto. Molto spesso si pigliavano anche la briga di viaggiare fino a Parigi, dove i biglietti della Nazionale non li volevano e la povera Italietta era costretta a pagare in oro le sue cartelle del debito pubblico, per lucrare – senza aver rischiato un centesimo – anche l’aggio dell’oro sulla loro lira.

Un patriota, più patriota di questo esultante amico del Conte (dalle braghe onte) è difficile non dico trovare, ma solo immaginare. Peraltro il galantuomo non poteva mangiare da solo e, quindi, oltre a smazzettare danari fra i ministri, i deputati, i re, i principi e le principesse reali, doveva dar da vivere anche a gente con i genitali normali. Così gli illustri patrioti che gestivano le quattro banche di credito industriale già citate, nonché i grandi precursori dell’industria padana che incassavano danari meridionali. I trucchi e le ladronerie di questi signori, nel quadro dell’agire capitalistico, rappresentano la norma, e sono additati solo quando non vanno a buon fine. Celebre a tal riguardo la censura di Maffeo Pantaleoni al Credito Mobiliare e al boss Balduino. Ma, qui, la questione è un’altra e riguarda la presa per i fondelli dei meridionali, intrappolati in un meccanismo dialettico di calibro diabolico che li vuole responsabili di un disastro del quale non solo assolutamente colpevoli, né retrospettivamente (la famosa arretratezza storica e le colpe dei Borbone) né contemporaneamente né posteriormente.

Per concludere, è falso che il capitalismo padano fosse industriale sin dalle origini. Con una parola asettica si potrebbe dire che era finanziario. Ma non sarebbe la verità. La verità è questa: il rapporto tra Nord e Sud, sin dal primo momento, dette luogo a un saccheggio, a un caso quasi incredibile di accumulazione selvaggia, di tipo coloniale, che si è protratto fino al 1970 e oltre. Il salotto buono del capitalismo italiano non è stato e non è altro che una manica di ladri, e non solo agli occhi di chi non è liberale, ma anche agli occhi di un qualunque animal-spiritista. E infatti la letteratura economica e politica francese dell’epoca, la più attenta alle cose italiane, convalida detto giudizio.

8) Ora, c’è da chiedersi perché il Sud non partecipò al carnevale bancario, con la conseguenza che i capitalisti meridionali perirono tutti e di loro si è perduto perfino il ricordo.

Certo non erano confinanti con la Francia e con quello che insegnava la corruzione lì imperversante sotto gli Orleans, sotto Napoleone Terzo e sotto la Seconda Repubblica: una grande lezione di immoralità, sulla prima parte della quale Marx ha lasciato un suo incisivo commento, e che Emile Zola ha rappresentato con grande efficacia. Bisogna aggiungere che Cavour e suoi compari Bombrini, Bastogi, Balduino avevano ai loro comandi i bersaglieri, le artiglierie di campagna e i carabinieri. Cosicché, convinti che solo loro avevano i coglioni adatti a fare buoni affari, non lasciarono spazio alcuno alle ladronerie di altri eventuali patrioti.

9) Ci sono parecchi segni che la distruzione della borghesia attiva napoletana e siciliana fosse un consapevole progetto di Cavour e dei suo compari. Per esempio Cavour buttò nel caminetto del suo ufficio di presidente del consiglio i registri navali del Regno delle Due Sicilie. Ma tranne questo scatto, non si scoprì molto con la parola e gli scritti. Certo chi sa leggerne i discorsi, gli articoli e le lettere, vede dispiegarsi l’ingordigia della persona che era stata coccolata e ben istruita sul da farsi nei club liberal-imperialisti di Londra e di Parigi. Ma, appunto, è necessario collocarsi da un angolo visuale diverso da quello che di solito occupano i postumi compari. Un posto, per la verità, pieno di chiodi acuminati che ti torturano i piedi e ti lacerano il sedere. Peraltro, se qualcosa scrisse che potesse comprometterlo, sicuramente fu raschiata dagli storici ufficiali. Sono, però, rimasti i fatti, che quasi sempre sono più squillanti dell’Inno di Mameli.

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Certamente Cavour fu la testa più lucida e la guida più capace dell’azione politica che portò alla nascita dello Stato italiano e al trionfo della borghesia quale classe dirigente nazionale. Ora, nessuno dubita che anche al Sud ci fosse al tempo, e che ci sia tuttora, una borghesia. I dubbi vengono circa i coglioni di questi borghesi, sia i già adulti, sia quelli in crescenza. Un altro dato è pur esso certo. Questi evirati borghesi possono essere efficienti se lavorano per gli altri, mentre per sé stessi, vanno sempre in bianco.

Quando, a metà del cosiddetto decennio di preparazione, Cavour si rese conto che avrebbe potuto contare su Napoleone III per scacciare l’Austria dal Lombardo-Veneto e che anche l’Inghilterra auspicava tale risultato, da abile giocatore puntò forte: cedette ai banchieri inglesi e francesi il diritto di costruire una rete ferroviaria che congiungesse la Svizzera, e in prospettiva anche l’Austria, con il porto di Genova e fece ogni tipo di debito a lunga scadenza (o comunque facilmente rinnovabile), pur d’apprestare armi e logistica per i contadini liguri e piemontesi che avrebbe schierato in combattimento. Solo degli storici poco seri riescono a non scrivere che almeno una parte dei debiti sperava di farli pagare ai lombardo-veneti, una volta liberati.

Gli andò meglio di quanto sperasse, perché Toscana, Emilia, Romagna, Umbria e Marche gli caddero fra le braccia. Il peso fiscale che avrebbe dovuto scaricare sulla sola Lombardia (non avendo ottenuto il Veneto) poté ripartilo su una popolazione più vasta e non sprovvista di risparmi. Appena l’Austria, che teneva sotto il suo tallone l’intero sistema italiano, venne sconfitta dall’esercito francese sceso in Italia, le borghesie terriere di dette regioni si resero conto che al potere degli Asburgo, fortemente ammaccato, potevano sostituire un nuovo potere; nuovo non solo in senso geografico, ma anche in senso sociale: la loro stessa classe, guidata da Cavour.

I fatti attestano che un identico sentimento e non minore ardimento percorreva la borghesia meridionale, particolarmente la siciliana, alla quale dava motivo di gran malumore la condizione di non parità con Napoli, appena dissimulata dai gesti retorici dei Borbone.

Ministro, e quasi dittatore, del Regno sabaudo, Cavour era un conservatore moderno e si conquistò un grande prestigio perché, meglio di chiunque, fece capire alla borghesia redditiera delle varie regioni che doveva rapidamente tramutarsi in borghesia moderna, se voleva ottenere il governo dello Stato e se voleva disporre di una forza capace di tenere a freno quelle rivendicazioni popolari, che pochi anni prima, nel 1848, avevano mostrato la loro virulenza. La sua lungimiranza, che si espresse in tante vicende, rifulse allorché, a regno già praticamente fondato, non si rimangiò le aperture fatte agli esponenti filosabaudi delle altre regioni.

Si può obiettare che, a Italia fatta, non promosse una costituente nazionale, che creò un esercito falsamente italiano, che conservò l’amministrazione piemontese. L’interregionalità si ridusse al solo parlamento, anzi essenzialmente alla camera dei deputati e solo in qualche modo al senato. Lo assolve, però, il fatto che il governo piemontese era già strutturato, mentre un governo nazionale sarebbe stato una vera incognita, per giunta in un momento in cui le potenze europee, la Francia essenzialmente, che pure della causa italiana era stata la fautrice pagante, non avevano pienamente assimilato l’idea che l’Italia non era più un’espressione geografica.

C’è però una domanda. L’apertura mostrata verso i lombardi, i toscani, gli emiliani perché non si ripeté con gli uomini del Sud? Perché, morto lui, Cavour, il suo primo successore poté essere un toscano, e poco dopo un emiliano, mentre un meridionale arriverà alla presidenza del consiglio dei ministri solo dopo trent’anni di fraternità nazionale?

La risposta è ancora nei fatti. La Toscana, l’Umbria, l’Emilia, la Lombardia, la Liguria, il Veneto, la Romagna, le Marche – realtà di splendori rinascimentali non interamente archiviati – avevano, esse, elaborato la cultura e il sistema sociale cittadino, signorile, urbano, alla fine del percorso borghese, che il Piemonte aveva lentamente interiorizzato e adesso sventolava, mentre al Sud il sistema sociale e la cultura sociale erano significativamente ben diversi: nazionali, regi, ancora cripto-feudali nonostante l’evoluzione mercantile delle campagne, e mercantilisti. L’illuminismo napoletano, che aveva pervaso prima il governo borbonico e poi quello degli occupanti francesi, era sì moderno, ma nel senso amministrativo, e quindi propugnatore di una rivoluzione che calasse dalle brache del sovrano. Il Napoletano era moderno, ma di una sua modernità nazionale, dove nazionale significa dinastico e borbonico.

Trent’anni fa, Antonio Carlo ed Edmondo Capecelatro, sulla scia delle precedenti ricerche di Domenico Demarco, scrivendo contro il concetto di questione meridionale, posero il tema della diversa linea di sviluppo adottata dai Borbone: uno sviluppo guidato dall’alto, come quello giapponese, che andò a scontrarsi con l’animalità predatoria dell’invasore cavourrista. Il Regno si era strutturato in modo organico nel corso dei lunghi secoli in cui Napoli e la Sicilia avevano fatto da retroterra alle città rinascimentali, rifornendole di grano, d’olio, di materie prime e di semilavorati, nonché pagando ai loro usurai intessi sugli interessi di inestinguibili debiti francesi e spagnoli.

Il regno aveva raggiunto un’autonomia economica di tipo autarchico, colbertista, con proiezioni mercantili lontane, essenzialmente Marsiglia e Trieste, ma anche Londra, Amsterdam e Boston, quindi un’economia del tutto diversa da quella tosco-padana, il cui costante punto di riferimento era la quieta Lione. In un mondo ancora largamente agricolo, Napoli contava sull’olio padronale, come surplus da utilizzare per gli scambi internazionali, mentre la Padania assegnava l’identica funzione alla seta contadino-artigianale. Al Sud un’eventuale avanzata voleva dire vino e frutta, nelle terre padane grano, carne e latte. E intorno a tali diversità si era andata sviluppando una manifattura di servizio e specialmente un terziario di servizio coerenti con i rapporti sociali vigenti. In sostanzialmente alquanto diversi fra loro.

Quando Cavour ebbe in mano anche il Sud – in pratica tutta la penisola, meno il Veneto e il Lazio – e i sudditi sabaudi passarono da cinque milioni a più di venti milioni, fu costretto a cambiare il suo gioco, che da consociativo divenne accentratore. Il Regno d’Italia, così miracolosamente fondato e divenuto una potenza europea in fieri, non doveva sfaldarsi per amor di democrazia e di eguaglianza. Perché ciò non avvenisse, il nuovo venuto, il paese meridionale tanto diverso e infestato di mazziniani, doveva essere solo apparentemente sé stesso, cioè libero. Nella pratica, invece, bisognava che fosse omologato d’imperio al Piemonte, visto che non era possibile che lo facesse da sé, come le regioni del Centro. Forse Cavour non poteva non sbagliare, ma a partire dalla sua manomissione, per il Sud, ebbe inizio il disastro, che con il trascorre dei decenni divenne epocale.

Fra le conseguenze della mala unità, il meridionalismo di fine ottocento giustamente puntò il dito sul passaggio, intorno al 1887, dal liberismo di marca inglese, che aveva aiutato la crescita delle produzioni meridionali, al protezionismo di marca tedesca, che ne annientò lo slancio. Un attenta analisi delle situazioni mi induce a credere che una grande responsabilità circa il crollo dell’imprenditoria sudica l’ebbe la rete ferroviaria padanista. Infatti, precedentemente il commercio napoletano d’esportazione si era svolto via mare, animando una quindicina di porti, tra siciliani, calabresi, campani, pugliesi e abruzzesi. Persino approdi che mancavano d’un pontile riuscivano a imbarcare e a sbarcare, ogni anno, merci per decine e centinaia di migliaia di tonnellate, creando – come ho detto sopra – intorno ai grossi mercanti regnicoli e stranieri una fitta rete di armatori, minori mercanti, operatori vari, nonché quelle percentuali elevate di addetti al settore secondario registrate nei primi censimenti italiani e che tanto sorprendono il professor Galasso (piemontese di Napoli).

La rete ferroviaria ebbe come esito quello di abolire le strade marittime e le attività connesse, nonché quella fetta di mondo meridionale che vi operava dentro; centinaia di migliaia di persone. Anche questo l’ho già annotato: la facilità con cui i mercanti genovesi e limitrofi potevano attingere al credito bancario, fece il resto.

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Ma c’è ancora un’altra questione che mette a nudo l’animalità ela rozzezza governativa. La rivolta contadina detta del brigantaggio poneva con perentorietà il problema dell’assetto fondiario. Nell’antico sistema meridionale la tipologia dei contratti agrari accoglieva forme diminuite di proprietà, di cui beneficiavano i contadini, in particolare l’uso del demanio feudale a favore delle piccole colture annuali dei contadini, nonché per il pascolo e il legnatico. Tra gli enti ecclesiastici – conventi, abbazie, vescovati, parrocchie – e i coltivatori più poveri si praticavano alcuni negozi direi di soccorso, che, sintetizzando, prevedevano la cessione temporanea o permanente dell’uso del campo, in cambio di un canone o interesse ad aeternum, la decima, una rata annuale in natura o danaro, il più delle volte non consolidabile. La soluzione moderna data al problema nel corso dell’occupazione francese del napoletano (1806-1814) era stata quella di escludere i contadini da tali antiche consuetudini e di trasformare il feudo in piena proprietà. Quanto ai beni della chiesa, qualcosa era stata venduta già al tempo del primo Ferdinado (la famosa Cassa Sacra in Calabria), il rimanente si prometteva di alienarlo. Ma, in effetti, tanto i Napoleonidi occupanti quanto i Borbone restaurati non avevano fatto alcunché, sebbene gli uni e gli altri avessero fatto rutilanti promesse a favore dei contadini. In effetti i Borbone avevano deciso di far dormire il problema e lasciare che la situazione si decantasse da sé: i medi proprietari avrebbero fatto fruttare la terra, qualunque fosse il titolo del possesso; a loro volte i latifondisti avrebbero venduto fette di terra, man mano che il bisogno di danaro li avesse spinti.

Quando Garibaldi invase il Sud, per acquistarsi la simpatia popolare, proclamò a destra e a manca immediate distribuzioni di terra, per poi fare tutto il contrario (strage di Bronte). I sopraggiunti piemontesi forse pensavano di fare come i Borbone, ma la questione dell’assetto fondiario era ormai aperta. Ciò che i loro leccapiedi meridionali chiamarono brigantaggio (eterna memoria a Giuseppe Pica, firmatario dello stato d’assedio che portò al massacro intere popolazioni) altro non era che la questione fondiaria rimescolata con il lealismo contadino verso una dinastia che non simpatizzava con i liberali, eversori dei feudi e degli antichi diritti dei contadini. A questo punto, i cavorristi potevano fare alternativamente due cose, entrambe positive: o dare le terre degli antichi demani e della manomorta ai contadini, o alimentare la spinta verso la proprietà capitalistica, che era già in accelerazione nel settore olivicolo, viticolo e agrumario. Invece che fecero d’incredibilmente moderno e avveniristico, di veramente liberale? Siccome avevano bisogno di soldi (il liberalismo, nelle loro mani, fu veramente l’argent des autres) vendettero le terre della manomorta ecclesiastica e dei demani comunali a chi poteva comprarle, e spedirono l’argento ricavato a Bombrini (il quale l’intascò e mise in circolazione cartamoneta inconvertibile). Quelle terre che non riuscirono a tramutare in moneta sonante, le lasciarono ai liberali ultimamente battezzati, e come tali messi al comando dei comuni sudichi.

Se ricordo queste cose, non lo faccio solo per risentimento. Il risarcimento è invece un’esigenza politica. La quale mi porta ad aggiungere che lo Stato italiano ebbe parecchie occasioni per riparare. Gli emigrati mandarono persino soldi a sufficienza perché lo si potesse fare, però gli eupatridi li ritennero cosa nostra. Il Sud era ed è rimasto, nel sistema

italiano, un prolungamento demografico, ferroviario, stradale, aeroportuale del paese padano.

C’è abbastanza in quanto elencato per pretendere un risarcimento dei danni, cosa di cui prima o poi si occuperà una qualche corte di giustizia e comunque, politicamente, l’azione popolare.

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Di risarcimento per il capitale sottratto e di pagamento degli interessi maturati, si dovrà necessariamente parlare. Intanto mettiamo in scena l’affare delle rimesse in valuta. La trama è facile da raccontare. Difficile è invece offrire un conto consuntivo. Secondo la logica già vista (al villan non far sapere…) che presiede ai riti della storiografia patria, le fonti fanno scarsa luce. I movimenti connessi a (anzi permessi da) questa fondamentale voce dell’economia italiana sono celati da dense cortine fumogene. Tutto è serrato negli archivi del ministero delle tesoro, le cui porte, ovviamente, non si schiudono a chi non è sufficientemente cialtrone.

Le rimesse degli emigranti sono tuttora una costante dei reddito nazionale. Avendo l’accumulazione capitalistica impoverito l’intero paese, le emigrazioni presero a salire a partire dal 1880, dando vita, come contropartita, a un consistentissimo flusso di dollari e di pesete argentine (un tempo parecchio titolate). Le rimesse USA non si sono mai esaurite. A partire dagli anni trenta, a queste si sono aggiunte quelle provenienti dall’Australia e del Canada, e a partire dal dopoguerra quelle che vengono dal Belgio, dalla Svizzera, dalla Germania, dalla Francia e dall’Inghilterra.

Né potrebbe essere altrimenti. Gli italiani residenti all’estero oggi sono 28 milioni, cioè la metà degli italiani residenti in patria; i figli di oriundi dispersi nel vasto mondo si dice siano 60 milioni. Ma forse sono molti di più. Ancora oggi, al Sud ci sono centinaia di migliaia di famiglie che vivono con le rimesse dei congiunti emigrati o con pensioni straniere.

La prima ondata migratoria non fu tutta di meridionali, ma a partire dal 1887 e fino al 1914, principalmente di meridionali. Povera gente, figli di puttana, che, buttati via come stracci in quell’olocausto della dignità dell’uomo e dei suoi affetti, restringevano il pane quotidiano per mandare qualche soldo a casa. E a casa, i soldi arrivavano regolarmente. Però sotto forma di lire, in quanto il tesoro nazionale o si teneva d’imperio la valuta estera e spediva alle famiglie la meno preziosa moneta con l’effigie di Umberto I, l’Imbecille Massacratore, oppure incassava valuta pregiata in cambio delle lire (pezzi di carta) vendute all’estero.

Il valore internazionale di una moneta dipende dalla facilità con cui lo Stato che la emette può spendere valuta estera. Mi spiego. La ricchezza internazionale dell’Italia, anche oggi, viene valutata dalla quantità di dollari che può spendere. Se non avesse dollari da spendere, sarebbe giudicata povera. Invece, può spenderne molti, ed è giudicata ricca e civile.

Ora, l’Italia del 1880 era appena in condizione di far debiti ad alti tassi d’interesse; non di più. Svoltato il secolo, nei primi anni del 1900 si trovò a poter pagare con dollari e pesete. Di conseguenza cominciò ad esser giudicata, se non proprio ricca, almeno benestante. Siccome, a livello internazionale, un biglietto di banca è solo una cambiale emessa da un dato Stato , la cambiale-lira prese a circolare benaccetta, in quanto sottoscritta da un paese solvibile.

Il miracolo compiuto dalle rimesse portò i creditori (delle aziende italiane che importavano merci dall’estero) a tal punto di fiducia che preferivano avere in mano lire, per venderle a chi voleva spedirle in Italia, anziché oro. La domanda di lire nelle borse estere elevata e per avere lire da inviare in Italia si era disposti a pagare più (in termini di prezzo dell’oro) di quanto il tesoro Italiano avrebbe versato a chi le presentasse per il cambio (a quel tempo i saldi del dare/avere internazionale venivano pagati in oro sonante). Nel linguaggio degli addetti ai lavori, si usa l’espressione: la lira feceva aggio sull’oro.

L’Italia esportava carne umana altamente produttiva, schiavi disposti a spaccarsi la schiena, e cedendo uomini, cristiani, la Padania si arricchiva.

Quanto incassò l’Italia? Nel 1925, fatto un rapido calcolo, si disse che nei decenni precedenti aveva incassato 25 milioni. Vero? Non Vero? La cifra potrebbe persino essere esatta, ma il deprezzamento secolare della lira può farci sbagliare il giudizio. A quel tempo, un viaggio da Napoli a New York costava tra le 100 e le 150 lire (meno di quanto costa oggi un gettone telefonico) e un chilo di pane la metà circa di mezza lira. Per avere un idea effettiva circa quell’importo, è giusto aver presente, più che il rapporto fra la lira di oggi e quella di allora, il tenore di vita a quel tempo. Può venire in aiuto un esempio. Nella famiglia di un operaio (diciamo) ENEL meridionale, che alla fine del mese incassa 2,2 milioni, questi soldi debbono bastare a una famiglia di quattro persone. Dividendo, siamo sicuramente sotto la soglia statistica della povertà. Probabilmente ci saranno in famiglia difficoltà notevoli, ma essa non cadrà nel sottoconsumo. A casa non manca il latte, qualche formaggio, un bicchiere di birra, il televisore, la macchina, almeno un pacchetto di sigarette al giorno, ecc. Nel 1890, un addetto al gazometro di Catanzaro riceveva un salario che non gli permetteva di comprare un mezzo toscano al giorno. Negli stessi decenni, un possidente che acquistasse un toscano al giorno, era considerato uno sciupone. Anche nelle famiglie benestanti, la pasta si mangiava poco, la carne solo la domenica e persino del pane si faceva un consumo parsimonioso.

Ora a leggere i bilanci consuntivi dello Stato degli anni novanta dell’ottocento, che indicavano anche la voce rimesse degli emigrati, si prova commozione e rabbia. I morti di fame di abbandonati paesi del Sud, i figli di patria puttana, i terroni, malvisti e maltrattati, regalano all’Italia un surplus altamente strategico. Mi piace fare un raffronto tra quanto l’Italia incassava vendendo all’estero prodotti semilavorati, essenzialmente seta greggia, con quanto incassava attraverso le rimesse in sonante valuta estera, senza per giunta spendere una sola lira.

PeriodoEsportazione di semilavorati. Valore in milioni di lire. Media decennale.Rimesse degli emigranti. Importo in milioni di lire. Media decennale. Mil.Reddito nazionale nell’anno iniziale del decennio. Milioni di lirePercentuale delle rimesse su Reddito Nazionale
1881-1890377694  9.3607,4
1891-1900  381,51.574 11.20014,0
1901-1910  587,53.73412.70029,4

Mia elaborazione da: (prime colonne) Guglielmo Tagliacarne, “La bilancia dei pagamenti”, in

AA.VV. L’economia italiana dal 1861 al 1961, Giuffré editore, 1961; (ultima colonna) Paolo Ercolani, “Documentazione statistica di base”, in Giorgio Fuà (a cura), Lo sviluppo economico in Italia, vol. III, Franco Angeli editore, 1969

Le rimesse rappresentano da un sesto a quasi un terzo del reddito nazionale

(la cifra che il paese consuma o investe in nuovi fattori della produzione). Con le rimesse, dopo tanto soffrire, la patria si rimpinguò. Lo Stato pagò i suoi debiti più che quarantennali. Il tasso d’interesse sui buoni del tesoro, la cosiddetta rendita, a quel punto poterono essere collocati alla pari, cioè cento lire per un titola da cento lire. Gli interessi sugli stessi fu portato dal 5,5 per cento al 3,5 per cento.

In una parola, il Sud che aveva fatto l’Italia con i suoi danari, adesso con il suo umile lavoro ne faceva un paese benestante.

Infatti, si poté attrezzare industrialmente. Prima non l’aveva potuto fare perché non aveva i soldi. Nel primo decennio del novecento lo può finalmente fare. Il movimento è questo: su pressioni governative, una banca apre un conto a favore di un padrone padano (i Toscani intanto erano usciti di scena). Adesso che la lira gode di una totale fiducia, il padrone padano spende la somma in Inghilterra, nell’acquisto di macchine. Quelle lire girano un po’ per il mondo e alla fine tornano in Italia, per essere convertite. Il tesoro tira fuori i dollari e le pesete spedite dai figli di puttana, e salda. La banca lucra i suoi interessi, la Fiat diventa ogni giorno più grande, gli emigrati, la domenica, raggiungo un prato intorno a New York, si calano le brache, e mentre fanno quel che volevano fare all’aperto, gridano: viva l’Italia.

fonte

https://www.eleaml.altervista.org/nicola/politica/introduzione.html#mafia

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