Introduzione al separatismo rivoluzionario (VI)
Autarchia produttiva delle formazioni sociali economicamente delimitate e governo mondiale
L’attuale sistema regionale non avrebbe senso ~ e auspichi la riunificazione ~ Regno di Napoli dotato di un unico potere legislativo e di un unico esecutivo, di una propria banca centrale, del potere di imporre dazi alle merci in entrata e vincoli al movimento dei capitali. Perché tutto questo gioverebbe al Sud, e come, visto il contesto di “globalizzazione” capitalistico in atto?
Nel momento stesso in cui uccide il resto del mondo, il regime capitalistico si autoglorifica inneggiando ai propri successi. Questi sono così grandi che anche le vittime non sanno immaginare altro per il loro stesso destino, che seguirne l’esempio. Ma un mondo intero in cui ogni sua parte sia ricca come gli USA è impossibile, non solo perché mancherebbero le risorse non rinnovabili, ma anche a lume di logica.
Ciò non significa che gli attuali poveri, se vogliono finire di esserlo e vogliono anche essere uomini liberi, non debbano necessariamente passare dalla manifattura a motore umano alla manifattura macchinistica.
Immaginiamo un mondo in cui ci siano soltanto due persone. Usiamo i nomi biblici di Caino e Abele, sebbene qui non ci siano fratricidi. Almeno in apparenza. Caino possiede un trattore, ma non possiede un solo palmo di terra. Tutta la terra è posseduta da Abele. Questi prima la zappa con un bastone appuntito e dopo ci semina il grano ereditato da Adamo. Abele si ammazza di fatica, ma non riesce a zappare più di un’ara al giorno. A questo punto arriva Caino a bordo del suo trattore e con aria saputella propone al fratello il seguente patto: “La terra te la aro io, e se mi dai la semente, te la semino pure. Quando sarà il momento del raccolto, tutto il grano che potrai falciare con le tue braccia sarà tuo. Il resto lo lascerai a me”. Si accordarono così.
Giunto il tempo di mietere, Abele imbracciò la falce e si dette a mietere con quanta forza aveva in corpo. Mieté per giorni e giorni, alla fine cadde svenuto. Quando si riprese un po’, Caino civilissimamente gli chiese: “Sei stanco? Posso, allora, mietere io?”
Abele annuì. Allora Caino smontò l’aratro dal trattore e attaccò la mieti-trebbia. Per qualche giorno andò avanti e indietro sul campo. La trebbia insaccò quintali e tonnellate di grano senza fine. Quando Caino finì di mietere, i covoni di paglia toccavano il cielo. Ciò vedendo, Abele si faceva verde d’invidia e rosso di rabbia. “L’anno prossimo userò anch’io il trattore”, urlò in faccia al fratello.
“Certo, se ora avessi mietuto tanto grano da poterlo pagare. Ma il tuo grano non basta a ché tu finisca l’anno. Certamente sarai costretto a venire da me per un prestito. Invece sarò io a comprare un altro trattore, anzi due, se proprio vuoi saperlo”
La favola insegna che noi sudichi, se vogliamo mangiare la carne invece che rosicchiare l’osso, prima di tutto abbiamo bisogno d’un trattore. E siccome i trattori non si vincono all’Enalotto, non dovremmo lasciare che il nostro paese, il Meridione, sia governato da gente che si comporta da nemica, anche se ha una faccia meridionale, la quale sicuramente lascerà incancrenire il problema.
Tra i paesi industrializzati, soltanto in Gran Bretagna l’industria nacque, per così dire, inavvertitamente: per uno spontaneo processo di crescita della produzione esploso nella società civile. In tutti (proprio tutti) gli altri paesi, il processo fu guidato dai rispettivi Stati, i quali aiutarono i vecchi proprietari a modernizzarsi, a creare società per azioni e banche. L’industrializzazione venne dopo, quando i padroni, in tal modo aiutati, ebbero in mano i capitali necessari a fare il passo. Alcuni paesi furono e sono comunisti perché o il loro Stato padronale non si mostrò capace di guidare la modernizzazione del paese, o perché sono stati liberati dalla condizione coloniale da un antiStato concepito dal popolo, il quale voleva avere il trattore per non morire di fame.
Nei paesi inseguitori della prima generazione – in Francia, in Germania, in USA, in Italia – le popolazioni hanno fatto enormi sacrifici per permettere ai capitalisti di percorrere la via dell’industrializzazione. Quelle popolazioni, dove lo Stato non ha agito allo stesso modo, non solo sono rimaste indietro, ma per magiare debbono svendere il loro paese e ridursi essi stessi in schiavitù volontaria.
Ma come procurarsi il trattore? Allo stesso modo degli inseguitori. Solo che, nel frattempo, il capitalismo globale ha creato la disoccupazione universale, cosicché la nuova industria sarà costretta a rincorrere l’alta produttività con moderazione. Questo è possibile solo eliminando il sistema del profitto e i suoi boss.
D’altra parte il profitto è quella particolare forma di lucro che si ottiene facendo lavorare altri umani ai nostri comandi. Cosicché è giusto che l’abolizione del lavoro dipendente segua a livello epocale l’abolizione della schiavitù. Ognuno lavorerà per sé, tanto in un’impresa personale quanto in un’impresa societaria. Se le cose gli andranno bene, il valore del prodotto sarà tutto suo. Se gli andranno male, la collettività lo aiuterà ad avviare un nuovo lavoro. Il bisogno di lavorare, che fa parte dell’antropologia storica dell’uomo, è fondamentale che non vada deluso, o peggio punito.
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Con la fine del mondo contadino il meridione ha scavalcato irreversibilmente una soglia. Prima la parte più consistente della collettività poteva sopravvivere perché, caricandosi di superlavoro, realizzava una produzione destinata al consumo familiare. Oltre tale soglia sta il produrre per vendere. Ovviamente il passaggio ha cambiato l’uomo, in quanto produttore, e ha cambiato i rapporti sociali nel senso più vasto. A partire dal diverso modo di produrre, l’uomo ha cambiato anche le sue idee. Il mercato, su cui si vende e si compra – e non si può comprare se prima non si è riusciti a vendere – è divenuto una categoria generale delle relazioni sociali e il plafond su cui crescono le idee.
Il passaggio dell’economia naturale, o seminaturale, al mercato è sicuramente un progresso. Infatti il primo snodo del mercato è la specializzazione dei produttori e la divisione del lavoro che abbassa il tempo di lavoro necessario a produrre. Viene, subito dopo, la concorrenza, la quale stimola il progresso tecnico abbassando ulteriormente il tempo di lavoro necessario. Un aratro, trainato da un trattore fa, in otto ore, il lavoro di trecento zappatori. Per merito del trattore abbiamo più grano, l’abbiamo a un valore di scambio minore, e potremmo anche averlo di una qualità migliore.
L’ingresso del trattore nella produzione coinvolge una serie di problemi. Primo, l’acquisto di un trattore comporta la presenza di un capitale. Secondo: ipotizzando che il movimento del trattore impegni tre lavoratori, gli altri duecento novantasette, che prima avevano un’occupazione, restano disoccupati. Terzo: il capitale sborsato per l’acquisto del trattore deve poter essere ammortizzato, altrimenti tutto il tempo di lavoro impiegato alla fabbricazione del trattore si traduce in uno spreco (e ovviamente il folle che lo ha comprato fallisce).
Il contadino che ha una tomolata di terreno (il terzo di un ettaro) certo non compra un trattore. Un trattore capace di arare un ettaro al giorno presuppone che chi lo compra disponga almeno di sessanta ettari.
Se possiede i sessanta ettari e impiega il trattore per arare e trebbiare, il grano che ha prodotto costa alla produzione meno del grano prodotto dai suoi vicini che non hanno il trattore. Si tratta di una grossa partita, che viene subito adocchiata da un grossista di granaglie, il quale la compra direttamente, senza dover fare ricorso ai mediatori locali. Il nostro, realizzato il valore, subito avvia il nuovo ciclo. Può anche capitare che, un dato anno, la produzione mondiale sia abbondante e che di conseguenza il prezzo ribassi. Ciò inciderà sul suo auspicato guadagno, ma difficilmente lo porterà in perdita, perché il suo costo di produzione è allineato con quello degli altri produttori moderni del mondo.
La cosa costerà cara invece ai piccoli produttori suoi vicini, i quali hanno sostenuto costi maggiori. Al questo punto qualcuno decide di rinunciare. Ci sarà chi cambierà mestiere e chi abbandonerà il campo alle erbacce. Ci sarà anche qualcuno che venderà il podere.
La storia del Sud è tutta nell’apologo. Non abbiamo il trattore e abbiamo svenduto il fondo grande. Adesso ci mancano i boss con i soldi che possano acquistare l’uno e ricomprare l’alto. In più accade che, se i duecentonovantasette espulsi dal lavoro sono emigrati, adesso ci sono i figli a cercare lavoro.
Che facciamo? Non abbiamo il grosso fondo, però abbiamo un centinaio di piccoli fondi e qualche centinaio di coltivatori che sbarcano il lunario alla meno peggio. Partiamo da quello che c’è. I venditori di trattori cercano clienti. Tutti assieme sottoscriveremo una cambiale e avremo così il trattore. E siccome bastano soltanto tre di noi a lavorarci, gli altri continueranno a produrre cipolle, agli, pomodori e fagioli per tutti. Come in una vecchia famiglia contadina, l’importante è non comprare da terzi, non spendere una solo moneta, al fine d’avere il danaro pronto per il giorno in cui scade la cambiale. Faremo, insomma, quello che hanno fatto la Germania, il Giappone e gli altri. Non faremo invece come l’Italia padana, che la cambiale se l’è fatta pagare da noi.
La storia futura del Sud (ma futuro è anche domani) è in questa seconda parte dell’apologo. Non c’è altro da fare. Il mercato è senz’altro da accettare. Direi che è necessario. E’ una valida sedimentazione della storia umana. Ma siccome tende a portare l’acqua dove il fiume pende, bisogna frenarne gli automatismi. Certo il mercante ne soffrirà, ma le altre persone ne trarranno un vantaggio. Forse
potrebbe soffrirne anche il consumismo. Ma che consumismo è questo, se c’è tanta gente – proprio troppa – che non ha da mangiare?
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Circa l’idea di Stato credo che oggi ci sia parecchia stanchezza mentale. La categoria Stato non comincia con il capitalismo. Abbiamo qualche idea su quello che furono i grandi Stati fluviali che stanno al principio della storia; conosciamo meglio – perché descritta dai contemporanei – l’organizzazione tribale in Palestina, nonché quella dei clan elleni e latini già inurbati, dove il legame sociale non scaturiva più dal culto dello stipite comune, ma dalla collaborazione tra molte famiglie per gestire e difendere la città mercato.
All’elenco dobbiamo aggiungere lo Stato mare-terrestre di Roma-impero e la confederazione degli Stati terrestri d’Europa, tenuta assieme dall’imperatore sacro-romano, dal pontefice romano e dalla comunità dei colti; la medesima realtà geografica sui si è formata l’Unione Europea. C’è infine l’ONU, che va già definendosi come un parlamento che serve a legittimare a posteriori le attività dell’esercito universale e che probabilmente da qui a non molto lo comanderà effettivamente.
Ovviamente, lo Stato meridionale (insisto: Megale Hellas) non potrà dichiarasi estraneo al processo di conglobazione mondiale, persino nella sua ambigua fase militare. Peraltro la repubblica o impero universale contribuirà allo scioglimento di quegli Stati che al loro interno sono più giustapposti che uniti, come la Spagna, l’Italia, l’Inghilterra, ecc. Se ciò avverrà, sarà eliminato un forte ostacolo alla fondazione di una repubblica internazionale di uomini liberi ed eguali. Nel gioco mondiale, attualmente la nostra parte è di uscire dallo Stato del capitalismo padano e dall’Unione dei capitalisti europei; possibilmente di promuovere una comunità politica con le popolazioni mediterranee che hanno la nostra stessa matrice culturale.
Mi sono precedentemente dilungato sulle ragioni storiche e politiche del separatismo rivoluzionario. Volendole riassumere, esse sono:
Uno, il capitalismo europeo, con atti concreti e convergenti, ha escluso il Sud dall’area del pieno impiego. Due, le formazioni politiche della sinistra italiana hanno voltato le spalle alla domanda di rappresentazione dell’esercito industriale di riserva meridionale, in forza di un patto tacito con la classe dei capitalisti padani. Tre, non c’è un solo segno che possa fare immaginare diversa la sinistra europea unita. Quattro, il capitalismo occidentale sta portando morte e devastazioni in tutto il mondo. Noi che abbiamo la ventura di non partecipare alla cultura dello sterminio senza campi di concentramento, della distruzione degli uomini e della natura portata avanti con non chalance; noi, che per nostra fortuna siamo altri, dovremmo opporre una resistenza organizzata alla suggestione che il successo economico dei capitalisti suscita. Cinque, pur essendo anche noi italiani a causa del prevalere della geografia sulla cultura, è necessario che prendiamo atto del fallimento dello Stato nazionale e dell’inguaribile padanismo delle forze politiche che si atteggiano ad oppositori del capitalismo. Perciò ci distacchiamo dall’uno e dalle altre e – in parte perché sospinti fuori, in parte spontaneamente – prendiamo il cappello, salutiamo e ce ne torniamo a casa nostra.
Il proletariato esterno
A suo tempo parlasti di un “proletariato esterno”nel Sud [N.B.: specifica questo tuo concetto nella tua risposta. Non è detto che tutti l’abbiano chiami. E’ ancora valido secondo te questo concetto? E, se sì, come si configura socialmente questo proletariato?
Non sono il padre dell’espressione proletariato esterno, l’ho soltanto usata come titolo di un mio libro. Padre ne è il grande storico delle civiltà – in particolare di quella mediterranea – Fernand Braudel (Il mondo attuale, Einaudi). Rifiutata in Italia sia dalla letteratura gramsciana sia dalla pubblicistica d’ispirazione padronale, era usata disinvoltamente (e suppongo lo sia ancora) in Francia.
Il proletariato esterno è quello senza fabbriche; quello che non ha rivendicazioni salariali e normative da avanzare, perché, fisicamente e politicamente, non ha di fronte a sé un padrone. Sottomesso al mondo occidentale – un padrone esterno, lontano anche fisicamente e tuttavia così forte da imporre le sue regole commerciali e le sue tecnologie avanzate, tanto con le armi, quanto più attraverso una catena di mediatori locali – chiede la libertà. Ha continuato a chiederla anche dopo che i colonizzatori se ne sono andati, perché il loro dominio continuava attraverso le merci capitalistiche.
Socialmente, il mondo del proletariato esterno corrisponde a quello dell’artigianato tradizionale, che impiega come motore la forza umana e che è stato superato dal macchinismo industriale. Questo mondo, per liberarsi, deve necessariamente imparare l’uso delle tecnologie avanzate. Non essendo contagiato da pruderie liberali e amerikane posso tranquillamente ricordare il motto di Lenin secondo cui il comunismo si componeva di due cose: l’elettrificazione della Russia e il potere dei Soviet. La faticosa operazione d’assimilare e usare il sistema macchinistico si scontra, oltre che con i tempi necessari all’apprendimento e con gli immensi costi degli impianti, anche con i mediatori locali del capitalismo occidentale.
Lo scontro di interessi fra mondo avanzato e mondo arretrato ha perduto i toni battaglieri di un tempo e inclina al sociologico e all’umanitario. Lo stesso termine sottosviluppo, che definiva perfettamente la causa propriamente commerciale della regressione dei paesi non industriali, non viene più usato. Anche l’espressione corrente per indicare i mercanti infeudati, la borghesia compradora, è uscita dall’uso dei colti. Così pure quella di lumpen-borghesia, borghesia stracciona, coniata da Paul Grunder Frank echeggiando Marx.
In Italia, una parola adeguata esisteva già. Da noi, sotto l’etichetta di meridionalismo erano fioriti importanti studi sul sottosviluppo ante litteram. Gaetano Salvemini definì ascari i sostenitori meridionali del governo padanista, impiegando per traslato il termine con cui venivano chiamati gli eritrei assoldati dall’Italia per combattere il loro stesso popolo.
Salvemini si fermò a suoi tempi. Per carità di patria non volle estendere la sua indignazione ai governi che avevano preceduto quello del malavitoso Giolitti. Dilatando il concetto salveminiano, credo ci sia consentito affermare che, in Italia meridionale, l’ascarismo è la cultura adottata da tutte le forze politiche e sindacali unitarie, e oggi anche dai federalisti.
Mi sono già dilungato sull’argomento, debbo soltanto aggiungere una mia ferma convinzione: i lavoratori meridionali sono nel budello senza uscite del sistema unitario, a causa della strategia decisa da Togliatti al suo rientro in Italia, e in appresso sempre seguita, la quale consisteva nell’assorbire la spinta alla rottura del sistema, che veniva dal proletariato meridionale, per dirottarla verso traguardi elettorali.Detta linea è limpidamente espressa dalla parola doppiezza, da lui stesso adottata, la quale doppiezza aveva come fine di non incrinare il patto tacito con cui, a partire dalla Ricostruzione nordista, la classe operaia andava consegnandosi al padronato industriale, onde non vanificare la crescita e per partecipare ai suoi benefici: e cioè l’aumento dell’occupazione e la trasformazione dei contadini in salariati. Insomma, per opportunismo, il PCI fu in Italia una stravagante frangia riformista dell’Internazionale Comunista (rivoluzionaria). La conseguenza per il proletariato meridionale fu che – non potendo essere riformista perché non è riformabile quello che non c’è – non poté neanche portare avanti una lotta pienamente riformatrice.
Quanto alla contrapposizione più generale tra proletariato occidentale e proletariato esterno, mi pare che si vada perdendo quel velo di pudore con cui la pubblicistica italiana voleva dissimularla. Oggi, il proletariato occidentale va orientandosi verso posizioni già viste, che nella mia lingua si chiamano nazional-socialismo. Cioè lo Stato sociale all’interno e l’imperialismo all’esterno. Con il razzismo come fattore di depistaggio delle masse.
Certo non siamo alla rozzezza di Hitler e alla superficialità di Mussolini. Nessuno ancora dà le armi alle S. A. (le squadre d’azione antiproletaria in Germania) e alla Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, ma le camicie colorate sono state già distribuite ed è stata già propagandata l’idea che i popoli padani siano di origine celtica, Si badi, non longobardi o galli, al fine di non incorrere in una parola che nella cultura italiana funziona negativamente. Dei celti si sa ben poco, sicuramente zero fra i bossisti. Il bossismo, con le sue camicie verdi e il suo celtità non è una generica forma di antimeridionalismo borghese; non se la prende con Gaetano Salvemini o con me. E’ contro lo Stato sociale all’esterno della Padania, mentre l’operaio padano non trova difficoltà a mescolarsi con il leghista tipo.
Dopo il crollo dell’URSS, il capitalismo sente molto meno il bisogno di blandire i suoi operai e in genere i suoi dipendenti. Il privilegio delle aristocrazie operaie va affievolendosi. Sempre più largamente i padroni esternano le loro fabbriche nei paesi sottosviluppati. A questo si aggiunge che gli stessi richiamano all’interno fette dell’esercito del lavoro mondiale di riserva. La curva dei salari, la condizioni di lavoro, la sicurezza del posto, vanno abbassandosi, quantomeno in termini reali (i salari, mi pare pure in gretti termini monetari). In Germania, Francia, Austria, Svizzera, Italia, la spinta xenofoba si allarga fra fra i lavoratori subalterni, i quali mal sopportano l’omologazione in basso.
L’avversione, forse l’inimicizia tra proletariato esterno e interno va crescendo. Ciò nonostante si può immaginare il contrario, e cioè che l’omologazione in basso possa restituire all’internazionalismo proletario quel vigore quarantottesco che, a partire da dalle Trade Unions, da Lassalle e poi nel corso di centotrent’anni, il pragmatismo e riformismo hanno stemperato.
Se la condizione operaia continuerà a cadere, potremmo – forse – essere alla crisi del riformismo e sulla soglia della rinascita dell’internazionalismo. Il moto di Seattle e le sue recenti code potrebbero esserne il segnale, ma tutto dipende dalla consistenza e leggibilità di una nuova teoria della rivoluzione proletaria.
Nicola Zitara
fine
fonte
https://www.eleaml.altervista.org/nicola/politica/introduzione.html#mafia


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