Alta Terra di Lavoro

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ISTANTANEA SUL RISORGIMENTO. Il più grande falso di tutte le storie di tutti i tempi

Posted by on Gen 15, 2026

ISTANTANEA SUL RISORGIMENTO. Il più grande falso di tutte le storie di tutti i tempi

Lucio Castrese Schiano

     Le vicende che nelle varie epoche interessano le nazioni, cambiandone forma di governo, o sconvolgendone radicalmente credenze, usi e costumi, costituiscono “ le storie ” di tali nazioni. Tutte queste “ storie ” singole, messe insieme, costituiscono a loro volta “ la storia ” dell’umanità.

Non tutte le storie si svolgono in maniera indolore nel rispetto di leggi o principi, che l’ideologia del momento fa ritenere superati, da modificare o addirittura da eliminare, per cui ognuna di esse  ha qualcosa da nascondere o da nobilitare, per tramandare una buona immagine di sé alle generazioni future. In nessuna parte del mondo, però, e in nessuna epoca, una nazione ha scritto la propria storia come quella scritta in Italia per l’epoca del cosiddetto Risorgimento, dove già lo stesso termine usato per contrassegnare l’epoca è falso, e dove, dal più impegnato protagonista all’ultima comparsa, non c’è nessuno le cui doti morali coincidano con gli stereotipi tramandati dalla retorica. Per rendere possibile questa mistificazione totale, si è partiti da lontano, e tutti i protagonisti che a vario titolo hanno contribuito con il loro pensiero o con le loro azioni a renderne possibile l’affermazione, non hanno alcunché in comune con la morale, di cui, forse, non hanno conosciuto neanche il significato. Come detto, in quest’opera di impostura sono stati coinvolti a vario titolo proprio tutti, sia  i personaggi che la retorica ha reso di planetaria conoscenza, sia semplici gregari senza la cui opera non sarebbe stato possibile raggiungere l’obiettivo prefissato. Parliamo di: Gladstone, Napoleone III, Cavour, Vittorio Emanuele II, Garibaldi, Mazzini, Curletti, Farini, Cialdini, Lemmi, Adami, Settembrini, Pica, Spaventa, Poerio, Pisacane, Cosenz … Il pantheon degli  eroi , dei  martiri , dei  padri della patria  è affollatissimo, e solo per trascrivere i nomi di tutti quelli che vi sono stati inclusi, anche dell’ultimo tenentino dell’esercito sabaudo, occorrerebbero pagine e pagine. Per cui, anche in virtù della limitatezza delle mie conoscenze, fermerò l’attenzione solo sui fatti e sulle figure più ricorrenti, premettendo, però, che per ognuno di questi “ attori ” occorrerebbero pagine e pagine per renderne pubbliche tutte le azioni disonorevoli di cui si sono macchiati e di cui il catartico lavacro operato dalla retorica li ha mondati elevandoli quasi agli onori degli altari. Molti inciuci  avvenivano quasi contemporaneamente, e in gran segreto. per cui non è facile inquadrarli cronologicamente. Dovendo comunque scegliere un punto da cui prendere le mosse, partiamo dagli incontri di Plombiers tra Cavour e Napoleone III, dal ruolo di seduttrice di Virginia Oldoini Verasi – alias Contessa di Castiglione – e dalle famose lettere del grande bugiardo, reo confesso, Gladstone.

      La più grande potenza coloniale dell’epoca  – l’Inghilterra – per i suoi traffici aveva interesse che una certa parte del Mediterraneo potesse essere percorsa liberamente dalla sua flotta, per cui si doveva fare in modo che scomparisse lo Stato che di quella parte del Mediterraneo deteneva quasi il monopolio, sia per posizione geografica  che per diritto dinastico; Stato che aveva cominciato a dare chiari segni di volersi scrollare di dosso l’ingerenza inglese e accordare le proprie simpatie più a oriente. A questo punto, mancando anche il minimo pretesto da contrabbandare come casus belli, si ricorse alla calunnia, che già di per sé è un’azione vituperevole  che non depone certo a favore di chi vi ricorre. Ma, si badi bene: questo è solo uno dei tanti disvalori che sono alla base del tanto decantato  Risorgimento ! Per ritornare al ruolo dell’Inghilterra, su richiesta di lord Palmerston, il Gladstone raggiunge il Regno delle Due Sicilie, e dalle confidenze di alcuni fuoriusciti (Poerio, Settembrini & C.) e senza aver mai visitata una prigione borbonica, come egli stesso confesserà in un successivo viaggio in Italia, compila  la famosa lettera sulla negazione di Dio della dinastia borbonica, che la “ perfida Albione ” provvederà ad inviare a tutte le cancellerie europee. (Questo è un altro dei tanti falsi alla base del  Risorgimento). Contemporaneamente, proprio come due congiurati, e mentre la Castiglione preparava le sue armi  di seduttrice, Cavour e Napoleone III si affannavano per trovare un punto debole fra gli Stati più piccoli della penisola donde far partire il famoso  grido di dolore, che avrebbe raggiunto il sensibilissimo animo del re  galantuomo , che non aspettava altro per portare il suo “  disinteressato ” aiuto alle popolazioni che gemevano sotto la tirannia dei propri sovrani. (E qui si inseriscono le figure del Curletti, del Farini e di un manipolo di carabinieri – questi, le comparse –  che si adopereranno tanto per far lanciare agli infelici popoli italici un primo  grido di dolore ).

     E veniamo ai fatti.

     Era primavera inoltrata in quella parte della penisola italica conosciuta come il  giardino d’Europa . Correva l’anno 1860, e un giovane re e la sua giovanissima moglie vivevano la loro vita di giusti nei propri domini insieme ai loro sudditi. Sia per la loro giovane età, che li portava ad immaginarsi un futuro abbastanza lungo in cui scambiarsi tenerezze e consolidare l’unione, sia perché fondamentalmente inclini alla pace, costoro – come tanti altri sovrani nel resto della penisola – ritenevano che lo stare in pace con tutti, non nutrire desideri di espansionismo territoriale o coloniale, comportarsi  nel pieno rispetto di tutte le regole del vivere civile fossero elementi sufficienti per continuare a vivere sia  la vita privata che quella di sovrani in pace e secondo i propri desideri. Ma non molto lontano c’era chi non la pensava così e, in nome di una libertà che strombazzava ad ogni occasione e che tradiva continuamente, si era arrogato il diritto di decidere diversamente, cambiando non solo le condizioni e lo status di quel “ giardino ”, il modo di vivere e di pensare dei regnanti e dei sudditi, ma addirittura il significato e la sostanza delle parole, che da che mondo è mondo avevano permesso agli uomini di tutte le epoche di stabilire relazioni sociali e capirsi reciprocamente.

    Un gigantesco cancro stava già da tempo cominciando a diffondere subdolamente le proprie metastasi, corrompendo tutto ciò che incontrava sul proprio cammino. E su questo cammino il cancro incontrò, tra gli altri, il tessuto in cui si articolava la vita civile del Regno delle Due Sicilie, che sarebbe stato di lì a poco fagocitato senza preavviso, sconvolgendone tragicamente sia l’organizzazione civile che la vita privata dei regnicoli . L’ombra nera che aveva steso i suoi mortali gangli e la sua spessa e pesante coltre tra il lussureggiante giardino e la radiosa e calda luce del sole, che ab aeterno  aveva allietato quelle terre, avrebbe fatto scomparire millenni di storia, una infinita serie di civiltà che vi si erano avvicendate e le più grandi ed importanti scuole di pensiero. In nome di una libertà non richiesta e dell’aiuto che si portava in risposta al falso grido di dolore, si era pensato addirittura di far scomparire i figli di questa terra deportandoli nella zone più lontane ed inospitali del pianeta, e si deve solo al rifiuto delle nazioni interpellate, se i sedicenti liberatori non riuscirono a portare a compimento il progetto! (Questo è un punto tanto disonorevole che la retorica risorgimentale lo ha relegato nell’oblio!). Neppure le continue scorribande dei Saraceni o le invasioni dei vari popoli barbari che pure avevano funestato la vita di queste terre erano riuscite ad eguagliare le atrocità commesse ai danni di queste popolazioni nel giro di appena pochi anni dalle orde dei  morti di fame, come dai  regnicoli  venivano definiti i piemontesi per la loro inesauribile sete di saccheggio, di cui – affinché l’affermazione non venga intesa come una gratuita offesa –  avevano già dato prova nel sacco di Genova del 1849. Neanche nelle epoche più buie della propria storia queste terre ebbero modo di registrare atti di crudeltà e di ferocia come quelli portati dai cosiddetti  civilizzatori e liberatori.

            Vediamo ora le doti morali di cui erano forniti i vari personaggi consegnati alla storia come prototipi di virtù, di correttezza e modelli da imitare. Partiamo da quello che, per importanza, dovrebbe essere il primo tra i padri  della patria: Vittorio Emanuele II, il cosiddetto  re galantuomo .

     Per prima cosa, dobbiamo dire che, con la sua decisione di rimanere secondo come re del Piemonte, costui  ha svuotato di significato la definizione di  padre  della patria, essendo rimasto sempre il Piemonte la sua patria e semplice ampliamento territoriale gli Stati conquistati. Per quanto riguarda poi la definizione di galantuomo, ad invalidarla basterebbero:

– la proditoria invasione del Regno delle Due Sicilie

– la continua contraddizione delle sue stesse affermazioni, tipo “Dobbiamo rispetto ai trattati …” o “Non vengo ad imporre la mia volontà, ma a rispettare la vostra”  

–  il pieno appoggio personale a titolo privato a Garibaldi per la sua spedizione, ma la sua contrarietà pubblica

– le sue continue avventure amorose, durante una delle quali, a bastonate, uccise uno dei parenti della ragazza con cui si era intrattenuto

 – i suoi gusti poco regali sia in fatto di donne (prediligeva le popolane) che di cibo (preferiva pasti molto plebei in trattorie ai pranzi a corte)

 – la sua mancanza di scrupoli e d’affetto, tanto che, per ottenere l’appoggio di Napoleone III, non esitò a sacrificare la giovanissima figlia Maria Clotilde  dandola in sposa all’altro grande donnaiolo Gerolamo Bonaparte

 –  annoverare tra le sue amanti perfino la duchessa di Genova Maria Elisabetta di Sassonia, moglie del fratello Ferdinando di Savoia 

 –  la sua implicazione nello scandalo delle Ferrovie Meridionali, in quello del Monopolio dei Tabacchi e perfino nelle forniture militari, come confessato dalla sua amante Maria Letizia Wyse-Rattazzi.

Camillo Benso – Grande corruttore. Doppiogiochista, privo del più piccolo senso morale. Opportunista ad oltranza. Incettatore. Era tanto “sensibile” ai bisogni altrui che, nonostante in possesso di enormi quantità di farina, non ci pensò due volte a ricorrere alle forze armate per disperdere la folla che, sotto le finestre del suo palazzo, chiedeva del pane. Promotore del più subdolo e trasgredito principio di “ libera Chiesa in libero Stato “, calpestando il quale abolì tutti i privilegi di cui aveva fino ad allora goduto la Chiesa, facendo chiudere  monasteri, conventi,  vietando  le donazioni alla Chiesa e le processioni, sopprimendo le scuole cattoliche e proibendo perfino la circolazione delle encicliche pontificie. Anche lui incorreggibile donnaiolo e distruttore di famiglie. Preferiva, infatti, donne sposate: Bianca Sovertzy-Ronzani; Clementina Guasco, marchesa di Castelletto;Anna Schiaffino Giustiniani, condivisa con la Guasco e suicida per amore; contessa Emilia Gazzelli Pollone, Melanie Waldor (già amante di Dumas), Hortense de Meritens (sostenitrice dell’amore libero). Delle altre avventure del genere si può solo provare ad immaginare, per la reticenza usata al riguardo dal suo ex agente segreto, il quale, come primo incarico ricevuto per essere assunto, ebbe quello di rapire una ragazza e portarla a Moncalieri a disposizione del conte. <<Questa spedizione non fu l’ultima di simil genere di cui fui incaricato, ma delle altre non dirò parola …>> afferma il Curletti nelle sue memorie.

Giuseppe Garibaldi – E’ il più grande capolavoro della mitografia risorgimentale. Condannato a morte in contumacia dai Savoia, di cui poi diverrà stretto collaboratore. Pirata al servizio dell’Inghilterra nei bacini dell’America meridionale. Negriero (commercio di schiavi dalla Cina al Perù per conto dell’armatore ligure Pietro Denegri). Ladro di cavalli e rapitore (orecchio mozzato per furto di cavalli o dal morso di una donna rapita). Donnaiolo incallito (rapimento della diciottenne Anita Ribeiro de Silva – lui trentaduenne –  al marito Duarte). Flirt e relazioni amorose con un numero imprecisato di donne, una delle quali, la contessa Maria Martini della Torre,  abbandona il marito, segue Garibaldi in Sicilia, e finisce poi in manicomio dopo di aver tentato il suicidio. A Capua, invece , lo segue Louise Colet, A 52 anni  sposa, la 18enne marchesina lombarda Giuseppina Raimondi, lasciata lo stesso giorno delle nozze nell’apprendere che la neosposa era in attesa di un figlio. A 58 anni,invece, non disdegna di mettere incinta la 18enne Battistina Ravello giunta a Caprera per svolgere lavori di domestica e che gli darà  una figlia (Anita). La storia si ripete con la 17enne piemontese Francesca Armosino, che era andata a Caprera come cameriera e che darà a don Peppino tre figli, riuscendo alla fine a farsi sposare. Ma il capolavoro più celebrato dalla retorica risorgimentale è la strafamosissima spedizione dei Mille (i cui componenti sono rimasti sempre “ mille “, nonostante avessero raggiunto quasi le 40.000/50.000 unità), che riempie ancora le fantasie di mezzo mondo e che, alla fine, non è altro che un atto di pirateria portato ad uno Stato sovrano da un privato cittadino, a capo di una massa di disperati.(E chi era il cantore ufficiale della spedizione? Il 58enne Alexandre Dumas che aveva per amante la 16enne Emile Cordier!).Anche per quest’atto di pirateria i falsi si sprecano: dal furto dei due vapori, per il quale Garibaldi lascerà diversi falsi storici, con la lettera “ ai Signori Direttori dei vapori nazionali “ e col far passare un’azione combinata nei minimi particolari con tutte le autorità portuali come un atto che solo persone della loro tempra potevano realizzare ( “ … tutto ciò con uno splendido chiaro di luna, son tutti fatti più facili a descriversi che ad eseguire, e vi fa mestieri molto sangue freddo, capacità e fortuna “). Per rafforzare l’affermazione che la spedizione altro non fu che un atto di pirateria, è il caso di precisare che nel dirigersi a Marsala, il Lombardo e il Piemonte non avevano issata alcuna bandiera (no flags, come annoteranno nei registri di bordo i comandanti inglesi dall’Argus e dell’Intrepid).

Giuseppe Mazzini – Eterno cospiratore, satanista insieme al suo grande sostenitore Albert Pike; terrorista, tecnico dell’assassinio politico e teorico del pugnale. Nel 1828 progetta di assassinare l’imperatore d’Austria e il principe Metternich. Nel 1833 organizza una insurrezione in Piemonte e Liguria, scoperta da Carlo Alberto, che commina diverse condanne a morte, 12 delle quali eseguite, centinaia di pene detentive e porta al suicidio dell’amico Jacopo Ruffini per sottrarsi agli interrogatori. Nel 1834 organizza un nuovo tentativo insurrezionale dalla Svizzera, anche questo fallito, come tutti quelli che organizzerà nel corso della sua vita. La mano omicida di Mazzini fu Adriano Lemmi, che ispirò il tentato omicidio del ministro toscano Baldasseroli; quello all’imperatore d’Austria; l’attentato di Felice Orsini a Napoleone III; l’attentato al cardinale Antonelli; al padre gesuita Benchx; l’assassinio del duca di Parma Carlo III nel 1854; il tentato omicidio di Ferdinando II di Borbone da parte di Agesilao Milano nel 1856. (E qui un’altra incongruenza ed un sovvertimento del significato delle parole su cui si regge il Risorgimento. In occasione della condanna a morte di Agesilao Milano, Mazzini fece coniare una medaglia commemorativa, in cui, quello che era a tutti gli effetti un traditore e un attentatore veniva definito martire). Anche Mazzini ebbe diverse donne nella sua vita: Giuditta Bellerio, vedova del cospiratore Giovanni Sidoli; Adelaide Zoagli, madre di Goffredo Mameli; la moglie inglese di Pio Tancioni, la moglie del carbonaro Carlo Venturi; Sara Nathan, madre di Ernesto Nathan, sindaco di Roma e probabile figlio di Mazzini; Jessie White, moglie dello scrittore Alberto Mario, animatrice delle festose serate dei garibaldini; Anna Courvoisier, che condivideva amichevolmente con Agostino Ruffini.

Carlo Pisacane – Finanziato dal massone Adriano Lemmi – che finanziò anche la spedizione cosiddetta dei “Mille” e che poi fu ampiamente ripagato da Garibaldi con l’oro sottratto al Banco di Sicilia e al Banco di Napoli –  il 26 giugno 1857, organizzò la famosa spedizione di Sapri nel tentativo fallito di detronizzare i Borbone di Napoli. Sul suo conto la fantasia del Mercantini si sbizzarrì a tal punto da consegnare alla retorica risorgimentale un rivoluzionario ed un gruppo di ergastolani come eroi e martiri, e il sequestro di una nave nonché il tentativo di andare a perturbare un ordine costituito come gesta epiche. Su “ bugie ” ed esagerazioni del genere è stata costruita tutta l’impalcatura del Risorgimento. Ma ora rivolgiamo l’attenzione sulla dimensione morale del soggetto in esame, per poter stabilire se dalle sue azioni si poteva concludere che  poteva aspirare ad essere incluso nel pantheon dei martiri e degli eroi, e costituire esempio per le generazioni future.  Detto brevemente, per questioni amorose il Pisacane abbandona l’esercito borbonico tra le cui file rivestiva il grado di ufficiale, e quindi è un disertore a tutti gli effetti. Ruba un piroscafo (Cagliari), e, issando bandiera rossa, che era il segnale di avaria a bordo, con l’inganno riesce ad approdare nel porto di Ponza. Qui, con un colpo di mano libera 323 detenuti (di cui solo 11 “politici”) ed, appena sbarcato nel Cilento, ne libera altri dal carcere di Padula. Quindi, fino a questo momento stiamo parlando di un disertore, di un ladro o di un dirottatore e di un rivoluzionario. Esaminiamo adesso l’aspetto che con la sfera morale ha più attinenza. Il nostro, dopo una serie di incontri adulterini, porta via al cugino Dionisio Lazzari la moglie Enrichetta De Lorenzo, già madre di tre figli. Dato che i due si frequentavano “ intimamente ” da tempo, Enrichetta è incinta, per cui, per riparare all’evidente adulterio, i due sono costretti a fuggire all’estero, non prima però che il Pisacane venga raggiunto e pugnalato da due sicari inviati dal marito tradito. Enrichetta avrà due figlie dalla relazione col Pisacane, ma entrambe morte prematuramente. Nel frattempo alla coppia si uniscono altri due “ campioni ” del Risorgimento: Enrico Cosenz e Giovanni Nicotera. Da questa famiglia allargata nasce un’altra bambina, Silvia, dalla paternità incerta, alla quale il “ magnanimo ” Garibaldi, dopo aver organizzata una spedizione punitiva contro coloro che avevano osato opporsi al Pisacane e dopo essersi impadronito delle casse del Regno di Napoli, concederà un vitalizio di 60 ducati, pari a 13.000 euro, in memoria del presunto padre Carlo.

     Come visto, non ci fu alcun risorgimento, ma un affossamento delle terre conquistate, Nessun plebiscito che esprimesse la volontà dei popoli invasi di diventare sudditi del Piemonte, tanto che nell’ex Regno delle Due Sicilie vi fu una tenace resistenza che durò oltre dieci anni, costringendo il  Piemonte a ricorrere ad un esercito di 120.000 uomini per aver ragione di questa opposizione, alla promulgazione della famigerata legge Pica, al domicilio coatto ed allo stato d’assedio. Non ci fu alcun re galantuomo, visto che fu proprio costui che nel 1849 affidò al generale Alfonso La Marmora (fondatore del corpo dei bersaglieri) il compito di reprimere duramente la rivolta di Genova, che terminerà  dopo che nella città furono perpetrati saccheggi, rapine, fucilazioni sommarie e violazione di chiese1 -2. Il numero preciso dei morti e feriti non si saprà mai, ma certamente si avvicinò al migliaio. In ricordo di questo eccidio, per molti anni Genova sarà l’unica città italiana a non fornire bersaglieri all’esercito italiano. Non ci fu alcun grido di dolore. Non ci fu nessuna impresa eroica né alcun furto di navi, regolarmente pagate più volte alla Rubattino (altro esempio di correttezza commerciale!). Non ci fu alcun re buono, tanto è vero che questo re buono insignì col collare dell’Annunziata il generale Bava Beccaris, che nel 1898, per reprimere i moti scoppiati per la fame a Milano, aveva sparato a cannonate sui manifestanti, provocando 80 morti e 350 feriti. Alcuni protagonisti – tipo Mazzini – erano satanisti e cultori dell’omicidio politico; altri, pirati e commercianti di schiavi. Quasi tutti sequestratori di persone, distruttori di famiglie e pedofili. Tutti implicati a vario titolo nei diversi scandali che caratterizzarono la nuova Italia appena unificata.

     In conclusione, cosa è stato il tanto decantato Risorgimento? Un ribaltamento di tutti i valori che fino a quel momento avevano costituito le basi per un corretto e proficuo rapporto fra i popoli. Alla verità furono sostituite la menzogna e la calunnia;all’esaltazione il vilipendio; all’onore il disdoro; alla correttezza la corruzione, tutti elementi che divennero parte integrante della vita della nuova nazione, interessando tutte le classi e tutte le forze politiche, che, toccate tutte dalla corruzione e dovendosi coprire reciprocamente, non hanno avuto interesse a scoprire gli altarini, lasciandoci in eredità una nazione che non tutti riescono ad accettare e riconoscere come patria comune.

(1) I cattivi bersaglieri del 1849 – «Non merita riguardo una città di ribelli». Parola di Alfonso Lamarmora. E il generale sabaudo, (entrato nella storia militare come fondatore del corpo dei bersaglieri) ordinò il bombardamento e diede via al sacco di Genova. Al grido «denari o la vita», le truppe piemontesi batterono casa per casa le abitazioni dei genovesi, depredarono, minacciarono, uccisero e violentarono. Finì nel sangue, nel saccheggio e negli stupri la rivolta della Superba dell’aprile 1849.(Il Secolo XIX  Giovedì 13 gennaio 1994)

(2) Targa del Comune di Genova per ricordare le violenze dei bersaglieri del 1849

Nell’aprile 1849
le truppe del re di Sardegna Vittorio Emanuele II
al comando del generale Alfonso La Marmora
sottoposero l’inerme popolazione genovese
a saccheggi bombardamenti e crudeli violenze
provocando la morte di molti pacifici cittadini
aggiungendo così alla forzata annessione
della Repubblica di Genova al Regno di Sardegna del 1814
un ulteriore motivo di biasimo
affinché ciò che è stato troppo a lungo rimosso
non venga più dimenticato
il comune di Genova pose      

Castrese Lucio Schiano

Nota – Fonti liberamente consultate:

Elena Bianchini Braglia: “Risorgimento. Le radici della vergogna. Psicanalisi dell’Italia” – Edizioni CSR – Terra e Identità, 2009

Elena Bianchini Braglia: “Le origini della casta. Il Risorgimento del malaffare” – Ed. CSR Centro Studi sul Risorgimento, 2011

Elena Bianchini Braglia:”Mazzini. All’origine della dissoluzione” – Ed. CSR Centro Studi sul Risorgimento, 2022.

Giorgio Enrico Cavallo: “La verità sui Mille. Garibaldi da Quarto a Marsala” (blog di divulgazione storica “Ottocento”)

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