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Itri: canti popolari, espressione della tradizione e della cultura contadina di Alfredo Saccoccio

Posted by on Mar 6, 2022

Itri: canti popolari, espressione della tradizione e della cultura contadina di Alfredo Saccoccio

       

   Il canto ( anzi più che canto era poesia stornellata) pìù in voga, ai tempi dei nostri nonni e delle nostre nonne, era quello che i fidanzati si scambiavano, dopo aver litigato. Era il cosiddetto “colloquio a dispetto”, per vendicarsi della mancata fede o di subìto tradimento.

   Le donne erano solite, nei tempi passati, cantare sfrontatamente alcuni stornelli quando si zappettava il grano. “ Gli’ amore  cu’ duje perzune” ci presenta una visione “en plein air”, in cui la giovinezza è un’età beata e spensierata. In “C’è menuta primavera” le ultime due strofe, delle cinque, sono poetiche, un idillio dialogato. Basta con i dispetti. E’ primavera e c’e l’invito all’amore: alla ragazza, che stuzzica con civetteria e con una punta di malizia (“miezo a ‘stu petto ci stè ‘nu giardino”) l’ex innamorato, risponde il giovane, tutto preso di lei, concludendo la schermaglia con immagini gentili (“ E nun ci addora tento la primavera / cumme ci adduri tu, sposa gentile”).

   Nei tempi passati i giovani erano soliti andare in giro, di notte, cantando la “canzone dello spasimante”, accompagnati dal suono di una fisarmonica o di una chitarra. “Fiocca la neve” è un grido di umanità, una confessione di sentimenti, desueti per l’affaccendata nostra società, tra i quali affiorano antiche nostalgie per un’esistenza diversa.

“Bella, che stai ‘ncoppa a ‘ssa finestra” è una serenata, ricca di poesia e di esuberanza amorosa, indirizzata dal fidanzato alla sua “promessa” come espressione di omaggio, stando sotto la sua casa.

   Nel momento in cui il giovane, con un’immagine fantasiosa, invita l’amata a togliere un capello dalla sua treccia e a calarlo giù dalla finestra, per salire, riviviamo, in un vero e proprio “flashback”, la storia di Romeo e Giulietta, gli “amanti” veronesi, resi immortali dal grande drammaturgo inglese Shakespeare.

   “Ragazza innamorata” è un canto che inizia con una delicatissima, bellissima immagine, formulata da una ragazza, in cui si avverte il vibrare di un’accensione amorosa, piena di palpiti per il suo fidanzato, uno “sposino piccolino”, paragonato ad un angelo per la levità del suo passo. Sembra che i piedi del giovane, fatto d’aria, quasi indipendente da ogni materia, non  tocchino il terreno su cui egli cammina.

   La canzone termina con la donna, che, dopo essersi raccomandata a Dio per la protezione del suo bel “sposino”, invoca una grazia da sant’Antonio: quella di non far morire il suo “ragazzo”, perché è bellissimo.

  Nella “Canzone degli innamorati” risalta, a chiare lettere, il tema dell’amore, un tema vecchio quanto il mondo, ma sempre nuovo. Qui i fiori soni chiamati a raccolta per far corona alla giovinezza di due vite, che si congiungono con il nodo eterno del’’amore.

   L’immagine finale con cui il giovane si accomiata da noi, di particolare pregnanza poetica, è la testimonianza del suo grande amore per la ragazza, che, a suo dire, ha la bellezza di S. Anna, le manuzze di S. Giovanni, il personale della Madonna; amore che cesserà soltanto con la sua morte, “quando il sangue mio bagna la terra”.

   Nel canto popolare “Friccicarella cumme a ‘nu cardiglio” desunto, come gli altri, direttamente dalla viva voce del popolo,che ne ha fatto e ne fa uso nella vita quotidiana, di una grande finezza di toni, le immagini sono snelle, fresche, felici. Vi si nota la delicatezza quasi rinascimentale con cui si madrigaleggia alla donna.

   Durante famosi pellegrinaggi, venivano eseguiti canti, pieni di vita, nati dal cuore, espressi con umiltà e con calore. Essi spesso sono canti della terra, perciò li diremmo “fiori di campo”, che della terra e del campo hanno la fragranza, il colore. La musica spesso è gaia e vivace, altre volte è triste o accorata. Sempre, però, armoniosa, carezzevole. Di straordinaria suggestione le canzoni, tutte in ottave,i “Tenete gli occhi niri e viso d’oro”, “Rosa, russella e delicato fiore”, “”Attaccate ‘sse trezze imperiale” (“vui che scendete da sangue riale, /  parenta alla regina degli dei, / vui che tenete le belance ‘n manu, / pesate ìl giusto com’a San Michele, / famme ‘na grazia che me la po’ fa ‘, / levame la catena  da gliu peru”), “Vurria diventa’ ‘nu cardellinu” (vurria salta’ sopra al tuo ‘recchino, / pe’ te pote’ alle ‘recchie parla’, /due parole te le vurria di’, / senza de vui nun pozzu cchiù sta’”), “Quanno nascesti tu” ( Quannu nascesti tu, nasce ‘na tosa, 7 nasce ‘na vampe nella de cerasa, / quannu cammini, trema la casa, / povero core mio come reposa, / quannu t’encontro, te piglio e te bacio, / dopu baciata, te vurria pe’ sposa, /  alla mia casa te vurria purta’, / te vurria mantene’ comme ‘na rosa), “Na ‘’nnammurata peccerella” (“tenu ‘na ‘mammurata peccerella, / oh Diu de gliu celub quantu è bella, / quannu cammina pare ‘na ‘nzenzulella, / nun ce  li poggia mai gli di ‘nterra, / tu, Sant’Antonio mio, gurdamella, / nun me la fa’ muri’ ca è troppo bella. Se me ‘nzuro e nun me piglio a chella, / me scrivo pe’ suldatu e partu ‘n guerra”), “Na mamma co’ dui figlie belle” (“ Ce sta ‘na mamma co’ due figlie belle, / una si chiama Rosa e ‘n’euta Fiora, / una porta gliu pettu fiorito, / ‘n’euta porta gliu soglie ‘ncantato, / oh Diu chi le vo’ vede’ scumpagnate, / una pe’ moglie, ‘n’euta pe’ cugnata”). Il giovanotto, se Dio l’ha stabilito, sposerà una delle sorelle, mentre la seconda toccherà ad un suo amico. L’ultima quartina denota la graziosa vivacità del ragazzo, il quale, dotato di forza immaginativa, dice che una sorella ha il petto rigoglioso, mentre l’altra porta con sè il sole incantato.

 Concludiamo questo repertorio, frutto di una pura, primordiale, spontanea creatività popolare, con un canto in sestina, “Bella figliola” (” Bella figliola co’ ‘sse scarpe a ponta, quannu cammini pari ‘na galante, /dentu a ‘stu pettu tuo ce sta ‘na fonte, / gliu Papa  ce l’ha messa l’acqua santa, / chi se beve l’acqua de ‘sta fonte,  / adda pussede’ li dinari in contanti”), e con la famosa canzone dal titolo “La monacella”, che concerne una ragazza abbandonata dal suo fidanzato (nella concezione morale dell’epoca l’essere lasciata era considerata un’onta”, costretta per il dolore ad entrare in convento.

   Ella, dopo tre mesi, vorrebbe lasciare la vita claustrale, ma il genitore, un gran signore, con la sua volontà assoluta e feroce, la obbliga a restarvi, facendo violenza alla libertà e alla dignità umana.

   La prepotenza paterna si rileva appieno quando le scrive che il convento sarà la sua  “tomba”.

   Una notte alla novizia compare un uomo, che le sembra l’ex fidanzato. In realtà è il demonio, che le promette di condurla all’inferno.

   Nelle ultime due strofe della canzone la “monacella”, risentita per la soppressione della sua volontà, maledice tutto e tutti: l’ingegnere  che ha disegnato il progetto del convento, il muratore che l’ha edificato, i suoi genitori, i parenti, gli amici, i religiosi, inneggiando all’amore e a chi glielo ha insegnato.

   Qui proviamo pietà per questa fragile creatura, nata per essere libera, per vivere, per amare, la quale è obbligata a chiudersi in un mondo, che è agli antipodi da quello vagheggiato.

   La violazione dei diritti naturali della persona, l’insensibilità del padre, “sordo” alla voce del sangue, alle voci più umane, ci tocca profondamente le corde del cuore.

   La monacazione forzata della giovane ci ricorda quella di Marianna di Leyva (suor Virginia), La “Monaca di Monza”  de “I Promessi Sposo”, la quale era stata destinata al chiostro dal padre per lasciare tutte le ricchezze al primogenito. E’ il cosiddetto “,maggiorasco”. abolito dopo il codice napoleonico.

   Nel canto tradizionale, come nell’opera manzoniana, quello del padre, la cui crudeltà implacabile è ammantata di falsa religiosità, è un potere dominato dal denaro e dall’oscurantismo.  

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