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James Stewart, ultima star maschile della grande epoca hollywoodiana

Posted by on Giu 19, 2018

James Stewart, ultima star maschile della grande epoca hollywoodiana

Dopo l’uno, l’altro, il suo contrario. La scomparsa, a ventiquattro ore d’intervallo, di Robert Mitchum e di James Stewart fu, nel luglio del 1997, più di una triste coincidenza, tirando l’ultimo sipario su una delle epoche più brillanti del cinema.

 

 

 

Essa sottolinea quanto il longilineo ed elegante Jimmy, imperturbabilmente di classe, gentile e, nella vita, francamente conformista nei suoi comportamenti e reazionario nelle sue prese di posizione pubbliche, incarnasse l’altro estremo di una maniera di esistere sullo schermo. Una maniera che ha contribuito a scrivere la storia del cinema e la storia del suo Paese.

James Stewart, puro prodotto della Costa agiata e colta, senza aver intieramente perduto il suo lato contadino, avrà avuto su tutti i punti una esistenza- modello. Nato il 20 maggio del 1908 a Indiana (Pennsylvania), attore debuttante presso gli scouts, poi nella troupe di Princeton, dove otterrà un diploma di architetto, egli è poi convinto da Joshua Logan (il futuro regista di “Bus Stop”) ad entrare negli University Players, nel 1932. James vi fa la conoscenza di Henry Fonda e di Margaret Sullivan e poi il trio sbarca insieme a Broadway, tre anni più tardi a Hollywood, ove si aiutano a vicenda. La timidezza impacciata del giovane Stewart, il suo sguardo fisso e il suo riso imbarazzato, che avrebbero potuto handicapparlo, diventano il suo primo biglietto da visita presso gli studi. Sin dal 1936, egli è preso sotto contratto dalla Metro Goldwin Mayer.

James ha già sedici ruoli al suo attivo, quando, nel 1938, gira, per la prima volta, con uno dei cineasti che farà il migliore uso del suo talento (e diverrà uno dei suoi amici più prossimi), Frank Capra : in “L’eterna illusione”, grande babbeo, figlio di famiglia, che farà il legame tra il denaro senza anima e il buon popolo per il più gran bene di tutti, egli comincia ad occupare la posizione che lo definirà lungo tutta la prestigiosa carriera che inizia. Non che questa posizione lo riassumi intieramente : non si saprebbe passare sotto silenzio lo stupendo virtuosismo tecnico di cui è capace e che illustrano, a meraviglia, lo stesso anno 1940, quei due vertici della commedia che hanno nome “The Shop Around the Corner” di Ernst Lubitsch e “Philadelphia Story” di George Cukor, in cui Stewart tiene un secondo ruolo vicino a Cary Grant e a Katharine Hepburn. Per questo film Stewart, che impersona un arguto giornalista e scrittore, una sorta di Pigmalione per la Hepburn, ottenne l’Oscar per il migliore attore protagonista.

La sua vita si mette all’unisono con il suo personaggio, quando interrompe la sua carriera per, passando da semplice soldato a colonnello, diventare pilota di bombardiere (aveva condotto il 703° squadrone del 445° gruppo al momento di centinaia di raids sulla Germania e sulle Filippine) durante la seconda guerra mondiale, nel 1968, quando lascerà i quadri dell’esercito in piena guerra del Vietnam, dove sostiene vigorosamente l’intervento americano. Egli sarà generale di brigata, il più alto grado militare raggiunto da un attore statunitense, ricoperto di medaglie, tra cui la croce di guerra.

Il virtuosismo al servizio del suo personaggio di coraggioso americano, difensore degli ideali democratici e patriottici come li incarna la bandiera stellata, apparirà particolarmente nella sua straordinaria prestazione del “Mister Smith va a Washington” (1939), metafora di quello che un attore può per il bene dei suoi concittadini. La straordinaria scena in cui Jefferson Smith fa un discorso di ventiquattro ore per salvare la nazione dalla corruzione. Nello stesso spirito di redenzione della comunità, Capra e Stewart girano poi il loro film più celebre, la fiaba sociale “La vita è meravigliosa” (1946). Benché sia stato, all’epoca, un fiasco commerciale (prima di divenire il programma-tipo per Natale), era il suo ruolo preferito che egli raccontava di aver accettato, dopo una semplice telefonata del suo amico regista : “Frank, se tu vuoi fare un film su un angelo chiamato Clarence che non ha ancora guadagnato le sue ali e sul fatto che io sto per suicidarmi, sono il tuo uomo.”

Nel 1940 egli aveva anche incarnato il buon Martin che rischia tutto per far espatriare clandestinamente una ragazza ebrea braccata dai nazisti e il buon diritto di fronte allo scatenamento del terrore nazista in una pellicola superba e misconosciuta, “The Mortal Storm”, di Frank Borzage (che è peraltro, malgrado molte edulcorazioni imposte dalla produzione, il primo ad aver mostrato un campo di concentramento sullo schermo).

In una prolifica carriera (settantasette titoli), in cui James Stewart non cesserà di connettere i films fino alla fine degli anni Settanta (non sempre, tutt’altro, con discernimento), tre grandi cineasti, Anthony Mann, Alfred Hitchcock e John Ford gli permettono di raggiungere le vette, recitando al meglio della sua immagine di marca.

Se Stewart avesse già recitato in westerns, la grande idea di Anthony Mann nella serie di pellicole di questo genere che egli gira con l’attore, con il quale l’intesa fu perfetta, è di tuffare quel personaggio, come si è, fin d’ora, definito, nella selvatichezza dei costumi e nell’ampiezza dei paesaggi dell’Ovest non ancora conquistato. “Reinvenzione del western”, scriverà Jean-Luc Godard a proposito del regista, mettendo in evidenza la tendenza a disegno, se non all’astrazione dell’autore di “Winchester ‘73” (1950), di “Bersaglio eccellente” (1951), di “Lo sperone nudo” e di “L’uomo di Laramie”. Tutti films in cui il “corpo strano”, con i suoi due metri di ossa, di James Stewart (strano in quel contesto particolare) concorre ad una scrittura in cui l’aridità minimalista, volentieri ripetitiva, dei moventi umani contrasta, in maniera stupefacente, con il lirismo della natura.

Ci sono anche westerns interpretati da James Stewart per John Ford. L’utilizzazione che il cineasta farà dell’attore nell’ultimo dei tre, “Il grande sentiero” (1964) , non è molto lontano da quella di Mann, poiché gli fa schizzare un derisorio Wyatt Earp in contrappunto alla tragedia che egli racconta. L’essenziale è in quel film-emblema del western classico, “L’uomo che uccise Liberty Valance” (1962) : da avvocato venuto dall’Est, che farà trionfare, al prezzo della sua pura fiducia nel diritto, di fronte alla violenza (e con una finzione involontaria), Stewart incarna la trasformazione del Paese, passando dalla selvatichezza dei conquistatori, rappresentata dal “cattivo” Lee Marvin, ma anche dal “buon” John Wayne, alla civiltà. In questa pellicola James Stewart è il volto dell’America moderna, di fronte a Wayne, rappresentante del suo arcaismo eroico : l’uno e l’altro non vi trovano solo uno dei loro più grandi ruoli del cinema. Essi diventano simboli nazionali, portatori dei vari valori del Paese, che credono in Dio, nella patria e nella famiglia, di una America sanamente conservatrice. Colui che aveva avuto tra le braccia Marlene Dietrich, Joan Crawford, Carole Lombard e Jean Harlow sarà il marito di una sola donna, Gloria Hatrix McLean, e sarà anche un padre modello.

Prima, Ford aveva già fatto appello a Stewart in un film meno ampio, ma anch’esso superbo, “Cavalcarono insieme” (1961), favola antirazzista e disincantata, segnata da audaci controimpieghi : mentre Richard Widmark è, in maniera inabituale, il “gentile” irreprensibile, il ruolo del corrotto (che si emenderà di fronte alle turpitudini della “brava gente”) è, caso rarissimo nella sua carriera, devoluto a Stewart, utilizzato qui per la sua noncuranza naturale e non per i grandi princìpi che si suppone sempre di rappresentare. Il suo primo incontro con Alfred Hitchcock ha luogo nel 1948 per “Nodo alla gola”, film conosciuto anche con il titolo “Cocktail per un cadavere”, in cui impersona il ruolo di un professore, di fronte a due suoi studenti omosessuali ed assassini, esercizio di stile del regista (il film sembra girato in un solo piano), che utilizza il virtuosismo dell’attore piuttosto che la sua personalità.

Però vengono poi tre capolavori : “La finestra sul cortile” (1954), “L’uomo che sapeva troppo” (1956) e “La donna che visse due volte” (1958), thrillers sofisticati di Alfred Hitchcock.. Il genio (non privo di perversità né di umorismo) di Hitchcock sarà, in questi tre casi, quello di prendere l’incarnazione per eccellenza del coraggioso eroe americano, per ridurlo all’impotenza, allo scopo di far scaturire gli smarrimenti critici e spettacolari più affascinanti della sua opera. Inchiodato alla sua poltrona, poi sballottato da avvenimenti di cui non comprende nulla, infine fobico, manipolato e per due volte privato della donna che ama, Stewart diviene lo strumento deliziosamente umano, anche per la sua debolezza, delle sovrane macchinazioni del maestro del mistero. Paradossali, questi ruoli rendono giustizia alla statura singolare di James Stewart, infinitamente più interessante dell’immagine un poco leziosa, a forza di gentilezza che l’accompagna. “La donna che visse due volte” è una delle vette del cinema mondiale e nessuno avrebbe meglio di lui tenuto il ruolo del detective Scottie attaccato ai panni di Kim Novak nelle strade di San Francisco.

Però l’epoca, di cui egli è uno dei fari, termina e, anche se James gira ancora parecchie pellicole, fra i suoi films dopo il 1965 non ci si ricorderà che del ben citato “Il pistolero”, di Don Siegel (1976); ma è l’anziano pistolero John Brooks, impersonato da John Wayne (di cui Stewart non è che il dottore impotente, avendo il Brooks i giorni contati, a causa del cancro) che designa il titolo di questo western crepuscolare.

Per l’aneddoto, segnaliamo che James Stewart aveva pubblicato una raccolta di affascinanti poesie, perfettamente conformi alla sua immagine di “gentile”, in cui si trova, tuttavia, uno strano testo battezzato “Sono soltanto una telecamera ”.

Egli vi si fa divorare da una iena. Stewart, invece, non si è fatto divorare : ricoperto di onori, era così ben entrato nella leggenda che molte persone che andranno a vedere le retrospettive a lui consacrate penseranno che egli sia morto già da lungo tempo. James Stewart non è morto. “Il grande simpatico” è sugli schermi. Vi è sempre questo personaggio positivo, in cui coabitavano fascino e sottigliezza, incarnazione unica dell’America. e dell’Uomo Qualunque, che, però, si adattava magnificamente ai ruoli più diversi, che valsero al versatile attore un Oscar, cinque nominations ed un premio alla carriera, oltre ad essere considerato una leggenda della settima arte.

Filmografia

In “Winchester ’73” lo Stewart impersona il mite ranchero Lin McAdam, che esulta per aver vinto una gara di tiro a segno con il suo Winchester 1873, una sorta di Stradivari dei fucili, derubato dal fratello maggiore, Dutch , che ha ucciso il loro padre. E’ un grande western, secco, tagliente, senza concessioni alla retorica e alle chiacchiere. Un indimenticale bianco e nero da centellinare, scena dopo scena. Jimmi Stewart, già divo da un pezzo, conquisterà anche John Ford, diventando uno dei suoi cowboys preferiti.

In “L’amante indiana” il capitano dell’esercito americano Tom Jefford (James Stewart) salva un giovane indiano ferito da un manipolo di soldatacci. Egli finisce tra le grinfie dei pellerossa e il grande capo Kociss (Jeff Chandler) lo grazia, in segno di riconoscenza. Nasce così un’amicizia perenne, che non basta, però, a riportare la pace tra i visi pallidi e le facce variopinte. Il film è uno dei primi, se non il primo, western con un occhio di riguardo per gli indiani, che dimostrano di avere una certa dignità. Stai a vedere che essi appartengono anche loro al genere umano.

In “Sono un agente F. B. I.” il giovane agente di Knoxville, nel Tennessee, Chip Hardesty è felice, essendosi sposato con la dolce Lucy (Vera Miles). Il pivellino opera in Louisiana contro i soprusi del Ku Klux Klan, poi a Chicago, contro Dillinger e la crema del gangsterismo nazionale. Il cinquantenne James Stewart, sicuramente troppo vecchio per la parte, almeno nel primo tempo, allampanato prototipo dell’americano medio, dà credibilità a un travet in divisa, stritolato dagli ingranaggi della macchina statale.

In “La dove scende il fiume” di Anthony Mann il rapinatore Glyn McLyntock (James Stewart), scampato alla forca, cambia vita e si trasforma in guida per i pionieri. Siamo nel Far West, alla fine dell’Ottocento. Egli fa da apripista alla carovana di Jeremy Baile (Jay C. Flippen), diretta verso l’Oregon, salvando dal linciaggio il ladro di bestiame Emerson Cole (Arthur Kennedy) ed aggregandolo al gruppo. A Portland, la brigata, dopo aver fatto ampia scorta di viveri per l’inverno, prosegue l’avventura via fiume. Il timido cowboy di innamora di Laura (Julia Adams), la bella figlia del capocomitiva, ma quel mascalzone di Cole prima gli soffia la ragazza, poi le vettovaglie. Non avrà tempo di godere né dell’una nè delle altre. Grande ed arioso western, il primo a colori nella sua carriera, firmato dallo specialista Anthony Mann, numero due (il primo è indiscutibilmente John Ford) di un genere intramontabile. Taglio secco, poche concessioni agli orpelli decorativi, splendidi paesaggi e la memorabile interpretazione dell’allampanato James Stewart, attorniato dalla triibù degli immancabili, eccellenti caratteristi.

In “The Shop around the Corner” (“Scrivimi fermo posta”) di Ernst Lubitsch, James Stewart impersona Alfred Kralic, che è il primo venditore di una boutique di marocchineria in una strada commerciale di Budapest, gestita da Hugo Matuschek.. Vi lavorano tre altri impiegati. Matuschek ingaggia come venditrice una graziosa giovane donna, Klara Novak (Margaret Sullavan), che Alfred aveva preliminarmente rifiutata. Ostile l’uno all’altro, Alfred e Klara litigano. Lui, grazie ad un piccolo annuncio, corrisponde con una sconosciuta che sembra rispondere al suo ideale femminile. Ella scrive ad un uomo che deve incontrare presto.

Realizzato nel 1940, sulla scorta di una “pièce” dell’Europa centrale, dopo “Ninotchka”, “The Shop around the Corner” uscì a Parigi nell’agosto del 1945 sotto il titolo di “Rendez-vous” e in una versione mal doppiata. Il film disparve quasi subito. Quarant’anni più tardi, esso conobbe un trionfo per mesi, all’Action Christine, sala parigina. Non è un Lubitsch come gli altri, poiché, se non vi manca l’umorismo, questo umorismo è abbastanza crudele quanto a certi tipi umani. Invece dell’universo di feste, di lusso, di avventurieri di palazzo e di intrighi allo champagne, vi si trova, in un mondo realistico, gente modesta sullo sfondo di disoccupazione e di felicità artificiosa. Lo scherzo galante per corrispondenza, la gelosia del pellettiere tradito dalla moglie sono tanti particolari sulla difficoltà di amare. Nostalgica, romantica, luminosa, Margaret Sullavan fu la sorprea di questa commedia dagli accenti gravi.

In “Anatomia di un omicidio” di Otto Preminger, girato nel 1959, James Stewart interpreta il ruolo di Paul Biegler, un avvocato di provincia senza clientela, che accetta di difendere il tenente Frederick Manion (Ben Gazzara), che ha ucciso il gestore di un bar, Barney, colpevole, secondo la sposa di Manion, di averla violata. Paul è convinto che il suo cliente dica la verità. La polizia e il procuratore Claude Biegler non condividono la sua opinione. Nel corso della sua inchiesta, Biegler si accorge che il carattere e i comportamenti passati di Manion e di Laura rischiano di sfavorirli. La giovane donna intratteneva realmente una relazione amorosa con il barman assassinato. Otto Preminger ha filmato in maniera molto realistica (scenari naturali, vero attorney di Boston nel ruolo del giudice) un processo in cui sono utilizzate tutte le risorse e le astuzie della legge americana. Poco importa la mancanza di senso morale della coppia Manion ! Si assiste ad un duello appassionante, fino alla proclamazione del verdetto, tra James Stewart e George C. Scott, temibile procuratore. Negli Stati Uniti era stato tacciato d’oscenità, perché vi si parlava molto, nel corso dei dibattimenti, dello slip di Laura Manion (Lee Remick). In questa pellicola vi domina l’ambiguità giuridica. Rimarchevoli le interpretazioni di tutti gli attori (James Stewart fu premiato al Festival di Venezia).

Alfredo Saccoccio

 

 

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