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La Bandiera Contarina (o vessillo Contarini)

Posted by on Giu 22, 2022

La Bandiera Contarina (o vessillo Contarini)

La bandiera Contarina (così chiamata dal Doge Domenico II Contarini, sulla cui galea[1] essa sventolava) è un vessillo storico ufficiale della Repubblica di Venezia, databile alla metà del secolo XVII. L’originale è conservato al Museo Correr di Venezia (presso la sala delle bandiere[2]).

Di recente, un gruppo di associazioni veronesi ne ha curato la riproduzione, d’intesa con la Regione del Veneto[3], incaricando il noto illustratore Oliviero Murru di ridisegnare completamente il vessillo in tutti i dettagli.

Storia

La comparsa della bandiera Contarina rimonta al tempo della guerra di Candia, piazzaforte veneziana a difesa dell’isola di Creta, sotto il Dogado di Domenico II Contarini, centesimoquarto Doge della Repubblica di Venezia, dal 1659 al 1675. Si tratta di un gonfalone o paviglione da nave[4], che sventolava appunto sulla galea dogale[5]. Dotato dunque di tutti i crismi di ufficialità[6] (a differenza di altri vessilli marciani, elaborati, quando non inventati, fra il XIX e XX secolo). Vessillo ricchissimo di fregi e di significati simbolici, sia civili che religiosi.

Possedimento veneziano fin dal 1204, tenuto quindi per quasi 500 anni, l’isola di Creta fu teatro della V guerra turco-veneziana. La guerra e l’assedio di Candia, oggi Heràklion, il capoluogo insulare, si protrasse ininterrottamente per quasi 25 anni, dal 1645 al 1669 e stupì il mondo per l’incredibile resistenza della guarnigione veneziana, continuamente rifornita dal mare dalla flotta, contro le preponderanti forze turche[7].

Non si hanno notizie dell’artigiano o dell’artista, cui il Doge Contarini demandò l’elaborazione e l’esecuzione del paviglione.

Ancor oggi poi sono conservati a Venezia il Palazzo Contarini, detto Palazzo Contarini Mocenigo[8] (una delle sedi del Comune, che affaccia su Rio di San Luca) e la tomba del Doge Domenico II Contarini, che riposa nella chiesa di San Beneto (San Benedetto da Norcia)[9].

Caratteristiche della bandiera

Nonostante che i colori di Venezia siano l’azzurro e l’oro[10], nel vessillo Contarini predominano i colori rosso e oro della Marina, retaggio di quella imperiale romana e poi bizantina[11]. Del resto i veneziani, la fondazione della cui città si deve ai padovani (e il troiano Antenore[12] è, a sua volta, considerato il fondatore di Padova) si ritenevano eredi, oltre che degli antichi Troiani, dei Romani[13].

Il rosso del gonfalone Contarini è quello amaranto o rosso cupo, tipico dei vessilli di mare veneziani[14] e della divisa delle truppe Schiavone, fedelissime alla Dominante.

Va ricordato che i vessilli della Serenissima, tanto sul mare che in Terraferma, al pari di quelli degli altri Stati di ancien Régime, non erano codificati, come avviene invece per le bandiere moderne[15]. Proprio per questo l’ufficialità della bandiera Contarina, in quanto dogale, assurge a particolare importanza.

Il vessillo originale, esposto al Civico Museo Correr di Venezia, abbraccia un’intera parete. In seta rossa, esso misura m. 6,50 in lunghezza; m. 3,20 in altezza; mentre ciascuna delle sei code è lunga m. 2,50[16].

Simbologia e significati allegorici presenti sul vessillo

Un tempo, sui nobili vessilli della vecchia Europa campeggiavano non semplici colori o, peggio, tricolori di produzione massonica; ma simboli sacri, i soli per i quali valeva la pena di morire su un campo di battaglia, per difendere gli altari, la Patria, i focolari e gli affetti domestici. Ecco allora l’aquila imperiale romana, quella cristiana dell’Evangelista San Giovanni e del Sacro Romano Impero, il giglio d’oro dei Re di Francia, la croce di Sant’Andrea della Scozia, quella di San Giorgio della Repubblica di Genova e dell’Inghilterra ecc. fino al Leone marciano della Serenissima[17].

Leone marciano (e questo può dirsi tanto più della bandiera Contarina) che è — come diceva Lorenzo De Monacis (1351-1428) Cancelliere della Repubblica di Venezia a Creta, “stendardo che incute terrore negli uomini iniqui, ma che è per i giusti Vessillo di salvezza e di libertà” (“Hominibus improbis terror; probis vero salutis et libertatis Vexillum”)[18].

1 – Il Leone e la Colomba dello Spirito Santo

Il carattere sacro del Leone della bandiera Contarina si evince (oltre che dall’impressionante corteggio di Santi e di figure religiose che lo attorniano) dalla centralità e ieraticità della sua figura; dall’incedere solenne; dal suo essere alato (allusione al saluto rivolto a San Marco dall’Angelo e di cui più sotto diremo); dal suo essere d’oro su campo rosso (che sono i colori della regalità[19]); e dalla forma della coda a S, ch’è quella di un Leone in maestà[20]. Senza dire che il suo capo è attorniato da un nimbo o aureola d’oro, prerogativa questa dei Santi[21], simboleggiando San Marco, principale Patrono della Dominante.

La figura del Leone fu associata a quella dell’Evangelista San Marco, perché il suo Vangelo inizia con la predicazione di San Giovanni Battista nel deserto[22] e con la sua chiamata alla conversione e alla penitenza, in preparazione della venuta del Cristo; il ruggito del Battista era simile, appunto, a quello di un Leone, Re del deserto. Leone che nella Sacra Scrittura è figura di Gesù Cristo, di cui il Battista è, appunto, il Precursore.

S’intende con ciò indicare che il vero capo dello Stato Veneziano è San Marco, del quale e del Cristo, il Doge è soltanto il rappresentante terreno[23]. A conferma della concezione classico-cristiana, propria anche della Signoria veneziana, della derivazione da Dio di ogni legittima Autorità e di quella politica in primis[24].

Quello della bandiera Contarina è un Leone marciano di pace, andante e di rappresentanza. Non ha fauci spalancate, minacciose; non reca spada, né croce. I lineamenti della figura sono ancora tardogotici, specie nella criniera fiammiforme[25], il che contrasta con i fregi e con gli altri ricami barocchi delle cornici. È un Leone destrogiro, è cioè rivolto verso destra, in direzione del pennone navale o dell’asta che sorreggeva la bandiera, anche se ha il muso girato verso l’osservatore.

Tre quarti dei Leoni marciani andanti muovono solitamente verso sinistra, sono cioè sinistrogiri[26]. Perciò questo Leone andante o passante, costituisce anche in questo caso una rarità.

Una zampa del leone sta sul mare, mentre l’altra poggia sulla terra, a simboleggiare il duplice dominio veneziano su entrambi gli elementi[27]; l’alta montagna rappresenta lo Stato de Tera, in particolare l’Italia nord-orientale[28]; le isole sono invece i domini veneziani in Oriente, lo Stato da Mar.

Dalla Colomba dello Spirito Santo, posta in alto, al centro del fregio, piovono su questi domini tante fiammelle o lingue di fuoco (come sugli Apostoli e sulla Madonna nel giorno della Pentecoste, a Gerusalemme[29]) a simboleggiare la benedizione di Dio sui territori di San Marco.

La scritta latina  sul libro allude all’apparizione a San Marco dell’Angelo, che lo salutò con le celebri parole: Pax tibi, Marce, Evangelista meus (Sia pace a Te, Marco, mio Evangelista). Secondo la Tradizione, infatti, un Angelo apparve a San Marco, dopo che l’Evangelista aveva fatto naufragio nel Golfo di Venezia, da lui percorso per il suo apostolato. L’Angelo, dopo il saluto, gli predisse inoltre che lì, a Venezia, un giorno avrebbero trovato riposo le  sue spoglie (“hic requiescet corpus tuum”) lì, appunto, dove una grande città un giorno sarebbe sorta[30].

2 – La bordatura interna attorno al Leone

Nella intricatissima bordatura barocca attorno al Leone, sia sopra che sotto di esso, ritorna spesso il motivo del giglio, richiamo sia al blasone dei Contarini (dove questo simbolo araldico compare in bella evidenza) sia quale emblema di castità e di Fede[31].

Negli angoli della cornice il giglio è gemmato, in attesa di sbocciare, citazione dei celebri episodi biblici della verga di Aronne[32] miracolosamente fiorita, pur se chiusa nell’Arca del Tempio insieme ad altre undici di altrettante tribù d’Israele. Fioritura che fu la prova data da Dio della sua benedizione alla legittima Autorità, religiosa e civile, di Aronne e di Mosè, cui ciascuno doveva prestare obbedienza, pena la punizione dei ribelli. I quali furono infatti  tutti inghiottiti dalla terra, spalancatasi sotto i loro piedi[33].

Ma la verga fiorita è anche allusione alla verga di San Giuseppe, Capo della Sacra  Famiglia, della cui potestà essa è simbolo; la verga è il ramo secco di mandorlo, prodigiosamente sbocciato nelle sue mani, allorché si presentò alla Madonna per chiederla in sposa, a preferenza degli altri pretendenti, ramo fiorito rimasto nell’iconografia del Santo, e ch’è la prefigurazione e il simbolo della nascita di Gesù Cristo[34].

L’allegoria della vite, pure presente sul gonfalone — simbolo in antico, sia di prosperità che di salvezza spirituale[35] — si lega invece al sacrificio di Gesù Cristo, che dona il suo Sangue per la redenzione degli uomini, offrendo sé stesso durante la Santa Messa, nelle specie eucaristiche, sotto le apparenze del pane e del vino. “Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio Sangue della nuova alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati. E io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite, fino al giorno in cui lo berrò di nuovo con voi nel Regno del Padre mio»”[36].

Sacrificio preannunziato da Cristo stesso anche nelle parabole evangeliche dei vignaioli omicidi, che sono gli ebrei, i quali uccidono i servi (i profeti) e poi il figlio stesso del padrone (ch’è Gesù Cristo) con conseguente punizione dell’ira divina[37]; o, ancora, nella parabola del padrone che passa tutto il giorno a ingaggiare a più riprese operai per la sua vigna (il Paradiso appunto e la Chiesa) remunerando tutti, anche gli ultimi arrivati, allo stesso modo, per generosità[38].

In altri passi Dio Padre è il vignaiolo, che pota i tralci secchi a tempo opportuno[39]. E Gesù stesso dice di sé e dei cristiani:  “Io  sono  la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla. Chi non rimane in me, viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato”[40].

3 – La bordatura esterna superiore attorno al Leone; l’Arcangelo San Gabriele e la Madonna Annunziata; la nascita di Venezia, avvenuta in una singolare disposizione degli astri; lo stemma Contarini e i prigionieri islamici aggiogati ad esso

Nella bordatura in alto del vessillo Contarini sono l’Arcangelo San Gabriele e la Madonna Annunziata (Patrona principale di Venezia, con San Marco e San Lorenzo Giustiniani) la cui festa è fissata dal calendario liturgico al 25 marzo. Qui l’allusione è però sia al miracolo dell’Annunciazione e della conseguente immediata Incarnazione del Signore nel grembo di Maria Santissima, sia alla ricorrenza civile della nascita di Venezia, avvenuta a Rialto, secondo la Tradizione, il mezzogiorno del 25 marzo dell’anno 421[41], dopo la sua edificazione ad opera di padovani, che furono dunque i fondatori della città lagunare. Dove la ricorrenza è celebrata annualmente ancor oggi presso la chiesa di Santa Maria del Giglio, dedicata appunto all’Annunciazione. Mentre un’altra cerimonia ha luogo in Palazzo Ducale.

Inoltre, “con il 25 di marzo iniziava l’anno more veneto, ossia all’usanza dei veneti, poi anticipato, per comodità di calcolo e di scrittura al 1° di marzo, in ricordo della nascita di Venezia”[42].

Ma, tornando ai significati spirituali della bandiera Contarina e all’Annunziazione in particolare, “l’Incarnazione è il primo mistero di Gesù Cristo: il più nascosto, il più sublime ed il meno conosciuto. In questo mistero Gesù scelse tutti gli eletti d’accordo con Maria, nel seno verginale di lei, che i Santi hanno chiamato la sala del trono dei segreti di Dio. In questo mistero Gesù operò anticipatamente tutti gli altri misteri della sua vita, poiché sin da allora accettò di compierli[43].

L’Arcangelo Gabriele indica il cielo[44], l’opera dello Spirito Santo e il disegno divino che sta per compiersi. La Madonna è raffigurata invece in preghiera, mentre medita con un libro in mano. Il paesaggio dietro di lei, oltre la finestra, mostra un raggio della benedizione divina che scende dalle nubi del cielo, segno dell’irruzione di Dio nella storia. Quel raggio celeste è lo Spirito Santo che si posa sulla Madre di Dio, per operare in Lei il concepimento verginale di Gesù Cristo, in quanto uomo. Sul fondo del paesaggio, l’albero della vita, già presente nel giardino dell’Eden, ovvero nel Paradiso terrestre e che qui simboleggia il legno salvifico della Santa Croce, i cui rami sono i Santi e i fedeli cristiani che si salvano; indi una casa fondata sulla roccia, simbolo della Fede, che è naturalmente figura sia della Madonna che della Santa Chiesa, istituita da Gesù Cristo e che seguiterà sino alla fine dei tempi a condurre le anime al Paradiso[45].

Giacché, dice Gesù Cristo, “chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia[46].

Posta fra l’Angelo e la Madonna, la Colomba, simbolo della Terza Persona della Santissima Trinità, evoca il concepimento verginale di Gesù Cristo, come uomo, per opera diretta dello Spirito Santo[47].

In alto, come in basso, sta lo stemma del Doge Contarini, sovrastato dal corno dogale, il berretto proprio del Principe dello Stato Veneto. Sul blasone, i gigli concessi nel 1527 ai Contarini quale emblema dal Re di Francia. Ai lati dell’arma sono due prigionieri islamici inginocchiati, le mani legate dietro la schiena (ma con gli sguardi rivolti verso lo spettatore) avviluppati con delle bende allo stemma dogale e calpestati sulle teste da putti alati. Allusione ai prigionieri musulmani catturati durante la lunghissima guerra di Candia combattuta contro il Turco proprio durante il Dogado del Contarini, che fu anima della lotta agl’infedeli e padre della Patria. Pur infliggendo tremende sconfitte al nemico, specialmente per mare, Venezia dovette però alfine soccombere e cedere l’isola di Creta agli Ottomani, dopo 30.000 uomini caduti e 134 milioni di ducati perduti[48].

In seguito la sesta guerra turco-veneziana, denominata guerra di Morea (1684-1699) avrebbe assicurato a San Marco la conquista del Peloponneso greco, grazie alle strepitose vittorie dell’Ammiraglio Francesco Morosini, poi Doge[49]. Ma Creta era ormai persa per sempre.

Negli angoli della bordatura, altri putti alati, tra foglie e tralci di viti, sorreggono degli orifiamma o vessilli navali.


[1] Propriamente si trattava di una galeazza, ch’era una galea da guerra, più grande delle altre e potentemente armata di artiglierie (dai 20 ai 60 cannoni) e con un equipaggio che mediamente era di 400 persone. Aveva propulsione sia a vela che a remi (dai 25 ai 28 banchi di rematori). Cfr. MANFRONI Camillo, Storia della Marina italiana dalla caduta di Costantinopoli alla battaglia di Lepanto. Forzani e C. tipografi del Senato. Roma 1897, pp. 183-184.

[2] http://www.cisv.it/viola/mcorrer2.html (sito del Museo Correr)

[3] https://www.ansa.it/pressrelease/veneto/2018/03/13/crv-riproduzione-della-bandiera-storica-di-domenico-ii-contarini_59b7941f-86cb-4914-9b6f-689981790b94.html Alla presentazione del vessillo da poco riportato alla luce, avvenuta a Palazzo Ferro Fini, sede del Consiglio Regionale, a Venezia, sono intervenuti l’Assessore alla Cultura della Regione del Veneto, Stefano Corazzari; il Presidente del Consiglio Regionale, Roberto Ciambetti; i Consiglieri regionali Luciano Sandonà e Stefano Valdegamberi, oltre agli esponenti dei sodalizi promotori e di altre associazioni veneziane.

[4] Dal francese pavillon, che indicava appunto una bandiera navale, cfr. http://www.treccani.it/vocabolario/paviglione/

[5] http://www.cisv.it/viola/mcorrer2.html e ALDRIGHETTI Giorgio, DE BIASI Mario, Il Gonfalone di San Marco: analisi storico-araldica dello stemma, gonfalone, sigillo e bandiera della Città di Venezia, Filippi Editore, Venezia 1998, p. 108.

[6] ALDRIGHETTI Giorgio, DE BIASI Mario, Il Gonfalone di San Marco, cit., p. 108. Si deve anzi aggiungere che tutti i “diversi tipi di gonfaloni, usati in occasioni diverse, non riuscirono mai a modificare i rossi stendardi che si innalzavano sui tre bei Pili della Piazza [San Marco] e ai lati della Basilica Ducale”, BRATTI Ricciotti, Bandiere ed Emblemi Veneziani, Giusto Fuga Editore, Venezia 1914, pp. 8-9.

[7] La bandiera Contarina, seconda metà del secolo XVII, il  più bel  vessillo  veneziano giunto fino noi. Edito a cura del Comitato Veneto Indipendente e per la ricostruzione storica. Verona 2019, p. 20.

[8] BRUSEGAN Marcello, I palazzi di Venezia, Roma, Newton & Compton editore, Milano 2007, pp. 66-67.

[9] Benzoni Gino, voce Contarini Domenico, in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 28 (1983). DA MOSTO Andrea, I Dogi di Venezia con particolare riguardo alle loro tombe. Edizioni Ongania. Venezia 1939, pp. 254-259.

[10] BRATTI Ricciotti, Bandiere ed Emblemi Veneziani, cit., p. 9. ALDRIGHETTI Giorgio, DE BIASI Mario, Il Gonfalone di San Marco, cit., p. 22. Cfr. pure https://www.venetostoria.com/?p=4754 Scrive il Padre Vincenzo Maria Coronelli O.F.M. Conv., religioso francescano e cartografo della Serenissima, nel 1697: “Innalza Venezia per blasone in campo azzurro il leone di San Marco d’oro, il quale ha da essere alato, deve mostrare l’uno e l’altro occhio e tenere un libro aperto, nel quale si vede scritto Pax tibi Marce Evangelista meus”, in CORONELLI Vincenzo, Viaggi. In Venetia per Giovanni Battista Tramontino (tipografo). Venezia MDCLXXXXVII (1697). Parte I, p. 37.

[11] Pseudo-Kodinos, Treatise on Offices [Libro degli uffici], Bonn Edition 1839, p. 28.

[12] VIRGILIO, Eneide, libro I, vv. 242-249: “Di mezzo ai Greci Antenore fuggendo / nell’Illirico mar poté sicuro, / e dei Liburni penetrar nel regno, / ed il Timavo oltrepassar là dove / per nove bocche scaturendo assorda / rapido il monte, e quasi mar diffuso / con la sonante piena i campi inonda. / Ei Padova fondò: là dei suoi Teucri / fissò la sede, e diè lor nomi e l’armi / Trojane appese, ed or tranquillo ei gode / l’amico asilo, ed il suo regno in pace”. L’Eneide tradotta in versi italiani da Clemente Bondi. Dalla Stamperia Reale. Parma, 1790. Tomo I, pp. 14-15.

[13] PASTOR von Ludwig, Storia dei Papi dalla fine del Medioevo. Volume II, Storia dei Papi nel periodo del Rinascimento dall’elezione di Pio II alla morte di Sisto IV. Desclée & C. Editori Pontifici, Roma 1932, pp. 238-239.

[14]Soltanto la Marina ebbe sempre il rosso, sia nelle bandiere che nelle uniformi, e per questa ragione anche gli stendardi innalzati sulle antenne della piazza [Piazza San Marco] sono stati sempre rossi, perché le antenne stavano a rappresentare ed erano effettivamente alberi di mare [cioè di nave]”, PAPADOPOLI ALDOBRANDINI Nicolò, Il Leone di San Marco. Pensieri ed osservazioni di un numismatico. Estratto dagli Atti del Reale Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti, Anno Lxxx, 1920-21, pp. 17-18.

[15] RIZZI Alberto, I Leoni di San Marco. Il simbolo della Repubblica Veneta nella scultura e nella pittura. 2 voll. Arsenale Editrice, Venezia 2001, volume I, p. 40. L’autore fa anzi notare come “l’articolato modulo del leone andante sfugga più di quello della «moleca» a regole blasoniche” (ivi). Nessuna regolamentazione o, peggio, codificazione, insomma; né per le bandiere, né per i Leoni marciani.

[16] ALDRIGHETTI Giorgio, DE BIASI Mario, Il Gonfalone di San Marco, cit., p. 108.

[17] La bandiera Contarina, seconda metà del secolo XVII, il  più bel  vessillo  veneziano giunto fino noi, cit., p. 47.

[18] Discorso storico al popolo di Venezia del cittadino Pandolfo Malatesta di Rimino [Rimini]. Discorso storico pronunziato nel dì primo settembre dell’anno 1797. Senza editore e senza luogo di edizione, p. 10. Cfr. pure altra edizione, tipografia Albertini, Coira (Svizzera) 1798. “Successitque ut illud insigne Sancti Marci, quod in forma Leonis alati Veneti toto orbe circumserunt, pessimis hominibus terror, bonis vero non tam imaginis figuram, quam signum publicae salutis, et libertatis appareat”. (“E avvenne che quell’insegna di San Marco, che in figura di Leone alato i Veneti piantarono in giro per tutto il mondo, incuta terrore negli uomini malvagi e rappresenti invece, per gli uomini retti, non tanto la figura di un’immagine, quanto una bandiera di pubblica salvezza e di libertà”) in DE MONACIS Lorenzo, Laurentii De Monacis Veneti Cretae Cancellarii Chronicon de rebus venetis ab Urbe condita ad Annum MDCCCLIV, sive ad conjurationem Ducis Faledro. Venetiis MDCCLVIII (1758). Ex Typographia Remondiniana, Superiorum permissu ac privilegio, p. 31. Quello di Pandolfo Malatesta, ovviamente, è uno pseudonimo, adottato in odio alla Chiesa dall’anonimo giacobino, estensore dello scritto. L’autore si fregia infatti del nome di Sigismondo Pandolfo Malatesta (1417-1468) Capitano di ventura e Signore di Rimini, figlio illegittimo di Pandolfo III. Sigismondo Pandolfo Malatesta fu infatti il tipico Signore rinascimentale, paganeggiante, moralmente spregiudicato, protettore delle arti, ma macchiatosi d’innumerevoli delitti. Avversario di Federico da Montefeltro (1422-1482) ch’era invece religiosissimo. Scomunicato dal Papa Pio II nel giorno di Natale del 1460, il quale sciolse i sudditi del Malatesta dagli obblighi di fedeltà e ubbidienza verso di lui; inimicatosi tutti gli Stati italiani; nel 1461 il Signore di Rimini giunse al punto d’inviare un emissario a Costantinopoli, da poco espugnata da Maometto II con un bagno di sangue, ponendo così fine all’Impero Romano d’Oriente. Finalità dell’ambasceria era di offrirsi come alleato allo storico nemico della Cristianità, cui si proponeva anche d’invadere l’Italia, nel qual caso il Malatesta avrebbe aiutato e sostenuto militarmente il Sultano turco. Furono proprio i veneziani, però, allertati dai loro agenti informatori, a intercettare la nave del misfatto, facendo così fallire la spedizione. “Ai primi di novembre [del 1461 l’emissario del Malatesta] il fedele artista Matteo de’ Pasti, che viaggiava alla volta di Costantinopoli ufficialmente per eseguire il ritratto di Maometto II, venne arrestato a Candia dai Veneziani. Nel suo bagaglio vennero trovati una copia del De re militari di Roberto Valturio, una lettera a nome di Sigismondo scritta dallo stesso umanista e indirizzata al Sultano, e una compromettente mappa del Mare Adriatico (o del solo Golfo di Venezia, come riportano altre fonti). Rispedito a Venezia, e interrogato dal Consiglio dei Dieci, il de’ Pasti venne rilasciato come non colpevole, anche se la mappa e il trattato del Valturio contenuti nel bagaglio vennero confiscati, perché considerati documenti dal grande valore militare (lo stesso Pio II richiese di esaminare il codice del De re militari come prova delle colpe di Sigismondo)”, CHISENA Anna Gabriella, in http://www.ereticopedia.org/sigismondo-pandolfo-malatesta (anno 2017). Matteo de’ Pasti (1412-68) medaglista e miniaturista veronese, era un suddito veneto, che lavorava appunto al servizio del Signore di Rimini. Il quale comunque si riscattò nel 1464, ottenendo il perdono papale, quando si pose a capo di una spedizione cristiana contro i turchi in Morea (Peloponneso). L’impresa militare avrebbe dovuto anticipare la Crociata indetta da Pio II per riconquistare Costantinopoli, Crociata cui lo stesso Papa e il Doge di Venezia, Cristoforo Moro, avrebbero dovuto prendere parte di persona. Purtroppo la morte di Pio II, nell’agosto di quell’anno, fece naufragare il progetto. Costretto dagli eventi a ritirarsi dalla Morea e a far ritorno in Italia, Sigismondo Pandolfo Malatesta si spense a Rimini, ultima piazzaforte rimastagli, riconciliato tuttavia con Venezia, col nuovo Papa Paolo II e con la Chiesa. Riposa a Rimini, nella chiesa di San Francesco, meglio conosciuta come Tempio Malatestiano, di cui fu magnifico mecenate.

[19] Il rosso e l’oro simboleggiano la regalità e la divinità; l’azzurro, l’umanità”, in NIFOSì Giuseppe, L’arte svelata. Dal Tardoantico al Gotico internazionale, Edizioni Laterza, Bari 2014, volume I, § 5. 72

[20] RIZZI Alberto, I Leoni di San Marco, cit., volume I, pp. 31 e 40.

[21] BENDINELLI Goffredo, TOMASSONI Ornella, voce Nimbo, in Enciclopedia Italiana (1934).

[22] ALDRIGHETTI Giorgio, DE BIASI Mario, Il Gonfalone di San Marco, cit., p. 35. RIZZI Alberto, I Leoni di San Marco, cit., volume I, p.  44, note 13 e 20.

[23] RIZZI Alberto, I Leoni di San Marco, cit., volume I, pp.  41 e 87.

[24] Non est potestas, nisi a Deo; quae autem sunt, a Deo ordinatae sunt”, “Non v’è Autorità (legittima) se non da Dio; e quelle che esistono, sono stabilite da Dio”, San Paolo, Lettera ai Romani 13, 1.

[25] La bandiera Contarina, seconda metà del secolo XVII, il  più bel  vessillo  veneziano giunto fino noi, cit., p. 13.

[26] RIZZI Alberto, I Leoni di San Marco, cit.  volume I, p. 33.

[27] Ivi, p. 40.

[28] Ibidem.

[29]Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi. Si trovavano allora in Gerusalemme giudei osservanti di ogni Nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita, perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua. Erano stupefatti e, fuori di sé per lo stupore, dicevano: «Costoro che parlano non sono forse tutti galilei? E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?»Atti degli Apostoli 2, 1-8.

[30] Dandolo Andrea, Andreae Danduli Ducis Venetiarum Chronica per extensum descripta (anni 46-1280 dopo Cristo). A cura di Ester Pastorello. Nicola Zanichelli Editore, Bologna 1958. Liber IV. Capitulum primum. De pontificatu Sancti Marci Evangeliste [Evangelistae], habens partes V, p. 10.

[31] RIPA Cesare, Iconologia. Tomi III. Perugia, Stamperia di Piergiovanni Costantini, 1764 (Iconologia del Cavaliere Cesare Ripa perugino, nobilmente accresciuta d’Immagini, di Annotazioni e di Fatti dall’Abate Cesare Orlandi, Patrizio di Città della Pieve Accademico augusto). Tomo I, in Perugia, MDCCLXIV nella stamperia di Piergiovanni Costantini. Con licenza de’ Superiori, pp. 197 e 216.

[32] Numeri, capitoli 16 e 17.

[33] Ed ecco la punizione dei ribelli, preannunziata dallo stesso Mosè: “Mosè disse: «Da questo saprete che il Signore mi ha mandato per fare tutte queste opere e che io non ho agito di mia iniziativa. Se questa gente [ i ribelli all’autorità legittima] muore come muoiono tutti gli uomini, se la loro sorte è la sorte comune a tutti gli uomini, il Signore non mi ha mandato; ma se il Signore fa una cosa meravigliosa, se la terra spalanca la bocca e li ingoia con quanto appartiene loro e se essi scendono vivi agli inferi, allora saprete che questi uomini hanno disprezzato il Signore». Come egli ebbe finito di pronunciare tutte queste parole, il suolo si profondò sotto i loro piedi, la terra spalancò la bocca e li inghiottì: essi e le loro famiglie, con tutta la gente che apparteneva a Core e tutta la loro roba. Scesero vivi agli inferi essi e quanto loro apparteneva; la terra li ricoprì ed essi scomparvero dall’assemblea”, Numeri 16, 28-33.

[34] Isaia 11, 1

[35] Come attestano diversi episodi biblici, cfr. Numeri 13, 25-26 e Genesi 49, 11.

[36] Vangelo secondo San Matteo 26, 27-29.

[37] Vangelo secondo San Matteo 21, 33-44.

[38] Vangelo secondo San Giovanni 15, 1.

[39] Vangelo secondo San Matteo 20, 1-16.

[40] Vangelo secondo San Giovanni 15, 5-7.

[41]Alberto Faletro e Tomaso Candiano, o Zeno Daulo, furono quelli [alla] sopradetta opera eletti, i quali insieme con tre principali gentiluomeni, andati a Riva Alta [Rialto], l’anno sopradetto 421, il giorno 25 del mese di Marzo, nel mezzo giorno del Lunedì Santo, a questa Illustrissima et Eccelsa Città Christiana, e maravigliosa fù dato principio, ritrovandosi all’hora il Cielo (come più volte si è calcolato dalli Astronomi) in singolare dispositione”, Chronicon Altinate o Chronaca Altinate (Archivio di Stato, Veneto, Chronaca Altinate, Johannes Daulo, busta 13, pag. 10 e segg.). E ancora, dalla stessa fonte: “E ciò successero l’anno della creation del mondo, 5601; dalla venuta di Christo, 421; dalla edificazione di Aquileia, e Padova, 1583; e finalmente dalla venuta dè Heneti [Veneti] alla laguna la prima volta anni 13. Ovvero 14. Già essendo la prima Chiesa fondata [San Giacomo di Rialto o San Giacometo], e la religione che la Città, e la Signoria tengono Dio per assicurare l’Italia la quale minacciava rovina, e per la partita [morte] di Costantino, rimanendo in preda de Barbari, il già distrutto Imperio, Sua Divina Maestà volle che una Città Cattolica, e libera sorgesse di nuovo, rappresentando col corpo suo, tutta quella Provincia, dalla quale essa fu partorita. Il tempo, la stagione, il mese, settimana, giorno, et hora, insieme con molt’altre circostantie, furono presaghi delle grandesse sue, alla quale con larga mano dovea il Sommo Fattore concedergli. […] Nell’Equinotio, all’hora erano i giorni. Nella Sede di San Pietro Pontefice Massimo, all’hora havea la residenza sua Papa Celestino Secondo. Nell’Imperio si ritrovavano Teodosio il Giovine, et Valentino, dinotando la detta Città essere Celeste, e Valenti, gli habitatori di lei, e parimenti di humiltà, di ricchezze, e di prudenza dotati”. Si noti come in questo straordinario intrecciarsi di significati religiosi e astrologici legati a quel giorno, gli autori antichi leggessero un’arcana disposizione del Cielo, un evento provvidenziale della teologia della storia, del quale anche la bandiera Contarina si fa eco.

[42] ALDRIGHETTI Giorgio, DE BIASI Mario, Il Gonfalone di San Marco, cit., p. 109. Questo per le lagune, perché nella Terraferma veneta era vigente il calendario romano.

[43] Grignion de Montfort Luigi Maria (San), Trattato della vera devozione alla Santa Vergine, n. 248.

[44] Il giglio è il simbolo più consueto per San Gabriele Arcangelo, raffigurato mentre col dito indica il cielo. Egli appare talvolta in armatura da soldato. Al posto del giglio può comparire un papiro arrotolato o una tromba, a designare il suo ruolo di araldo e di annunziatore, cfr. RICCI Elisa (a cura di), Mille Santi nell’arte. Ulrico Hoepli Editore. Milano MCMXXXI (1931), p. 259. Cfr. pure https://sites.google.com/site/sacroeprofanocaravaggio67/ITA/santi-e-iconografia/santi-e-attributi#M e https://adottaunaguglia.duomomilano.it/it/spire/arcangelo-gabriele-che-indica-il-cielo/5cd48f5e-11ed-4fbe-9c99-83cf10c41720/

[45] La bandiera Contarina, seconda metà del secolo XVII, il  più bel  vessillo  veneziano giunto fino noi, cit., pp. 24 e 27.

[46] Vangelo secondo San Matteo 7, 24-25.

[47] La bandiera Contarina, seconda metà del secolo XVII, il  più bel  vessillo  veneziano giunto fino noi, cit., p. 23.

[48] Ivi, pp. 19-20.

[49] Cfr. BRUZZO Giuseppe, Francesco Morosini nella guerra di Candia e nella conquista della Morea. Tipografia. L. Bordandini, Forlì 1890.

continua……

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