La catastrofe nell’epicentro della prima scossa del Grande Flagello del 1783
Giuseppe Gangemi
Il facente funzione di Protopapa, di cognome Molluso, uno dei pochi religiosi sopravvissuti, a Santa Cristina, alla prima scossa di terremoto, si sente in obbligo di scrivere una relazione per descrivere lo stato delle anime, quindi cosa è successo alla popolazione più che alle campagne e agli edifici. Nella relazione, ritrovata in occasione del secondo centenario, e pubblicata nel 1985, si trova il numero dei morti (860 su 1.385 per la prima scossa) e l’elenco delle vittime, per nome e cognome. Così garantisce la Rivista Storica Calabrese che pubblica la sua relazione, ma non ritiene importante pubblicare l’elenco dei morti. L’esistenza di questo elenco rassicura circa il fatto che la cifra dei morti non è esagerata.
Chiarito questo punto, dobbiamo notare che i morti a Santa Cristina sono oltre il 60% della popolazione, mentre i morti nell’intero territorio devastato, da Catanzaro a Reggio Calabria, sono stati stimati tra 30.000 e 50.000 (tra 6,8% e 11,4%) data una popolazione di 440.000. Santa Cristina non risulta essere il paese con la percentuale maggiore di morti: per esempio, i morti a Scilla sono il 70%, Solo che sono conseguenza di un fatto contingente: “Il Principe dell’antica famiglia Ruffo avea provato nel corso della sua vita varie altre scosse della terra in quella Rocca; egli era da tutte campato col rifugiarsi in una stanza, che poggiava sulla parte la più soda dello Scoglio, e che è rimasta intiera in quello incontro. La violenza delle scosse attuali, e la debolezza forse della sua decrepitudine, lo fecero risolvere ad abbandonare il solito suo rifugio, e di cercarne un altro più sicuro sulla spiaggia, o sia praja delle filuche a sinistra” (Torcia 1783, XXII).
Il vero perché il principe si rifugi sulla sua barca lo rivela Carlo Botta: “Il vecchio principe di Scilla stato assai tempo lontano da quella sua terra, tirato da inevitabil fato, vi si era da poco innanzi ricondotto, ed in difettoso ozio vi andava i suoi giorni passando, e forse ancora meno castamente, che a uomo già molt’oltre nell’età è consumato si convenisse, vivea: di sirene condotte insin da Roma con sé aveva copia” (Botta 1853, pp. 221-2). Furono queste sirene che lo convinsero a ritornare sulla barca con la quale erano venute da Roma. Egli era propenso a restare nel castello che sapeva solido, ma finì con il cedere. “Si ricoverò egli sulla sua bella lancia, da lui fatta ammarare a disegno tra il lido, e le onde, per evitare gli urti terrestri, e non come le altre barche più dentro terra del solito, e infalangate nel luogo inaccessibile alle lame dell’onde. Infelicemente il suo esempio trasse una gran parte de’ Cittadini della Montagna a ricoverarsi nelle filuche pe’ loro parenti, ed amici; gli altri si attendarono nelle vicine Campagne, e così pensarono di passar salvi la notte ambi i partiti. Non eran periti sotto le ruine degli edifizj alla prima scossa, se non 100 in circa individui; la seconda di notte ne fabbricò 2300” (Torcia 1783, XXII). Da questa cifra il 70% di cui sopra. Secondo Giacinto Arena, furono invece 1400 (1906-08, cap. XVII, 179) e la percentuale scende al 40%. La relazione di Arena, pubblicata più di un secolo dopo, è stata scritta al tempo del terremoto.
A differenza che a Scilla, a Santa Cristina l’elevatissima percentuale non è frutto di una decisione sbagliata, ma è dipesa dal fatto che due valli (della Musa e di Cumi) del suo territorio si sono trovate esattamente sopra la linea di frattura “larga molti piedi e lunga da nove in dieci miglia” (Botta 1853, 215). “Da Casalnuovo a Santa Cristina d’Aspromonte, su uno spazio di sei leghe, si è visto formarsi pressoché a ciascun passo delle fessure nel suolo e delle frane che danno origine a delle gole, dei burroni e delle piccole vallate che non si sono modificate dopo di allora” (Lenormant 1961, vol. III, 359).
L’effetto sulla valle di Cumi che separa Santa Cristina da Oppido, è disastroso. Il capitano Coccia lo racconta come l’hanno descritto i sopravvissuti: “in questa valle così grande, vi era una gran quantità di Giardini, di Gelsi Bianchi, di noci, fichi, e di altri alberi fruttiferi, e quantità ancora di Ortalizi, che apprestavano il commodo a’ sfortunati Cittadini. Li colli poi, e le Colline, che stanno di rimpetto a questa Valle di una ben lunga estensione situata dalla parte di Ponente eran piantate tutte di vigne, Gelsi neri e bianchi, di Castagne di gran quantità e di ulivi e di altri alberi fruttiferi, tra’ quali Colline vi stevano piantate ne’ rispettivi fondi de’ Padroni, cinque casamenti ben grandi, fabricati di Pietra e calce, molto distanti l’uno dall’altro” (1894, 228). Così lo vede e descrive dopo il terremoto: “Molti territori passarono da una parte all’altra della gran valle, all’altra assieme tra i casamenti, rimanendo gli alberi, alcuni rovinati e molti piantati di quella maniera che si trovavano. Vi è di più. In questo passaggio da una parte all’altra, si trovavano alcune persone, le quali insieme con i fondi partiti, senza muoversi un passo, caminarono per la estensione di circa un miglio…” (1894, 230).
Dentro quell’enorme valle, si viene a formare un enorme lago di 1250 metri di lunghezza, 440 metri di larghezza e 52 metri di profondità. Le acque di questo lago coprono centinaia di corpi di persone e cadaveri di animali. Le acque diventano putride e producono epidemie di vaiuolo, tifo e colera. Secondo il Protopapa Molluso (1985), i 525 sopravvissuti, nel corso di un anno, per causa delle malattie prodotte dalle acque putride, si riducono a circa 225 circa (a luglio scoppia l’epidemia, altri 100 fino a marzo e altri imprecisati fino a luglio 1784 quando l’epidemia finisce).
Questo lago, che Sarconi definisce “quasi insuperabile lago” (1784, 303), con dentro centinaia di corpi di animali e di cadaveri, concorre al formarsi dell’epidemia. Il lago rende difficile far arrivare soccorsi, medici e medicine. Da ciò l’alta mortalità successiva al terremoto.


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