Alta Terra di Lavoro

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LA CONGIURA DEI BARONI NEL 1799 PER LA COSTITUZIONE DI UNA REPUBBLICA ARISTOCRATICA

Posted by on Giu 28, 2018

LA CONGIURA DEI BARONI NEL 1799 PER LA COSTITUZIONE DI UNA REPUBBLICA ARISTOCRATICA

L’anno 1999 si avvicina, l’anno del bicentenario della effimera cosiddetta Repubblica Partenopea o Napoletana; anniversario triste; triste sia perché segnò, per la nostra Patria, l’inizio delle invasioni straniere, sia perché vide formarsi ed emergere nel nostro seno una cricca di collaborazionisti scellerati, che,

per odio alla monarchia nazionale (questa, pur con i limiti del suo tempo, aveva il merito grandissimo di tenerci indipendenti dallo straniero), portarono a guerre civili tremende e alla distruzione del nostro antico Stato, edificato quasi per divino volere, da Ruggiero II il Normanno, la notte di Natale del 1130; è difficile, se non impossibile, contrastare la teologia giacobina ed i suoi sommi pontefici, rettificare giudizi storici forgiati e sedimentati nell’inconscio collettivo come verità assolute, specie se tali giudizi furono formulati da storici di nominanza galattica come Croce o altri; perciò già ci aspettiamo che mistici neogiacobini, insigniti di titoli accademici e, forse, anche di qualche attrezzo da muratore, infiammati di novello pathos filorivoluzionario, levino il peana liturgico con le sferre della retorica per la commemorazione e l’esaltazione di quell’episodio tragico e sanguinoso della vita nazionale delle Due Sicilie. Noi, poiché perdura, per dirla con Croce, “nella storiografia politica il vezzo di somministrare con preferenza racconti di stoltizie”, al di là di ogni mitografia ci sforzeremo, pur se sommariamente per tirannia di spazio, di spezzare una lancia nella ricerca della verità intorno a quei fatti che portarono alla luce quell’aborto degenere, figlio dell’invasione francese.
L’anno precedente ai fatti, cioè il 1798, la situazione politica in Europa era la seguente: la Francia, nonostante fosse assediata per terra e per mare dagli Stati monarchici, in dieci anni di guerre si era circondata, per le vittorie conseguite da quel guerriero invincibile di nome Napoleone, di Stati satelliti retti a repubblica vigilati dalle sue baionette: la Repubblica Olandese, chiamata Repubblica Batàva (16/5/1795), la Repubblica Elvetica (1797), la Repubblica Cisalpina(7/7/1797), la Repubblica Ligure (6/7/1797), la Repubblica Romana (15/2/1798).
Il Papa Pio VI, nonostante che “col trovato del cardinal Caleppi che le immagini delle Madonne, rispondendo al pianto dei sacerdoti, versavano dalla tela e da legno lagrime vere” [Colletta, 3, XXVII] concitasse alla difesa, dovette abbandonare Roma il 20.2.1798 e riparare in Toscana presso il Granduca Ferdinando III. Successivamente, dopo l’occupazione francese della Toscana il 25.3.1799, fu deportato, lui vecchio di 82 anni, sotto grifagna scorta francese, attraverso mille peripezie, a Valenza nel Delfinato ove si spense per grave malattia il 29/8/1799; inoltre erano stati inglobati nei confini nazionali francesi il Belgio e i territori della riva sinistra del Reno piú la Savoia e il Nizzardo; aggiungasi che con la pace di Campoformio (17/10/1797) era stata cancellata dalla carta d’Europa la Regina dell’Adriatico, l’antica gloriosa, ma decrepita Repubblica Veneta, il cui territorio fu spartito tra la Repubblica Cisalpina (territori tra l’Adda e l’Adige) e l’Austria (“la distruzione di quella vecchia imbecille oligarchia veneta – scriverà di lí a poco impietosamente, in ottica giacobina, il Cuoco – sarà sempre per l’Italia un gran bene”).
Solo il Piemonte, ridimensionato nei suoi confini e circondato da ogni parte da Stati nemici, come isola nell’oceano, resisteva indipendente; il suo re Carlo Emanuele IV contro nemici interni, tantissimi, che, affascinati e lusingati dalle parole d’ordine ammaliatrici predicate dai rivoluzionarii, tramavano in pro dei francesi, che cercavano un pretesto per fagocitare anche quel territorio, ricorre, nell’estremo tentativo di difesa dell’ultimo brandello di Stato, alle medicine forti: un’orgia di sangue con massicce deportazioni di sovversivi, fucilazioni ed impiccagioni senza processo, incarcerazioni per semplici sospetti, torture, confisca dei beni, esilii, stampa imbavagliata; citando quello che il Cuoco dice per un altro contesto: “la nazione fu assediata da un numero infinito di spie e di delatori, che contavano i passi, registravano le parole, notavano il colore del volto, osservavano finanche i sospiri. Non vi fu piú sicurezza. Gli odi privati trovarono una strada sicura per ottener la vendetta e coloro che non avevano nemici furono oppressi dagli amici loro medesimi”; insomma, dopo il Terrore giacobino in terra di Francia, che aveva accomunato nella strage politica anche molti scienziati, tra cui il grande Lavoisier, il Terrore monarchico in Piemonte, cioè un altro esempio di terrore di Stato, che quando si scatena supera quello di centomila briganti messi insieme; Carlo Emanuele IV mise cioè in atto tutti quei provvedimenti che solo un potere assoluto può dispiegare quando Annibale è alle porte; se però governare è attuare geometria politica, se, per dirla con Bismark, governare è cercare la risultante vettoriale delle forze, allora il re del Piemonte in preda al panico prese a menare colpi di piccone alla cieca, dando ragione a quanti affermano che se un potere nuovo è spietato per forze di cose, altrettanto e forse ancora di piú lo è un potere sull’orlo della rovina; tuttavia, proprio per tali provvedimenti, il Direttorio, potere piú assoluto e sanguinario del monarcato assoluto (ma in nome della libertà, si noti bene!), trasse argomento per intervenire; il destino politico del Piemonte volse perciò alla fine: il 7/7/1798 le armate francesi fecero sentire la cadenza del passo celtico per le strade di Torino, innalzarono la bandiera bianco-rosso-blu sulla Cittadella, mentre re e governo, quasi avessero perduto ogni energia nella repressione, non opposero alcuna resistenza e si portarono a salvamento in Sardegna; ma per tutto quel sangue , gli intellettuali piemontesi, allora per la verità poco vivaci, come ebbe poi ad osservare maliziosamente

il De Sanctis, non decretarono tuttavia la damnatio memoriae
del loro antico sovrano, forse perché mancò tra loro un aedo, un vate che tessesse gli elogi di quei presunti martiri. A questo punto è bene fissare una osservazione: nessuno degli Stati della penisola a nord delle Due Sicilie aveva opposto una benché minima resistenza all’invasore: vili e pecoroni dappertutto.
La presenza di truppe francesi nello Stato Romano, il timore che queste potessero invadere il Regno da un momento all’altro, non a torto misero in allarme il governo Napoletano, che aveva già subíto la perdita di Malta per invasione, senza preavviso, da parte del Corpo di spedizione di Napoleone, durante la traversata per l’Egitto (giugno 1798); era evidente, inoltre, da molti segnali, che il Direttorio era intenzionato a fagocitare il Regno da nord; infatti da Roma, da parte del generale Berthier pervenne la richiesta della famigerata Chinea, un tributo, preteso dal governo repubblicano romano, che fin dal tempo di Ruggiero II i sovrani delle Due Sicilie dovevano pagare al Papato quale atto di vassallaggio (vassallaggio inteso però da Ruggiero II in senso puramente spirituale, come indica il mosaico della Martorana in Palermo, ma che per i Papi aveva assunto un significato politico); che le truppe regie lasciassero Benevento e Pontecorvo, due enclave pontificie presidiate da truppe napolitane; che Acton fosse rimosso dall’ufficio di Primo Ministro: in sostanza un diktat pesantissimo. L’assenza di Napoleone – era in Egitto per tagliare la via dell’India all’Inghilterra, ma vi aveva subíto, nella baia di Abukir (1 – 2/8/1798), da parte di Nelson, la distruzione della flotta -, ma soprattutto la subíta occupazione di Malta, indussero il Re Ferdinando IV ad entrare in quell’alleanza che fu detta Seconda Coalizione, cucita insieme, con indefessa tenacia, dall’Inghilterra: ne fecero parte, oltre all’Inghilterra, Austria, Russia, Impero Ottomano, Due Sicilie.
L’Esercito Napolitano, il cui comando per volontà della Regina Maria Carolina fu affidato al generale austriaco Karl von Mack, invade lo Stato Pontificio (23/11/1798), occupa Roma, mentre la guarnigione francese fugge; nelle città liberate iniziano, da parte dei papalini, tumulti, risse e trucidazioni di giacobini, soprattutto a Roma, Viterbo, Tivoli, Nepi; sono le prime avvisaglie di una guerra civile terribile che scuoterà tutta l’Italia; ben presto però, per quell’aquila di nullità militare che era il Mack, l’Esercito Napolitano, che sotto Tolone e per mare aveva dimostrato nel 1793 il suo gran valore, subisce gravi sconfitte a Torre di Palma presso Fermo, a Nepi, a Falleri, a Vignanello e a Rignano; le fortezze di Civitella, Pescara, Gaeta, comandate da ufficiali stranieri, si arrendono per tradimento senza sparare un colpo; si rende necessaria la ritirata; il governo conscio ormai che la partita militare era chiusa e che da un momento all’altro il nemico sarebbe potuto arrivare alla capitale Napoli, decide di portarsi in Sicilia (i malevoli e tutta la propaganda giacobina parlano di fuga), da cui continuare la lotta; nel contempo si esortava con proclama (8/12/1798) il popolo alla difesa della Patria contro i “nemici di Dio e di ogni legge civile e morale”; inizia cosí quell’epopea di resistenza che per ben tre volte vedrà il nostro popolo combattere eroicamente contro gli invasori: nel 1799, nel 1806 e infine dal 1860 contro i tartari piemontesi; diventano leggenda i nomi degli eroici Fra’ Diavolo, Mammone, Pronio, Rodio e Scarpa, che i giacobini della nuova Italia infangheranno prima e poi faranno cadere nell’oblío perché avevano servito il Borbone; ma, ricordiamo loro che essi “servendo il Re, avevano servito la Patria” (Cuoco). La partenza del Re e del Governo fa uscire dall’ombra i traditori: di ciò danno conferma, oltre ai fatti, le parole di Manthonè, cioè di uno dei capi del governo giacobino, da Championnet in occasione della conferma della pesantissima taglia di guerra: “Tu, cittadino generale, hai presto scordato che non siamo, tu vincitore, noi vinti; che qui sei venuto non per battaglie e vittorie, ma per gli aiuti nostri e per accordi; che noi ti demmo i castelli; che noi tradimmo, per santo amore di patria (!!!), i tuoi nemici; che i tuoi deboli battaglioni non bastavano a debellare questa immensa città; né basterebbero a mantenerla se noi ci staccassimo dalle tue parti … ” (Colletta, 4, V); una delegazione filogiacobina, capitanata dal barone Giuseppe Poerio, mentre sotto Capua, chiave di difesa di Napoli, l’esercito nemico è ancora inchiodato dalla fortezza, difesa stavolta da comandanti napolitani tra cui il Colletta, si reca presso il generale francese Championnet “a sollecitarne la venuta e promettendo aiuti dall’interno della città”; una manna per il nemico; intanto gli eventi precipitano: il vicario del Re, un altro imbecille sulla via della disfatta, firma intanto una tregua (12/1/1799) molto vergognosa per la Nazione Napoletana: cessione, oltre che di Capua e di Benevento, di tutti i territori compresi tra Gaeta e la foce dell’Ofanto, interdizione dei porti alle navi straniere, pagamento di pesantissima taglia di guerra.
Quando, tre giorni dopo, i termini dell’accordo furono noti nei particolari, il popolo di Napoli entrò in rivolta: s’impadroní dei forti (Castelnuovo, Sant’Elmo, dell’Ovo, del Carmine) e dell’arsenale. Tutti si armarono di sciabole, picche, fucili, archibugi, pugnali. Per la difesa della città furono liberati anche i detenuti; fu scelto un capo, il colonnello Girolamo Pignatelli di Moliterno; questi, però, che poi si rivelerà essere un giacobino, invece di organizzare la difesa contro Championnet, che aveva si e no tredicimila uomini (ma Colletta ne indica ventiduemila), invia un’ambasceria al nemico per la conferma dei patti (18/1/1799) e con la preghiera di non entrare in città, preghiera che non commuove il novello Brenno che muove verso Napoli. A questo punto il Popolo si sceglie due nuovi capi, Paggio e Michele ‘o Pazzo, che organizzano la difesa.

20 gennaio: la mattina il Popolo di Napoli, che i giacobini di qualunque epoca ed estrazione fino alla Macciocchi disprezzeranno sempre col nome di plebe, brandendo ogni sorta di armi, va incontro al nemico accampato tra Capua ed Aversa. Diamo la parola in proposito al filogiacobino dichiarato, lo storico Cesare Spellanzon: “Stava per ripetersi lo stesso fenomeno notato nell’Abruzzo, in Terra di Lavoro, nel Molise (dove era già in atto la resistenza, n.d.r.): quei popolani che, irregimentati nell’esercito regolare agli ordini di ufficiali stranieri o incapaci, si lasciavano battere …, fatti liberi combattenti al seguito d’un capo liberamente scelto, diventavano arditi soldati di un esercito tutto di bravi ed intrepidi”. Ma in campo aperto l’ardore guerriero del popolo non poté nulla contro un esercito disciplinato e ben addestrato: fu costretto alla ritirata, disseminando il terreno di cadaveri. E mentre tale sacrificio di popolo si compiva, i congiurati giacobini, che “non dormivano” (Colletta), con stratagemmi si impadroniscono dei forti della città: c’erano tra loro molti di quelli che andranno a formare il governo fantoccio, voluto da Championnet, come Lauberg, Logoteta, Bisceglia,Schipani, Fonseca Pimentel, Manthonè, Pagano; erano quei massoni che fino a poco tempo prima avevano cantato sui versi dello Jerocades: “Viva, viva il Gran Fernando / Nostro Padre e nostro Re” e “L’alma grande, il grande ingegno / su cantiam del nostro Re” e della Pimentel: “L’età di Ferdinando / ogni altra avanzerà che l’alme illustri / dai regi sguardi accese / ardite moveranno a nuove imprese …”. Erano lodi sincere? Pare di si. Essi lodavano il dispotismo illuminato di Ferdinando IV, che tramite il Tanucci, ab antiquo apportava al Regno progresso culturale e benessere materiale; ascoltiamo in proposito alcune parole di M. Schipa (Il Regno di Napoli sotto i Borbone, Napoli 1900) su come Ferdinando IV, in linea anticurialista fin dalla prima giovinezza, cominciò a governare: già “Nell’anno 1769

che fu l’ultimo del Genovesi) si udí dalla bocca del Re diciottenne (Ferdinando IV) che le proprietà degli espulsi gesuiti erano servite a far sorgere le pubbliche scuole e i collegi gratuiti per educare la gioventú povera; i Conservatorii per alimentare ed ammaestrare nei mestieri gli orfani della povera plebe; i Reclusorii per raccogliere i poveri invalidi e validi vagabondi; ed a soccorrere le genti di campagna con la divisione di vasti territori a piccoli censi. In quell’anno medesimo si promulgaronole leggi di ammortizzazione che rendevano perpetua al colono la locazione decennale”. Essi, gli intellettuali, plaudivano perché “la nostra nazione passava, per cosí dire, dalla fanciullezza alla sua gioventú” dato che “la nazione napoletana … incominciava a respirare dai mali incredibili che per due secoli di governo vicereale aveva sofferti” (Cuoco). Poi, il giro di walzer! Quale coerenza! Sembra il 1943″ L’osannato riformista illuminato Re Nasone, che stava dando prova di volere il progresso quanto e piú dei monarchi stranieri, era ormai fuori moda! Bisognava emarginarlo, anzi sotterrarlo! Bisognava radicalizzare la politica, fare la Rivoluzione, o, meglio, scimmiottare quella francese! (Rivoluzione passiva – secondo la famosa definizione del Cuoco). Che cos’era accaduto? O meglio, perché era ciò accaduto? E dove ritrovare le radici di quel voltafaccia che rese gli intellettuali nemici del popolo? Forse la risposta si colloca bene “nel clima di esterofilismo che si determinò a Napoli, quale conseguenza della politica ‘modernizzatrice’ dei Borbone” per cui “si comprende come l’adesione di una parte cospicua dell’intellighenzia napoletana alla rivoluzione francese, attraverso la tragica sceneggiata della repubblica partenopea, appaia non un fenomeno isolato di fanatismo, ma la logica conseguenza di un’atmosfera preparatoria che affonda le sue radici nei decenni precedenti il 1799” (Nazione Napoletana, nr. 1, 1998, art. su F. Galiani).

21 gennaio: l’esercito francese fu disposto in quattro colonne: una di esse, condotta dal generale Dufresse, si dirigeva verso Capodimonte; un’altra, comandata da Duhesme, verso Porta Capuana; la terza, con Kellerman, al bastione del Carmine, e la quarta tenuta in riserva sotto Broussier. Afferma Colletta (3, XLV): “Napoli non ha bastioni, o cinta di muri, o porte chiuse; ma la difendevano popolo immenso, case l’una all’altra addossate, fanatismo di fede, odio a’ Francesi”. Con gran sorpresa gli attaccanti si trovarono dinanzi ad una resistenza fierissima, furiosa, disperata. Qui conviene riportare le drammatiche parole di Colletta: “Il generale Duhesme avanzò piú degli altri; e il suo antiguardo, guidato dal generale Monnier …, presi alcuni cannoni, entrò la porta Capuana … subito in giro in giro, dalle case preparate a combattere per feritoie ne’ muri, e per cammini coperti, partono a migliaia i colpi di archibugio, ed i Francesi ne sono uccisi o feriti; cadde moribondo il generale Monnier, cadono piú arditi, non si vede nemico, a nulla puote arte o valore; si

che, abbandonato l’infausto luogo, traggonsi indietro … Per brev’ora, perciocché lo stesso Duhesme, tornato agli assalti ed espugnata una batteria di dodici cannoni messa innanzi alla porta, procede nella piazza lentamente, incendiando gli edifizi che la circondano”. Ma i difensori, da ogni via, da ogni piazza, da ogni casa, da ogni anfratto o pertugio, continuarono a contendere il terreno agli assalitori, finché non calò la notte
22 gennaio: il combattimento riprende con lo stesso furore del giorno precedente, con incendi, assalti sanguinosissimi, cannoneggiamenti e fucilazioni di resistenti, mentre alle spalle dei combattenti napoletani si cannoneggia e si spara da parte dei giacobini traditori. Il Kellerman, intanto, superato il ponte della Maddalena, si accampava sulla riva destra del Sebèto, il fiumicello di Napoli; il Dufresse occupava Capodimonte; i giacobini consegnano il forte di Sant’Elmo al nemico. “Ma nella notte il generale francese dispose per il giorno 23 gli ultimi assalti”.

23 gennaio: le forze francesi si mossero dai rispettivi campi nello stesso istante, dal ponte della Maddalena, da Porta Nolana, da Santa Lucia del Monte, da Capodimonte; la lotta riprese con estrema ferocia; i nemici fucilavano i prigionieri, cannoneggiavano, sbranavan con la mitraglia; il Carmine fu occupato dal Duhesme, il Castelnuovo dal Kellerman, il Dufresse invase via Toledo, lo Championnet raggiunse il Largo delle Pigne; il cannone abbatteva le case, il fuoco le bruciava, i morti aumentavano a cataste ad ogni istante, i giacobini, travestiti da popolani, sparavano alle spalle dei nostri combattenti e “menavano al flagello dei francesi la tradita plebe. Opere malvagie se pongasi mente alla ingannata fede …” (Colletta, 3, XLI). Ma, quando “tutti volgendosi al castello viddero la bandiera francese e si accertarono del tradimento … caddero le armi di mano al popolo” napoletano (Colletta). In ciò concorda anche il Cuoco, che cosí sintetizza: il popolo napoletano “quando poi si accorse che S. Elmo non era piú suo, quando si avvide che da tutt’i punti di Napoli i repubblicani facevan fuoco alle sue spalle, vinto anzi che scoraggiato, si ritirò meno avvilito dai vincitori che indispettito contro coloro ch’esso credeva traditori”. Diamo un’occhiata alle memorie del generale nemico: i repubblicani “si sono impadroniti del forte di Sant’Elmo … Ho profittato, nel silenzio della notte, per gettare avanti due battaglioni: sono stati ricevuti al grido: Viva la Repubblica. Il cannone del Forte di S. Elmo tuona; questo è il segnale convenuto … l’esercito si butta avanti e attacca con furore, ed è ricevuto allo stesso modo … mai battaglia fu piú ostinata e mai quadro fu piú orrendo … ci si batte in tutte le strade, il terreno è disputato passo passo , i lazzaroni sono comandati dai loro capi; il Forte di S. Elmo li fulmina, la terribile baionetta li infilza; essi ripiegano, ma rinvengono alla carica, avanzano con audacia, riguadagnano spesso il terreno … tuttavia la metà della città è conquistata alla fine del giorno …” (in Macciocchi – Cara Eleonora). Il bilancio in morti fu pesantissimo: piú di mille per i francesi, piú di tremila per i Napoletani, ma c’è chi, per i nostri, parla di ottomila morti. Sciagura immensa, macello terribile. Cosí tra lacrime e sangue del popolo e col gaudio e tripudio dei giacobini traditori si chiuse la resistenza partenopea. Ma le armi furono imboscate e tenute pronte per la prima occasione propizia
Il giorno dopo Championnet fondò la repubblica fantoccio, cominciò a cicalare di libertà, ma soprattutto a predare: liberté, egalité, fraternité / spogliati tu e viesteme a mme. Anche Murat, anni dopo, nel 1815, prima della sua fucilazione a Pizzo, si sciacquò la bocca con la stessa liberté, che ormai, a causa degli infiniti crimini giacobini, aveva perso “l’aureola di cosa bella e l’attraenza di cosa nuova” (Croce, Storia d’Europa). Ma

una madre dolorosa gli urlò disperata, forse perché anche il cielo sentisse il suo strazio: “Tu parli di libertà e mi hai fatto fucilare tre figli”. Superfluo ogni commento. Cuoco e Colletta, giacobini veraci, pur nella loro partigianeria, ebbero il coraggio di farci conoscere, l’abbiamo visto, quello che era il loro pensiero circa quel tradimento. A noi pare degno di essere conosciuto il commento dello Spellanzon (Storia del Risorgimento, ecc., vol.1º): «Quel fiume di sangue, nonostante i canti e le luminarie che festeggiarono in quella sera medesima la fine del conflitto e il trionfo della repubblica, non fu tuttavia dimenticato dalla coscienza intima e segreta della città; esso doveva restare dinanzi allo spirito della plebe come una grande ingiustizia, come una intollerabile violenza, che presto o tardi sarebbe stata vendicata. E quei morti che ancora ingombravano le vie di Napoli, spingeranno il popolo ad altre violenze, ad altre stragi, ad altre distruzioni, quando, pochi mesi dopo, la repubblica partenopea, che in 23 gennaio 1799 aveva trionfato mercé laiuto delle armi francesi, sarà vinta, abbattuta …». Sembra il 1860, quando il Popolo delle Due Sicilie fu messo parte al patibolo e parte in catene. Solo che stavolta i giacobini si appoggiano ai tartari piemontesi e non ricordano che “la mania per le nazioni estere prima avvilisce, indi immiserisce, finalmente ruina una nazione, spegnendo il lei ogni amore per le cose sue” (Cuoco), proprio come effettivamente accaduto.
Anche noi non abbiamo dimenticato e non dimentichiamo, nonostante centotrentotto anni di menzogne a profusione del potere italiano, le quasi sei decine di Marzabotto e la mattanza con fiumi di sangue, che dal 1860 al 1875 i piemontesi carnefici tagliatori di teste fecero scorrere dalle vene del popolo delle Due Sicilie per fondare questo sedicente Stato italiano, che ancora oggi, dopo ben 138 anni, ha esso stesso orrore dei dati delle stragi perpetrate e li tiene perciò prudentemente occultati, possiamo averne una vaga idea solo dalle parole del Mack Smith: «i morti superarono quelli di tutte le guerre del risorgimento messi assieme».
24 gennaio: con la benedizione e le baionette di Championnet nasce ufficialmente la repubblica partenopea (o napolitana) gestita da un governo provvisorio “che doveva preparare la costituzione permanente dello Stato” (Cuoco), ma “il popolo era intimamente avverso alla repubblica e a ciò che essa significava” (Spellanzon), perché “quegli intellettuali … non erano gente che avesse avuto a che vedere con il popolo, ma costituivano una sorta di crema intellettuale aristocratica mentre il popolo … li detestava” (Macciocchi), tanto che anche S. Gennaro, colpevole di miracolo in presenza degli occupanti, venne declassato e degradato da colonnello, il suo posto prendendolo S. Antonio.

I GIACOBINI IN AZIONE

Il Direttorio repubblichino napoletano prese a legiferare con la testa fra le nuvole, parlava di popolo che “è il grande, il solo agente delle rivoluzioni e delle controrivoluzioni” (Cuoco), ma gli parlava in linguaggio metafisico astruso ed astratto, lontanissimo dalla sua quotidianità esistenziale; ma gli urgeva pure imporsi fuori di Napoli, dove furoreggiava la resistenza antifrancese e quindi antirepubblicana. Un esercito di seimila francesi condotti dal Duhesme e mille giacobini napoletani guidati da un feroce Ettore Carafa, conte di Ruvo e nativo di Andria, tornato nel Regno a seguito di Championnet, parte per sottomettere la Puglia “onde presto recuperare le provincie granarie, impedite a mandar vettovaglie, da’ Borboniani per

terra, dagl’Inglesi per mare, nell’affamata capitale” (Colletta, 4, XVII). Vengono conquistate col ferro e col fuoco le città di Troia, Lucera, Bovino, Barletta e Manfredonia, ma a San Severo, dove la resistenza antirepubblicana fu piú accanita e disperata, in un solo giorno furono sterminati piú di tremila abitanti. Ancora di piú i morti ad Andria e a Trani, arse per ordine dello stesso Carafa. Rappresaglie terribili, ferocissime, da cui furono immuni persino gli hitleriani, ripetevano gli orrori della Vandea francese con liberté, egalité, fraternité, eccidii che i nostri lettori potranno trovare estesamente descritti in tutto il loro orrore nei capitoli XVIII / XXIV, libro IV, del Colletta.

CONTRORIVOLUZIONE

“La prima spinta controrivoluzionaria parte dall’Inghilterra” (G. De Ruggiero – Storia del liberalismo europeo). Questa, infatti, ha sempre temuto la formazione di un grande Stato continentale davanti alla porta di casa sua. Una politica da cui nel corso dei secoli non mai tralignato. Ne fanno fede in questo secolo le lotte per l’egemonia contro la Germania e Impero Austro-Ungarico ed è altresí proprio di questi giorni la notizia che non è entrata nel sistema che porterà alla moneta unica (euro), mentre da noi si sbavava come se starsene fuori significasse un diluvio alla Luigi XV: après moi le deluge; quella nazione ci entrerebbe o per scardinare il sistema dall’interno o per dominarlo a suo vantaggio e piacimento: tertium non datur. Perciò contro la politica espansionistica del governo rivoluzionario francese mise in atto tutti quei provvedimenti che dovevano portare all’accerchiamento della Francia e al suo strangolamento: con grandissima abilità ricucí le forze monarchiche europee (Seconda Coalizione).
Dall’Olanda al Reno, dalla Svizzera all’Adige, gli eserciti dell’Europa monarchica cominciano a sfondare su tutti i fronti. Il generale austriaco Melas bastona presso Verona (5 aprile 1799) e a Cassano, presso Milano, (26 aprile 1799), l’esercito dello Schérer. Idem fanno i russi di Suvarov a Lecco (26 aprile 1799). Il nord dell’Italia è quasi del tutto perso per i francesi, che richiamano da Napoli il Macdonald, che aveva preso il posto di Championnet. In Val Padana ha inizio il TERRORE BIANCO: gli Austro-Russi si danno ai piú bestiali saccheggi e ad accoppare i repubblicani. Avvengono destituzioni di impiegati, deportazioni in massa verso l’impero austriaco e vendette in numero inimmaginabile. Il re del Piemonte, tornato a casa con l’aiuto dei cosacchi, “approva queste misure, anzi manifestava il suo rammarico perché non si facesse di meglio” (Spellanzon). Il 28 aprile 1799 gli Austro-Russi entrano in Milano: lo scempio si ripete. L’abate poeta Giuseppe Parini, udite udite, approva e loda in un sonetto i “gloriosi progressi” dell’armata austro-russa, che “gli empj fugò vinti e puniti”, dove gli empi sono ovviamente i giacobini che vengono sgozzati. Nella ex Repubblica Cisalpina c’è un fuggi fuggi generale verso la Francia e la Svizzera ancora in mano francese. Anche nelle altre repubblichette italiane evacuate, contemporaneamente al ritiro dei francesi, inizia lo squartamento dei giacobini a Firenze, Arezzo, Siena, Ancona, Roma e moltissime altre località. Roma viene conquistata dalle truppe borboniche.
Dura quasi cinque mesi la Repubblica Partenopea: dal 24 gennaio al 14 giugno 1799, giorno di firma della resa condizionata col cardinale Fabrizio Ruffo. Questi, inviato dal Re nel mese di febbraio 1799 a riconquistare le provincie occupate, sbarca in Calabria con l’incarico di coordinare le forze realiste. E cosí cominciò una lunga marcia, durante la quale quel miserello gruppo di patrioti iniziale, sbarcato sulle coste calabresi divenne un esercito possente, che i filogiacobini hanno sempre denigrato e maledetto. Tale esercito era invece il contraltare politico dei giacobini, che contavano solo all’ombra delle baionette francesi. Una massa enorme di popolo si mise agli ordini del Cardinale per liberare Napoli e il Regno dallo straniero. Egli possedeva il carisma del vero condottiero, parlava un linguaggio semplicissimo che tutti intendevano, perché esprimeva i sentimenti piú intimi del popolo e della nazione. Non sottigliezze filosofiche, non astruse e metafisiche concezioni dello Stato, incomprensibili ai piú. Cosí non ci furono ostacoli che potessero fermarlo, come successe ad Altamura, una delle roccheforti giacobine, che, non essendosi arresa, subí purtroppo un ferocissimo attacco con distruzioni e uccisioni inaudite, quasi vendetta degli eccidii giacobini a S. Severo, Trani, Andria ed altre località prima citate, quantunque il Cardinale fosse alieno dallo spargimento di sangue.
Tale episodio, dolorosissimo, è diventato in seguito il refrain dei filogiacobini, che dimenticano gli eccidii dell’altra parte, che finanche il giorno prima della resa fece fucilare i Baccher con i loro seguaci. Il Cardinale, assediata Napoli, per evitare spargimento di sangue, scende a patti con i repubblicani. I patti prevedono per quelli: o “di restare nel regno sicuri di ogni persecuzione, o di partire, se questa sia la loro volontà, su navi provvedute dal governo del Re” (Spellanzon). Ma l’arrivo di Nelson stravolse i patti con grande disappunto del Cardinale “che forse intuisce le conseguenze, sia pur remote, ma irreparabili, d’un atto sleale, d’un vile inganno”. Perciò il 25 giugno “offre ai repubblicani un salvacondotto perché essi possano subito allontanarsi da Napoli per via di terra” (Spellanzon). Ma i

Hamilton ed io, siamo le molle principali della macchina che regola tutto ciò che si fa in questo paese» (lettera alla moglie datata 10 aprile 1799, riportata da R. Palumbo in Carteggio di Maria Carolina con Lady Emma Hamilton, Napoli 1907, p. 75). Come pure dalla NOTIFICAZIONE che riportiamo per esteso: “Horatio Lord Nelson Ammiraglio della Flotta Brittannica nella Rada di Napoli dà notizia a tutti quelli, che hanno servito da Officiali o nel Militare o Civile l’infame repubblica napolitana, se nel termine di 24 ore per quelli, che stanno nella Città di Napoli, e di 48 ore per quelli, che stanno nella vicinanza di cinque miglia dalla Città, non si rendono ai Comandanti del Castello nuovo o del Castello dell’Ovo alla clemenza di S.M. Siciliana, saranno considerati da Lord Nelson come ancora Ribelli, ed Inimici di Sua Maestà Siciliana. – A Bordo il Foudroyant 29 giugno 1799. NELSON” che si sollazzava nel ricevere “le teste dei giacobini decapitati in cestini ornati di pampini, come teste di vitello” (Macciocchi) ed “agiva come un ubriaco, estraneo all’Inghilterra, e non obbediva piú nemmeno ai suoi superiori, che volevano mandarlo altrove, mentre lui diceva che sarebbe rimasto a Napoli per proteggere la Regina” (J. Michelet, Histoire du XIX Siecle [in Macciocchi] tal che “per l’assassinio del Caracciolo, che macchiava l’onore militare inglese, i suoi concittadini gli negarono la sepoltura a Westminster, come egli aveva richiesto” (Macciocchi). E Cuoco: “Il maggior numero degli officiali della flotta inglese compresero quanta infamia si sarebbe rovesciata sulla loro nazione, giacché il loro ammiraglio era il vero, l’unico autore di tanta violazione del diritto delle genti; e si misero in aperta sedizione” Il Re delle Due Sicilie, da alleato, era quasi diventato prigioniero degli Inglesi: “Nelson, unico autore dell’infrazione del trattato, quell’istesso Nelson che aveva condotto il Re in Sicilia, lo ricondusse in Napoli, ma sempre suo prigioniero” (Cuoco), come gli avvenimenti fino al 1815 ed oltre dimostreranno. Quando poi con Ferdinando II il regno riuscí a svincolarsi dalla sudditanza economica e politica dell’Inghilterra, questa nel 1860 ne decise la distruzione tramite i tagliatori di teste piemontesi (vedere l’allegato alla lettera di Cavour a Farini n. 2047 del 5/X/1860 in La Liberazione del Mezzogiorno, vol. 3). Tuttavia, nonostante le suddette precisazioni, si continua, da parte neogiacobina, ad incolpare Ferdinando IV di perversione omicida. Bisognerebbe, invece, incolpare quello che era allora il centro del potere mondiale che ordinava lo strangolamento di tutto ciò che puzzava di giacobinismo: piú di ogni altro quel potere temeva, oltre che l’espansionismo rivoluzionario a danno dei propri commerci, le ripercussioni politiche interne al proprio Stato, dove le condizioni economiche e sociali di tutti quelli che non erano Lord erano le piú infami dell’orbe terracqueo. Comunque, al di là delle singole responsabilità, in quei momenti trucidi prese il sopravvento la stessa logica giacobina: se in Francia il re, e tutto ciò che egli rappresentava, furono eliminati, perché feudalesimo ed assolutismo in ottica rivoluzionaria fossero divelti alla radice, da noi, per l’incubo del terrore francese, che aveva trasmesso una visione nuova e perversa del potere politico come mai si era avuto per il passato, era logico che si pervenisse a quella legittima difesa che soddisfece anche il desiderio di vendetta della Regina Maria Carolina, a cui gli aristocratici repubblicani, quasi tutti conti, duchi e baroni, avevano promesso di farle la festa (l’ora // segnata è in ciel ed un sol filo arresta // la scure appesa sul tuo capo ancora) (sonetto di E. Pimentel) a lei, la regina, che già ebbe la sorella Maria Antonietta ghigliottinata da Robespierre e soci.

Gli esempi trascinano. Occhio per occhio. Dopo duecento anni da quell’episodio gli animi dovrebbero essersi abbastanza quetati per formulare un giudizio equanime su colpe, errori, responsabilità. Questo è il desiderio di chi indaga i fatti storici con spirito libero da passione; ma “la storia è un’opinione, specie quando si parli di storia a’ cui fatti han preso parte coloro che dopo ne hanno scritto. In questo caso, prima di andare stampata in tanti impressionanti volumi, ella è passata per le fibre medesime degli scrittori, rivibranti a’ ricordi, e risonanti all’impeto loro come le percosse pareti d’un cristallo di baccarat. Per un che è nato dopo il sessanta (1860, n.d.r.) scorrer queste opere e, a un tempo e per debito di coscienza, consultar quelle controverse è una malinconica e difficile fatica, dalla quale non può parere che si possa resuscitare la verità. Troppe acque vi si sono mescolate e troppo è profondo quel pozzo leggendario in cui si è nascosta. Or a me pare davvero che la storia di Ferdinando (I e II , n.d.r.) aspetti ancor chi la ricomponga intera e sincera” (S. Di Giacomo). Si ha l’impressione, tuttavia, che anche tra mille anni gli echi passionali legati a quell’anno di rivoluzione passiva non saranno ancora spenti e perciò non se ne avrà mai una storia decente. Perciò concludiamo con una frase di Gramsci (Risorgimento): «il fatto che la polemica continui accanita ed aspra significa dunque che sono in gioco “interessi attuali” e non interessi storici» per tenere oppresso il popolo delle Due Sicilie.

(dal PeriodicoDue Sicilie 7/1998)

segnalato da

Pasquale Cacucci

fonte

www.adsic.it

 

 

 

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