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LA CONQUISTA DEL SUD: Ultimo atto

Posted by on Nov 19, 2018

LA CONQUISTA DEL SUD: Ultimo atto

Correva l’anno 1860. Sul trono delle Due Sicilie sedeva il giovane re Francesco II succeduto nel 1859 al padre Ferdinando II.

     Lontano, a sua insaputa, e mentre riceveva le più ampie rassicurazioni di stima e di amicizia da un re che gli storici prezzolati hanno voluto per forza imporci come “galantuomo”; da un re legato da vincoli di parentela (la madre di Francesco II – Maria Cristina di Savoia – era figlia di Vittorio Emanuele I e nipote di Carlo Felice e di Maria Cristina di Borbone, zia paterna di Francesco II) erano in corso già da tempo trattative ed incontri segreti per invadere, senza alcuna dichiarazione di guerra, il Regno delle Due Sicilie, per cancellarlo definitivamente non solo dalle pagine della storia, ma addirittura dalla memoria dei suoi figli.

     Gli accordi fra le potenze avevano tratto occasione dal corso che Ferdinando II stava imprimendo alla politica estera del Regno, che mirava a rendere quest’ultimo definitivamente indipendente da qualsiasi ingerenza straniera (francese, inglese o austriaca).

     La decisione sarà presa dalle potenze interessate come una menomazione del loro ruolo e della loro importanza sullo scacchiere mondiale, e a riprova di ciò dimostreranno il proprio risentimento adottando un atteggiamento di indifferenza o di complicità nei confronti di un’azione (la invasione del Regno delle Due Sicilie, senza alcuna dichiarazione di guerra) che sovvertiva tutte le regole su cui si era fondata e retta la millenaria storia dell’umanità.

     Questa invasione, motivata da cause di ordine prettamente economico, come prima conseguenza fece sì che cinque milioni quattrocentoquarantaquattromila ducati e 30 grani (1) del Banco di Sicilia e ventinove milioni settecentoquarantanovemiladuecentocinquanta franchi (2) del Banco di Napoli più i beni personali del re che ammontavano a centocinquanta milioni di euro attuali cambiassero subito padrone. Buona parte di queste astronomiche somme viene dilapidata con la massima leggerezza dai garibaldini, tant’è che Vittorio Emanuele, parlandone con il Cavour, li definisce una banda di ladroni e pensa bene di inviare sul posto un ispettore.

     Contemporaneamente al prosciugamento delle banche si procede a privare l’ex regno – diventato da subito una colonia – di tutte le industrie (stabilimento siderurgico della Mongiana, cantiere navale di Castellammare, officine di Pietrarsa, seterie di San Leucio, ecc.) in modo che veramente gli ex regnicoli non avessero più alcuna possibilità di intraprendere. Vengono chiuse per ben quindici anni tutte le scuole di ogni ordine e grado. Le genti del meridione non sono ritenute neanche capaci di essere occupate né come manovali, gli uomini; né come balie, le donne, in quanto gli uni e le altre vengono fatti venire dal Nord, gettando così questa gente nella disperazione e costringendola ad abbandonare una terra che fino al momento prima dell’invasione aveva attratto manodopera ed investitori stranieri.

     Alle banche, testimoni superstiti di un regno scomparso, fu destinata la stessa sorte. Al Banco di Napoli andò un po’ meglio perché, per un certo tempo, gli fu riconosciuta una limitata capacità operativa; poi anche alla gloriosa Banca Nazionale del Regno di Napoli fu tolta la possibilità di emettere moneta. E così, tra una pillola amara e l’altra arriviamo ai giorni nostri, quando tra decreti salva banche, ispezioni della Banca d’Italia, cordate BNL – INA nel 1997 viene acquistato il 60% del capitale del Banco di Napoli per 62 miliardi di lire e rivenduto nel 2000 all’Istituto S. Paolo IMI per 3000 miliardi, cioè ad un prezzo 50 volte superiore a quello di tre anni prima. Divenuto così l’istituto bancario più importante, il S. Paolo IMI nel 2002 toglie al “fu” Banco di Napoli ogni autonomia decisionale. L’istituto, con ben 500 filiali in tutte le capitali del mondo, rimarrà col proprio nome fino al novembre del 2018 come un normale sportello della banca piemontese, quando, il 26 novembre, la fusione con il Gruppo Intesa S. Paolo, sancirà la definitiva scomparsa di un pezzo di storia e del più glorioso simbolo di Napoli e dell’intero meridione.

Castrese Lucio Schiano

 

  1. 1 ducato = 10 tarì. La somma corrisponderebbe oggi a 86 229 058, 44 € pari a circa 167 miliardi delle vecchie lire
  2. La somma corrisponderebbe oggi a 1 670 000 000 €(= 3. 235 miliardi di lire) come riserve del Banco e a 150 milioni di euro (= 290 miliardi di lire) per i beni personali. (da “Il caso Nievo” di Lucio Zinna, citato in un articolo del 31 maggio 2017 di Ignazio Coppola “ 31 maggio 1860:il giorno funesto del saccheggio del Banco di Sicilia”, sul blog I NUOVI VESPRI)
  3. Totale approssimativo del bottino : 3. 700 miliardi di lire.

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