La contrapposizione tra i Baroni siciliani e il Viceré Caracciolo
Giuseppe Gangemi
Nella Biblioteca della Società di Storia Patria di Napoli, è conservata una Memoria ragionata in favore de’ Baroni per le novità fattesi … negli anni 1784, 1785 e 1786 costituita da 47 fogli, scritti fronte e retro, per un totale di 93 pagine (l’ultima è vuota). Essa è molto utile per capire la grandezza del disegno riformista di Caracciolo: oltre a un Catasto simile a quello Teresiano per regolare i rapporti tra Nobili, Clero e Stato, una serie di ordinanze per smantellare il potere feudale e ripristinare i diritti dei vassalli.
Già nell’incipit della Memoria ragionata emerge chiara la contrapposizione con i Viceré Caracciolo e Caramanico: fino al 1784 (anno in cui diventa chiara la grandiosità del progetto riformista caraccioliano), tutti i malanni (carestie, eruzioni, pestilenze e terremoti) “hanno sempre trovato nella costante permanenza della legislazione e nella puntuale esecuzione di essa rimedi tali da fare in poco tempo scordare i mali accaduti e rimettere tutto nello stato primiero di buon ordine e di sicurezza”. Tutto questo è finito per lo scombussolamento di “tutto il sistema di legislazione della Nazione” e “lo rovesciamento totale di tutti gli usi e consuetudini”. Di conseguenza, “i sistemi, coi quali per tanti e tanti secoli si è vissuto, han cagionato convulsioni tali, ed un tale disordine in tutti gli ordini dello Stato, che ormai di un Paese ben regolato qual era la Sicilia altro non è divenuto che un ammasso di confusione e disordine” (p. 1 fronte e retro).
Sia la Memoria ragionata, sia la posizione di Caracciolo, partono dal riconoscimento dello stato giuridico degli “abitatori de’ feudi de’ baroni della Sicilia” (come si legge nella Memoria) o dei “vassalli” come preferisce dire Caracciolo: questi non sono mai stati “Servi Glebae, su de’ quali i baroni esercitano i diritti tutti della sovranità”. Essi sono sempre stati popolazione libere, assoggettate a un unico padrone ch’è il Re, mentre i Baroni sono, in base al mero e misto impero (inteso come diritto di amministrare la giustizia sui propri vassalli), solo magistrati ereditari. Il che stride con il fatto che i Baroni sono molto e ancor di più si sentono, nei loro feudi, dove si considerano uguali al Sovrano perché il loro potere deriva dalla stessa fonte: Dei Gratia.
Secondo Caracciolo, i feudatari avevano defraudato nei secoli i diritti dei vassalli. Secondo la Memoria ragionata, gli abitatori dei feudi hanno scelto, con accordi liberamente pattuiti con il feudatario, di scambiare sicurezza contro cessioni di diritti al padrone. Da questo libero accordo sono derivate: corvées o angherie (servizi obbligatori di lavoro gratuito nei terreni dei feudi da fornire prima di lavorare le proprie terre, piccolissime proprietà o terre ottenute in affitto), divieto di lavorare nelle terre di terzi se non veniva prima concluso il lavoro nel feudo (obbligo gravoso quando la domanda di prodotti agricoli aumentava) e la mano baronale intesa come il diritto di confiscare e vendere i beni del vassallo insolvente (diritto particolarmente gravoso quando la domanda di prodotti agricoli diminuiva). Queste limitazioni della libertà dei vassalli hanno instaurato una particolare dinamica economica in base alla quale, quando ci sono benefici aggiuntivi, essi vengono trasferiti al padrone e resi difficili al vassallo e, quando ci sono costi aggiuntivi, questi finiscono addossati al vassallo e risparmiati al padrone.
Oltre a questi, altri diritti sono stati ceduti o sottratti: diritti di caccia preclusi ai servi per farli godere esclusivamente ai padroni; diritti di pedaggio sui viaggiatori; diritti di dogane sulle merci; etc. E infine, ci sono i soprusi veri e propri come l’occupazione abusiva delle terre delle Universitas (azioni che non sono esclusive dei feudatari, ma anche di uomini capaci di esprimere sufficiente violenza per strappare la terra alle Universitas) ed eventualmente anche a quelle dei nobili che non sono capaci di difendere le loro terre o quelle delle parrocchie in cui membri della stessa famiglia sono riusciti a tenere per decenni la carica di parroco.
Nel corso della grave crisi agricola del 1646, il sovrano spagnolo aveva emanato la prammatica De Seminerio nella quale proibiva la pretesa dei feudatari di imporre angherie contro la volontà dei vassalli e aveva stabilito una sola eccezione: a meno che i Baroni non fossero in condizione di esibire il titolo, coevo alla fondazione del feudo, con cui i vassalli avevano accettato di cedere i loro diritti ai feudatari. Questo decreto regale aveva suscitato, al tempo, tanti malumori da costringere il sovrano a togliere l’obbligo di esibizione del titolo. Caracciolo e Caramanico riprenderanno la questione dell’esibizione del titolo originario sollevando i soliti malumori e le vibrate proteste della Memoria ragionata del 1786. Di tutt’altro parere la Memoria ragionata per la quale “Baroni poveri, povero Regno, povero Re”. Nel senso che i Baroni erano gli unici che hanno la forza di fare investimenti consistenti e, quindi, di aumentare la produzione annuale di beni agricoli per tutti.
Caracciolo contesta questo assunto sostenendo che i dati di fatto mostrano che, in Sicilia, attraverso usurpazioni di terre e angherie esistano ormai solo gran Signori (più o meno settanta famiglie il cui capofamiglia si fregia del titolo Dei Gratia) e miserabili, oppressori e oppressi. Di conseguenza, ribatte che i Nobili hanno, di fatto, operato secondo il principio opposti di “contadini poveri, povero Regno, povero Re”. Egli ritiene di dover liberare dai vincoli i contadini per sollevarli dalla povertà e liberare dall’aristocrazia le cariche pubbliche locali per sollevare l’economia delle Universitas i cui beni dovevano servire per la produzione di beni pubblici o per fornire in affitto fonti di reddito ai poverissimi e diritti di raccogliere legna, spigolatura, uso comune dei pascoli per i più bisognosi).
Caracciolo, nel 1786, diventa segretario di Stato a Napoli e da qui difende gli interessi dei contadini siciliani con vari provvedimenti: l’8 settembre 1787 il suo governo annulla tutti i diritti angarici e proibisce di stipularne in futuro; l’8 novembre 1788 limita i diritti di prestazioni personali relative a trappeti, mulini, forni e altro e, l’anno dopo, li abolisce del tutto.
Sul piano legale ottiene molto, ma sul piano sostanziale molto meno, dal momento che non esiste in Sicilia una classe sociale in condizioni di lottare per questi diritti. Di conseguenza, quell’abolizione dei diritti angarici e degli obblighi personali rimane sulla carta con le riforme di Caracciolo. E, nelle Basi della Costituzione del 1812 (articolo XI), i diritti degli abitatori dei feudi non saranno nominati. Si parlerà solo dei vantaggi che l’abolizione della feudalità porterà ai feudatari.


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