La corrida in Italia, un tabù da sfatare
Gianadrea de Antonellis
Per secoli la corrida – che consideriamo intrinsecamente legata esclusivamente al mondo ispanico – è stata di casa anche nella Penisola italica.
La corsa dei tori – ossia, in castigliano, la corrida – non è una tradizione esclusivamente iberica. Dal Veneto alla Sicilia, dal Medioevo al Novecento, in tutta la nostra Penisola gli spettacoli (non necessariamente cruenti) con i tori hanno allietato le feste popolari (e non a caso in Spagna lo spettacolo taurino si definisce semplicemente fiesta).
Un interessante libro ricostruisce le vicende delle “cacce” ai tori, che da Roma a Venezia, da Napoli a Firenze caratterizzavano le feste principali. È il primo tentativo organico di ricostruire l’affascinante storia della tauromachia in Italia, arricchito da un sintetico manualetto per seguire la moderna corrida.
L’importanza del saggio di Giorgio Ponticelli, La tauromachia in Italia. Dalle giostre con i tori alle prime corride (D’Amico, Nocera Superiore, 2024, p. 190+20 pagine appendice fotografica a colori, € 22) risiede nel fatto che mentre altri autori italiani hanno raccontato la corrida vera e propria – come Edmondo De Amicis nel suo diario di viaggio Spagna o Max David nel suo memorabile Volapiè fino ai testi di Matteo Nucci – con Giorgio Ponticelli ci addentriamo nella storia di diverse regioni italiane dal XII secolo in poi per scoprire le origini della tradizione della Tauromachia in Italia. Questa aveva forme simili a giochi o prove di coraggio coi tori (al tempo definite “giostre” o “tornei”) ma che hanno alla base la stessa millenaria attrazione che l’uomo ha avuto verso l’animale più affascinante e mitizzato della natura, il toro. Anche in Italia queste tradizioni avevano le stesse radici della Tauromachia che si è poi evoluta in Spagna, Francia, Portogallo e America Latina nella corrida “moderna” e dove è attualmente largamente diffusa.
In Italia queste tradizioni legate alla tauromachia si erano radicate in varie regioni tanto che tra fine Ottocento e inizio del Novecento si iniziarono a svolgere diverse “corride alla spagnola” (in realtà quasi sempre con torelli giovani per toreri di seconda fila) che attirarono decine di migliaia di spettatori riempiendo improvvisate arene a Roma, Verona, Torino, Milano, Cagliari, Palermo, Bologna o Trieste. Fino a quando la tradizione si spense principalmente a causa della proibizione del fascismo.
Questo l’indice del libro:
Parte I. Italia Settentrionale
I. Sette secoli di tori nella Venezia dei Dogi
II. La “Giostra dell’anello” a Vicenza
III. “Festa di tori” nell’anfiteatro di Verona
IV. Il carnevale di Muggia
V. Gradisca d’Isonzo
VI. Una sventurata caccia a Bergamo
VII. La “festa del toro” a Cremona
VIII. I tori alla “Scala” di Milano
Parte II. Italia Centrale
I. Le «feste bestiali e diaboliche» di Firenze per la festa di San Giovanni
II. Le “cacciate” di Siena
III. Il gioco dello «steccato» nello Stato della Chiesa
IV. La “giostra” romana
Parte III. Italia Meridionale
I. L’influenza spagnola nel Reame di Napoli
II. Caccia al bufalo a Scafati
III. Gli “Ossequi reali” de L’Aquila
IV. Il toro indigesto di Teramo
V. La celebrazione di un centenario
a Civitella del Tronto
Parte IV. La corrida dopo l’Unità
I. Fine ’800: la corrida alla moda di Spagna
II. Primo ’900: da “Parejito” a “Rodalito”
Epilogo
Bibliografia
Appendici
Breve guida per seguire la Corrida
JUAN MANUEL DE PRADA, In difesa della “Fiesta nacional”
Appendice iconografica
Arricchisce il volume una serie di appendici: venti pagine di immagini su carta patinata, che testimoniano la presenza delle corride in Italia dalla romanità al Novecento; un “manuale” per seguire le fasi della corrida (altrimenti non si comprende cosa stia succedendo e tutto rischia di sembrare solo una bassa macelleria); e una affascinante riflessione sul significato autentico e più profondo del toreo dovuta alla penna di uno di più interessanti romanzieri contemporanei, Juan Manuel de Prada, da cui estrapoliamo alcuni passaggi. Dopo aver parlato dell’arte autenticamente popolare, che scaturisce dall’animo degli artisti, “dal basso”, egli scrive:
«Ma quest’arte che nasceva dal basso, arte costitutiva dell’anima popolare, si rivelò presto pericolosa per coloro che aspiravano a trasformare l’arte in uno strumento di dominio, maneggiandola per i loro fini ideologici. Nacque così ciò che oggi i detentori del potere chiamano pomposamente cultura: un’arte stabilita dall’alto, con le sue caste di intellettuali prezzolati e i suoi negoziati burocratici, con la programmazione e i canoni stabiliti dai distributori di erba medica ideologica. E così quell’impulso originario, nato dall’animo popolare, si snaturò fino a degenerare in mostre di pittura raffinata, in libercoli di scrittori sublimi, in rappresentazioni teatrali sovvenzionate e in filmetti imposti dalla propaganda. Succedanei dell’arte che si somministrano al popolo per convertirlo in “cittadino” e adattarlo agli schemi sociali che interessano al potere, in maniera che a nessuno capiti né di sentire né di pensare. Perché, infine, non vi sia più arte nata dal mistero, ma solo succedanei addomesticati.
Ma con i tori non ci sono riusciti; e per questo i tori danno tanto fastidio ai detentori del potere; per questo i tori sono tanto insultati nel “matrix” progressista: perché sono una sopravvivenza – benedetta sopravvivenza! – di quella età dorata in cui gli uomini esprimevano attraverso un’arte indomita, un’arte che era espressione di ciò che essi erano, non di quello che gli ingegneri sociali e i dietologi del progresso desideravano che fossero. […]
Agustín de Foxá scriveva che i tori sono l’arte di un popolo religioso, abituato dal proprio sangue a passeggiare tranquillamente tra l’aldiquà e l’aldilà. E proprio in ciò, nel passeggiare tra l’aldiquà e l’aldilà, è consistita l’arte genuinamente spagnola. Il resto è solo inganno, un gargarismo privo d’importanza in cui i detentori del potere mantengono come pecore i cosiddetti cittadini.
E come arte di un popolo religioso che passeggia tranquillamente tra l’aldiquà e l’aldilà, il toreare è un’arte allo stesso tempo molto carnale e molto spirituale, come lo è, ad esempio, la pittura di El Greco. Così è l’arte del toreare: pienezza di anima e di corpo; una cornata di divinità che può entrare nel nostro sangue, cercando la nostra arteria femorale. Così lo sente il torero in occasione di una intera corrida, quando calpesta la sabbia dell’arena come se levitasse, offrendo generosamente il suo corpo. Così lo sente l’aficionado che ha contemplato la faena, con capelli rizzati in testa e gli occhi pieni di lacrime. E poiché è vera arte – e non inganno manipolato dai manovali della cultura – il toreare coraggioso si distingue immediatamente dal toreare mediocre, cosa che non avviene quando si visita una mostra o si legge un libretto approvato dai dispensatori di bolle e di anatemi: leggendo uno di questi libercoli o visitando una di queste mostre non si sa cosa sentire o pensare e si finisce per fingere di sentire o pensare – o pensa – in forma attorcigliata e confusa, perché la finzione richiede molti attorcigliamenti e lambiccamenti nella frase.
Al contrario, la vera arte ci lascia muti, risoluti di bellezza, in colloquio con la nostra anima. »
La “Barbajada” è una bibita inventata dal mio bisarcavolo Domenico Barbaja, mischiando cioccolato, caffè e latte, per stimolare, irrobustire e addolcire. La presente rubrica intende rivolgersi al lettore stimolandolo con il caffè delle considerazioni, irrobustendolo con il cacao delle dimostrazioni e, possibilmente, addolcire il tutto, rasserenandolo con lo zucchero dell’ironia o la panna della leggerezza.



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