La differenza tra guerra degli Inglesi e quella di Ruffo
Giuseppe Gangemi
La Gran Bretagna rimane in guerra con gli Inglesi dal 1793 al 1802. Dopo un anno di pace, la guerra ricomincia nel 1803 e finisce solo nel 1815. Tra il 1792 e il 1797, a combattere la Francia si forma la prima coalizione. Una seconda coalizione si forma nel 1798. Per un anno, la Gran Bretagna continua a combattere da sola. Se nel 1898 si riforma la seconda coalizione è per merito della Gran Bretagna una cui flotta di 14 vascelli e 1 brigantino distrugge, ad Abukir, in Egitto, una flotta francese di 15 vascelli, 4 fregate e 4 brigantini. La distruzione della flotta francese blocca Napoleone in Egitto, con l’intero esercito. Questo incoraggia le altre potenze a costituire la seconda coalizione antifrancese. Senza Abukir e Nelson, che è il vincitore di quella battaglia, Russi e Turchi non sarebbero mai sbarcati nel Sud d’Italia, anche se in ritardo e con pochi uomini.
Dati questi indiscutibili meriti del suo Paese e suoi, Nelson ha un atteggiamento da comandante in capo della guerra. Significativa, a questo proposito, una lettera di Nelson a Re Ferdinando di giorno 24 giugno o del giorno seguente: l’ammiraglio comunica “le più infami nuove … il Cardinale [sta] operando tutto l’opposto di quello che da me se li è ordinato” (Battaglini e Placanica 2000, II, 634, nota 838). Il riferimento è alla clemenza mostrata da Ruffo nei confronti di quanti hanno aderito alla causa giacobina.
La strategia Inglese è comprensibile: la guerra alla Francia è cominciata sette anni prima. Non è mai cessata ed è destinata a durare ancora nel tempo (la Gran Bretagna resterà in guerra 22 anni contro la Francia rivoluzionaria e napoleonica) e il campo di battaglia è tutto il Mediterraneo e tutta l’Europa. Per gli Inglesi, il fronte napoletano è solo uno dei tanti fronti di guerra aperta e l’obiettivo è quello di logorare al massimo l’esercito francese nel Napoletano, per diminuire la tensione su altri fronti.
La strategia di Ruffo è diversa ed altrettanto comprensibile: un unico fronte è quello che gli interessa e, prima se ne vanno i Francesi da quel fronte, meglio è. Insomma, egli segue la vecchia massima da adottare in questi casi: a nemico che fugge, ponti d’oro. Da ciò una serie di contrasti con Nelson.
Quando Procida, Ischia, Capri e Ponza vengono occupate dagli inglesi, questi ultimi richiedono ai ministri napoletani un giudice per processare i Giacobini. Viene inviato Giuseppe Diodati che si distingue per il suo zelo: numerose condanne a morte e a pene severe. A parere di Ruffo, tanta severità rende più difficile l’avanzata della sua truppa perché aumenta il numero di quanti temono la condanna a morte o non sopportano l’idea di anni e anni di prigione e, di conseguenza si determinano a resistere fino alla morte.
Ruffo manda messaggi a Trowbridge perché ordini a Fra Diavolo e Mammone di non combattere i Francesi e di lasciarli scappare. “Ho sentito – [scrive] Fabrizio – che, fra le altre cose mandate verso Procida, siavi mandato un giudice processante. Io credo impolitico tale passo. Ora se noi mostriamo voler processare e punire, noi coadiuveremo le mire dei nemici; e ci precluderemo le strade alla conciliazione. Sembra che si dovesse anzi, avuto nelle mani qualsiasi reo anche grande, anche distintosi nella ribellione, perdonarlo. Questo tale esempio farà credere possibile la riconciliazione agli altri e si disuniranno. Si legga la storia di Francia e le molte capitolazioni avute coi ribelli” (Casaburi 2003, 98). Il motivo di questa richiesta la spiega Roncuzzi: “La fuga dei nemici gli favorirà, così, l’avanzata” (2022, 183).
“Mi viene a memoria – continuava il Ruffo – la guerra dei baroni, e trovo che dividendo con lusinghe, con premi, con privilegi, con doni, la metà prima soggiogò l’altra metà più tarda e più fedele al suo impegno. A che giova il punire, anzi come è possibile di punire tante persone senza un’indelebile traccia di crudeltà. Ma dirò meglio; è questo piano della punizione ineseguibile, e si taglia da se medesimo la riuscita. Se il popolo napoletano avesse tanta energia per restituire la città al trono, potrebbe convenire il metodo di processare e punire; ma, essendo affatto disarmato il popolo, è molto difficile tale riuscita, ed infatti non si è mosso per quanto pare all’apparire dell’armata inglese. Non vi resta dunque altra speranza che la seduzione. Per ottenere e maneggiare questo vi vogliono persone di raro valore e condotta e pienamente di buon partito” (Casaburi 2003, 99).
Il contrasto più forte si ha in Napoli quando Nelson manda “i capitani Troubridge e Ball al cardinale vicario generale, per far sapere a Sua Eminenza la sua opinione su gl’infami patti stipulati coi ribelli”. Il Ruffo, con pari tono, risponde che Nelson “poteva rompere l’armistizio, se ciò era di suo gradimento, poiché egli era stanco della sua situazione”. Il capitano Troubridge fece quindi a Sua Eminenza le seguenti precise domande: “Se Lord Nelson rompe l’armistizio, l’assisterà V.E. nel suo attacco contro i castelli?” La sua risposta fu esplicita: “Non l’assisterò né con un uomo, né con un cannone” (Casaburi 2003, 104).
Ovviamente, Ferdinando e Carolina, e soprattutto Acton, sono della stessa opinione di Nelson. È in questo contesto che nasce l’idea di far arrestare Ruffo. Un’idea che è stata sviluppata fino alla scrittura di tre lettere da parte di Acton. Lettere che potrebbero anche non essere state spedite, probabilmente perché Nelson, avvisato dai suoi ufficiali, circa le minacce di Ruffo di ritirare da Napoli i suoi uomini, si rende conto che, con i pochi Russi e Turchi, non ce la farebbero a tenere Napoli e avvisa di questo il Re o direttamente Acton.
Nelson è il primo a dare l’avvio alla mattanza dei Giacobini con l’ammiraglio Francesco Caracciolo. Viene messo in catene e processato e, siccome la giuria militare non lo condanna a morte, Nelson obbliga a mutare la sentenza. Caracciolo chiede, in quanto nobile, di essere fucilato. Sarà, invece, impiccato al pennone della sua nave il 29 giugno.


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