Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

La Favolosa storia del Cavallo Napolitano. A cura di Lucio Sandon

Posted by on Dic 28, 2020

La Favolosa storia del Cavallo Napolitano. A cura di Lucio Sandon

Signore del tempo, del vento e del desiderio, secondo un’antica leggenda il cavallo porta sulla sua groppa la parte più nascosta dell’animo umano

Signore del tempo, del vento e del desiderio, secondo un’antica leggenda il cavallo porta sulla sua groppa la parte più nascosta dell’animo umano. L’uomo ha fatto di questo animale il suo compagno di conquiste e avventure. La storia del cavallo è unica, come unico è il suo rapporto con gli esseri umani, e affonda le radici nell’aura del mito. La Campania Felix, corrispondente a quella parte del territorio delle province di Caserta e Napoli attraversata dal fiume Volturno, è racchiusa tra il mare ed un arco composto dai monti del Matese e del Sannio, ed è stata da sempre teatro di grandi allevamenti equini. I primi greci che sbarcarono sulle coste campane, intorno all’ottavo secolo avanti Cristo furono talmente colpiti dalla robustezza dei cavalli locali che li veneravano con il nome di Ennosigaios: gli scuotitori della terra. Dopo qualche secolo, gli Etruschi introdussero nell’Italia meridionale l’uso del carro da guerra e da corsa e i loro cavalli snelli ed eleganti, si distinguevano per la loro altezza e si irrobustirono negli incroci con i cavalli locali. I romani introdussero nel territorio i resistentissimi e possenti cavalli berberi, e avvenne così il connubio felice fra questi esemplari e gli etrusco-campani, longilinei e leggeri. Il cavallo napoletano, poderoso e nel contempo leggiadro, cominciò allora a delinearsi, e la fama di questi animali, legata alla loro resistenza e fierezza fu tale che Annibale potrebbe essersi fermato a Capua anche per procurarsi i migliori destrieri disponibili in Italia.
Proprio da Capua venivano i cavalli bianchi cavalcati dai consoli romani nei Trionfi.
A Napoli in piazza Riario Sforza, dove ora c’è la guglia di San Gennaro, fino al medioevo c’era la statua di bronzo di un cavallo sfrenato che si diceva fosse stata scolpita da Publio Virgilio Marone, all’epoca considerato un mago più che un poeta. In quel luogo si portavano gli animali malati, ornati di ghirlande di fiori e tarallini: per guarire, i cavalli dovevano girare tre volte intorno alla statua, che però venne fusa perché tali riti pagani erano invisi alla chiesa. Di tale scultura miracolosa ora rimane solo la testa, mentre Il corpo servì per forgiare le campane del Duomo, e si racconta che quando suonano, tendendo l’orecchio si può udire il nitrito del cavallo di Virgilio. La verità storica è un po’ diversa: come affermò già Giorgio Vasari, la testa del cavallo ora custodita nel Museo Archeologico Nazionale, è da attribuire al genio di Donatello. In origine la testa di cavallo era stata voluta da re Alfonso d’Aragona, che voleva una scultura simile a quella che Donatello stava realizzando a Padova per il capitano Erasmo da Narni detto il Gattamelata. Il sovrano, colpito della potenza espressiva della scultura, voleva esporla al centro dell’arco superiore del portale del Maschio Angioino. Il re riuscì a mettersi in contatto con Donatello, ma l’opera si protrasse per anni, nei quali morirono sia il re che il suo intermediario con l’artista. Solo durante una sua visita a Napoli, Lorenzo il Magnifico chiese a Donatello di terminare la scultura, che venne donata al conte Diomede Carafa.
La selezione vera e propria del cavallo napolitano è fatta risalire a Carlo I d’Angiò, mentre il conte Pandone di Venafro ne fece il soggetto principale degli splendidi affreschi del suo castello, copiati in seguito dai Gonzaga di Mantova. Nel ‘600 Giovan Battista Caracciolo non risparmiava le lodi al cavallo napoletano: «Sono di buona taglia e di superba bellezza. Con la loro obbedienza incredibile seguono la musica, e si mettono quasi a danzare spontaneamente.»
Del cavallo napoletano si perdono naturalmente le tracce dopo il 1860, e solo a partire dal 1980, per l’illuminata opera di un allevatore, la razza ha ricevuto nuovo vigore, tanto da ottenere l’attivazione del relativo Registro Anagrafico. A Piano di Sorrento, Giuseppe Maresca ha voluto sfidare il tempo e la natura, e ha creduto nella resurrezione di una razza ormai quasi estinta. Dopo aver consultato il registro dei cavalli della Scuola di Vienna, Maresca scoprì che nel 1790 i monaci certosini napoletani avevano mandato alcuni dei loro migliori stalloni in dono all’imperatore d’Austria. Siccome questi teneva per sé solo gli esemplari bianchi o grigi, per ottenere la razza Lipizzana, i cavalli neri venivano ceduti all’estero.
Rintracciato in Serbia l’ultimo stallone superstite della razza Cavallo Napolitano, senza far rumore, nell’indifferenza generale e nell’assenza più assoluta di aiuti, anzi lottando contro la derisione e l’incredulità, l’allevatore Giuseppe Maresca ha operato il miracolo, e riportato a Sorrento il Cavallo Napolitano. Maria Franchini scrittrice, giornalista, traduttrice, appassionata di storia napoletana e di cavalli, insieme a Giuseppe Maresca ha scritto un interessante volume su tale avventura, ma il libro sul cavallo napoletano e la sua incredibile storia, purtroppo è disponibile solo in francese: La fabuleuse aventure du cheval napolitain, Zulma editore – Parigi.

fonte

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.