LA FERRARI DEI CAVALLI
Angelo Forgione
11 luglio, si celebra la Giornata Mondiale del Cavallo, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2025 per rendere omaggio al ruolo che questo animale ha avuto nello sviluppo dell’umanità.
Se oggi vi sono le moto e le automobili, prima vi erano i cavalli e le carrozze a muovere l’uomo, a consentirgli di viaggiare e di affrontare le difficoltà delle guerre.
Se oggi vi sono le fuoriserie, prima vi erano i cavalli di razza a fare da top dei cavalli. E quelli napoletani erano famosi in tutta Europa e oltre.
Non tutti sanno che salire in sella a uno stallone napoletano era come mettersi oggi alla guida di una Ferrari, la casa automobilistica modenese che nel 1932 si identificò nel cavallino rampante di Francesco Baracca, aviatore ma anche cavallerizzo. Lo stesso aveva fatto sei anni prima l’Associazione Calcio Napoli di Giorgio Ascarelli, ma il Corsiero del Sole non era simbolo di eccellenza equina. Ormai la storia della statua del Cavvlo sfrenato di Napoli, vivaddio, l’avete imparata, ma non va confusa con quella della pregiata razza equina di Napoli.
Il Cavallo Napolitano ha origini antichissime. Gli Etruschi scelsero l’area capuana per impiantare i loro allevamenti equini, in un ambiente climatico favorevole, a ridosso degli insediamenti greci della costa flegrea, dove successivamente i Romani ereditarono la razza e la incrociarono con cavalli berberi importati dal Nord Africa, generando i migliori esemplari per la corte imperiale.
Nel Medioevo, Federico II portò a Napoli dei cavalli orientali, veloci e leggeri, che si fusero con quelli locali. La selezione della razza si consolidò nel XIII secolo, quando Carlo D’Angiò, considerata l’elevata qualità raggiunta dai cavalli locali, ritenne opportuno migliorarli con l’introduzione di sangue di altre razze.
Un esemplare bello, longilineo, snello ma anche poderoso e robusto di zampe, il Napolitano risultò tra i più apprezzati cavalli al mondo, insieme alla razza iberica, berbera e turca.
Nel Quattrocento, l’esperto Ercolani scrisse che i cavalli neapolitani godevano della più alta fama tra i cavalli da guerra.
A Napoli, nel Cinquecento, si sviluppò anche un’importantissima scuola, l’Arte Equestre Napoletana, che ebbe in Federico Grisone il primo cavallerizzo al mondo a pubblicare un trattato sul tema. Le grandi scuole odierne, Vienna (Austria), Saumur (Francia) e Jerez (Spagna), hanno tutte origine da quella napoletana, la cui eccellenza nacque certamente dalla straordinaria abilità dei cavallerizzi partenopei ma anche dal perfetto connubio con il bellissimo Cavallo Napolitano, pure capace, con la sua incredibile obbedienza, di danzare a ritmo di musica, talvolta persino spontaneamente. Così, a Napoli, nacque il “Dressage”, oggi disciplina olimpica (per approfondimenti: Napoli svelata).
Nel trattato “Pietra paragone” di inizio ‘700, curato da Giuseppe d’Alessandro, il Cavallo Napolitano fu considerato come miglioratore di altre razze. E Carlo di Borbone lo perfezionò ancor più, facendo incrociare delle fattrici locali con stalloni turchi, spagnoli, arabi e persiani nelle scuderie reali di Persano.
Dopo il 1860, con l’annessione delle province borboniche da parte della monarchia sabauda, l’allevamento borbonico dei cavalli subì le scelte di politica economico-territoriale del Regno d’Italia e fu destinato volontariamente alla sparizione.
Poi, mentre i costruttori di carrozze senza cavalli misero i “cavalli” nel motore a scoppio, il Governo del Regno d’Italia ritornò sui propri passi e decise di ricostituire a Persano la Real Razza con il nome di Razza Governativa di Persano, avvalendosi delle giumente e degli stalloni, o i figli di questi, che erano stati venduti ai grandi allevatori.
La Razza continuò così a essere allevata dal Ministero della Guerra per le esigenze belliche della Cavalleria fino al 1954, unitamente alle sopravvenute esigenze sportive. Li montò anche Francesco Baracca, esattamente l’eroe dei cieli in guerra che mise sulle fusoliere del suo aereo il cavallino rampante, mentre a terra montava i Persano, per rivendicare le personali origini militari e l’amore per i cavalli.
Il Cavallo Persano, erede del più antico Napolitano, è oggi in fase di specifico recupero ippotecnico, certificato sulla base di studi accurati, nel quadro di un tentativo di ricostruzione su basi morfologiche, e fa parlare ancora della gloriosa storia equestre di Napoli, che dei suoi cavalli, eleganti, robusti e rinomati per l’Alta Scuola, le parate e le battaglie, fece una delle sue eccellenze.



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