La formazione e la carriera amministrativa di Fabrizio Ruffo
Giuseppe Gangemi
Letterio Ruffo, appartenente a una delle casate storiche più importanti della Calabria, sposa la cugina Giovanna Ruffo da cui ha due figli, Vincenzo e Alfonsina, il primo destinato a ereditare tutti i feudi di famiglia e la seconda a diventare suora (i due destini andranno effettivamente in porto). Diventato vedovo, Letterio sposa Giustina Colonna, appartenente a una delle più importanti famiglie romane. Dalla loro unione nascono sette figli, uno dei quali è Fabrizio. Quest’ultimo, in assenza di feudi portati in dote da Giustina Colonna, sarà destinato alla carriera ecclesiastica.
Fabrizio nasce il 16 settembre 1744 a San Lucido, vicino Paolo, in Calabria, dove il padre Letterio ha fissato la propria dimora. Nel 1752, a sette anni, secondo una consolidata tradizione familiare, viene iscritto al Collegio Clementino di Roma, un collegio che deve il nome al fatto di essere stato fondato da Papa Clemente VIII nel 1595 per istruire i giovani rampolli dell’aristocrazia cattolica italiana. In questo collegio, Fabrizio si mostra tra i migliori studenti. Al punto che gli viene richiesto di tenere alcune orazioni che risultano molto apprezzate. Nel collegio oltre all’istruzione religiosa, ha anche la possibilità di studiare la filosofia e la retorica antica e moderna. Quando si dice che ha studiato filosofia e retorica, il pensiero corre subito a Vico. Sappiamo, però, che egli studia economia, finanza, “storia contemporanea – Illuminismo e Rivoluzione francese in particolar modo – dominando non
solo le conoscenze del tempo, ma soprattutto sviluppando idee e convinzioni
personali che avrebbe messo in pratica in seguito” (Casaburi 2003, 20). Non è improbabile che, tra le letture di Ruffo al Clementino, vi sia stata anche qualche opera di Vico, per esempio Le gesta di Antonio Carafa dove è trattato il tema della riforma fiscale. Dalla competenza con cui si muove come tesoriere dello Stato Pontificio, si evince comunque che, al Clementino, si è data una buona preparazione economica.
Lavora per anni sotto la direzione di Don Angelo Braschi, futuro Papa Pio VI. Questi era stato segretario del potente cardinale Tommaso Ruffo, prozio di Fabrizio e legato pontificio in Romagna e a Ferrara, diocesi di cui fu arcivescovo.
Lavorando alle dipendenze di Tommaso Ruffo, Braschi conosce Fabrizio sin dalla più tenera età. Il potente prozio, papabile al conclave del 1740, e il fatto che Braschi abbia avuto modo di conoscerlo e seguirlo negli studi, sono gli elementi che introducono Fabrizio al lavoro in tesoreria. Infatti, dopo essere stato al servizio di Tommaso Ruffo, dal 1735 al 1753, anno della morte di Tommaso, Braschi si trasferisce a Roma dove intraprende una carriera che lo porta, il 22 settembre 1766, a diventare Tesoriere generale della Camera Apostolica. Nel 1775, dopo oltre quattro mesi di conclave, Braschi viene nominato Papa, senza nemmeno essere vescovo. Da Pontefice, finisce prigioniero dei Francesi e, successivamente, viene costretto a restare in esilio, in Francia. Conclude la propria vita il 29 agosto 1799.
Tornando a Fabrizio, egli esce dal collegio clementino, nel 1763, a diciannove anni. All’uscita è diacono e tale si mantiene fino alla morte, anche dopo essere stato nominato cardinale. Viene assunto da Papa Clemente XIV come Cameriere Segreto soprannumerario. Alla Sapienza, si laurea in utroque iure nel 1767. Quando Braschi diventa prima tesoriere e poi Papa, affida a Fabrizio vari incarichi e il Papa ha modo di apprezzarne la competenza e la capacità di iniziativa (fa varie proposte di riforma fiscale). Nel 1785, Fabrizio viene nominato tesoriere in quanto il Papa, che lo aveva avuto come allievo e lo aveva seguito nella esecuzione di varie politiche affidategli. Rimane nell’ufficio per nove anni e si adopera per realizzare varie riforme. La più importante e riuscita è la sostituzione dei dazi interni con un unico dazio, quello da esigere nelle dogane poste ai confini di Stato. Questa riforma viene realizzata quasi all’inizio del suo nuovo incarico, nel 1786.
Successivamente, Fabrizio tenta nuove riforme e finisce coll’infastidire nobili e proprietari terrieri i quali tanto brigano che riescono a farlo destituire dalla carica nel 1794.
Le iniziative di Ruffo più avversate vengano emanate nel 1791. Il 17 dicembre di quell’anno, Fabrizio convince il Papa a firmare due editti con cui si prescrive che le Legazioni di Bologna e Ferrara e le cinque province dello Stato Pontificio debbano realizzare le condizioni legali necessarie alla realizzazione del libero commercio. Inoltre, con questi editti, Fabrizio intende concedere uniformità legislativa a tutto lo Stato Pontificio. Questi provvedimenti legislativi vengono considerati lesivi delle autonomie di cui i singoli territori godevano in precedenza, cosa che porta ad un aumento considerevole del numero degli avversari di Ruffo. Pio VI, spinto dalle pressioni dei possidenti terreni e dei loro amici e protettori nella Curia Romana, finisce con abrogare i decreti. Ruffo fa di tutto per ottenere che questo non avvenga. Finisce che viene esautorato dall’incarico di tesoriere, nel 1794.
Il Papa che, comunque, ha apprezzato il suo lavoro, gli promette la nomina a cardinale appena dopo l’esautorazione. Ed infatti, perso l’incarico di tesoriere, Fabrizio viene nominato amministratore delle terre dell’Agro Romano, ed anche qui dà prova di rara capacità e di apertura alle moderne teorie economiche. L’ostilità dell’aristocrazia romana nei suoi confronti si fa però, ancora più forte ed egli, amareggiato, abbandona Roma e tutte le proprie funzioni e ottiene dal re di Napoli di amministrare la colonia manifatturiera di San Leucio. Questo suo nuovo impegno dura fino all’occupazione francese del 1799.
Le idee economiche di Ruffo, quelle sulla base delle quali egli cerca di operare le riforme che, alla fine, vengono accantonate o ritirate, sono le stesse che circolavano al Clementino e nella penisola italiana anche negli ambienti cattolici. Tra queste sue idee di ammodernamento dell’economia, vi è quella dell’ammodernamento dell’agricoltura attraverso la riduzione del peso del latifondo. L’obiettivo di fondo è quello di sviluppare i contratti di enfiteusi, contratti di affitto un appezzamento di terreno, quanto basta al sostentamento di una famiglia, con l’obbligo di migliorare il fondo e pagare un affitto e la possibilità di acquisire definitivamente il fondo per enfiteusi.


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