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La fortezza di Civitella del Tronto

Posted by on Feb 8, 2021

La fortezza di Civitella del Tronto

Il massacro di Forte Apache e la difesa di Forte Alamo sono episodi conosciuti da tutti in tutto il mondo e pubblicizzati a cura dell’industria cinematografica di Hollywood: si trattava di truppe di invasione alla conquista del continente nordamericano, e invece poco nulla è dato sapere circa l’eroica difesa di Civitella del Tronto.

Simbolo di questo paesino è la sua roccaforte, capolavoro di ingegneria militare che con i suoi venticinquemila metri quadri di superficie è una delle fortezze più grandi d’Europa, seconda solo a quella di Fenestrelle. A differenza di Civitella però, il complesso piemontese è noto per ben altre vicende, che poco hanno a che fare con l’eroismo dei propri militari.

Come si può leggere in qualunque libro di testo scolastico, all’atto della proclamazione del Regno d’Italia mancavano Roma e le Venezie. Tali testi però omettono di ricordare che, a quella data del 17 marzo 1861, mancava ancora da conquistare anche una roccaforte, l’ultimo lembo di Regno delle Due Sicilie su cui sventolava il vessillo bianco gigliato dei Borbone: Civitella del Tronto.

Una storia “segreta”

Si tratta di una pagina di storia volutamente oscurata dai conquistatori: la vicenda di Civitella e della sua fortezza è quella relativa alla sua resistenza ad oltranza contro l’invasione delle truppe piemontesi verso il Regno delle Due Sicilie. La Cittadella, ancora tenuta dagli eroici assediati venne distrutta con una potentissima carica di esplosivo solamente tre giorni dopo la proclamazione del regno d’Italia, senza che i suoi difensori si fossero arresi al feroce assedio. Da notare che, nonostante le condizioni di resa prevedessero salva la vita a tutta la guarnigione, alcuni soldati che non si erano dimostrati favorevoli alla resa, furono ugualmente catturati e fucilati alle spalle. Come traditori. Altri 291 uomini dei quali non si conosceranno mai i nomi, vennero invece deportati nella fortezza di Fenestrelle, dove sparirono per sempre ingoiati nella calce viva o esposti come reperti nell’inquietante museo di Cesare Lombroso, etichettati come criminali.

Civitella del Tronto era già stata protagonista di episodi di lealtà alla dinastia borbonica e di resistenze impensate, come quella del 1557 contro il Duca di Guisa, e quella del 1806 contro i francesi del Generale Gouvion St. Cyr. Il forte era oggettivamente imprendibile, ma ciò si può comprendere solo recandosi sul posto.

Quando agli inizi del 1860, nel momento in cui i garibaldini iniziavano a risalire la penisola, nella fortezza già si preparavano le contromisure, soprattutto nella previsione di una molto più pericolosa invasione dal nord, in quanto il forte era stato costruito sul fiume Tronto, il confine tra l’Abruzzo Ulteriore e lo Stato Pontificio. L’invasione arrivò il 23 ottobre 1860, e la cittadella si apprestò immediatamente alla difesa, ritenendosi giustamente obiettivo primario. Il comandante del forte, maggiore Luigi Ascione, decise subito di proclamare lo stato d’assedio, e rispose con ironia a una comunicazione proveniente da Teramo, nella quale gli si ordinava di uniformarsi alla resa. La fortezza contava su una guarnigione composta da 530 militari appartenenti ai vari corpi del Real Esercito Borbonico, e su di un parco di artiglieria piuttosto modesto, composto di ventuno cannoni, due obici, due mortai, e una colubrina in bronzo che però era troppo vecchia e non venne mai impiegata.

L’assedio

Le forze piemontesi scese dalle Marche avevano come obiettivo quello di incrociare i garibaldini che risalivano da sud, e di eliminare le residue forze borboniche in fase di ripiego dopo gli scontri sul Volturno. Il Generale Cialdini, che comandava il corpo di spedizione, sottovalutando il problema decise di inviare contro la fortezza solo un reparto di volontari, la cosiddetta Legione Sannita, che giunta sul posto iniziò le operazioni di assedio il 23 di ottobre. Il primo colpo di cannone venne sparato il 26 ottobre 1860, ma nonostante il quotidiano bombardamento da parte piemontese, la resistenza della guarnigione proseguiva, soprattutto su impulso del capitano Giuseppe Giovine, del sergente di artiglieria Angelo Messinelli, e del sacerdote Padre Leonardo Zilli detto Campotosto, dal suo paese di origine.

Vista l’inutilità dei primi bombardamenti, a capo degli assedianti venne posto il generale Ferdinando Pinelli, già famoso per le atrocità commesse nel corso della stessa guerra, e che sembrava l’uomo giusto per piegare la resistenza della fortezza. Tuttavia, pur unendo ai bombardamenti minacce di morte per tutta la guarnigione, in assenza di resa e in violazione di qualunque norma di diritto bellico allora vigente, Pinelli ricevette sdegnati rifiuti da parte borbonica. Il 20 dicembre, gli assediati effettuarono anzi una sortita verso l’abitato di Meria, ove sconfissero e costrinsero alla ritirata un’intera compagnia di bersaglieri. A seguito di tali azioni, Pinelli richiese nuove truppe, portando il numero degli assedianti a 3.500, un numero pari cioè a sette volte quello degli assediati.

A quel punto, la resistenza di Civitella del Tronto cominciava a divenire un problema molto serio per il governo sabaudo, anche da un punto di vista mediatico. L’esistenza del regno borbonico, infatti, era legata alle tre fortezze che ancora resistevano: Civitella, Messina e Gaeta, dove gli stessi reali partecipavano alla lotta, ma che capitolò il 13 di febbraio con l’esilio di Francesco II a Roma.

Il generale Pinelli emise alcuni durissimi bandi contro gli stessi civili, tali da suscitare da parte di stati esteri proteste così violente da costringere il governo piemontese a sollevarlo dall’incarico. A dirigere le operazioni venne così inviato il terzo comandante: il generale trapanese Luigi Mezzacapo, recordman dei voltagabbana, essendo stato già ufficiale dell’artiglieria borbonica e generale nell’esercito della Repubblica romana nel 1849. Con l’arrivo di Mezzacapo iniziò tra gli assediati la disputa fra chi voleva arrendersi e quelli intenzionati a continuare la difesa del forte. A prevalere furono questi ultimi, che nello stesso tempo dimostrarono tanta tenacia da influenzare anche i civili in paese.

L’Unità e la capitolazione

Il 15 febbraio giunsero a Civitella i nuovi cannoni rigati a tiro veloce, e il generale Mezzacapo ordinò subito un bombardamento violentissimo della fortezza, che però non diede alcun frutto, difatti l’assedio continuò fino al 12 marzo, giorno in cui si arrese anche la cittadella di Messina. Il 17 marzo 1861, nonostante la strenua resistenza di Civitella del Tronto, a Torino Vittorio Emanuele di Savoia si fece incoronare primo re d’Italia, conservando però contestualmente il numero di “secondo” e confermando in tal modo che l’Italia non era stata unita ma semplicemente annessa al Piemonte.

Nello stesso giorno il generale sabaudo Enrico Morozzo Della Rocca ebbe il permesso di entrare nella fortezza: portava con sé un messaggio nel quale Francesco II di Borbone ordinava ai resistenti di arrendersi per non mettere in pericolo le proprie vite, ma essi non riconoscendo la firma del re, rifiutarono di deporre le armi. Mezzacapo allora diede il via a tre giorni di bombardamenti, durante i quali vennero scaricati contro il forte 7.860 proiettili, che alla fine produssero una breccia nelle mura alla base di piazza Del Mercato, attraverso la quale i bersaglieri riuscirono finalmente a penetrare nella rocca attraverso Porta Napoli. Alle 11.45 dello stesso giorno, il vicecomandante della guarnigione di Civitella, il maggiore Raffaele Tiscar firmò la capitolazione del forte, anche se nella parte più alta della fortezza, un manipolo di soldati borbonici resisteva ancora con le armi in pugno. Alle 13.45 venne fucilato alla schiena e senza processo il sergente Messinelli, reo di aver rifiutato le condizioni di resa portate dal generale Della Rocca, e poco dopo subì lo stesso trattamento anche padre Zilli. Alle cinque della sera con la fanfara in testa entrò nel forte di Civitellatutto lo stato maggiore sabaudo, anche se sulla rocca sventolava ancora la bandiera borbonica.

Il giorno successivo Camillo Benso conte di Cavour comunicò alle cancellerie inglese e francese che la questione Civitella era risolta e l’Italia unificata.

Niente di più sbagliato: i militari napolitani si erano asserragliati tra le potenti mura del palazzo del governatore e della chiesa di San Giacomo: il generale sabaudo però a quel punto giudicò che l’assedio era durato anche troppo e con troppe perdite, quindi decise di chiudere la questione con l’esplosivo.

Il 22 marzo 1861 vennero accumulate sotto le mura dell’ultimo baluardo diecine di tonnellate di tritolo, che fecero saltare in aria l’intera parte superiore della collina, portando con sé le vite degli ultimi resistenti, anche loro per sempre senza nome, ma non dimenticati.

di Lucio Sandon

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