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La Giustizia penale nel Sud, prima e dopo l’unità d’Italia

Posted by on Dic 15, 2016

La Giustizia penale nel Sud, prima e dopo l’unità d’Italia

Oggi, allorquando in Italia qualcosa nella pubblica Amministrazione o nella macchina dello Stato non va, se una legge appare ingiusta, meschina, pignola, tormentatrice del cittadino, chi scrive su riviste o quotidiani se ne viene fuori con il luogo comune: «leggi borboniche», dando a questa dizione un significato negativo a trecentosessanta gradi. Ma c’è di più: se sfogliamo un vocabolario della lingua italiana, constatiamo che all’aggettivo “borbonico” è stato dato un significato totalmente dispregiativo. Esso infatti, riferito al ramo della famiglia che regnò su Napoli e l’Italia meridionale dal 1734 al 1860, ha oramai acquisito l’accezione denigratoria di: “retrogrado”, “oscurantista”, “reazionario”, “repressivo”, “ottuso”, “ingiusto”, “antiquato”, “inefficiente” e chi più ne ha più ne metta!

In particolare, quando si vuole descrivere un luogo come “angusto”, “disumano”, “allucinante”, si dice «sembra un carcere borbonico».Eppure, nelle nostre civili Due Sicilie, le cose stavano diversamente. La creazione di questo luogo comune la si deve, infatti, alla propaganda politica che, nel lontano Ottocento, raggiunse risultati incredibili ed, addirittura, insperati per gli stessi che la promossero. Tale lezione, valida ancora oggi, insegna che «la propaganda politica è la migliore arma per distruggere il nemico». Pertanto, credo che sia giunto il momento di sfatare questa leggenda nera, peraltro calunniosa, non solo nei confronti del legislatore dell’ex Regno delle Due Sicilie, ma anche per noi meridionali stessi.

A distanza di un secolo e mezzo dall’annessione del Meridione d’Italia al Piemonte, è possibile affermare, con cognizione di causa, dati e documenti alla mano, che le leggi napoletane erano ottime, tanto che, nel 1852, Napoleone III inviò a Napoli una speciale commissione di giuristi e di alti funzionari, perché studiassero la bontà di quelle leggi.

Dopo 150 anni, possiamo vedere qualcosa di migliore nella nostra burocrazia che, grazie a Dio, “borbonica” non è? Della burocrazia italiana, le inefficienze, gli errori, i sotterfugi, gli impacci, i ritardi, bisogna onestamente chiamarli “piemontesi”, poiché, con l’unità d’Italia, discesero dal Nord e non salirono dal Sud. Infatti, dopo l’annessione, tutti i codici e l’intera struttura statale italiana furono piemontesi; l’ordinamento giuridico napoletano fu azzerato e dell’«antico mondo borbonico» non fu conservato un bel niente! Eppure, si continua a parlare spregiativamente di «stato borbonico», di «leggi borboniche», di «burocrazia borbonica», di «carceri borboniche», come in un’estasi di ignoranza o, peggio, di malafede.

Ma, se il compianto professor Giuseppe Cicala affermava che, «per far funzionare il Sud, basterebbe far funzionare bene ciò che ci hanno lasciato i Borbone: leggi e regolamenti compresi», deve esserci pure una valida ragione.

È necessario, quindi, capire con chiarezza che cosa accadde un secolo e mezzo fa.

Cominciamo col dire che la “vera” storia del risorgimento italiano non è quella che ci hanno fatto studiare a scuola; pertanto, sui libri di storia in uso presso le scuole italiane, non potreste mai leggere ciò che si dirà in questa sede. I libri di storia, infatti, vengono scritti dai vincitori ed, a seguito dell’unificazione politico-territoriale della Penisola nel 1860-61, la storia di quegli avvenimenti fu scritta ed adeguata in funzione dei nuovi padroni, i Savoia, i quali dovevano giustificare, ai contemporanei e ai posteri, l’illecita invasione del Regno delle Due Sicilie (un legittimo Stato sovrano che , per sua secolare vocazione, era in pace con tutti gli altri Stati, italiani ed europei – compreso il Regno di Sardegna – con i quali intratteneva regolari relazioni diplomatiche), avvenuta senza casus belli, cioè senza motivazioni politico-giuridiche e, cosa gravissima, senza dichiarazione di guerra. Si toccarono, in tal maniera, gli stessi infimi ed incivili livelli della pirateria (con la spedizione dei Mille) e delle invasioni barbariche (con l’aggressione piemontese), in spregio alle più elementari norme del Diritto Internazionale. Una palese violazione dello jus gentium!

In realtà, quello dell’unità d’Italia fu solo un vergognoso pretesto, utilizzato dai Savoia, per cacciare i legittimi sovrani e saccheggiare le ricchezze degli altri Stati della Penisola (in primis, quelle del florido Regno delle Due Sicilie), onde evitare la bancarotta del misero e fallimentare Piemonte che, all’epoca, era indebitato fino al collo, a causa delle gravosissime spese sostenute per la dissennata politica militarista e guerrafondaia del megalomane Cavour. Queste sono le pure e semplici verità storiche, tratte da un’attendibilissima fonte: il Pamphlet “Fra un mese”, pubblicato nel 1859 dal deputato piemontese Pier Carlo Boggio. Purtroppo, queste verità non le troverete scritte in alcun manuale scolastico.

Per poter realizzare i loro squallidi progetti di rapina ai danni del Regno delle Due Sicilie, gli usurpatori Savoia ed i loro sodali (prima fra i quali la massonica Inghilterra) utilizzarono la potente arma della propaganda, denigratoria e calunniosa, contro i Borbone.

Tutto ebbe inizio nel lontano 1850, allorquando il deputato inglese William Gladstone fu inviato dal suo governo per seguire il processo che si sarebbe dovuto svolgere nelle Due Sicilie a carico degli aderenti alla società segreta ”Unità d’Italia“, le cui attività sovversive andavano dalla diffusione di proclami antimonarchici, che invitavano alla disobbedienza civile, all’organizzazione di attentati come quello del settembre 1849, quando fu fatto esplodere un ordigno davanti al palazzo reale di Napoli, mentre si svolgeva una festa in onore del Papa Pio IX il quale, fuggito a suo tempo da Roma ove era stata proclamata la Repubblica romana, si apprestava a benedire una folla di ben centomila persone.

Qualsiasi governo al mondo avrebbe perseguito penalmente una setta segreta che, con la violenza, minacciava la sua stessa esistenza e propugnava l’assassinio politico.

Il processo iniziò il 1 giugno 1850 e si concluse il 1 febbraio del 1851. Dei 42 imputati, tre furono condannati alla pena capitale: Agresti, Faucitano e Settembrini, subito graziati da Ferdinando II di Borbone; altri due furono condannati all’ergastolo; i rimanenti ebbero condanne fra i trent’anni ed i quindici giorni; otto furono assolti.

Tornato a Londra, d’intesa col primo ministro lord Henry Palmerston (mandante), sir Gladstone (materiale esecutore) fece diffondere alcune lettere da lui inviate al ministro degli esteri, lord George Aberdeen, nelle quali, con una frase ad effetto coniata a tavolino, si etichettava il Regno del Sud come la «negazione di Dio, eretta a sistema di governo». Nella prima (datata 7 aprile, ma pubblicata l’11 luglio 1851) il Gladstone riferiva di una visita – in realtà mai avvenuta – presso le carceri napoletane e così concludeva: «II governo borbonico rappresenta l’incessante, deliberata violazione di ogni diritto; l’assoluta persecuzione delle virtù congiunta all’intelligenza, fatta in guisa da colpire intere classi di cittadini, la perfetta prostituzione della magistratura, come udii spessissime volte ripetere; la negazione di Dio, la sovversione d’ogni idea morale e sociale eretta a sistema di governo».

L’Inghilterra gridò, così, al mondo intero il proprio sdegno per le disumane condizioni in cui, asseritamente, venivano tenuti i prigionieri politici napoletani e queste notizie rimbalzarono da una cancelleria all’altra, trovando ampie casse di risonanza sui giornali di Torino e nella stessa Napoli, negli esterofili ambienti degli oppositori.

Non dimentichiamo però che, in quegli stessi anni, il sistema carcerario della “civilissima“ Inghilterra faceva fremere di orrore la penna dello scrittore Charles Dickens (autore di “Oliver Twist” e “David Copperfield”); mentre, in Francia, la penna di Victor Hugo ci svelava gli squallori della Parigi de “I Miserabili”.

E lo stesso Cavour, che aveva visitato una prigione inglese, commentò nel suo Diario: «La prigione è orribile… nella quale sono rinchiusi, come bestie feroci, 360 individui. Niente può dare idea del misero stato in cui si trovano. Stanno rinchiusi in 60 dentro una sola camera, respirano aria mefitica e si coricano su delle miserabili stuoie di giunco. Fanno pena a vederli. Sono ammucchiati uno sugli altri senza nessuno ordine né distinzione… la disciplina è severa. I detenuti sono sottoposti alla legge del silenzio assoluto. Non possono parlare in nessun momento e per nessuna circostanza. Le punizioni sono il pane e acqua, i ferri e la cella oscura. Siamo discesi in uno di questi buchi. In verità non ho visto niente di più tetro in vita mia».

Di questa costante tradizione della diplomazia britannica, il giornale statunitense New York Sun, nel suo numero del 19 settembre 1903, così scriverà: «Quando l’Inghilterra e il popolo inglese accusano qualcuno di un delitto che essi stessi commisero, bisogna suonare le campane di allarme. Soprattutto quando parlano di moralità, vuol dire che c’è qualche annessione in vista». Ed, in materia di moralità, l’Inghilterra aveva solo da imparare dal Regno di Napoli. Infatti, già con la Convenzione del 14 febbraio 1838 (seguita da apposita legge del 1839), periodo in cui il “sensibile” Gladstone (la cui famiglia, peraltro, si era arricchita con il commercio dei negri africani) sosteneva la necessità della schiavitù nelle Indie Occidentali, il Regno delle Due Sicilie si era obbligato a combattere con le armi, se necessario, e con danaro pubblico, la tratta degli schiavi. Ricordo che, fino alla conclusione della Guerra di Secessione, il commercio negriero fiorì, anche e soprattutto, grazie alla “civilissima” Inghilterra… Le accorate epistole del nobile censore, dunque, sarebbero state più attendibili se, per la loro argomentazione, invece di cercar lontano – come diceva Alessandro Manzoni – si fosse scavato vicino.

Ovviamente a nulla valsero le smentite del governo borbonico che sollecitò l’invio di commissioni, anche di giornalisti, per verificare de visu la realtà. Poi, a “giochi fatti”, cioè dopo l’annessione piemontese, sarà lo stesso deputato inglese ad ammettere candidamente la menzogna; ed, a supporto di ciò, riportiamo quanto Domenico Razzano scrisse in proposito: «Gladstone, tornato a Napoli nell’anno 1888-1889, fu ossequiato e festeggiato dai maggiorenti del così detto Partito Liberale, i quali non mancarono di glorificarlo per le sue famose lettere con la negazione di Dio, che tanto aiutarono la loro rivoluzione; ma a questo punto il Gladstone versò una vera secchia d’acqua gelata sui suoi glorificatori. Confessò che aveva scritto per incarico di lord Palmerston, che egli non era stato in nessun carcere, in nessun ergastolo, che aveva dato per veduto da lui quello che gli avevano detto i nostri rivoluzionari». Le famigerate lettere, quindi, erano stare scritte solo per creare un clima ostile, in tutta l’Europa, nei confronti della monarchia borbonica di Napoli, colpevole di aver provocato, nel lontano 1836, la famosa «questione degli zolfi siciliani», di aver favorito la penetrazione russa nel Mediterraneo, mettendo i porti duosiciliani a disposizione delle navi dello Zar, nonché di aver realizzato una forte concorrenza, alla stessa perfida Albione, con la marina mercantile del Regno delle Due Sicilie (prima in Italia e seconda in Europa dopo quella, appunto, del Regno Unito); il tutto a discapito degli interessi economici e commerciali inglesi. Tuttavia, nemmeno la ritrattazione dello stesso Gladstone ebbe alcun effetto di recupero. La lettera e la frase in essa contenuta continuano ad essere il leit motiv che descrive la giustizia borbonica fino ai giorni nostri; tanto è vero che, sui libri di storia in uso nelle scuole italiane, si persevera, cocciutamente ed ottusamente, nel riportare tuttora come verità la calunnia gladstoniana della «negazione di Dio».

Ricordiamo che, nel medesimo periodo storico, la Francia inviava oltre 10 mila prigionieri politici in Algeria e alla Cayenna; che negli Stati Uniti c’era ancora lo schiavismo.

Nello stesso 1851 lord George John Vernon stilò un terrificante rapporto sulle prigioni piemontesi, che venne però tenuto nascosto. Nel 1854 vennero rese note le cifre spaventose sul tasso di mortalità nel carcere di Alessandria. Per affollamento e sporcizia, il sistema carcerario piemontese era fra i peggiori e più antiquati della Penisola.

Perché tutto questo non scandalizzò mister Gladstone?!?!?

In realtà, la situazione nelle carceri napoletane non era peggiore di quella del resto d’Europa e, sotto alcuni aspetti, era senza dubbio più umana.

L’8 aprile 1857, dal carcere di Montesarchio, Carlo Poerio così scrive ad un suo zio: «Ho ricevuto la vostra lettera del 1 di questo mese, che mi è giunta non so dire quanto gradita. Sono lietissimo di sentire che la vostra preziosa salute vada sempre di bene in meglio e posso assicurarvi che è lo stesso di me. Oggi abbiamo avuto una magnifica giornata di primavera e ho avuto la consolazione di passeggiare a mio piacere… Vi ho scritto per la posta d’inviarmi, col corriere di Pasqua, de’ frutti, de’ piselli, de’ carciofi e del burro, come di costume. Vostro affezionatissimo nipote». Il tono gioioso della lettera, l’accenno a passeggiate, a biglietti spediti e ricevuti, a frutta fresca, non offre certo l’impressione di una detenzione tanto spietata da essere la «negazione di Dio»; ciò a differenza delle testimonianze inerenti, invece, le prigionie nelle carceri piemontesi ed inglesi.

Luigi Settembrini, nel periodo in cui fu detenuto nel penitenziario borbonico di Santo Stefano, «traduceva le opere di Luciano, riceveva chicche e confetti che andava dividendo con i figli e la consorte del direttore del carcere, per tenerselo buono, in salottieri inviti pomeridiani». Molti inglesi, peraltro, si stupivano nel vedere le floride condizioni degli esuli delle Due Sicilie che arrivavano in Gran Bretagna, alcuni dei quali erano addirittura “sovrappeso”. Altro che negazione di Dio!!!

Ed è proprio volgendo, con la necessaria attenzione, lo sguardo alle carceri borboniche, che ci si accorge di quanto sia vero che la storia venga scritta dai vincitori: la propaganda risorgimentale dei Savoia ha fatto sì che il sistema penitenziario borbonico fosse consegnato alla storia come uno fra i peggiori dell’esperienza europea e, più in generale, che il Regno avesse una burocrazia farraginosa ed arretrata. Invece non era così!!!

Nel 1902, lo storico inglese Bolton King (1860-1937) fu uno dei primi ad avviare un’onesta riaffermazione della verità storica, sostenendo che «nessuno Stato in Italia poteva vantare istituzioni così progredite come quelle del Regno delle Due Sicilie».

Il Regno delle Due Sicilie, infatti, eccelleva sotto gli aspetti sociale, culturale, industriale, economico, amministrativo, ed aveva delle leggi all’avanguardia in numerosi settori; in particolare, il sistema giudiziario meridionale è stato riconosciuto da molti studiosi come il più avanzato dell’Italia pre-unitaria, in linea con la grandissima scuola meridionale di diritto.

Sin dal 1774, era stato introdotto nell’impianto processuale borbonico l’obbligo della Motivazione delle Sentenze, in linea con le teorie illuministe del giurista napoletano Gaetano Filangieri (1753-1788).

Quando la tortura giudiziaria vigeva ancora con tutta la sua ferocia nel cosiddetto “liberale” Piemonte, le leggi borboniche già da un pezzo l’avevano vietata; inoltre, era stabilito che la corrispondenza privata non potesse venire in alcun modo manomessa e che non fosse lecito imprigionare un povero debitore senza un giudizio di merito che ne avesse accertato la frode.

Con una circolare del 24 ottobre 1800, Ferdinando IV (poi I), promulgò norme innovative in favore dei carcerati, ordinando che per i detenuti poveri il Fisco, e cioè lo Stato, si addossasse le spese per il loro vitto. Questo avveniva mentre nelle restanti carceri europee del tempo i familiari dovevano provvedere al “companatico” dei congiunti chiusi in prigione.

Nel 1817 Ferdinando I di Borbone emise un decreto assolutamente all’avanguardia per i tempi. Il provvedimento prevedeva, in primis, la costituzione di una speciale Commissione per ogni valle, che vigilasse sul regolare funzionamento delle carceri, sulla salubrità e sicurezza dei locali e sulla qualità del cibo somministrato ai reclusi; inoltre, conteneva norme relative alla concessione di appalti che provvedessero, all’interno delle strutture carcerarie, alle più elementari necessità dei detenuti, come la pulizia, la rasatura, il lavaggio della biancheria sporca, il ricovero dei malati in apposite strutture sanitarie. Ogni prigione doveva essere fornita di un cappellano, di un medico e di un cerusico.

È estremamente interessante, inoltre, esaminare i seguenti articoli della legge del 29 mag-gio 1817, titolata: «De’ conciliatori, de’ giudici, de’ tribunali, e delle Gran Corti in generale».

Art. 81: «In parità di voti [fra i magistrati componenti le Corti di Giustizia, n.d.r.], sarà seguita l’opinione più favorevole al reo».

Art. 194: «L’Ordine Giudiziario sarà subordinato solamente alle autorità della propria gerarchia. Niun’altra autorità potrà frapporre ostacolo o ritardo all’esercizio delle funzioni giu-diziarie o alla esecuzione dei giudicati».

Art. 196: «Niuno potrà essere privato di una proprietà o di alcuno de’ dritti, che la legge gli accorda, che per effetto di una sentenza o di una decisione passata in giudicato».

Art. 219: «Tutte le sentenze e tutti gli atti dei giudici, de’ tribunali e delle Gran Corti, saranno scritti in italiano; le sentenze saranno motivate nel fatto e nel diritto».

Sarebbero sufficienti solo queste quattro norme per attestare, in maniera incontrovertibile, la modernità e l’elevato livello di civiltà giuridica che, già nei primi decenni del XIX secolo, caratterizzavano il sistema penale borbonico.

Il 21 maggio 1819 fu promulgato da Ferdinando I una sorta di Testo Unico, diviso in 5 parti: leggi civili, leggi penali, leggi della procedura ne’ giudizi civili, penali e per gli affari di commercio, che realizzava una fondamentale unificazione legislativa nel Regno.

Il Codice Penale prevedeva che i magistrati venissero reclutati per concorso e non per nomina regia, come avveniva in altre parti d’Italia; quelli, poi, che componevano le 21 Gran Corti Criminali, presenti nei 15 capoluoghi della parte continentale e nei 6 siciliani, dovevano essere in numero pari poiché, in caso di equilibrio nel giudizio, si doveva decidere osservando il sopra citato principio secondo cui «l’opinione è per il reo». Questa norma sulla composizione paritaria delle Grandi Corti, della quale si potrebbe scrivere e parlare per ore, scaturiva da un’applicazione talmente evoluta del principio giuridico del favor rei, che con la scomparsa del Regno borbonico non ha più trovato applicazione, perché non è più affiorata in forma compiuta nella retriva coscienza giuridica post-unitaria.

Nel Codice del 1819 si legge anche: «…il pavimento del carcere si laverà ogni 15 giorni… il carcere si imbiancherà ogni sei mesi, sarà mantenuto anche il barbiere dei poveri …e non potrà pretendere compenso alcuno dai detenuti …il barbiere raderà i capelli a tutti coloro che giungeranno al carcere e si dichiareranno poveri. Raderà a costoro la barba una volta a settimana. Il fornitore stipendierà anche il lavandaio dei poveri; le biancherie dei letti e le camicie saranno cambiate ogni 8 giorni, se pure non occorresse farlo più sovente». È interessante poi notare come, nella parte dello stesso Codice dedicata alle pene, non si facesse alcun cenno a reati d’indole sessuale; ciò in difformità da quanto avveniva in altre legislazioni contemporanee. Nel libro II, tit. VII, cap. II, concernente «Dei reati che attaccano la pace e l’onore della famiglia», l’art. 345 puniva genericamente «ogni altro atto turpe o sregolato d’incontinenza che offenda il pudore pubblico», perseguendo nella stessa misura sia gli eterosessuali che gli omosessuali. Al contrario, 20 anni dopo, nel 1839, con l’introduzione in pompa magna del Codice Penale per gli Stati di S.M. il Re di Sardegna, in vigore in Piemonte, Liguria, Sardegna e Savoia, l’art. 439 contemplerà la punizione della «libidine contro natura», anche se avvenuta senza violenza e fra adulti consenzienti, sanzionando così l’omosessualità. L’art. 425 del successivo Codice penale per gli Stati di S.M. il Re di Sardegna del 1859 riprenderà le disposizioni del codice del 1839; e sarà quest’ultimo Codice ad essere esteso a buona parte del neonato Regno d’Italia, dal 1860 in poi, fino alla sua sostituzione con il primo codice penale davvero italiano, il Codice Zanardelli, nel 1889. In questo modo, la criminalizzazione dell’omosessualità fu estesa a gran parte del nuovo Regno.

Con un decreto del gennaio 1824, ai fini di una più rapida definizione dei procedimenti giacenti, fu introdotto l’istituto della “transazione”, simile all’odierno “patteggiamento”, tra il pubblico ministero ed il reo, nel contesto di un procedimento abbreviato; si pensi che entrambi questi istituti (patteggiamento e rito abbreviato) saranno introdotti nel diritto processuale italiano solamente il 24 ottobre 1989, vale a dire ben 165 anni dopo!

Ferdinando II di Borbone legiferò e si adoperò ai fini della più corretta amministrazione della giustizia, garantendo in primis l’assoluta indipendenza della magistratura dagli altri poteri dello Stato. Inoltre, ben sapendo «che nella pubblicità dei giudizi è riposta la più solenne guarentigia della loro rettitudine, e che codesta pubblicità è la scuola migliore che aver possa un popolo… ordinò e richiamò essenzialmente in osservanza la discussione pubblica di tutte le cause, mirando anche al motivo della gloria del foro, affinché non scemasse il pregio dell’eloquenza degli avvocati con lasciar trasandata la perorazione delle cause». Con l’ordinanza del 18 novembre 1833, lo stesso re prescrisse ai Procuratori Generali del Regno di segnalare al Ministro della Giustizia, con rapporto circostanziato, i pronunziati delle Corti a pene capitali, affinché il Re fosse messo in condizioni di provvedere – motu proprio – per l’eventuale grazia o commutazione di pena. Il 25 febbraio 1836, Ferdinando II abolì anche la pena dei lavori forzati perpetui che, invece, nei decenni post-unitari, fu largamente inflitta dal Governo italiano ai cosiddetti “briganti” meridionali.

Un decreto di Ferdinando II del 1849 vietava ai giornali ed ai periodici di pubblicare gli atti istruttori delle cause penali in pendenza di giudizio. La trasgressione comportava la reclusione, oltre ad un’ammenda.

Nel 1845, fu emanato un decreto sulla legislazione carceraria che, se fosse stato integralmente applicato (infatti, lo fu solo parzialmente, soprattutto a causa delle gravissime problematiche provocate dalle continue rivolte, fomentate dai facinorosi liberal-massoni, che il Regno dovette subire durante quel turbolento periodo storico), avrebbe reso il sistema penitenziario borbonico il più moderno del mondo. Il decreto, infatti, prevedeva la suddivisione dei carcerati in varie categorie, a seconda dell’età e del delitto commesso, nonché la loro separazione in strutture diverse, per evitare che il contatto fra detenuti per reati poco gravi e detenuti per reati di maggiore entità, potesse avere una cattiva influenza sui primi; la destinazione al lavoro dei condannati alla reclusione, fino ad allora abbandonati nel più terribile ozio, presso manifatture da costituirsi all’interno degli stessi penitenziari; l’istruzione religiosa e morale. Il decreto conteneva, altresì, norme sulla struttura architettonica del carcere, che avrebbe dovuto rispondere ai requisiti della vigilanza, della sicurezza, della salubrità, della capacità e del contenimento della spesa.

Il regime borbonico si dimostrò, quindi, all’avanguardia anche nel settore dell’edilizia carceraria ed una particolare menzione merita, a tale proposito, l’esperimento del penitenziario di Santo Stefano.

In un’epoca in cui non esisteva il concetto moderno della detenzione nel rispetto della “dignità umana” ed in cui il carcere era inteso solo e soprattutto come “vendetta sociale” e, quindi, esclusivamente come luogo di espiazione e di castigo, i cattolicissimi re Borbone, ispirandosi alla clemenza dettata dal Vangelo, la legge perfetta posta alla base del loro Ordinamento Statale, fecero proprie le tesi “roussoiane” secondo le quali «L’uomo non è cattivo per nascita, ma perché è la società che lo circonda a condizionarlo negativamente. Pertanto, se lo si sottrae all’ambiente perverso e lo si introduce in un mondo sano e regolato, egli si redime». Gli ideali cristiani ebbero, quindi, un peso determinante nel campo criminologico borbonico, aiutando a comprendere che il periodo di isolamento in carcere, e quindi la pena detentiva, dovesse servire alla correzione della personalità del reo; per usare la dizione che rinveniamo nell’articolo 27 della nostra Costituzione, dovesse «tendere alla rieducazione del condannato». Il carcere che, nel mondo dell’epoca, era caratterizzato da promiscuità e trattamenti inumani, da noi diventa “penitenziario” e comincia così a farsi strada la teoria dell’emenda del reo, in base alla quale la funzione della pena è quella di «correggere il comportamento criminoso, al fine di reinserire il soggetto nella società».

Forti di tali principî, i Borbone concepirono il carcere come un luogo di redenzione e non più solo come punizione, quale rappresaglia di una società offesa, e realizzarono un regime penitenziale fra i meno disumani d’Europa. Essi progettarono, prima d’ogni altro Stato europeo, una riforma in tal campo che teneva conto delle esigenze elementari dei carcerati e della necessità di educarli, al fine di permettere loro di iniziare una nuova vita, una volta espiata la pena. I Borbone, pertanto, compirono la prima riforma carceraria che tenne conto dell’umanità del condannato, statuendo che i luoghi di detenzione non dovessero essere più quelle incivili ed inumane prigioni, dove i detenuti soffrivano la reclusione nella più bieca ed inumana promiscuità, ammassati in locali senza servizi igienici e dove molte volte convivevano donne, bambini e uomini. Si rese, quindi, evidente la necessità di assicurare ambienti adeguati per spazio e cubatura, igienici e dove i condannati, separati per sesso, e molte volte per tipologia di reato, ricevessero anche assistenza sanitaria e religiosa, e potessero svolgere un’attività lavorativa.

È con questo altissimo concetto etico e morale che vennero commissionati al maggiore del Genio Militare Antonio Winspeare senior il progetto ed all’ingegnere Francesco Carpi la realizzazione del «primo carcere di recupero della storia mondiale», nell’isola di Santo Stefano, attigua a Ventotene, nelle Pontine. Siamo nel 1795 e, quando tutte le carceri del mondo sono ricavate in umidi ed oscuri sotterranei di antichi palazzi, oppure nelle soffitte, nelle torri e nelle segrete di freddi castelli, i Borbone realizzano una struttura penitenziaria all’avanguardia, la cui progettazione e costruzione si rifaceva ai criteri architettonici del cosiddetto panopticon, suggeriti dal filosofo inglese Jeremy Bentham (1748-1832).

Visitando la struttura carceraria tuttora visibile, appare evidente la sua funzionalità e la perfetta e facile fruibilità, da parte dei detenuti in semilibertà, degli spazi comuni e delle aree circostanti. La pianta a “ferro di cavallo” rispondeva a varie esigenze. Innanzitutto psicologiche: i reclusi avevano vista solo verso l’interno e la forma tondeggiante, come l’isola stessa, dava l’idea di un arroccamento completo. Poi anche pratiche, in quanto la struttura ad emiciclo del panoptikon permetteva ad un solo sorvegliante, posto al centro, di controllare tutte le celle contemporaneamente. È evidente poi come le celle individuali, ricavate su tre piani, fossero in realtà degli “alloggi” dove i “rilegati”, oltre che a dormire, dovevano provvedere a cucinare e ad accudire a se stessi attraverso una sorta di autogestione. A partire dalle prime ore del mattino, essi si recavano nei campi a terrazze dove lavoravano la vigna, coltivavano gli ortaggi, i cereali e curavano gli animali da latte e da carne. I salari, così guadagnati, potevano poi venire spesi nella cittadella carceraria posta immediatamente a ridosso del corpo centrale dove, oltre ad una “locanda” ben attrezzata (ma senza alcol!), i reclusi potevano disporre di un “locale barberia”, di un “cortile giochi” (bocce, zicchinetta, strumml’, lippa), di una “lavanderia” e di una “canonica” con annessa cappella.

Come già detto, la presenza dei carcerieri era estremamente limitata, sia nelle aree di detenzione notturna, che in quelle diurne; infatti, al centro dell’emiciclo era stata ricavata, una cappella/punto di osservazione, da cui un solo guardiano, a distanza e con estrema discrezione, era in grado di tenere sotto controllo tutte le 99 celle; nella stessa cappella, tra l’altro, a cura del Cappellano del carcere, veniva celebrata la Santa Messa mattutina e recitata la preghiera del Vespro alla presenza di tutti i detenuti, senza la necessità che gli stessi si muovessero dall’interno delle proprie celle.

Ed era proprio questa un’altra peculiarità delle carceri “borboniche”: il servizio religioso, molto curato, nel quale i sacerdoti si impegnavano, non solo con le funzioni sacre, ma anche con altri compiti assistenziali per i carcerati. Eppure, i detrattori continuano a definire il Regno dei Borbone «lo Stato dove si edificavano infernali carceri per inumani trattamenti». Niente di più falso! Mentre, a seguito della politica radicalmente anti-cattolica del governo italiano, le quotidiane celebrazioni religiose nelle prigioni del Sud, dopo l’unità furono abolite. Purtroppo, proprio con l’unità d’Italia, il carcere di Santo Stefano perse la sua peculiarità e fu trasformato in carcere duro ed ergastolo. Dove prima alloggiava un solo detenuto, ne furono posti due, poi ne furono stipati quattro e poi sei, mentre cessarono quasi del tutto le attività esterne, lasciando che la disperazione prendesse il sopravvento sulla speranza che un tempo sorreggeva gli antichi originari reclusi.

Anticipando le più moderne teorie e realizzazioni carcerarie, i Borbone, diffamati oltremodo quali «feroci e sanguinari tiranni», riuscirono, con questo incredibile esperimento riabilitativo, a reinserire nella società di allora molti detenuti «operando un sicuro vantaggio per la società e per le pubbliche e private casse».

L’esperienza di Santo Stefano, venuta alla ribalta di recente per l’interessamento diretto dell’UNESCO, dà il definitivo colpo di grazia alle calunnie artatamente costruite dalla storiografia ufficiale sul «feroce regime carcerario borbonico» che, come abbiamo avuto modo di vedere, risultava essere invece tra i più organizzati, umani e tolleranti del mondo.

Un’altra struttura penitenziaria, la cui progettazione e costruzione si rifaceva ai criteri suggeriti dal Bentham, fu quella palermitana dell’Ucciardone, inaugurata nel 1840 che, dal punto di vista architettonico, fu all’epoca ritenuta la più moderna d’Europa.

Un episodio emblematico. Quando il 27 giugno del 1857 Carlo Pisacane sbarcò a Ponza, aprì i cancelli del bagno penale della “Parata”, che allora accoglieva circa 1.800 delinquenti comuni, preoccupandosi di reclutare tra i relegati stessi quanta più gente possibile per lo scopo primario della sua missione: lo sbarco a Sapri. Ma la sua delusione fu enorme. Oltre alla diserzione dei ponzesi, di quei 1.800 detenuti solo pochi (appena 323 galeotti) si fecero avanti e, nei volti di quei pochi, si leggeva l’unico e vero obiettivo: raggiungere il conti-nente per darsela a gambe. In realtà, quei forzati che accettarono di seguire la spedizione erano coloro che si erano macchiati dei crimini più gravi e che avevano commesso violenze di ogni genere; pertanto, avevano da espiare pene detentive più lunghe nel bagno penale di Ponza. Gli altri preferirono restare ed accontentarsi di quelle inaspettate ore di libertà; alle prime luci dell’alba, infatti, rientrarono prudentemente nel bagno penale.

I Borbone furono quindi, fra i sovrani europei, coloro che per primi avviarono una moderna riforma carceraria e si distinsero fra tutti, dando prova di maggiore sensibilità rispetto agli stessi governanti inglesi, i quali si limitavano ad approvare i progetti dei riformatori, guardandosi bene, tuttavia, dal metterli in atto, con la conseguenza che le loro carceri, malgrado una propaganda mirante a tesserne gli elogi, risultavano le più terribili e disumane di tutta l’Europa.

Dal 1851 al 1854, di 42 condanne a morte non ne fu eseguita nessuna, fatto unico in Europa. Lo storico Paolo Mencacci, a proposito del sistema giudiziario in vigore nelle Due Sicilie, osservò: «a giudicare coi criteri odierni, che ritengono la pena di morte una barbarie, il Regno delle Due Sicilie, nel decennio che precede l’unificazione, è senz’ombra di dubbio uno Stato modello». Al contrario, «nel Regno di Sardegna la realtà è molto diversa. Se assumiamo la pena di morte come indice della violenza di un regime, il Regno sardo è uno stato brutale perché, da quando i liberali vanno al potere, le esecuzioni capitali aumentano a dismisura, dal 1851 al 1855 sono ben 113 contro le 39 avvenute in un quin­quennio di governo assoluto (1840-44). Regno violento, pieno di debiti, con un altissimo tasso di criminalità, il Regno sardo, tramite il suo presi­dente del Consiglio, i suoi ministri, la sua stampa, prosegue nella calunnia sistematica degli altri Stati della Penisola su cui proietta la propria realtà e, contempora­neamente, mitizza le condizioni di vita dei paesi liberali».

Durante tutto il Regno di Ferdinando II, nessuna sentenza capitale, pronunciata per motivi politici, fu mai eseguita: furono tutte tramutate in carcere, quando i condannati non furono addirittura graziati; quantunque, lo storico coevo Giuseppe Buttà abbia poi sostenuto che i Borbone caddero proprio perché non punirono i traditori, oltre a non aver saputo premiare e secondare gli sforzi degli uomini devoti e fedeli alla dinastia.

Alla luce di quanto appena detto, si può ben affermare che, nel Regno delle Due Sicilie, al momento dell’unità d’Italia, la pena di morte risultava essere stata, di fatto, abolita; sebbene, ad onor del vero, bisogna dire che fu il Granducato di Toscana il primo paese al mondo ad abolire, di diritto, la pena capitale (insieme alla tortura, alla mutilazione ed alla confisca dei beni), il 30 novembre 1786, con la «Riforma Criminale Toscana», voluta dal granduca Pietro Leopoldo. E, come ben sappiamo, i piemontesi si arrogarono il diritto di “liberare” anche il civilissimo Granducato; ovviamente, lo liberarono… dalle sue ricchezze!

Il Regno d’Italia si dimostrerà peggiore di tutti gli Stati pre-unitari ed abolirà la pena di morte solo nel 1889 (103 anni dopo) con il codice Zanardelli, ripristinandola però durante il periodo fascista. Anche i sistemi di detenzione peggioreranno molto con l’unità nazionale e lo Stato cosiddetto “liberale” continuerà ancora a comportarsi come uno stato di polizia, al cui confronto quello borbonico risultava di gran lunga più rispettoso dei diritti umani. Nell’Italia unita sopravvisse l’idea della mentalità “punitiva”, ben diversa da quella “riabilitativa” borbonica e dei giorni nostri, tanto che la catena al piede per i condannati ai lavori forzati, nel nuovo Regno d’Italia, sarà abolito solamente con il R.D. del 2 agosto 1902, n. 337.

L’unità d’Italia portò, come immediata conseguenza, anche un generale inasprimento giudiziario, con un numero mai visto prima di detenuti: legittimisti (di tutta l’Italia), renitenti alla leva obbligatoria, insorgenti meridionali (i cosiddetti “briganti”), a decine di migliaia furono imprigionati in luoghi di detenzione affrettatamente preparati. In particolare, con il pretesto della lotta al cosiddetto “brigantaggio”, l’intero Mezzogiorno fu posto in stato di assedio (misura questa, peraltro, non prevista dallo Statuto Albertino), istituzionalizzandovi il potere militare, con rastrellamenti e devastazioni nei paesi, nonché con fucilazioni sommarie, cioè senza processi, che divennero la regola. Tanto è vero che il prefetto di Avellino, Nicola De Luca, giunse ad affermare che «il brigantaggio non si vince con il codice».

I dati pubblicati da G.M. de Villefranche in “Pio IX” (tradotto dal francese in italiano a cura di Francesco Cricca – Bologna – 1877) riportano che solo in dieci mesi «dal gennaio all’ot-tobre del 1861, si contavano nel Regno delle Due Sicilie 9.860 uomini fucilati, 40 donne e 60 ragazzi uccisi, 10.604 feriti, 918 case arse, 6 paesi bruciati, 12 chiese devastate, 1.428 comuni insorti in armi, 13.629 imprigionati».

A questo punto, però, è doveroso chiarire che la storiografia ufficiale, dettata dal vincitore piemontese, attraverso l’arma della propaganda, ha chiamato semplicisticamente “briganti”, non solo i comuni delinquenti, ma anche tutti coloro che, nel Sud post-unitario, si ribellarono al nuovo stato di cose. I “delinquenti”, si sa, sono sempre esistiti in tutte le epoche, ma non per questo si possono accomunare al cosiddetto “brigantaggio politico-sociale” avutosi nel 1861 e negli anni successivi, facendone un unico ed ingannevole calderone, quantunque i due vocaboli (“delinquenti” e “briganti”) siano linguisticamente sinonimi.

Tuttavia, proprio su questa ambiguità lessicale, da ben 150 anni, giocano furbescamente i risorgimentalisti. Costoro, nel fare proprie le poco attendibili asserzioni della Commissione Massari (la quale fu sapientemente condizionata e pilotata dal governo sabaudo!), vanno da sempre falsamente sostenendo che il brigantaggio (includendovi anche le insorgenze post-unitarie) sia stato un “male endemico” del Mezzogiorno.

Si è creato, così, un grossolano e quanto mai disonesto equivoco storico!

A tale riguardo, è bene sapere che, sulla base di tutti i documenti finora scoperti negli archivi della «Gran Corte Criminale», risulta chiarissimo che, nel 1860, il Regno delle Due Sicilie fu invaso senza dichiarazione di guerra; l’invasore impose tasse elevatissime al popolo; furono violentate donne e trucidati bambini; furono fucilate e decapitate persone senza processo; furono rasi al suolo molti paesi; furono deportati, in lager sulle Alpi, migliaia di soldati che avevano giurato fedeltà alla propria Patria, insieme a gente accusata solo di essere parente a qualche cosiddetto “brigante”; furono fucilati i giovani che non volevano arruolarsi nelle file degli invasori (addirittura, ragazzi in età per la leva militare piemontese – ignari di tale obbligo, semplicemente perché i sindaci di molti paesi non avevano fatto affiggere i manifesti dell’arruolamento per paura di sollevazioni popolari – che, nelle piazze, ingenuamente si avvicinavano alla truppa piemontese, venivano fucilati sul posto!); per destabilizzare ancora di più il Regno, furono liberati dalle carceri borboniche tutti i detenuti, compresi delinquenti e malfattori di ogni risma, che imperversarono per campagne e centri abitati, commettendo ogni sorta di malefatte (fu questo un ottimo pretesto per accomunare tutti come delinquenti-briganti e per tentare di giustificare agli occhi dell’Europa la feroce repressione in atto); furono progettati persino piani per la deportazione in massa di meridionali, allo scopo di fondarvi colonie penali, in Patagonia, nel Borneo o in qualche isola sperduta, non andati a buon fine per il rifiuto dei governi degli Stati contattati.

Moltissimi si dettero alla macchia e combatterono con pochissimi mezzi contro gli invasori piemontesi; è normale che, dovendo pur sopravvivere, commettessero anche furti o rapimenti a scopo di estorsione, comunque sempre e solo in danno dei signorotti liberali. È, infatti, doveroso non dimenticare un particolare importantissimo e, cioè, che i cosiddetti “briganti” furono aiutati in tutti i modi dalle popolazioni del Meridione.

Fare di tutta l’erba un fascio e denominare “briganti”: i sudditi rimasti fedeli alla monarchia borbonica, i militari del disciolto esercito napoletano, i poveri contadini cacciati dalle terre demaniali, i giovani renitenti alla leva obbligatoria, nonché tutti coloro che cercarono in qualunque modo di non piegarsi davanti ad un esercito invasore, è semplicemente riduttivo e superficiale. La verità è che il Sud reagì contro l’invasore e che i suoi “partigiani-patrioti” furono infamati, criminalizzati, demonizzati con il marchio di “briganti” da scrittori e giornalisti al soldo del dispotico regime sabaudo-liberal-massonico.

Ce ne danno conferma quegli onesti scrittori, giornalisti, storici, registi e dotti di psicologia di massa, che hanno saputo cogliere la «disperazione di un popolo», in gran parte composto da povera gente che, negli anni successivi al 1861, fu costretta ad «emigrare per terre assai lontane».

Ma c’è qualcuno che, scorrettamente, vuole che si dimentichi una “storia scomoda”; coloro che fanno di tutta l’erba un fascio sono, invece, quelli che hanno una conoscenza confusa dei fatti; altri sono semplicemente ignoranti. In conseguenza di ciò, il pezzo più importante della storia d’Italia è stato occultato, manipolato, completamente spogliato della Verità!

In ogni modo, ricordo che Berthold Brecht così ammoniva: «Chi non conosce la Verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente».

Il 15 agosto 1863, venne approvata la famigerata legge Pica, la cui vigenza era limitata al territorio dell’ex Regno delle Due Sicilie; con questa normativa speciale ed eccezionale fu introdotto il «reato di brigantaggio» e la giurisdizione dei tribunali ordinari venne sostituita con quella militare. Questa legge sospendeva, d’un colpo, ogni garanzia costituzionale, calpestando sistematicamente lo Statuto Albertino. Infatti, con l’attribuire la competenza ai tribunali militari anche per i giudizi a carico dei civili e consentendo arresti arbitrari, sottraeva ben 9 milioni di individui al loro giudice naturale, violava il principio di uguaglianza di tutti i sudditi dinanzi alle leggi e, soprattutto, ledeva la loro libertà personale.

Tale mostruosità giuridica autorizzava l’adozione di misure eccezionali nei paesi interessati dal cosiddetto “brigantaggio”, legalizzando ed inasprendo quelle misure repressive che, fino a quel momento, erano state “arbitrariamente” applicate dalle autorità militari. Il cosiddetto risorgimento costò al Sud centinaia di migliaia di morti; fu la prima pulizia etnica della modernità occidentale, operata sulle popolazioni meridionali, dettata dalla legge «…per la repressione del brigantaggio nel Meridione». I militari ebbero carta bianca, le fucilazioni, anche di vecchi, donne e bambini, divennero cosa ordinaria. Un genocidio, la cui portata fu mitigata solo dalla fuga e dall’emigrazione forzata, nell’inesorabile comandamento del destino: «o briganti, o emigranti!». La legge Pica, oltre a legalizzare eccessi, abusi di potere e ferocia gratuita, istituzionalizzava per la prima volta il “pentitismo”, premiando con perdoni e sconti di pena coloro che accettavano di tradire i compagni di lotta.

Questa fu, in sostanza, la tanto sbandierata «libertà dalla feroce tirannide borbonica», che fu imposta dai “liberatori” piemontesi.

Nella seconda metà dell’Ottocento, l’Italia si riempì di prigioni e divennero carceri quasi tutte le isole minori (Capraia, Gorgona, Elba, Giglio, Ponza), oltre ad un numero imprecisato di conventi, questi ultimi frutto delle spoliazioni ecclesiastiche. Il clima instaurato dalla nuo-va classe dirigente italiana (liberal-massonica) fu quello della ricerca e dell’arresto di coloro che manifestavano simpatie per il precedente ordine politico; anche le semplici espressioni verbali vennero punite con la traduzione in carcere. Si instaurò una vera e propria «caccia al legittimista» ed era sufficiente la testimonianza (rectius: la delazione) di una persona che asserisse di «aver udito» un soggetto proferire frasi contrarie all’unità d’Italia ed in favore del precedente stato di cose, perché venisse arrestato ed incarcerato.

Da un giornale liberale dell’epoca, “Democrazia”, si apprende che: «Un delegato di polizia arresta a suo capriccio, o in seguito d’infami delazioni di nemici occulti, e ritiene nelle carceri, a disposizione del governatore, centinaia di cittadini, violando così lo Statuto e le leggi penali, che impongono agli agenti di polizia di trasmettere le prime indagini redatte, insieme al prevenuto, al potere giudiziario nelle 24 ore. Nelle prigioni delle province si trovano, da più settimane, infelici poco o nulla implicati nei moti reazionari, e i procuratori generali ignorano legalmente queste detenzioni arbitrarie, e le Gran Corti punitrici non conoscono neppure il titolo del loro reato; e intanto giudici dei mandamenti istruiscono i processi e, spaventati dai militari che misero le mani addosso ai miseri, non osano neppure interrogarli, e così deferire col fatto la procedura al magistrato competente».

Contestualmente, il generale Alfonso La Marmora, assumendo un’iniziativa gravissima, liberticida e giuridicamente assurda, aveva ordinato ai procuratori dell’ex Regno delle Due Sicilie di «non porre in libertà nessuno dei detenuti senza l’assenso dell’esercito».

I catturati venivano deportati ed imprigionati in condizioni disumane. Il 14 dicembre 1862, nel carcere di Santa Maria Apparente, a Napoli, si verificarono rabbiosi tumulti per le condizioni bestiali dei prigionieri. Essi vivevano in un fetore insopportabile, tutti accatastati, nella medesima cella, assassini, sacerdoti, giovanetti, vecchi, miseri popolani e uomini di cultura. Senza giacigli, senza coperte. Al buio e al freddo. Un carcerato venne ammazzato da una sentinella solo perché aveva “osato” proferire ingiurie contro i Savoia. Spesso le persone imprigionate non sapevano nemmeno di cosa fossero accusate. Talvolta si arrestava qualcuno solo per impadronirsi dei suoi beni.

I numeri sono impressionanti: nel 1851, subito dopo l’esplosione rivoluzionaria del 1848, il Governo del re Ferdinando II di Borbone aveva dichiarato che i detenuti politici in tutto il Regno delle Due Sicilie erano appena 2.024. Nel 1863, due anni dopo la “liberazione” del Sud dalla cosiddetta “tirannide borbonica”, in quelle stesse prigioni furono rinchiuse, per ragioni politiche, ben 20 mila persone (dieci volte tanto!), come testimoniò il console inglese a Napoli, Edward Bonham, gran parte delle quali in attesa di giudizio.

Sempre nel 1863, il 13 gennaio, il garibaldino Francesco Crispi, riferendo allo stesso Garibaldi circa la situazione meridionale, disse: «Ho visitato le carceri e le ho trovate piene di individui che ignorano il motivo per cui sono prigionieri. La popolazione in massa detesta il governo d’Italia…». E Giuseppe Garibaldi, indignato per le spietate repressioni attuate in virtù della legge Pica, il 21 dicembre 1863 presentò clamorosamente le dimissioni (accolte il 7 gennaio 1864) dalla carica di deputato del Parlamento italiano, «in segno di protesta contro l’applicazione della legge marziale in Sicilia e la mancanza di rispetto che il governo dimostrava verso le popolazioni meridionali».

Ancora il Nizzardo, nel settembre 1868, forse in un momento di sincero rimorso, così scriverà ad Adelaide Cairoli: «Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili… non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio»; queste esternazioni, quantunque costituiscano le tipiche «lacrime di coccodrillo», sono estremamente significative, proprio perché provenienti dal principale artefice dei disastri provocati al Sud, a seguito della sua piratesca impresa.

Il deputato Giuseppe Ricciardi, nella seduta della Camera del 18-20 aprile 1863 rendeva noto che «a Palermo ci sono 1.400 prigionieri e alla Vicaria di Napoli 1.000 e i più fra questi non sono stati neppure interrogati e giacciono in carceri orribili».

Da un carteggio dello “Stendardo Cattolico”, si apprende che «Tutte le prigioni della Basilicata sono stipate di gente d’ogni sorta, che si dicono reazionari. Quelle di Potenza, capoluogo, ne rigurgitano. Queste sole ne contengono un fascio di 1.500!!! I più incorreggibili li buttano nella muda così detta di San Nicola, che è una sepoltura di un’antica chiesa, la quale portava questo titolo. Da quella fossa senz’aria e senza luce si assicura d’averne ormai tratto morti ben oltre a quaranta!».

Ma il primo atto di accusa, lanciato immediatamente dopo l’occupazione di Napoli contro la barbarie della nuova Italia, fu proprio di Francesco II di Borbone; il Re, l’8 dicembre 1860, con il Proclama ai Popoli delle Due Sicilie, da Gaeta, così disse: «Le prigioni sono piene di sospetti: in vece della libertà, lo stato di assedio regna nelle province, ed un generale straniero pubblica la legge marziale, decreta la fucilazione istantanea per tutti quelli dei miei sudditi che non s’inchinino alla bandiera di Sardegna».

La tragedia che si stava consumando nelle terre del Meridione sconvolse anche il Papa Pio IX che, nell’allocuzione del Concistoro segreto del 30 settembre 1861, denuncerà la violenza usata contro le popolazioni dei paesi conquistati, con queste drammatiche parole: «Inorridisce davvero e rifugge l’animo per il dolore, né può senza fremito rammentarsi molti villaggi del Regno di Napoli incendiati e spianati al suolo e innumerevoli sacerdoti, e religiosi, e cittadini d’ogni condizione, età e sesso e finanche gli stessi infermi, indegnamente oltraggiati e, senza pur dirne la ragione, incarcerati e, nel più barbaro dei modi, uccisi… Queste cose si fanno da coloro che non arrossiscono di asserire con estrema impudenza… voler essi restituire il senso morale all’Italia».

Alla stregua dei comuni delinquenti, venivano infatti incarcerati, esiliati o addirittura uccisi preti, frati, vescovi e cardinali, lasciando peraltro vacanti parrocchie e diocesi. Al momento della proclamazione del Regno d’Italia (17 marzo 1861), la Chiesa italiana è completamente sconvolta: sono più di 100 le diocesi senza vescovo, 57 delle quali nell’Italia meridionale, fra cui quelle di Napoli e delle maggiori città dell’ex Regno delle Due Sicilie.

Dunque, nelle terre del Sud, quando finalmente i sedicenti “liberatori” avevano risposto al «grido di dolore dei popoli oppressi», migliaia di persone marcivano in galera, o venivano deportate al Nord, dove morivano in veri propri campi di concentramento!.

La dignità della persona non fu rispettata nemmeno dopo la morte. Gli invasori piemontesi avevano ben compreso che la fotografia, come arma di propaganda, possedeva una sua forza deterrente e poteva valorizzare in maniera ineguagliata l’azione repressiva dei militari; pertanto, facevano macabramente fotografare i cosiddetti “briganti” dopo le fucilazioni. Con una sorta di messinscena, si faceva credere che i cadaveri fossero ancora in vita: bastava sorreggerli, spostare un po’ la testa, coprire i fori delle pallottole ed i rigagnoli di sangue. Emblematica è rimasta la foto del “brigante“ irpino Nicola Napolitano, detto “Caprariello”, ripreso dopo la fucilazione. Un bersagliere con il fucile in pugno gli tira i capelli per alzargli la testa. Il brigante, messo seduto, è oramai morto e in una pozza di sangue; la lingua penzoloni, gli occhi nel vuoto. Un trofeo ostentato, senza alcuna pietà. Una immagine, a dir poco, animalesca!

Un trattamento ancor più disumano fu riservato a Michelina De Cesare, la più famosa delle brigantesse, uccisa nel corso di un conflitto a fuoco con le truppe italiane nel 1868. Infatti, il suo corpo, in segno di estremo oltraggio, fu denudato e fotografato; il cadavere, poi, fu esposto a pubblico ludibrio nella piazza del suo paese, sotto la stretta vigilanza dei soldati armati.

Nel 1866 ci sono in Italia 63.162 detenuti, distribuiti in carceri giudiziarie, case di pena, bagni penali e case di detenzione e agricole; a questi si devono aggiungere 3.000 detenuti in reclusori militarti e 4.171 condannati al domicilio coatto, per un totale di 73.333 persone. Giova osservare che due anni fa, nel giugno 2009, con una popolazione complessiva più che raddoppiata (60.387.000 contro i 26.633.000), c’erano nelle nostre carceri, in condizioni considerate di sovraffollamento, 63.630 detenuti, di cui solo 39.389 cittadini italiani.

Una caratteristica tutta italiana fu (e lo è tuttora!) il cosiddetto “carcere preventivo”, con l’aberrante conseguenza che, delle quasi 180 mila persone arrestate ogni anno nei primi decenni dell’unità d’Italia, la metà lo fu ingiustamente ed arbitrariamente, tanto che dovette poi essere scarcerata per «mancanza di prove».

Come si è visto, con l’unità d’Italia, fu il Sud a subire di più e di peggio! La feroce conquista militare piemontese insanguinò il Meridione per ben 12 anni e si concluse con l’ucci-sione di oltre 700.000 meridionali (una cifra di molto superiore a quella dei caduti in tutte le guerre risorgimentali: un vero e proprio genocidio), con 84 paesi rasi al suolo e con l’esodo biblico, verso le Americhe ed il resto del Mondo, di milioni e milioni di emigranti. Si trattò di un’unità meccanica e non spirituale; di un’annessione compiuta con la violenza, assoggettando le popolazioni italiche ad una delle più feroci dittature che la storia europea abbia mai conosciuto ed imponendo un radicale ed aberrante sconvolgimento economico e sociale di cui ancora oggi si pagano le conseguenze.

Antonio Gramsci ebbe l’eccezionale merito di riassumere in pochissime righe una tragedia sottaciuta e mistificata, che ancora perdura dopo ben 150 anni, affermando: «L’unità d’Italia non è avvenuta su basi di eguaglianza, ma come egemonia del Nord sul Mezzogiorno, nel rapporto territoriale città/campagna. Cioè, il Nord concretamente era una “piovra” che si è arricchita a spese del Sud e il suo incremento economico-industriale è stato in rapporto diretto con l’impoverimento dell’economia e dell’agricoltura meridionale. La borghesia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le isole e le ha ridotte a colonie di sfruttamento». Un prezzo decisamente troppo alto, pagato dal Meridione per una fantomatica libertà mai chiesta e mai avuta.

Ai risorgimentalisti vorrei rivolgere questa semplice domanda: «perché un popolo, che i libri ufficiali di storia dicono “maltrattato” prima dell’unità d’Italia, ad un certo punto si è ribellato contro il “liberatore” straniero, prendendo le difese proprio di chi lo trattava male?» Forse perché i nostri antenati «erano così ottusi che combatterono dodici anni, pur di non farsi liberare e di non stare meglio in un paese solo? E, quando capirono che la resistenza armata era persa, se ne andarono a milioni al di là dell’oceano, piuttosto che godersi la compagnia dei loro rapaci liberatori?!?»

Sarei ben curioso di conoscere la risposta!

Infine, le vergognose vicende dei campi di deportazione, nei quali vennero internati i soldati napoletani e pontifici, all’indomani della campagna per l’unità, nonché gli stessi garibaldini arrestati ad Aspromonte a seguito dei ben noti fatti del 29 agosto 1862, rappresentano un altro tassello – completamente rimosso dalla memoria degli archivi – che serve a svelare il vero volto feroce del risorgimento. Decine di migliaia di giovanissimi prigionieri (il più giovane aveva 22 anni, il più vecchio 32), figli del Sud, vennero concentrati nelle carceri militari di Fenestrelle, di San Maurizio Canavese, di Milano e di altre località del Nord, per essere sottoposti a «rieducazione forzata» tra stenti e sofferenze indicibili (per freddo, fame, malattie, maltrattamenti), perché rei di essere rimasti fedeli al proprio giuramento di soldati e di aver combattuto, con onore ed alto senso del dovere, in difesa della Patria. In questi lager si consumarono i più atroci delitti su decine e decine di migliaia di ragazzi mortificati, sfiniti ed inermi, il cui deplorevole massacro viene tuttora nascosto dai libri di storia e colpevolmente ignorato dai quasi tutti i cattedratici italiani. Si tratta di una vera e propria vergogna nazionale, che pesa come un macigno sulla storia del risorgimento e sulla coscienza di quanti, ancora oggi, si affannano a negare o nascondere tale vergogna, articolando ignobili menzogne od insostenibili giustificazioni.

Il carcere di Fenestrelle, in particolare, fu il più duro: nessuno poté mai evadere, la vita nella fortezza, anche per i più robusti, non superava i pochi mesi. Si usciva solo per essere dissolti, per motivi “igienici”, in una grande vasca di calce viva. Le vittime dovettero essere migliaia, anche se non vennero registrate da nessuna parte. Morti senza onore, senza tombe, senza lapidi, senza ricordo. Morti di nessuno. Terroni!

A tale proposito, Carlo Alianello giustamente e coerentemente ammonisce: «Finiamola di definirci i “buoni” d’Europa, e nessuno dei nostri fratelli del Nord venga a lamentarsi delle stragi naziste. Le SS del 1860 e degli anni successivi si chiamarono, almeno per gli abitanti dell’ex Regno delle Due Sicilie, Piemontesi. Perciò smettiamo di sbarrare gli occhi, di spalancare all’urlo le bocche, a deprecare violenze altrui in questo e in altri continenti. Ci bastino le nostre, per sentire un solo brivido di pudore. Noi abbiamo saputo fare di più e di peggio».

Tanto premesso, con cognizione di causa, si può affermare che, nella neonata Italia unita – e soprattutto al Sud –, fu totalmente assente la Giustizia!

Ed, a questo punto, anche noi non possiamo fare a meno di porci la stessa domanda che, milleseicento anni fa, si pose Sant’Agostino (354-430 d.C.): «Remota iustitia, quid sunt regna, nisi magna latrocinia?», cioè: «Se togliamo il fondamento della Giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi associazioni a delinquere?». Ed aveva perfettamente ragione, perché anche le bande dei briganti che cosa sono se non dei piccoli Stati? È pur sempre un gruppo di individui che è retto dal comando di un capo, è vincolato da un patto sociale e il bottino si divide secondo la legge della convenzione.

Ma, prima di concludere ed al fine di avere un quadro d’insieme, il più possibilmente completo, di ciò che il risorgimento ha comportato per il Meridione d’Italia, è interessante ascoltare gli storici coevi Patrick Keyes O’ Clery (irlandese) e Giacinto de’ Sivo (napoletano), non senza aver prima rimarcato che entrambi sono stati del tutto ignorati dalla disonesta storiografia ufficiale (risorgimentalista).

Il primo (O’ Clery), nel puntualizzare la propria metodologia storiografica, afferma: «Amanti della Verità qual siamo, non abbiamo altro obiettivo che dissipare la nuvola di pregiudizio e di inganno che ha, fin qui, oscurato la narrazione di quegli eventi agli occhi di molti che ne condannerebbero come noi gli autori, se conoscessero il vero carattere della rivoluzione che ha creato la cosiddetta unità d’Italia. Noi la giudicheremo non dalle invettive dei suoi nemici, ma dalle confessioni degli amici, molti di loro complici ed alleati dell’arcicospiratore Cavour. Una cosa chiediamo che ci sia riconosciuta: il principio da cui siamo partiti e cioè che la falsità non diventa verità perché asserita da uno statista o da un re, e che il furto non cessa di essere disonesto e disonorevole quando il bottino è un intero Regno».

Il secondo (de’ Sivo), nel descrivere invece quali fossero le condizioni generali del Regno delle Due Sicilie prima dell’unità d’Italia, così si esprime: «Le nazioni, altre son guerriere, altre agricole, o commerciali, artiste e industriali, e qual per l’una e qual per l’altra cosa sovrasta. Male giudica chi non pesa il bene e il male; ché il più dei beni e il meno dei mali sommati fanno il grado di prosperità d’un paese (…). Napoli aveva men soldati che Francia, men vascelli che Londra, men libertà che America, meno arti belle forse che Roma, men verniciamenti che Parigi; ma queste cose sole non danno felicità. Eppure di tutte queste cose aveva tal somma, che relativa al territorio e alle sue condizioni, non era seconda a nessuna».

E, seguitando, afferma: «Commercio, arti, lettere, morale, culto, sicurezza, agiatezza, industria, scienze aveva in copia (…) la vita lieta e a buon mercato, piena di ricreazioni e godimenti era; chi non si impicciava di sette era civilmente liberissimo, e poteva far quello che voleva (…); qui tenui le statistiche dei delitti: raro l’omicidio, pochi i poveri, la fame quasi male ignoto; la carità religiosa e privata, comunale e governativa provvedeva; non carta moneta, tutto oro e argento, poche tasse, poche privazioni, con poco si godeva tutto. Facile il lavoro, lieve il prezzo, molte feste popolari, rispetto ai gentiluomini, giustizia, tutela, sicurezza per tutti, ordine sempre. Nella somma delle cose il reame era il meglio felice del mondo; e quanti vi arrivavano stranieri si arricchivano, e i più restavano. La popolazione in quarant’anni crebbe d’un quarto».

Giacinto de’ Sivo così conclude: «La Patria nostra era il sorriso del Signore. La Provvidenza la faceva abbondante e prospera, lieta e tranquilla, gaia e bella, aveva leggi sapienti, morigerati costumi e pienezza di vita, aveva esercito, flotta, strade, industrie, opifici, templi e regge meravigliose, aveva un Sovrano nato napoletano e dal cuore napoletano. L’invidia, l’ateismo e l’ambizione congiurarono insieme per abbatterla e spogliarla».

L’unità d’Italia, pertanto, è stata fatta dai peggiori, nella maniera peggiore!

A questo punto, reputo doveroso rammentare un fatto raccapricciante – storicamente ben documentato – che oscilla tra il macabro ed il demoniaco. Durante la campagna di repressione del cosiddetto “brigantaggio”, un ufficiale italo-piemontese, con un dispaccio, ebbe a raccomandare ai suoi uomini di «evitare la diffusa pratica di decapitare i briganti, essendo tale pratica in uso per non dover trasportare i cadaveri interi [sic!] nelle pubbliche piazze». Infatti, i cadaveri dei nostri antenati combattenti venivano tenuti insepolti per diversi giorni ed esposti nelle piazze dei paesi del Sud, allo scopo di terrorizzare le popolazioni e dissuaderle dal ribellarsi al nuovo potere costituito.

E, negli ultimi tempi, c’è stato anche chi ha avuto la spudoratezza di costituire Comitati, peraltro con enorme sperpero di denaro pubblico (si parla di un miliardo di euro!), per organizzare convegni, allestire mostre, stampare pubblicazioni o, addirittura, girare films sul cosiddetto risorgimento, allo scopo di celebrare o, peggio, festeggiare il 150° anniversario dell’unità d’Italia? Ma che cosa c’è da festeggiare?

Le persone intellettualmente oneste esigono, invece, Verità, solo Verità e ricerche storiche serie, per costruire una vera identità nazionale… altro che «risorgimenti» da “Libro Cuore” o da sussidiari in uso presso le scuole elementari…

Concludendo, alla luce di quanto è stato detto e senza tema di smentita, si può ben affermare che il Regno dei Savoia (di Sardegna prima e d’Italia dopo) – e non quello dei Borbone – è stato la “vera” «negazione di Dio eretta a sistema di governo»; uno Stato retto da una dinastia di usurpatori (il cosiddetto crimine coronato, secondo la definizione coniata da Giuseppe Buttà) che, a distanza di soli 85 anni dall’invasione e dalla conquista manu militari della Penisola, cadeva rovinosamente, dopo aver portato l’Italia allo sfacelo!

Dr. Ubaldo Sterlicchio

gia esposto a

Telese Terme, 14 dicembre 2011

La Giustizia penale nel Sud, prima e dopo l’unità 

 

5 Comments

  1. Un cumulo di affermazioni apodittiche e di opinioni personali spacciate per verità oggettive. Sarà pur vero che chi conosce la verità e la chiama bugia è un delinquente, ma è pur certo che chi non conosce la verità e pretende di insegnarla è un imbecille.

    • egr. sig……..ho pubblicato il suo commento perché il blog è aperto ma mi permetto di dirle che alla fine dell’articolo c’è la versione in pdf con tutte le note e i riferimenti storici. Ma la cosa più importante non è dare giudizi superficiali e al limite dell’offesa ma rispondere punto per punto in maniera precisa e dettagliata altrimenti facciamo opinione senza costrutto, grazie per l’attenzione claudio saltarelli

  2. Una breve ed esauriente relazione, una sintesi Lucida e implacabile, un manifesto da imparare a memoria. Da tenere presente ogni momento e in ogni situazione. Utile per verificare puntualmente le presenti condizioni di questa nazione in cui siamo costretti a vivere. E le condizioni con le quali siamo costretti a convivere.

    • Sig. Recchia,
      se lei è meridionale dovrebbe rendersi conto che l’unità d’Italia, pur con tutte le sue storture e imperfezioni, e perfino ingiustizie, ha fatto progredire l’Italia del Sud come non è mai avvenuto durante la monarchia borbonica. Nel Sud non c’erano strade e quasi nessuno andava a scuola. Franceschiello ‘o rre era stato istruito con la lettura delle vite dei santi, i Borbone non sapevano cosa fosse una monarchia moderna, men che meno l’Illuminismo e il Liberalismo, e il Regno di Napoli si ritrovava come la Russia sotto i monarchi più arretrati e reazionari del continente.
      Se lei è settentrionale, sappia che l’unità d’Italia ha reso il Nord di questa sventurata penisola una delle aree geografiche più prospere e civili del pianeta: non accadeva più da tre secoli, cioè dalla fine del Rinascimento, ovvero dall’inizio della scelleratissima Controriforma cattolica. Lo squilibrio con il Sud si è verificato perché i capitali del paese sono stati tutti trasferiti e investiti al Nord, lasciando che al Sud restasse solo il fattore lavoro, con il beneplacito delle classi dirigenti meridionali. E l’economia ci insegna che il lavoro senza capitale non è in grado di produrre nessuno sviluppo: questo è cio che è accaduto al Sud.

      • ha ragione non sono meridionale ma napolitano ed è per questo che dovrebbe dire certe cose a chi pensa di essere un meridionale. da anni studiamo la storia basandoci solo su documenti d’archivio e la invito a fare altrettanto se vuole entrare in un dibattito scientifico perché dalle sue affermazioni si evince posa conoscenza dei fatti e di quello che realmente è accaduto. noi organizziamo convegni in tutti italia, come noi tante associazioni, e vi consiglio di seguirci, se non puo farlo personalmente puo farlo vedendoci sul ns canale yuotube dove sono pubblicati integralmente. Mi perdoni la superbia ma sono certo che capirà e facendomi passare l’ultima presunzione vi consiglio di togliersi il pregiudizio che ha sulla ns storia, cordialmente
        claudio saltarelli

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