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La leggenda di Partenope

Posted by on Dic 19, 2018

La leggenda di Partenope

Diverse sono le leggende relative alla fondazione di Partenope, la colonia greca in cui affonda le proprie radici la città di Napoli.

Diverse, in particolare, sono poi le leggende tese a giustificare l’origine del nome di questa dolcissima città.
Fulvio Caporale ci racconta tre di queste bellissime storie.



La leggenda di Partenope

(l’eterno canto di Partenope)

La ricchissima tradìzione della mitologia greca riserva alla leggenda della fondazione di Partenope almeno tre storie, in versioni molto dissimili nei contenuti e anche nei valori di volta in volta messi in evidenza.
La prima leggenda di Partenope coincide con il mito delle tre sirene che scelgono di morire, forse per la delusione di non essere riuscite a fermare il marinaio Ulisse, pur estasiato dal loro canto. Il corpo che il mare depone sul lido dì Megaride, la piccola penisola dove ora si trova Castel dell’Ovo, è appunto quello di una delle tre sirene, Partenope, e di qui il nome alla città che nasce. Questa leggenda del mito di Partenope ebbe maggiore considerazione e diffusione quando Napoli, sin dalle cronache di Petronio e Apuleio, poi nelle più diffuse pagine di Petrarca e Boccaccio, cominciò a configurarsi come la città dei suoni e dei canti, peculiarità che ben si accordava con la leggenda delle sirene e del loro canto melodioso e tentatore. In pratica sottolinea un motivo religioso, il trasferirsi e il diverso ambientarsi del culto delle sirene dalle rive dell’Egeo, dove già era praticato da tempo e molto diffuso a Rodi e a Creta, ai luoghi nuovi della Magna Grecia; qui le donne uccello assumono il corpo dì un pesce dalla cintola in giù e sono attestate sulle rocce e gli scogli posti davanti a Positano, che noi ora chiamiamo Li Galli, mentre dagli antichi erano chiamati Sìrenussai, gli scogli delle Sirene.

La seconda leggenda è forse quella più diffusa, ripresa anche da Matilde Serao nelle sue Leggende e parla di una bellissima principessa greca, ovviamente Partenope, innamorata del suo Cimone. amore contrastato dal re suo padre, che invece l’aveva promessa in sposa a un altro pretendente.
I due decìdono allora di fuggire su una nave verso l’ignoto, sbarcano poi per loro fortuna sui litorale campano e qui la leggenda vuole che vìvano finalmente la stagione del loro amore, in una terra dolce di fiori e di luci dove la primavera è eterna.
Aurelio Fierro afferma che “il canto d’amore di Partenope lo consideriamo nastro di partenza della storia della canzone napoletana“.
Si tratta, come vedete, di una leggenda dove sono già disponibili tutti, proprio tutti gli ingredienti che appartengono a una certa, più nota “napoletanità”, l’allegria, l’amore, la splendida natura e il canto e in più il finale “tarallucci e vino” che conclude una storia d’amore contrastata. Chiaramente questa leggenda viene riportata da chi vuole mettere in rilievo proprio queste peculiarità tra le diverse sfaccettature compatibili a ricomporre l’universo partenopeo.
Esiste una terza storia, una terza leggenda di Partenope, certamente poco conosciuta ma a mio avviso storicamente più credibile e meno leggendaria, soprattutto vicina, credo, alla sostanza spirituale che intende rappresentare.
Vi si narra di una regione greca da anni tormentata da una grave carestia e di un re che tenta dì sottrarre almeno un gruppo di giovani al destino incombente, lo colloca su alcune navi e lo invia, senza mezzi e senza provviste di cibo, verso  la terra promessa della Magna Grecia. Era un’usanza abbastanza diffusa in Grecia, mentre imperversavano grandi carestie, solo in apparenza feroce e spietata, perché comunque ai più giovani si concedeva una possibilità di iniziare altrove una nuova  vita, forse con meno privazioni e per chi rimaneva risultavano diminuite le bocche da sfamare. All’epoca non era facile attraversare quel tratto di mare, tra bufere, stretti perigliosi e improvvise e prolungate assenze di vento e questo viaggio, già disagevole per le condizioni di partenza, diventa per i nostri giovani ancora più drammatico. Muore infatti di stenti, forse di fame, la più giovane delle tre principesse reali che erano a bordo, la dolce Partenope, proprio nel momento in cui la nave è finalmente giunta al sicuro, all’interno dei golfo. Il primo atto, dunque, della futura città, appena dopo lo sbarco, è il funerale di Partenope (da partenu-opxis, volto di fanciulla), ancor più solenne nella teatrale e scenica liturgia funebre dei greci.
Tutti gli avvenimenti di questa terza leggenda sono assolutamente casuali e attendìbili, rispecchiano movimenti e condizioni storiche propri di un’epoca, senza ricorrere ai mostri mitologici, come la prima leggenda e non vi è alcun tentativo di confezionare una storia con artifici, adattandola a situazioni di fatto, come nella seconda. E a me sembra possano meglio segnare l’impronta iniziale che poi accompagnerà costantemente nel suo cammino lo sviluppo di una città dove, come scrive Gino Doria, persino sui volti dei giovani che impazzavano per le strade a Pìedigrotta si scorgeva “un lievito di tragicità, un senso accorante di lugubre malinconia”. E addirittura un non napoletano, il toscano Renato Fucini, ha percepito l’identica impressione, nel suo Napoli a occhio nudo, dove, parlando della stessa festa, accenna a sensazioni di tristezza, malinconia o addirittura di tragicità. Accentuazioni che non sono del tutto assenti, anche se in misura diversa, nemmeno sulle maschere più celebri e rappresentative di Totò e Eduardo.

(Fulvio Caporale dalla rivista l’Alfiere)

fonte http://www.quicampania.it/racconti/leggenda-partenope.html

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