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LA LEGIONE PERDUTA E RITROVATA – THE LOST ROMAN LEGION

Posted by on Gen 10, 2018

LA LEGIONE PERDUTA E RITROVATA – THE LOST ROMAN LEGION

Nel 53 a.C. il corpo di spedizione romano che intendeva conquistare l’Impero Partico fu sconfitto a Carre, nella Turchia meridionale. Dopo 33 anni i romani chiesero la restituzione di 10.000 prigionieri, ma non fu restituito nessun legionario. Di essi si è trovata traccia in Cina.

Marco Licinio Crasso, il 61enne console romano, diventato immensamente ricco per merito della sua fortunata vita politica, voleva chiudere la sua carriera militare con una grande vittoria, conquistare l’impero dei parti.

Crasso aveva sconfitto i sanniti durante la “guerra civile” nell’82 a.C. Era il glorioso condottiero dell’ala destra dell’esercito che difendeva Roma. Respinse le preponderanti forze sannite a Porta Collina permettendo a Silla di contrattaccare e sconfiggere le truppe nemiche. Crasso poi comandò le legioni che invasero il Sannio, vendicandosi della sconfitta e della successiva umiliazione delle “Forche caudine” sofferta dalle legioni romane nel 321 a.C.

Marco Licinio Crasso era anche intervenuto con le sue legioni nella terza guerra servile del 71 a.C. contro Spartaco, lo schiavo gladiatore che era riuscito a mettere insieme un temibile esercito, tenendo in scacco le legioni romane per lungo tempo. Nella battaglia combattuta nei pressi del fiume Sele, le legioni romane guidate da Crasso sconfissero gli uomini guidati da Spartaco. Sessantamila ribelli furono massacrati sul campo di battaglia. Altri seimila furono catturati. Durante la marcia di ritorno verso Roma, Crasso fece crocifiggere tutti i prigionieri lasciando i corpi appesi ai pali eretti ai lati della via Appia, quale monito per altri che avessero voluto emulare le gesta del gladiatore ribelle.

Nel 53 a.C. Crasso decise di organizzare una spedizione contro i parti, gli antichi abitanti della Turchia meridionale, dell’Iraq, dell’Iran e dell’India occidentale, volendo unire all’impero anche quell’enorme fetta di territorio. Mise insieme un esercito reclutando i suoi uomini in tutta la penisola. Il tribuno della plebe, Ateio Capitone, facendosi interprete del disagio di chi, tra gli strati più umili della popolazione dell’Urbe, era stato forzosamente reclutato, si oppose alla spedizione organizzata da Crasso. Il tribuno però non trovò ascolto favorevole in senato e le legioni partirono alla volta della Turchia facendo tappa a Napoli e Brindisi, dove si imbarcarono su numerose “naves onerariae”. Queste erano imbarcazioni da carico che, all’occasione, venivano utilizzate anche per il trasporto truppe. Erano affiancate da navi militari, triremi e quadriremi, che operavano da scorta al convoglio. Il mare non fu clemente, alcune tempeste incontrate nel mar Ionio provocarono l’affondamento di alcune navi. Il convoglio attraccò sulla costa occidentale della Turchia sbarcando circa 45.000 uomini, ricomposti in dodici legioni formate ognuna da 3.800 uomini con equipaggiamento di fanteria pesante.

La forza espressa dalle sue legioni, portò Crasso a sottovalutare il valore degli avversari. Questa leggerezza gli fece compiere alcuni errori marchiani, come quello di puntare diritto sul proprio obiettivo, Seleucia, una delle città più importanti dell’impero partico, dichiarandolo apertamente all’ambasciatore dei nemici.

Conoscendo gli obiettivi e il percorso delle truppe nemiche, i generali dei parti ebbero la possibilità di scegliere il luogo dello scontro. La battaglia si accese al confine tra la Turchia e la Siria, vicino alla città di Carre (oggi Harran). I romani si trovarono ad affrontare per la prima volta un’arma a loro sconosciuta, l’arco riflesso, o meglio retroflesso, che era in dotazione ai reparti di arcieri nemici. Quell’arco, che era costruito con tecniche mongole e cinesi, era in grado di lanciare frecce con una potenza incredibile, quattro volte superiore agli archi tradizionali. Gli arcieri dell’esercito partico riuscivano a colpire il nemico già a 400 metri di distanza.

Una pioggia di frecce cadde sui soldati romani. Il quadrato, tipica formazione di battaglia che veniva protetta dagli scudi allineati a forma di testuggine, si rivelò insufficiente. Anche se in piccola percentuale, le frecce che riuscirono a incunearsi tra gli scudi e colpire i soldati, alla fine, furono tante da decimare pesantemente gli uomini delle legioni. Anche Publio, figlio di Crasso, che era corso in aiuto della fanteria in difficoltà con i suoi mille cavalieri, fu sopraffatto dalle frecce nemiche. Furono tutti uccisi. La testa di Publio Crasso fu lanciata tra le truppe romane.

Marco Licinio Crasso, stroncato dal dolore per la morte del figlio e consapevole dell’imminente sconfitta, si ritirò nella sua tenda lasciando il comando ai suoi generali. I caduti tra i legionari furono diverse migliaia. La resa dei romani, accettata da Surema, il comandante delle truppe nemiche, si rivelò una trappola. Crasso fu ucciso e decapitato. A fine battaglia circa 15.000 militari romani erano prigionieri del parti.

Dopo 33 anni le legioni di Marco Antonio riuscirono nell’impresa non riuscita a Crasso, sconfiggendo definitivamente quel popolo. Alla stipula del trattato di pace Roma chiese la restituzione dei propri soldati che nel 53 erano stati fatti prigionieri. Solo poche decine di essi furono riconsegnati ai romani. Le autorità mediorientali avevano perso le tracce degli altri 15.000.

I parti utilizzavano i prigionieri di guerra per quello che sapevano fare meglio, combattere. Venivano inviati a presidiare i lontani confini dell’impero. Plinio riporta che circa 10.000 soldati romani catturati a Carre furono inviati al confine con la Mongolia per contrastare le orde Unne che cercavano di penetrare nei territori sotto il dominio partico.

Nel 1955 uno storico americano, Homer Hasenpflug Dubs, scoprì che Bau Gau, storico cinese vissuto nel 1° secolo d.C., nella sua storia della dinastia Han racconta che la città di Zhizhi, situata al confine con la Mongolia, fu conquistata dai cinesi. Quella città, che oggi viene identificata nella attuale Dzhambul in Uzbekistan, presentava sistemi difensivi simili a quelli utilizzati dall’esercito romano, sconosciuti nella tradizione militare cinese. Inoltre i difensori della città utilizzarono nella battaglia contro gli invasori la tipica formazione a testuggine delle legioni romane. I prigionieri di quella battaglia, circa 200, furono trasferiti in una località che venne chiamata Lijian, che significava “legione” o “Impero Romano”. Oggi quel villaggio viene identificato con l’odierna città di Zheilaizhai. Sono state ritrovate tracce della città di Lijian su antiche carte topografiche che risalgono al 20 a.C., l’anno della vittoria di Marco Antonio sui Parti.

Questa storia ha un seguito ancora più sorprendente poiché uno studioso turco ha ricordato che il clan turco Ashina, uno dei popoli fondatori della nazione turca, proveniva proprio dalla cittadina di Zheilaizhai. Si può quindi ipotizzare un ritorno in occidente di una parte dei discendenti dei legionari dispersi in Cina, spinti dalla nostalgia di quel mondo che i loro padri avevano lasciato contro la loro volontà.

Furono molti gli studiosi europei e cinesi che approfondirono le ricerche fatte dell’americano Dubs. Scavi effettuati nei dintorni della località cinese portarono alla scoperta di fortificazioni costruite con pali di legno accostati a forma di palizzate, cioè il sistema difensivo del “castrum” romano. Al contrario i sistemi di difesa passiva cinesi prevedevano il doppio muro, costruito in pietra e ricolmo di terra. Si riscontrarono altresì fattezze occidentali in numerosi abitanti di Zheilaizhai: capelli biondi, nasi occidentali, altezza inconsueta per i cinesi. Un’altra particolarità di questo popolo era la tradizione della tauromachia, che veniva espressa con il sacrificio di buoi e tori in alcune ricorrenze, presente tra i romani ma del tutto sconosciuta ai cinesi.

Gli studi sulle origini degli abitanti di questa cittadina cinese furono ostacolati dalle autorità di quel paese a causa della riluttanza che aveva Mao Tze Tung nel riconoscere influenze straniere sul popolo cinese. Recentemente sono stati fatti ricerche sul DNA di diversi abitanti della città, riscontrando un’alta percentuale di genoma d’origine caucasica.

Se la storia fosse confermata da ulteriori ricerche scopriremmo che i collegamenti e gli scambi tra la Cina e l’Europa furono di milletrecento anni precedenti il viaggio di Marco Polo, anche se comunque i romani mantenevano rapporti con la lontana Cina attraverso scambi che avvenivano con l’intermediazione dei popoli orientali sotto il loro dominio. Roma importava tessuti di seta, prodotti esclusivamente in quel lontano paese, che venivano utilizzati dalle ricce famiglie patrizie.

Oggi gli abitanti di Zheilaizhai cercano di sfruttare turisticamente la loro presunta origine romana. Hanno costruito un padiglione a somiglianza degli antichi templi romani, con la riproduzione di statue dell’antica Roma e con un bassorilievo di marmo che ricorda la storia della legione perduta e la probabile discendenza occidentale degli abitanti della cittadina.

Bibliografia:
Angelo Paratico, La leggenda o la storia della legione romana finita in Cina, lanostrastoria.corriere.it, 2017/02/14
www.romanoimpero.com/2013/01/la legione cinese

versione inglese

In the 53 BC the Roman expeditionary force wishing to conquer the Parthian Empire was defeated in Carre, southern Turkey. After 33 years the Romans demanded the return of 10,000 Roman prisoners, but no legionaries were returned. Trace of them have been found in China.

Marco Licinio Crasso, the 61-year-old Roman consul, who became immensely wealthy by virtue of his fortunate political life, wanted to close his military career with a great victory, conquering the empire of the Parthians.

Crasso defeated the Samnites during the “Civil War” in 82 BC. He was the glorious commander of the right side of the army defending Rome. He defeated the preponderant Samnite troops at “Porta Collina” by allowing Silla to counterattack and defeat enemy army. Then Crasso commanded the legions who invaded Samnium, avenging for the defeat and subsequent humiliation of the “Caudine Forks” suffered by the Roman legions in 321 BC.

Marco Licinio Crasso had also intervened with his legions in the Third Servant War of 71 BC against Spartacus, the gladiator slave who had managed to put together a fearsome army, holding the Roman legions at bay for a long time. The Roman legions led by Crasso defeated men led by Spartacus in the battle fought near the Sele River. Sixty thousand rebels were massacred on the battlefield. Six thousand of them were caught. During the return journey to Rome, Crasso crucified all the prisoners leaving the bodies hanging on the poles erected at the sides of the Appia Street as a warning to others who wanted to emulate the rebellious gladiator’s gesture.

In the 53 BC Crasso decided to organize an expedition against the Parthians, the ancient inhabitants of southern Turkey, Iraq, Iran and West India, wanting to join the empire even that huge territory. He built an army recruiting men across the peninsula. The tribune of the people, Ateio Capitone, was an interpreter of the discomfort of those who had been forcibly engaged among the humbleest sections of the people of Urbe. He opposed the military expedition organized by Crasso. The tribune, however, did not find a favorable response in the Senate. The legions left for Turkey, stopping in Naples and Brindisi, where they embarked on numerous “naves onerariae”. These were cargo ships which were also used for troop transport. They were flanked by military triremes, who were escort to the convoy. The sea was not clement, some storms encountered in the Ionian Sea caused the sinking of some ships. The convoy landed on the western coast of Turkey, disembarking about 45,000 men, joined in twelve legions, each consisting of 3,800 men with heavy infantry equipment.

The strength expressed by his legions led Crasso to underestimate the value of his enemy. This levity had him do some serious errors, such as to head directing his goal, Seleucia, one of the most important cities of the Parthyan Empire. Target openly declared to the ambassador of the enemies.

Knowing the targets and the journey of the enemy troops, the generals of the Parthians had the opportunity to choose the place of the clash. The battle fired at the border between Turkey and Syria, near the city of Carre (now Harran). The Romans found themselves confronted for the first time with a weapon unknown to them, the reflex, or rather retroflected, bow that was supplied to enemy archers’ detachment. That bow, which was built with Mongolian and Chinese techniques, was able to shoot arrows with incredible power, four times more than traditional bows. Parthyan army archers were able to hit the enemy already 400 meters away.

A rain of arrows fell on Roman soldiers. The hollow square, a typical battle formation that was protected by aligned shields, turned out to be inadequate. Though in a small percentage, the arrows that were able to go beyond the shields and hit the soldiers were so many to decimate heavily the legion men. Even Publius, the son of Crasso, who had come to the aid of infantry in trouble with his thousand knights, was overwhelmed by enemy arrows. They were all killed. Publio Crasso‘s head was launched among the Roman troops.

 

Marco Licinio Crasso, suffering for the pain of the death of his son and aware of the imminent defeat, retired to his tent, leaving the command to his generals. The dead men among the legionaries were several thousand. The roman surrender, accepted by Surema, commander of the enemies, turned out to be a trap. Crasso was killed and decapitated. At the end of the battle, about 15,000 Roman soldiers were prisoners.

After 33 years, the legions of Marco Antonio succeeded in the unsuccessful attempt of Crasso, defeating the Parthians. At the stipulation of the peace treaty Rome asked for the return of its soldiers who had been detained in 53 BC. Only a few tens of them were returned to the Romans. Parthian authorities had lost the traces of the other 15,000 of them.

The Parthians used the prisoners of war for what they knew best, fighting. They were sent to guard the distant borders of the empire. Plinio reports that about 10,000 Roman soldiers caught in Carre were sent to the border with Mongolia to counter the Hun hordes trying to penetrate the territories under Parthian dominion.

In 1955, an American historian, Homer Hasenpflug Dubs, discovered that Bau Gau, a Chinese historian who lived in the 1st century AD, in his Han dynasty history says that the city of Zhizhi, located on the border with Mongolia, was conquered by the Chinese. That city, which today is identified in the present Dzhambul in Uzbekistan, had defensive systems similar to those used by the Roman army, unknown in the Chinese military tradition. In addition, the defenders of the city used in the battle against the invaders the typical hollow square formation of the Roman legions. The prisoners of that battle, about 200, were transferred to a town called Lijian, which meant “legion” or “Roman Empire”. That village is identified with today’s city ofZheilaizhai. Lijian city traces have been found on ancient topographic maps dating back to the 20 BC, the year of Marco Antonio’s victory over the Parties.

This story is even more surprising as a Turkish historian reminded that the Turkish clan Ashina, one of the founding peoples of the Turkish nation, came from the town of Zheilaizhai. It can therefore assume a return to the West of a part of the descendants of the legionaries dispersed in China, driven by the nostalgia of the world that their fathers had left against their will.

There were many European and Chinese historians who deepened the research of American Dubs. Excavations around the Chinese site drove to the discovery of fortifications made of wooden stakes which formed palings, like the defensive system of the Roman castrum, but China’s passive defense systems provided the double wall, built in stone and filled with earth. There were also Western features in many Zheilaizhai inhabitants: blond hair, western noses, unusual height for the Chinese. Another peculiarity of this people was the tradition of bullfighting, which was expressed by the sacrifice of oxen and bulls on some occasions, present among the Romans but completely unknown to the Chinese.

Studies of the origins of people of that city were hindered by the authorities of the China because of the reluctance that Mao Tze Tung had to recognize foreign influences on the Chinese people. Recently, DNA research has been carried out by several inhabitants of the city, finding a high percentage of Caucasian genomes.

If the story is confirmed by further research it would confirm that the links and exchanges between China and Europe were thirteen centuries before Marco Polo‘s journey, although the Romans still maintained relations with far China through exchanges that took place via the oriental peoples under their dominion. Rome imported woven fabrics of silk, produced exclusively in that distant country, which were used by wealthy patrician families.

Today, the inhabitants of Zheilaizhai try to exploit their alleged Roman origin. They have built a pavilion of resemblance to ancient Roman temples, with the reproduction of statues of ancient Rome and a marble bas-relief that recalls the history of the lost legion and the likely western descent of the inhabitants of the town.

Bibliography:
Angelo Paratico, La leggenda o la storia della legione romana finita in Cina, lanostrastoria.corriere.it, 2017/02/14
www.romanoimpero.com/2013/01/la legione cinese

 

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