La lenta perdita di carisma del Cardinale Ruffo
Giuseppe Gangemi
Il capitolato viene firmato giorno 26 giugno o, perlomeno, è quella la data in cui viene reso di pubblica opinione. Le clausole più importanti sono le seguenti: “3) Le guarnigioni usciranno cogli onori di guerra, armi e bagagli, tamburo battente, bandiera spiegata, miccia accesa, e due pezzi di cannone. Deporranno le armi sul lido; … 5) tutti gl’individui potranno scegliere di imbarcarsi o di restare in Napoli, senza essere inquietati colle loro famiglie; 8) l’arcivescovo di Salerno, [Antonio Francesco] Micheroux [cugino del cavaliere plenipotenziario presso i Russi], Dillon, e il vescovo di Avellino, resteranno in ostaggio a S. Elmo fino che sia assicurato l’arrivo a Tolone degl’individui là mandati” (De Nicola 1906, I, 214). Questi quattro sono gli ostaggi che il comandante francese Mèjan libererà prima che i Giacobini lascino Napoli. Il che permetterà a Nelson di violare gli impegni assunti con il capitolato.
Probabilmente, è proprio questo capitolato la causa scatenante che porta alla decisione, poi rientrata, di far arrestare Ruffo. Il 27 è probabilmente anche il momento della sua massima empatia carismatica, quello stato di grazia che lo lega ai suoi uomini e fa pensare a questi ultimi che egli padroneggi la strategia migliore per ciascuno di loro. Solo che, alla firma del capitolato non segue, come dovrebbe, l’armistizio e la tregua: “la bandiera regia sventola sul castello Nuovo e quello dell’Ovo, segno di essere uscite le guarnigioni ribelli … resta S. Elmo” (De Nicola 1906, I, 215). Da Sant’Elmo arrivano cannonate sulla città e dalla città su Sant’Elmo. E siccome i Sanfedisti vanno cercando i Giacobini nascosti nelle cantine, quanti non si sentono sicuri, si raccolgono, nottetempo, nei dintorni di Sant’Elmo dove possono resistere meglio perché spalleggiati dagli uomini nel forte.
Le speranze sanfediste dei giorni 26 e 27 giugno alimentate dal fatto che è stato firmano il concordato offerto da Ruffo e dalla notizia che Capua è stata presa ai Francesi, si rivelano, ben presto, illusioni. Giorno 2 luglio, la notizia relativa a Capua risulterà essere falsa. Le cannonate da e verso Sant’Elmo vanno aumentando. I bombardamenti, da saltuari e intermittenti, nei primi giorni, dall’1 luglio, Cominciano al mattino, continuano tutto il giorno e finiscono solo con il buio. Ci sono morti da entrambe le parti e i danni agli edifici sono ingenti. Alle cannonate si aggiungono anche i combattimenti diretti tra i Sanfedisti e quanti sono acquartierati nei pressi del forte. Gli assedianti, soprattutto Calabresi, subiscono un rovescio a San Martino.
La sconfitta muta radicalmente il comportamento dei Calabresi nei confronti di Ruffo. Fino a prima di questa, “I Calabresi avidi di avere nelle mani i Giacobini, si fanno guidare dai lazzari Napoletani per riconoscerli; e ritrovatili, a chi di loro fa resistenza danno la morte, a chi non resiste conducono ignominiosamente al Quartier Generale sito al Ponte della Maddalena, lasciando la casa del preso dal saccheggiamento rovinata” (Cimbalo 1967, 38). Dopo la sconfitta molti dei suoi uomini, delusi dal continuare delle battaglie anche dopo il concordato, si convincono che la politica della clemenza, predicata da Ruffo, non funzioni più. Di ncinseguewnza, se ne vanno in giro ad aggredire, spesso ad uccidere, tutti i sospetti di giacobinismo. “Se non gli ammazzano li portano direttamente a bordo dei vascelli inglesi, non più al ponte [della Maddalena, dove si trova il quartiere generale di Ruffo], perché si lagnano della clemenza del Ruffo, e forse lo imputano pure” (De Nicola 1906, I, 223).
Nel corso della vittoriosa marcia da Catona fino a Napoli è qualche volta successo che i suoi uomini abbiano disatteso i suoi uomini: a Crotone, a Catanzaro e Altamura” ha dovuto concedere il saccheggio. A Crotone, questo non aveva funzionato tanto perché molti dei suoi erano ritornati a casa con il bottino. In quel caso, comunque, era bastato inviare lettere ai vescovi e ai parroci dei paesi di provenienza per ottenere il ritorno di quanti si erano allontanati. In qualche altra occasione avevano disatteso i suoi ordini saccheggiando anche città che si erano consegnate senza difendersi. Ad Altamura, dopo il saccheggio, aveva dovuto circondare con la cavalleria la città per impedire che i suoi uomini se ne tornassero a casa. A Napoli, dopo i primi giorni di saccheggio, “fuggirono col bottino circa 6000 uomini de’ miei … I fucilieri di montagna si ridussero a 250 ed anche alcuni individui delle truppe di De Settis se ne andarono in Calabria e nel modo medesimo. In una parola vedevo disertare tutta l’armata” (Battaglini 2000, II, 629).
Parte della truppa rimasta a combattere, quando può, si unisce a quelle popolazioni dei paesi vicini e a quegli abitanti di Napoli interessati esclusivamente al saccheggio: “Quel popolo che aveva saccheggiato tutti i siti [tra la partenza del Re e l’arrivo de’ Francesi], partì il giorno appresso dall’entrata de’ Francesi, ritornò a saccheggiare il paese coll’aiuto delle masse e seguitò a farlo tutto il tempo che durò il fuoco senza potere riparare in modo alcuno l’orribile disordine” (Battaglini 2000, II, 629). Sono questi uomini che, dopo le battaglie dei primi giorni di luglio, cominciano a riconoscere l’autorità di Nelson e non più la sua.
Tutti questi mutamenti portano Ruffo a contare sempre di meno. E se ancora il 27 giugno gli riusciva di minacciare di ritirare i propri uomini e mettere in difficoltà gli Inglesi, i Turchi e i Russi, con truppe non sufficienti a controllare la città, dopo quasi due settimane di battaglie (la guarnigione francese esce dal forte giorno 12), i difensori di S. Elmo si arrendono. Gli Inglesi, nel frattempo, hanno fatto arrivare varie migliaia di soldati, Ruffo ormai non ha più la forza di opporsi a Nelson ed è questi a decidere (d’accordo col Re) la sorte dei capitolati: “Ai giacobini lo stesso ammiraglio fece credere con inganno che le navi erano ad aspettarli e che la capitolazione sarebbe stata rispettata. Occupati i forti, – scrive Palumbo – furono i patrioti circondati, e, stretti in catene, condotti nelle sentine de’ vascelli della flotta inglese” (Casaburi 2003, 106).


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