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La macabra pagliacciata dei mille a Partinico: il falso storico di una strage inventata per giustificare lo sciacallaggio dei picciotti di mafia

Posted by on Mag 19, 2021

La macabra pagliacciata dei mille a Partinico: il falso storico di una strage inventata per giustificare lo sciacallaggio dei picciotti di mafia
  • Partinico: i picciotti di mafia in azione con orrore
  • Otto cadaveri rimangono sul terreno
  • Le bugie di Cesare Abba, l’apologeta e agiografo per eccellenza di Garibaldi 
  • Le bugie di Cesare Abba, l’apologeta e agiografo per eccellenza di Garibaldi e delle sue ‘vittorie’ in Sicilia 
  • Ed ecco la grande manovra propagandistica. E la costruzione di un FALSO STORICO… 
  • Come gettare fango sulla popolazione di Partinico dell’epoca
  • A Partinico non c’è stata alcuna strage: hanno inventato tutto per giustificare lo sciacallaggio dei picciotti di mafia su otto poveri soldati Duosiciliani
  • I fatti di Partinico ridimensionati dall’onestà intellettuale del garibaldino Bandi

Partinico: i picciotti di mafia in azione con orrore

Dopo che si è lasciato alle spalle la cittadina di Alcamo ed ha percorso rapidamente una ventina di chilometri, il Landi, nella marcia di avvicinamento a Palermo, è costretto a passare dal centro dell’abitato di Partinico. Ed è vergognoso lo spettacolo di migliaia di uomini, in pieno assetto di guerra che battono in ritirata. Dopo che l’Armata del Landi ha attraversato il centro di Partinico e si è lasciata alle spalle qualche chilometro di strada, si notano nella zona attraversata e a debita distanza dalla retroguardia, una dozzina di soldati Duosiciliani rimasti indietro, forse sbandati o eccessivamente stanchi o feriti. O, peggio, moribondi o morti. È il momento degli sciacalli.

Otto cadaveri rimangono sul terreno

Ci permettiamo di ventilare una ipotesi, soltanto una semplice ipotesi. I picciotti di mafia si appostano e sparano sui malcapitati ritardatari. I quali ultimi non sempre sono nelle condizioni di rispondere al fuoco. Quei soldati Duosiciliani vengono facilmente, poi, raggiunti e sopraffatti. Otto i morti. I sopravvissuti, con altri sbandati, si fanno prendere prigionieri dalle autorità locali. I fatti successivi confermeranno la credibilità di questa ipotesi, che ovviamente rimane tale. Torniamo quindi ai fatti condivisi (più o meno). Certo è che otto cadaveri rimangono sul terreno. Vediamo cosa combineranno i picciotti che finalmente sono stati in grado di compiere un delitto politico-militare e di mostrare il loro valore. Quegli otto cadaveri diventano subito trofei (la pro- va, cioè, delle capacità combattentistiche dei picciotti. Ahinoi!).

Le bugie di Cesare Abba, l’apologeta e agiografo per eccellenza di Garibaldi e delle sue ‘vittorie’ in Sicilia 

I picciotti non sanno però con esattezza in quale giorno il Generale Dittatore sarebbe passato da Partinico e – considerato che in Sicilia il mese di maggio può offrire temperature elevatissime – vogliono evitare il pericolo che le prove del loro valore si putrefacciano. Sembrerebbe a questo punto (il condizionale è d’obbligo) che avessero provveduto a dare a quei cadaveri una mezza cottura nei forni o nei fuochi improvvisati per farli resistere, ben riconoscibili, fino all’arrivo dell’Eroe Nizzardo. Seguiamo ora la cronaca della vicenda che ci forniranno i due scrittori Garibaldini: Cesare Abba, l’apologeta e agiografo per eccellenza, e Giuseppe Bandi, apologeta anch’egli, ma nei limiti della ragione umana. E che, in questo caso, ridimensionerà il racconto fantasioso e propagandistico del primo. Sono entrambi molto utili – anche se in contraddizione – per illuminar- ci su ciò che avveniva in Sicilia in quel tragico mese di maggio del 1860. «Meglio scansare Partinico», parola di Abba. Cesare Abba, da maestro di agiografia garibaldina, sa come inquadrare fin dall’inizio il racconto di quei fatti ed inizia pertanto con un’imprecazione che vuole suonare da condanna morale. «Era meglio rompersi il petto, ma varcare la montagna, scansare Partinico», scrive nella noterella del 18 maggio 1860, durante una sosta compiuta dalla sua colonna lungo la strada che da Partinico porta a «Burgeto» (Borgetto). E così continua dicendo che prima ancora di entrare a Partinico, il «vento che rinfrescava l’aria, portava un fetore insopportabile». Ed ecco la spiegazione – che è anche giustificazione – dello scrittore: «La colonna da noi battuta a Calatafimi s’azzuffò con gli insorti di Partinico, gente eroica davvero. […] Incendiato il villaggio (sic) i Borbonici fecero strage di donne e bambini e di inermi di ogni età (sic)».

Ed ecco la grande manovra propagandistica. E la costruzione di un FALSO STORICO… 

L’Abba inventa di sana pianta un incendio ed una strage che nella realtà non vi furono. Ma soprattutto parla di insorti di Partinico, «gente eroica davvero». Confonde cioè la popolazione di Partinico, che può anche essere gente eroica, con i ‘picciotti di mafia’, che vuole fare passare contemporaneamente per insorti, per eroi e per espressione del popolo di Partinico. Vorremmo compiere un’altra riflessione. I Borbonici, come sappiamo, marciavano in gran fretta per ritornare a Palermo. Una vera fuga, più che una marcia. Non avevano – né potevano avere – voglia e tempo per azzuffarsi con la popolazione di Partinico o per selezionare le donne, i bambini e gli inermi di ogni età per farne strage. Cose, queste, che – se vogliamo essere proprio pignoli – avrebbero fatto dopo breve tempo soltanto i Piemontesi, in nome di Vittorio Emanuele II Re d’Italia. E, oltre che in Sicilia, lo faranno nell’Italia Meridionale e più esattamente a Pontelandolfo e a Casalduni. E non solo lì. E non certamente mentre erano di passaggio, bensì in apposite spedizioni punitive. Lo vedremo ben presto anche a Castellammare del Golfo. Probabilmente l’Abba scrive e perfeziona le sue noterelle in un arco di tempo che va sino al 1891. A quando cioè sarà a conoscenza perfetta della tragedia, piombata sui popoli dell’ex Regno delle Due Sicilie dopo il 1860. Cercherà quindi di compensare a modo suo le violenze successive all’annessione con quelle avvenute precedentemente. Così prosegue la cronaca dell’orrore: «Cadaveri di soldati e di paesani, cavalli e cani, morti e squarciati (sic) fra quelli». Insomma una Guernica di Picasso ante litteram… Prosegue l’Abba: «Al nostro arrivo le campane suonavano non so se a gloria o a furia; le case fumavano ancora; il popolo esultava (sic) tra quelle ruine; preti e frati urlavano frenetici evviva».

Come gettare fango sulla popolazione di Partinico dell’epoca

Qui ci dobbiamo fermare un istante. È troppo grossa! Se il popolo di Partinico avesse realmente patito una strage di bambini, di donne e di cittadini inermi di ogni età, avrebbe onorato i propri morti, sarebbe stato a lutto ed in raccoglimento. Avrebbe fatto sì giustizia, anche sommaria, anche tremenda, degli eventuali assassini; senza pietà, ma sempre in modo serio e civile. Non avrebbe mostrato in modo tanto scomposto la propria esultanza. Analoga considerazione vale per i frati e per i preti, che per salvare la propria pelle possono anche far finta di condividere i proclami Garibaldini, ma senza trascurare quel minimo di umanità e di religiosità che li contraddistingue sempre e ovunque. L’Abba però non si ferma. Ne dice di peggio. «Le donne si torceano le braccia furenti, ed intorno a sette o otto morti, rigonfi e bruciacchiati, molte fanciulle danzavano (sic) come forsennate a cerchio, tenendosi per le mani e cantando». Insomma: una vera e propria «orgia», attribuita spudoratamente ad una cittadinanza che l’Abba non aveva diritto di «infamare». Una cittadinanza, ieri come oggi, civilissima e, notoriamente e contemporaneamente, moderna e al passo con i tempi. Naturalmente l’Abba, com’è sua abitudine, deve mettere qualche pezza per salvare il significato politico di quell’episodio e per dissociarsi apparentemente dal reato di vilipendio di quei cadaveri, tanto utili dal punto di vista politico, appunto, per l’impresa garibaldina e per i picciotti. E così fa una considerazione ovvia quanto ipocrita: «Quei morti erano soldati». E cerca di salvare in extremis Garibaldi affermando: «Il Generale spronò tirando via e calandosi il cappello sugli occhi». Non crediamo che sia riuscito a farlo tanto bene. I Garibaldini proseguono il loro cammino. E l’Abba aggiunge che sono però assordati e scontenti, cercando, così, di dissociarsi maggiormente dall’operato dei picciotti di mafia; che rimangono però gli unici Siciliani al loro fianco. Almeno per il momento.

A Partinico non c’è stata alcuna strage: hanno inventato tutto per giustificare lo sciacallaggio dei picciotti di mafia su otto poveri soldati Duosiciliani

A questo punto dobbiamo precisare che se veramente il villaggio di Partinico fosse stato bruciato, la cultura ufficiale avrebbe parlato di quell’incendio molto più ampiamente di quanto non si sia parlato dell’incendio di Roma da parte di Nerone. Non solo. Ma avremmo strade, lapidi, monumenti, dedicati a quegli improbabili martiri con altrettante celebrazioni ad ogni ricorrenza dell’anniversario del passaggio di Garibaldi da Partinico. Desideriamo infine puntualizzare che Partinico allora – come del resto è ai nostri giorni – non era affatto un villaggio, ma una piccola città. E l’Abba lo sapeva bene, come dimostra il fatto che ogni tanto gli sfuggiva la parola città. Ed era molto popolosa, ricca di opere d’arte, di chiese e di monasteri, nonché punto di riferimento amministrativo, economico e commerciale di un circondario abbastanza vasto ed operoso. In particolare, a Partinico, oltre che un’agricoltura fiorente, si svolgevano tante attività artigianali, industriali e semi-industriali. Ed ivi aveva sede una della più importanti ed attive aziende vitivinicole della Sicilia, il cui centro aziendale è, oggi, ben ristrutturato e destinato ad attività socio-culturali. E, guarda caso, viene chiamato «Cantina Borbonica». Non avremmo bisogno di aggiungere altro, ma riteniamo opportuno cogliere l’occasione per smentire le invenzioni del narratore ufficiale del- l’impresa dei Mille con le parole di un altro scrittore garibaldino, il tenente Giuseppe Bandi, che ormai riconosciamo di maggiore affidabilità.

I fatti di Partinico ridimensionati dall’onestà intellettuale del garibaldino Bandi

Così scrive il Bandi: «…Volendo serbare intatti i cadaveri per farne pompa dinanzi a Garibaldi… […] Narrano (ma non saprei garantirlo vero) che que’ cittadini, bastonando furiosamente i Borbonici che tornavano rotti da Calatafimi e cominciavano ad abbottinarsi (sic) per le vie di Partinico, ne uccidessero alcuni, e volendo poi serbare intatti i cadaveri per farne pompa (sic) dinanzi a Garibaldi quando passasse, li fermassero in forno, cioè li cuocessero a metà come suol farsi de’ tordi, quando pel pericolo che si guastino per l’indomani si rosolano al fuoco quanto basta perché la putredine non li corrompa». Come si vede, il Bandi, che peraltro sosta a Partinico più di quanto non abbia fatto l’Abba, non parla dell’incendio di Partinico, né delle stragi. Ci fa comprendere che le vittime erano soldati sbandati o quasi, scollegati dal grosso della colonna Landi. Non indugia sull’orgia attorno ai cadaveri, né sulle ragazze che avrebbero danzato in cerchio. A Partinico cose del genere – lo ripetiamo fino alla noia – non sarebbero potute succedere mai.

Giuseppe Scianò E nel mese di Maggio del 1860 la Sicilia diventò colonia!

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