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La pregnanza simbolica del cognome Ruffo nella storia di Calabria

Posted by on Apr 6, 2026

La pregnanza simbolica del cognome Ruffo nella storia di Calabria

Giuseppe Gangemi

Il Cardinale Fabrizio Ruffo non discende dal ramo centrale della famiglia, bensì da un ramo secondario che si è distinto poco. Ciononostante, il suo cognome è fortemente evocativo tra le popolazioni Calabre. Credo di averlo capito mentre seguivo un vecchio pastore per l’Aspromonte settentrionale.

Gli avevo chiesto di mostrarmi le retrovie della montagna sacra dove si rifugiavano le popolazioni durante le invasioni saracene. Lo ascoltavo con attenzione mentre mi mostrava i pochi segni residui dell’economia di resistenza realizzata in montagna: alberi da frutta inselvatichiti e nati e rinati da semi germinati spontaneamente, pascoli per greggi e armenti di specie inselvatichite, boschi di ghiande per alimentare maiali, neri o pezzati, lasciati allo stato brado, canalizzazioni per indirizzare l’acqua ai terrazzamenti di montagna, etc.

Finché, giunti di fronte a una dolce collina divisa in due da un vallone creato da un ruscello invisibile perché coperto da una fitta boscaglia, non mi sorprendo a sentirgli pronunciare il nome dei Ruffo: “vedi, quel solco separava le terre del feudo dei Ruffo dal demanio comunale: a sinistra, il demanio accessibile per coltivazioni a tutta la popolazione dello Stato Locale per piccole recinzioni e coltivazioni, purché non si abbattessero troppi alberi che rimanevano, comunque patrimonio di tutti; a destra le terre del feudo difese dai soldati dei Ruffo”. Sorpreso, ho posto un’obiezione: “scusa, in questa parte della montagna, i Ruffo hanno venduto la titolarità del feudo agli Spinelli già nella seconda metà del 1400. Perché non le chiami terre del feudo degli Spinelli che le hanno possedute per tre secoli dopo i Ruffo? Tre secoli sono tanti”. La sua risposta è stata rivelatrice: “perché i Ruffo ci hanno aiutato a combattere i Saraceni. Gli Spinelli, invece, non hanno fatto niente di così importante da poter essere ricordati a preferenza dei Ruffo!”

Questo aneddoto è una metafora per dare forma provvisoria a qualcosa che tendo a denominare “profondità storica”, una immagine usato anche da altri, senza una precisa definizione, perché è solo una metafora. Il concetto è strettamente legato alla memoria e al come selezioniamo ciò che consideriamo importante ricordare e ciò che possiamo anche dimenticare.

Si racconta che Fabrizio Ruffo non sia stato il primo a rivolgersi a Ferdinando IV, a Palermo, per offrirsi di mettersi alla testa dei contadini calabresi e marciare per la riconquista della capitale. Il 13 gennaio 1799 don Biagio Rinaldi, Cappellano e Parroco della chiesa di S. Maria dell’Episcopio di Scalea (provincia di Cosenza, quasi al confine con la Basilicata), invia al Re un proprio piano per la riconquista del Regno. Don Rinaldi si dichiara consapevole del bisogno, urgente e necessario, di far sollevare in massa i fedelissimi vassalli e si propone, nel caso il re lo autorizzasse, di radunare tutta la possibile gente pratica di armi per costituire, entro un mese, un esercito di Calabresi con cui andare a Napoli e ridurre in cenere – il riferimento è al “polvere sei e in polvere ritornerai” (Genesi (3,1 9) – gli infedeli giacobini filofrancesi (per i quali usa il termine felloni). A tal fine, si propone di innalzare come vessillo il Crocifisso e ricorrere alla forza (della violenza).

Il piano di don Rinaldi è, esattamente, quello che, a partire dal 7 febbraio, realizza, partendo con soli 7 compagni, il Cardinale Fabrizio Ruffo. Il re, per quanto poco convinto del risultato, decide di affidare l’impresa al Cardinale per la profondità storica e, di conseguenza, più evocativa del suo cognome: un Ruffo non si mette alla guida di un’impresa se non è per farne un’impresa grande, anche se giudicata impossibile dalla classe dirigente borbonica e da Horatio Nelson. Finisce che l’armata si gonfia fino a 16.000 armati e sconfigge i Repubblicani.

Un terzo di secolo dopo, riproponendo una propria strategia di rivoluzione nazionale, Giuseppe Mazzini tenta una spiegazione che, tuttavia, non convince. Nel gennaio 1835, pubblica un articolo di risposta a Sismonde de Sismondi pubblicato sulla Revue Républicaine. Spera di portare quel primo scritto a “un volumetto d’un cento, centocinquanta pagine – e saranno lettere su diversi soggetti” (1911, 254). Di questo fornisce notizia, con lettera, alla madre il 23 dicembre 1834. Il titolo immaginato è Les Proscrits: lettres a M. de Sismondi (1911, 254). Tra i manoscritti di Mazzini, si trova una bozza di una lettera scritta in francese di circa 15 pagine a stampa e senza destinatario. Essendo una lettera, è senza titolo e Lauro Rossi la pubblica con titolo La rivoluzione napoletana del 1799.

La bozza fa parte del manoscritto di appunti per un libro, concepito come costituito da lettere su diversi soggetti. Rossi ipotizza che il destinatario della lettera possa essere Sismondi (Rossi 1995, 140), ma avanza anche una seconda ipotesi: che il destinatario possa essere Hugues Félicité Robert de Lamennais (Rossi 1995, 140, nota 22).

Comunque, Mazzini centra la propria attenzione al momento in cui il popolo napoletano rimane, a suo dire, deluso dal proprio re: questi è appena tornato, da Roma, sconfitto dai Francesi. “Il popolo è là, gli offre i propri beni, il proprio sangue, la vita: vane offerte! … [Il re] trema, scrive … inganna tutti e si salva, pressoché solo, la notte, in Sicilia” (Rossi 1995, 151). Il primo errore, di cui i Repubblicani non sanno approfittare, è l’incendio della flotta del regno, voluto dagli inglesi. “Il popolo … ha visto i bagliori dell’incendio della sua flotta … vi ha letto un segno del … destino … ruggisce di furore: Inglesi, Ferdinando, Carolina, Mack, [maledice] ogni cosa, … giura … che un giorno si vendicherà di tutti … Ma dove sono i patrioti? Non [sentono] questo ruggito, questa maledizione? Non [sentono] il Popolo inondare come una lava le strade …? E non [comprendono] in questo … il segreto del Popolo, il segreto delle rivoluzioni? Si troverà un uomo, fra tutti questi uomini che sognano un destino per la propria patria, un solo uomo che osi crearsi una missione … Se quest’uomo fosse stato trovato, avrebbe forse cancellato il futuro Ruffo” (Rossi 1995, 153).

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