La prima “canzone politica” della storia napoletana
Nacque da un brutale omicidio passionale tra i vicoli del 1432.
Quello che oggi chiameremmo un “dissing” in musica segnò la fine violenta di Ser Gianni Caracciolo, l’uomo più potente di Napoli.
Immagina la scena: Napoli angioina, un intrigo di potere, amore e sangue.
Ser Gianni era il Gran Ciambellano e l’amante favorito della Regina Giovanna II.
Era un uomo ambizioso, talmente influente da farsi terra bruciata intorno.
I cortigiani lo odiavano a tal punto che organizzarono un agguato mortale proprio mentre usciva dalle stanze reali.
La reazione del popolo fu immediata e spietata.
Come riportano le note di studiosi come Benedetto Croce e Giovanni Artieri, apparvero subito dei versi anonimi che facevano il giro della città:
*”Muorto è lu purpo e sta sotto la preta; muorto è ser Gianni figlio de poeta…”*
Un accostamento beffardo: il “purpo” (il polipo) richiamava ironicamente il simbolo del sole della potente famiglia Caracciolo.
La canzone era così “terribile” e sentita che, spesso, le serenate nei vicoli venivano interrotte da scontri a colpi di spada tra sostenitori e detrattori.
Ma la musica a Napoli è sempre stata il megafono della storia.
Solo dieci anni dopo, nel 1442, un altro canto politico scuoteva le strade.
Questa volta la protagonista era Isabella di Lorena, moglie di Renato d’Angiò, costretta alla fuga dopo la conquista del Regno da parte di Alfonso d’Aragona.
Le sue parole risuonano ancora oggi nelle danze popolari della zona vesuviana:
*”Nun me chiammate cchiù donna Sabella, chiammateme Sabella sventurata…”*
In questi canti non c’è solo folklore, ma l’eredità dei “posteggiatori”: musici girovaghi che, come antichi rapsodi greci, portavano le notizie della Corte tra la gente e le lamentele del popolo nei palazzi.
Napoli non ha mai avuto bisogno di giornali per fare cronaca nera o politica; le bastava una melodia, un vicolo e una voce capace di trasformare un fatto di sangue in una memoria immortale.
Serio Dattilo



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