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La profondità storica come elemento fondativo dell’azione militare

Posted by on Mar 29, 2026

La profondità storica come elemento fondativo dell’azione militare

Giuseppe Gangemi

Tre sono stati i confini vittoriosi dell’Europa nelle battaglie per respingere l’Islam. Primo confine: nel 711, gli Arabi sbarcano a Gibilterra e cominciano l’espansione in Spagna; superati i Pirinei, vengono fermati a Poitiers nel 732, dai Franchi di Carlo Martello.

Secondo Confine: assedi del 684-688 e assedio del 717-718; gli aggressori vengono ricacciati con la guerriglia. Terzo confine: l’invasione della Sicilia comincia nell’827 e la conquista dell’isola viene completata nel 901; nel 902 l’emiro Brachimo occupa la Calabria fino a Cosenza dove muore, non riesce a occupare l’Aspromonte dove, dall’827, la politica dei benefici ecclesiastici affidati ad agricoltori-guerrieri, con contratti di enfiteusi, aveva preparato la guerriglia.

Finché dura la paura del pericolo che viene dall’acqua salata, il numero di enfiteusi va aumentando in Calabria. Prevalendo la paura del pericolo che viene dall’acqua santa, cambia il modo di gestire i patrimoni ecclesiastici. Con gli Spagnoli, i patrimoni ecclesiastici vengono affidati a religiosi cadetti della nobiltà. Questi, dove e quando possono, riducono le enfiteusi gestendo il resto con contratti di commenda, mentre vivono a Napoli.

La mutazione più drammatica è quella del santuario di Polsi. I vescovi cui è affidata la cura si interessano solo della rendita che possono ricavare. Gestiscono il patrimonio attraverso commende a fiduciari che scavalcano i monaci basiliani. Questi finiscono per abbandonare il luogo. Finché il vescovo di Gerace, Idelfonso del Tufo, nel 1730 non restaura l’abitato e lo riattrezza per il pellegrinaggio.

Il caso più puro da studiare è quello delle Parrocchie dello Stato di Santa Cristina. Queste vengono prescelte dai donatori in vita e per testamento per merito di Sant’Elia il Giovane. Nel suo Bios, si legge che il santo, proveniente da Risa, l’attuale Reggio Calabria, si reca a Santa Cristina, protetta da un imprendibile castello, perché pensa, a ragione, che la sua profezia di un’imminente invasione saracena troverà ascolto (a Risa era rimasto inascoltato).

Tra l’880 e il 901, Sant’Elia predica per una fede militante e questo incentiva il beneficio ecclesiastico per formare agricoltori-soldati. La sua predicazione porta alla formazione di truppe stanziali armate che si rifugiano in montagna all’arrivo dei Saraceni e, poi, li attaccano con operazioni di guerriglia. In cinque secoli, il numero di benefici ecclesiastici diventa altissimo (e lo si vede a Santa Cristina arricchita da oltre mille fondi di piccole dimensioni). Si tratta di donazioni di meno di un ettaro, giusto quanto sufficiente, a chi lavora con le proprie mani, per mantenere una famiglia.

Nel Catasto Onciario del 1742-1746, le proprietà della chiesa di Santa Cristina sono 1.210, per un valore complessivo di 40.696 ducati (la media è 34 per fondo). Reggio Calabria supera quel numero di fondi, con 1.938, per un valore di 324.338 ducati (media 167 ducati perché la diocesi è ricca di vaste terre donate dai Normanni). Solo che, a Reggio, la popolazione è decine di volte più elevata e, al confronto, il successo di Santa Cristina appare molto maggiore. La più simile allo Stato di Santa Cristina è quello di Seminara, che ha una popolazione più o meno uguale, con 1.160 fondi e un valore di questi per complessivi 301.221 ducati (media 260 ducati).

Importante è capire, dal Catasto Agrario dello Stato di Santa Cristina, come vengono utilizzate queste donazioni, che una volta erano finalizzate alla formazione di contadini-soldati, dal 1783 al 1799. I proventi di un centinaio di questi fondi sono a disposizione della Diocesi di Oppido, nel cui territorio è Santa Cristina; un altro paio di centinaia è a disposizione della diocesi della capitale della Calabria Ultra, Monteleone; un numero più o meno uguale è per la Diocesi Metropolitana di Reggio.

In soldoni, dove hanno prosperato, per secoli, agricoltori-guerrieri, si mantengono tre curie e i loro religiosi di fiducia. Per fortuna, le varie curie, pur bramose di terre, lasciano alla popolazione gli usi civici.

Secondo un’antica leggenda, che si è trasmessa oralmente fino a prima che il paese venisse svuotato dall’emigrazione, quando Sant’Elia è andato a predicare a Santa Cristina, ha incontrato, ormai vecchio, il pastorello, di nome Italiano, che custodiva il bue. Quel bue che, scavando con gli zoccoli, ha fatto emergere una Croce. Segno, se vero, che il miracolo, quello della Croce, non riconosciuto dalla Chiesa per mancanza di documenti coevi scritti, è avvenuto alla metà circa del IX secolo.

Il vescovo Idelfonso del Tufo, ripristinando il culto, ha respinto le leggende alternative costruite dai sovrani normanni per strumentalizzare il miracolo. Secondo una prima versione, sarebbe stato il Gran Conte Ruggero ad assistere al ritrovamento della Croce, ed erano stati i suoi cani a scavare, un giorno che era andato a caccia. La sua corte era a Mileto, prima capitale del suo Stato, e l’Aspromonte era vicino. Ruggero I muore nel 1101. Suo successore è Simone, che muore appena 4 anni dopo. Il nipote, Ruggero II, ottiene il titolo di re di Sicilia nel 1730 e trasferisce la capitale a Palermo. Un rilancio normanno della leggenda del ritrovamento della Croce fa protagonisti Ruggero II e i suoi cani. Pare che il re tornasse spesso a cacciare in Aspromonte. Idelfonso del Tufo stabilisce definitivamente che il ritrovamento della Croce è opera del pastorello e del bue che custodiva.

Oggi, ci sono due feste per il miracolo di Polsi. Una è quella dell’apparizione della Madonna, e si tiene i primi giorni di settembre. È una festa normanna. Nel periodo normanno, come si sa, ai sovrani le Madonne apparivano dappertutto. I Bizantini, invece, erano più legati alla Croce. La festa della Croce a Polsi si tiene ancora il 14 settembre, come si teneva, una volta, in tutto l’impero.

Nella tradizione bizantina, si racconta che la Croce, di fattura particolare, adorata come la Croce, una Croce più stilizzata che reale, se capovolta, diventa o appare una spada stilizzata e reale. Secondo questa tradizione, la Croce o Spada era santa per tutti i Calabresi. Questi, impugnando la spada contro i Saraceni, hanno resa santa e indomita tutta la montagna. La Montagna Sacra è ancora chiamata dai fedeli.    

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