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LA RESISTENZA DEL POPOLO NAPOLITANO CONTRO L’INVASORE PIEMONTESE

Posted by on Nov 14, 2020

LA RESISTENZA DEL POPOLO NAPOLITANO CONTRO L’INVASORE PIEMONTESE

Anche all’estremo Sud del regno, in terra d’Otranto, i popolani gridarono: Re Frangischellu nésciu (il re Franceschiello nostro). A Cavallino-Lecce, residenza di Sigismondo Castromediano, i contadini misero in fuga i garibaldini. Per giustificare l’invasione, da ogni parte del Regno furono inviati a Vittorio Emanuele indirizzi di compiacimento come quello scritto da Francesco De Blasis il 3 ottobre 1860 a nome di 40 comuni abruzzesi:

Quaranta municipi degli Abruzzi, le di cui originali deliberazioni ho l’onore di rimettere nelle mani di Vostra M., mi hanno dato l’onore­vole incarico di esprimere alla Maestà V. i sentimenti unanimi di quelle popolazioni; sentimenti che si riepilogano nel desiderio immenso di riunirsi alla grande famiglia italiana, che sorge splendidamente all’altezza di nazione libera ed indipendente e nella venerazione senza limiti per la vostra real persona verso di cui gli occhi di tutti i popoli civili son volti con ammirazione, ed i cuori di 27 milioni d’Italiani con immenso affetto.[1]

Ma non furono le popolazioni abruzzesi che dopo l’invasione dei piemontesi gridarono «viva Francesco II!» e presero le armi contro gli invasori? E non fu ad Avezzano che due compagnie di linea piemontesi furono avvelenate con il pane? Rivelatore è l’articolo pubblicato dal giornale di Napoli Il Parlamento:

Ad Avezzano, due compagnie di linea del nostro esercito, sono state avvelenate. Il veleno venne amministrato nel pane. Circa quaranta fra loro al momento in cui partiva il dispaccio, erano tuttora in pericolo di vita. Si dà per certo che il partito brigante-clericale abbia tramato l’orrendo attentato… Uno squadrone di cavalleria ed altre forze son partiti alla volta di Avezzano. Ma che valgono tutte le spedizioni del mondo, se questi settarii sanguinosi, se questi affiliati di Satana, non vengono strozzati una volta per mano del carnefice, ed i cadaveri esposti, come quelli di Amanno, sul lab­bro della strada? Ma l’ora suprema è presso a scoccare: il passo di carica è imminente, e questa Officina del male questo Covazzo di Belve, non infetterà più l’aria che noi respiriamo.[2]

E ancora, non fu a Civitella del Tronto che numerosi terrazzani (abitanti del luogo), gendarmi e soldati rinchiusi nella fortezza combatterono l’esercito piemontese per circa sei mesi, anche dopo la resa di Francesco II a Gaeta, fino al 20 marzo 1861? Forse che il 26 aprile 1861, a Monteverde e a Carbonara oggi Aquilonia Vecchia in provincia di Avellino, non furono attaccate dai reazionari due compagnie piemontesi, circa 200 uomini? Gli indirizzi di compiacimento e di invito mandati a Vittorio Emanuele II non erano che una ingannevole strategia usata da Cavour per confondere Napoleone III e la diplomazia europea e far credere che il popolo meridionale (ma non solo quello meridionale) desiderava l’annessione al Piemonte. Una farsa fu anche il plebiscito del 21 ottobre 1860, che seguì all’invasione e all’occu­pazione del regno mentre il re Francesco II era assediato a Gaeta. Quanti, in verità, desideravano realmente cacciare Francesco II per unirsi al Piemonte? Quanti conoscevano per davvero Vittorio Emanuele II o lo conoscevano soltanto per sentito dire e ripetere a suon di tromba il re galantuomo? Cavour, Vittorio Emanuele e Garibaldi erano mai stati a Napoli per un solo giorno prima del 1860? Forse che le condizioni sociali ed economiche del Piemonte e della Lombardia erano migliori di quelle del Regno delle Due Sicilie? «Ignobili e malevoli calunnie, scrisse nel 1967 il piemontese Cesare Bertoletti, durate più di un secolo a carico dei meridionali e balle sciocche e in malafede cantate in coro a favore dei settentrionali».[3] Per aver sempre perdonato, Ferdinando II sacrificò la libertà e il progresso del suo popolo sull’altare dell’arroganza e della superbia liberale e ancora oggi è ingiustamente ricordato come “tiranno” e “re bomba”.

Per giustificare davanti all’Europa l’annessione del Regno delle Due Sicilie al Piemonte, i Borbone di Napoli furono calunniati e diffamati con parole e scritti disonorevoli prima e dopo l’unità, tanto che ancora oggi il loro nome è ricordato con disprezzo mentre Vittorio Emanuele che intrigò e mentì all’Europa intera, che conquistò Capua, Gaeta e Messina con un ininterrotto bombardamento e combatté la reazione del popolo delle Due Sicilie con la fucilazione è ricordato come “il Re galantuomo”! «E che cosa potrà egli dire, replicò alla Camera Lord Normanby rivolgendosi a Lord John Russel, dell’iniqua usurpazione degli stati pontificii da parte del governo di Vittorio Emanuele allorché Inglesi, Francesi e Tedeschi, andati in soccorso del Papa, furono crudelmente massacrati da Cialdini e da Fanti senza dichiarazione alcuna di guerra? Non è il re di Napoli che merita il titolo di re Bomba ma Vittorio Emanuele, per le tante città da lui bombardate».[4] Delle tante calunnie scritte contro i Borbone, la più infamante è quella dell’esaltato precettore di Napoleone III, Filippo Mercuri, che nella seconda metà 1859 scrisse:

Salito sul trono del padre suo il Caligola dei nostri tempi di eterna esecrazione a tutti gli uomini, Francesco II, quasi che avesse giurato di rendere il suo paese tale da sembrare un sepolcro e i sudditi non mandrie d’armenti, ma spettri e larve agonizzanti… Morta era l’industria e il commercio, avvilito e calpestato ogni progetto di vivere sociale e civile, dimentica nel­l’inòpia la borghesia, smunta e avvilita la nobiltà, il pubblico bene sottomesso alle trame gesuite e pretine… Talché pensando a quante centinaia di persone furono massacrate fino sugli altari… Pensando alle donne sgozzate o sventrate, ai saccheggi e alle devastazioni, alle crudeltà mostruose che ogni giorno si commettevano, un brivido invade l’anima nostra, e una maledizione ai Borboni suona ancora sulle labbra d’ogni gente civile … Tale fu il principio del regno di Francesco II […].

Il despota Francesco II… prometteva aiuto alla barca di Pietro [il Papa] pericolante col suo scimunito nocchiere…[5] Se al nome «Francesco II» si sostituisce «Vittorio Emanuele II», il giudizio del Mercuri si addice bene a ciò che realmente accadde nelle province meridionali dopo l’unità italiana, e non prima!


[1] GIOVANNI LA CECILIA, Storia dell’insurrezione siciliana, vol. II, Libreria Francesco San Vito, Milano 1862, p. 3.

[2] IL PARLAMENTO, N. 13, Napoli, 9 marzo 1861, p. 51.

[3] CESARE BERTOLETTI, Il risorgimento visto dall’altra sponda, Berisio Editore, Napoli 1967, pp. XVII-XVIII.

[4] IL PARLAMENTO, N. 13, Giornale politico della sera, Napoli 9 marzo 1861.

[5] F. MERCURI, La campagna d’Italia dell’anno 1859, 3P., Napoli 1862, p. 5.

tratto fedelmente dalla nuova edizione “La Garibaldite” di

Vincenzo Giannone

1 Comment

  1. La storia la scrivono sempre i vincitori, ma ai perdenti non rassegnati spetta il diritto di rivendicare il ripristino della verità, finalizzata non solo ad una rivalutazione morale dei vinti ma anche per monito alle future mire di altri vincitori! Pensate quale sarebbe stata la storia scritta dai tedeschi se i nazisti avessero vinto la 2° guerra mondiale!

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