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LA RIVOLTA DELLA GANCIA

Posted by on Apr 19, 2026

LA RIVOLTA DELLA GANCIA

ANNIVERSARIO 4 APRILE 1860 166 ANNI FA LA RIVOLTA DELLA GANCIA CHE APRÌ LE PORTE A GARIBALDI E A TARDIVI PENTIMENTI E LA MAFIA SI SCHIERO’ CON I “LIBERATORI”

“All’erta tutti ppi lu quattru aprili, sangu ppi sangu, nni l’avemu a fari, sta sette impia l’avemu a finiri, la Sicilia l’avemu a libbirari”. Queste erano le parole d’ordine che il 4 aprile di 166 anni fa i congiurati del convento della Gancia cantavano a squarciagola, agli ordini dei “capipopolo” Francesco Riso, mastro fontaniere, e Salvatore La Placa, sensale di bovini.

Era la fine di febbraio del 1860 quando il comitato liberale i cui autorevoli rappresentanti erano Michele Amari, Filippo Cordova, il marchese di Torrearsa, Mariano Stabile, Matteo Reali, Vito D’ondes Reggio, contattarono appunto Francesco Riso e Salvatore la Placa, due capipopolo in grado grazie al loro ascendente di raggruppare gente sveglia e pronta a menar le mani. Poi fu necessario incontrare i baroni e attraverso loro i vari gabelloti di riferimento, una serie di operazioni che portarono inevitabilmente ad accordi con quei delinquenti che poi diventeranno la mafia, per preparare e favorire lo sbarco di Garibaldi.

Racconta l barone Brancaccio di Carpino a proposito del reclutamento dei volontari da arruolare “Era dura necessità reclutare gente di ogni risma, vi si era costretti da forza maggiore, e non potendo essere arbitri della scelta si doveva accogliere tutti coloro che dicevano di essere pronti alla scelta”. E icosì vennero reclutati, con i loro picciotti e adepti, dagli autorevoli rappresentanti del comitato liberale, i “capipopolo” Francesco Riso e Salvatore La Placa. Il 4 aprile del 1860 dunque era il giorno fissato per l’insurrezione. Quale centro delle operazioni fu scelto un convento di frati minori Osservanti, il convento della Gancia dove il Riso, da qualche tempo, aveva cominciato ad ammassare armi e munizioni. Nella notte tra il 3 e il 4 aprile, i rivoltosi, una sessantina circa, si introdussero nel convento, dove attesero il mattino per dare inizio all’insurrezione. Alle 5, infatti, il suono a stormo delle campane della chiesa, che avrebbe dovuto fungere da segnale anche per i gruppi armati appostati sulle montagne, diede avvio ai primi colpi d’arma da fuoco. Il capo della polizia di Palermo, Salvatore Maniscalco, non si fece, però, trovare impreparato. Egli, infatti, informato il giorno prima da un confidente, aveva fatto appostare i militari borbonici del 6º Reggimento di linea nei pressi del convento. I soldati penetrarono nel convento soffocando sul nascere l’insurrezione: tra i rivoltosi si contarono 20 vittime. Francesco Riso, ferito, morì in ospedale. Altri 13 uomini furono tratti in arresto.

Si salvarono due cospiratori: Gaspare Bivona e Francesco Patti che trovandosi nel convento si nascosero sotto i morti e riuscirono quindi a fuggire tramite un foro praticato sul muro esterno da allora chiamato Buca della salvezza. Nei giorni successivi, in città, si fecero preoccupanti le avvisaglie di una nuova sollevazione e ciò contribuì a rendere esemplare la sentenza, malgrado Francesco II fosse propenso alla grazia, per i rivoltosi della Gancia che furono tutti fucilati senza processo, il 14 aprile 1860. In quella esecuzione accadde un fatto che si può definire eccezionale. Alla doppia scarica di fucileria sopravvisse uno dei cospiratori, Sebastiano Camarrone, che fu finito con un colpo alla testa.

La stessa cosa accadrà a Bronte a Fraiunco, lo scemo del villaggio, messo al muro dagli uomini di Nino Bixio e sopravvissuto alla scarica di fucileria: verrà finito con un colpo alla fronte dallo “eroico” generale garibaldino. E fu nei giorni successivi ai fatti della Gancia che tornarono in Sicilia Rosalino Pilo e Giovanni Corrao“, per preparare lo sbarco di Garibaldi e tenendo accese le tensioni rivoluzionarie, ma soprattutto i collegamenti con le bande mafiose.

E furono, in quel periodo, numerosi i summit che i due tennero in vari paesi, per la mobilitazione dei “picciotti” e dei loro capi. “Senza l’aiuto determinante della mafia”, come dice lo storico Giuseppe Carlo nel suo libro “Storia della Mafia”, “Garibaldi in Sicilia non avrebbe potuto fare molta strada. Si può dire che le disgrazie della Sicilia cominciarono in quel lontano 4 aprile del 1860, quando i due “capipopolo” Francesco Riso e Salvatore La Placa accesero una miccia che, con la venuta di Garibaldi e la conquista della Sicilia, costò, sino ai nostri giorni, lacrime e sangue alla nostra povera terra.

Ignazio Coppola

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