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La Saga dei Re Altavilla, dal massimo splendore all’estinzione/ Storia della Sicilia del professore Massimo Costa 14

Posted by on Mar 24, 2021

La Saga dei Re Altavilla, dal massimo splendore all’estinzione/ Storia della Sicilia del professore Massimo Costa 14
  • Ruggero si assicura la pace con il Papa ed estende la potenza siciliana verso l’Africa e i Balcani
  • Ruggero II non è fortunato con gli eredi
  • Ruggero viene a mancare nel momento di massimo splendore e potenza. Il suo ruolo gigantesco nella Storia di Sicilia
  • Il primo dei grandi legislatori siciliani
  • Guglielmo I “Il Malo”
  • L’elsa della spada di Matteo Bonello
  • Guglielmo II “Il Buono”
  • La pace di Venezia
  • La fine degli “Altavilla”

Ruggero si assicura la pace con il Papa ed estende la potenza siciliana verso l’Africa e i Balcani

Sul piano politico continua la pressione verso l’Africa. Dopo una spedizione navale, con un nuovo trattato la Tunisia si mette sotto la protezione della Sicilia (1141) che controlla persino le dogane di Mahdìa. Non mancano però i dispiaceri a Ruggero, che vede morire il figlio Anfuso, Principe di Capua vicario, sostituito dal più piccolo Guglielmo (nel 1144, il futuro Guglielmo “il Malo”), e poco dopo il figlio Tancredi, Principe di Taranto. Il potente feudo pugliese è quindi accorpato all’amministrazione centrale della Puglia (Salerno) sotto la guida del maggiore figlio Ruggero, il Duca di Puglia vicario. Non mancano continui tentativi da parte dei Papi di destabilizzare il regno, ma l’intervento decisivo di Ruggero nello sconfiggere Arnaldo da Brescia, che aveva tentato di istituire il Comune a Roma, e il reinsediamento del Papa nei suoi domini, gli valsero il definitivo riconoscimento e la sicurezza dei confini settentrionali. Assicurato quel confine, Ruggero II riprende l’espansione siciliana verso sud e verso est. A sud è più fortunato: nel 1146 è presa Tripoli, con la Tripolitania, si assalta quindi il Regno di Mahdìa, la capitale è presa nel 1148. Ruggero è ora anche “Re d’Africa”. Ad est la resistenza greca è invece formidabile. Nel 1147 è presa Corfù, persa dopo una controffensiva bizantina. La guerra fu per terra e per mare. Nel 1150 una spedizione della flotta siciliana arriva fino a lanciare le frecce nel giardino imperiale di Costantinopoli e di ritorno trovarono il modo di liberare Luigi VII di Francia, fatto prigioniero dai Greci di ritorno dalla II Crociata. Ruggero non aveva preso parte a questa avventura, del resto, forse memore del pessimo trattamento riservato dai Crociati alla madre Adelasia, e anche perché nel frattempo stava facendo la sua di crociata, in Nordafrica. Ad ogni modo non si sconfiggono mai del tutto i bizantini, da secoli padroni dei mari, e la Sicilia deve accontentarsi di alcuni avamposti al di là dell’Adriatico e dello Ionio. Le campagne navali vanno avanti, senza grandi risultati, fino al 1152.

Ruggero II non è fortunato con gli eredi

Nel 1148 Ruggero perde anche il figlio omonimo Duca di Puglia. Tutta l’Italia meridionale è affidata quindi all’unico figlio legittimo superstite, Guglielmo. Il passaggio appare geopoliticamente importante, perché, scacciato da Capua Roberto Drengot (l’ultimo di quella dinastia normanna, colui che già nel 1130 aveva incoronato Ruggero II come più alto feudatario) che aveva tentato una fugace invasione del suo antico dominio, il Ducato di Puglia e il Principato di Capua, nominalmente ancora feudi distinti, si ritrovano ad avere ora un’amministrazione sempre più unitaria, che sarebbe poi continuata in epoca sveva, e che ancora dopo, in epoca angioina, con l’assorbimento della Calabria, avrebbe costituito a poco a poco quello che sarebbe diventato nel tempo il “Regno di Napoli”. Ma allora questi passaggi erano ancora soltanto in embrione. Ruggero, rimasto vedovo per tanti anni, dopo una dura depressione successiva alla morte della prima moglie Elvira, durante la quale era rimasto talmente chiuso nel suo palazzo che nel Continente lo davano per morto, si risposa con Sibilla di Borgogna, ma questa muore di parto nel 1150, senza lasciare eredi vivi al re. Nello stesso anno muore anche Giorgio d’Antiochia, il suo validissimo Ammiraglio. Il suo posto viene preso dall’abile, ma forse troppo ambizioso, Majone di Bari. Preoccupato per la successione, o forse consapevole di un male che lo rodeva poco a poco, Ruggero II nel 1151 richiama a Palermo il figlio Guglielmo e lo associa al trono, potendosi ormai fidare ciecamente dei suoi funzionari per il governo del Sud Italia pacificato. Al contempo si risposa nuovamente con Beatrice di Rethel, ma questa non gli darà altri figli che Costanza, la quale vedrà la luce solo qualche mese dopo la sua morte, nel 1154.

Ruggero viene a mancare nel momento di massimo splendore e potenza. Il suo ruolo gigantesco nella Storia di Sicilia

Nel frattempo la campagna d’Africa va avanti senza troppi problemi: Tunisi è presa nel 1152, nel 1153 si raggiunge la massima espansione con la presa di Bona, nell’attuale Algeria. Accusato però l’eunuco convertito che aveva guidato la spedizione, Filippo di Mahdìa, di aver aiutato i maggiorenti della città di Bona a mettersi in salvo con i loro averi, questo è condannato per tradimento dalla Magna Curia e messo a morte. Pago dei suoi successi africani, Ruggero II stipula un trattato con i Fatimidi d’Egitto, il Trattato della Sirte, con il quale si impegna a non varcare l’omonimo golfo e a non invadere la Cirenaica. Poco dopo, non ancora cinquantanovenne, si spegne, nel 1154. Ruggero II aveva ereditato un piccolo stato feudale tra Sicilia e Calabria, e ne aveva fatto la più grande potenza politica del suo tempo, aveva restaurato il diritto e la pace in un’epoca buia, aveva inventato un Regno e lo stesso Parlamento. Con la sua diplomazia e intelligenza politica aveva collezionato un successo dopo l’altro, sia pure in mezzo a continue sventure e lutti domestici.
L’unica cosa che non riuscì mai a Ruggero II fu di farsi riconoscere dai due Imperatori “romani”, che consideravano entrambi ancora la Sicilia nient’altro che una provincia ribelle. Sarà solo il figlio Guglielmo I a farsi riconoscere da quelli d’Oriente, rinunciando però alle ambizioni sui Balcani, e il nipote Guglielmo II, con la pace di Venezia, a farsi riconoscere da quelli d’Occidente, i “Sacri Romani Imperatori”.

Il primo dei grandi legislatori siciliani

Sul piano interno Ruggero II fu il primo dei grandi legislatori siciliani. Costituì una moderna amministrazione giudiziaria e fiscale, e sottopose la feudalità ad un rigido controllo da parte del governo centrale. I bàjuli svolgevano nel regno l’amministrazione della giustizia civile, insieme a funzioni fiscali e amministrative di base (col tempo sarebbero diventati una sorta di sindaci), mentre i giustizieri esercitavano la giustizia penale a livello locale (tranne a Messina, dove soltanto sopravvisse uno Stratigoto con un’amministrazione speciale). A un livello superiore stabilì i giustizieri provinciali e i camerari, a capo dell’amministrazione giudiziaria e finanziaria provinciale. Al di sopra di tutto la Magna Curia, consiglio del re, dove trovavano luogo i più importanti uffici. Tutte le più importanti istituzioni del Regno, che pure avrebbero sfidato i secoli, avrebbero trovato nella legislazione di Ruggero II la propria origine. Tra queste, per riduzione progressiva della Curia in sede giudiziaria, si sarebbe nel tempo scorporata la Magna curia civile e criminale o Alta Corte Civile e Criminale, come tribunale di terzo livello nel Regno. La Regia Gran Corte avrebbe operato sino al 1819, travolta infine dalle riforme borboniche delle Due Sicilie. Solo i nobili avevano il privilegio di essere giudicati dal Parlamento in seduta giudiziaria, chiamato per l’occasione “Alta Corte dei Pari”. Tra i provvedimenti di grande civiltà giuridica, ricordiamo l’istituzione del giudizio di appello, in tre gradi, e la proibizione della “falsazione del giudizio”, con cui prima gli imputati o i contendenti in giudizio, non soddisfatti da una sentenza, potevano sfidare a duello il giudice. Da ora in poi il giudice, in quanto amministrava la giustizia in nome del re, diventava sacro e inviolabile. A lui è attribuita tradizionalmente l’istituzione delle più grandi magistrature del Regno: oltre al “Grande Ammiraglio”, di cui abbiamo detto, il “Gran Conestabile”, il Gran Cancelliere”, il “Gran Giustiziere”, il “Protonotaro e Logoteta”, il “Gran Camerario” e il “Gran Siniscalco”. Anche se la storiografia contemporanea non è certa che una struttura così ben definita fosse già tutta presente ai tempi di Ruggero. A lui si deve anche l’avvio definitivo del sistema monetario siciliano, nel quale mise ordine: fu introdotta una moneta di conto teorica, l’onza, pari a trenta tarì. Ma il tarì ai tempi di Ruggero era aureo e quindi il valore dell’onza era così elevato che essa non veniva coniata. Questa moneta di conto sarebbe però arrivata al 1861. Introduce pure il grano, come sottomultiplo, allora pari a 1/18 (col tempo sarebbe diventato pari a un 1/20) di tarì, pari a 4 follari di rame (moneta che invece col tempo sarebbe scomparsa). Il “ducale” d’Argento, invece, e le sue frazioni, probabilmente erano la moneta coniata per il “Ducato di Puglia”. La sua corte era ritrovo politico e culturale di primissimo ordine. Mai più, forse, la Sicilia avrebbe avuto uno statista tanto grande.

Guglielmo I “Il Malo”

I suoi successori, il figlio Guglielmo I (1154-1166) e il nipote Guglielmo II (1166-1189) non dispersero del tutto questo patrimonio, ma non ne furono certo all’altezza. Guglielmo I perse i possedimenti africani, portando avanti di poco e in maniera non duratura i confini settentrionali in Italia. Il suo regno fu caratterizzato da continue congiure, rivolte e ribellioni baronali; primo germe, questo, ancorché ancora domato, di un’anarchia baronale che tanto avrebbe nociuto ai destini futuri del Regno. A parte la minore statura e l’impopolarità del sovrano, Gugliemo era isolato a livello internazionale: Papa Adriano IV aveva mal digerito il riconoscimento della nuova monarchia, i due imperatori Federico Barbarossa e Manuele I Comneno congiuravano per riprendere la “provincia ribelle”. Durante la prima e più terribile rivolta, nel 1156, Bari viene rasa al suolo dal ferocissimo re e poco mancò che non toccasse la stessa sorte a Salerno, mentre il Papa è costretto a riconfermare tanto l’Apostolica Legazìa, quanto l’investitura dei feudi continentali di Puglia e Capua. I confini abruzzesi con lo Stato della Chiesa dovevano essere all’epoca ancora piuttosto fluidi, se è vero che già con Ruggero II in un episodio era stata punita la ribellione di Rieti, che in epoca successiva sarebbe stata papalina, e che, nella pace fatta con il Papa, Guglielmo fosse investito da questi anche della “Marca”, oltre che della Puglia, ovvero probabilmente di quelle che oggi sono le Marche meridionali (Ascoli e dintorni). Nel 1158 i bizantini sono sconfitti e si arriva ad una tregua triennale. Di fatto l’Impero d’Oriente riconosce finalmente il Regno di Sicilia, rinunciando alla sua riconquista. Ma la Sicilia deve al contempo rinunciare definitivamente alla politica di Ruggero di espansione al di là del Mar Ionio.

L’elsa della spada di Matteo Bonello

Al 1159 il Regno siciliano di Africa però non esiste più, anche per gli errori e il disinteresse di Majone di Bari, Grande Ammiraglio sin dall’inizio del regno di Guglielmo. Tra le rivolte e congiure, la più famosa (1160) è quella che vide l’uccisione proprio del Grande Ammiraglio Majone, braccio destro del re, ad opera di Matteo Bonello. Dopo l’uccisione di Majone (1160) la carica più importante del Regno divenne quella di Gran Cancelliere (già esistente dai tempi di Ruggero II), il cui primo esponente fu il gaito (dall’arabo kaid, signore) Pietro, un eunuco convertito. Protetto dalla popolarità conquistata al Bonello è concesso di tornare al suo castello di Caccamo, ma la resa dei conti con re Guglielmo è solo rinviata. Nel 1161 una nuova congiura di baroni a Palermo, guidata da Matteo Bonello portò alla morte dell’erede al trono, il piccolo Ruggero, e vide la distruzione degli archivi feudali su cui si basava il fisco regio. È notevole che nei disordini i musulmani, che godevano di un certo favore della corona, già molto assottigliati dai tempi della conquista, venivano fatto oggetto di veri pogrom da parte dei cristiani, segno che ormai la loro sopravvivenza era sempre più collegata al favore regio. Ad ogni modo il popolo di Palermo, venuto in soccorso di Guglielmo, fa però fallire la congiura. Il Bonello, soffocata la rivolta, fu (1162) arrestato, accecato, orrendamente mutilato, e gettato a marcire in prigione, nella quale morì poco dopo. A torto o a ragione Matteo Bonello fu tramandato alla storia come un eroe popolare contro la tirannide regia, al punto che, secondo la tradizione, è l’elsa della spada con cui trafisse il corrotto Majone di Bari, quella che ancora resta inchiodata sul portone dell’Arcivescovado di Palermo, nella via che tutt’oggi porta il suo nome. Sedata la rivolta a Palermo i rivoltosi furono schiacciati nelle loro roccaforti di Butera e Piazza Armerina. I disordini in Sicilia avevano di nuovo destabilizzato il potere nelle province continentali, alla cui normalizzazione Guglielmo si dedicò subito dopo essere venuto a capo della rivolta del Bonello. Guglielmo I, detto il Malo, domò tutte le sedizioni, ma molto spesso prevalse sugli oppositori non rispettando le sagge leggi del padre, e reprimendo, accecando e torturando gli avversari, spesso sulla base di semplici sospetti. Mentre era intento a far costruire la villa residenziale della Zisa, in un regno ormai pacificato, muore nel 1166. Pare che le uniche a piangerlo sinceramente siano state le donne saracene con le quali usava passare gran parte del suo tempo. A lui è da riportare, non certa, una testimonianza dell’introduzione di una sorta di “corso forzoso” monetario, in un momento di penuria di metalli pregiati, attraverso le monete corionali, cioè di cuoio, una sorta di antenate delle moderne banconote.

Guglielmo II “Il Buono”

Tra i due Guglielmi, durante la minore età del secondo, registriamo la debole reggenza della madre Margherita di Navarra. Sin dall’inizio la Corte è travagliata da intrighi e congiure, sebbene la reggenza avesse esordito con una vera pacificazione nazionale: amnistia, esenzione da alcune tasse particolarmente gravose, revoca degli esili e delle confische. Durante questi torbidi fugge in Marocco il gaito Pietro, e per alcuni anni il potere ricade nelle mani del vescovo eletto di Siracusa e del notaio Matteo d’Aiello, i quali riescono prudentemente a sventare i tanti complotti orditi soprattutto da un clero ambizioso e corrotto. A questi seguì presto (1167) Stefano di Perche, congiunto della regina, fatto arcivescovo di Palermo e Gran Cancelliere del Regno. Seguono ancora diverse congiure e disordini, che costringono per qualche tempo la corte a trasferirsi a Messina. In questi torbidi ha un ruolo importante tale Enrico (o Rodrigo) di Navarra, fratellastro della regina; Stefano è costretto a lasciare la Sicilia nel 1168, sostituito dall’arcivescovo di Palermo, Gualtiero Offamilio, mentre viene fatto Gran Cancelliere, ma in posizione subalterna, il notaio Matteo d’Aiello, già funzionario della corte dai tempi dell’ammiraglio Majone. Poco dopo Stefano di Perche muore. Guglielmo II uscì di tutela nel 1171 e restaurò saggiamente l’autorità centrale, ma al prezzo di dover rilassare un po’ i diritti della Corona rispetto a quanto avevano potuto disporre suo padre e suo nonno. Affidò il governo al potente cardinale di Palermo, Gualtiero Offamilio, e al cancelliere Matteo d’Aiello, ma lo esercitò anche personalmente. Ebbe straordinaria popolarità, passando alla storia con il soprannome di “il Buono”. E di fatto il Regno all’interno fu contraddistinto da uno straordinario periodo di concordia sociale: la giustizia e il fisco funzionavano regolarmente, non ci furono sollevazioni baronali, l’autorità regia era rispettata ovunque. Religiosissimo, a lui si deve tra l’altro la costruzione della Cattedrale di Monreale. Mantenne e rispettò nei fatti gli ordinamenti disposti dal nonno Ruggero II, soltanto – per eccessiva debolezza nei confronti della Chiesa – sottrasse gli ecclesiastici alla giustizia comune e ammise per loro il privilegio di un foro speciale. I suoi tempi sarebbero in ogni caso rimasti leggendari per i secoli a venire, come un tempo di legalità, pace e prosperità.

La pace di Venezia

In politica estera scelse un pacifismo del tutto neutrale con le potenze e gli stati di area cattolica, non ingerendosi nei fatti d’Italia, papato e Impero. Forse eccessivo, secondo alcuni storici, in quanto non avrebbe saputo tutelare adeguatamente gli interessi siciliani. Diversamente invece si regolò con l’oriente, dove prese un po’ troppo sul serio la missione delle Crociate, e dove organizzò, senza una precisa strategia, tutta una serie di spedizioni navali, tanto costose per il Regno, quanto in ultimo povere di risultati. Tra queste ricordiamo almeno la spedizione su Alessandria d’Egitto (1174). Nel 1177, dopo varie trattative, sposò Giovanna d’Inghilterra, ma il matrimonio rimase infecondo, certamente per una sua sterilità (Giovanna Plantageneto da successivo matrimonio avrebbe avuto figli), determinando così una crisi dinastica cui sarebbe seguita inevitabile una guerra di successione. Nello stesso anno partecipò alla Pace di Venezia tra la Lega Lombarda e l’Impero, come uno dei grandi stati dell’epoca. I Siciliani nella pace furono essenzialmente spettatori, ma questa valse a Guglielmo II il definitivo riconoscimento da parte dell’Impero d’Occidente del Regno di Sicilia (ciò che sin dall’inizio i sovrani tedeschi non avevano mai accettato), compresi i possedimenti italiani del Ducato di Puglia e del Principato di Capua come feudi papali. Sul fronte meridionale, comprendendo la presenza di reciproci interessi commerciali tra Maghrebini e Siciliani, dopo alcune azioni dimostrative, stipulò una tregua decennale (1180) con il governo di Mahdìa, a condizioni molto favorevoli per la Sicilia. Approfittando di una usurpazione a Bisanzio, Guglielmo volle intervenire nei Balcani, affidando un’armata al cugino Tancredi di Lecce. Questi occupa Durazzo, poi Tessalonica, ma in prossimità di Costantinopoli i Siciliani sono sconfitti e devono ritirarsi al di qua dello Ionio (1185). Nel 1186 l’alleanza con l’Impero d’Occidente, fortemente voluta da Gualtiero Offamilio, si conclude con il matrimonio tra Enrico Hohenstaufen, figlio di Federico I Barbarossa, Sacro Romano Imperatore, e Costanza d’Altavilla, figlia postuma di Ruggero II, per l’occasione tratta fuori dal convento cui era stata destinata. Di fronte alla mancanza di figli nella coppia regnante, l’Offamilio pensava così di assicurare una discendenza alla casa reale, mentre il D’Aiello propendeva di più per il partito nazionale, volendo affidare la corona all’illegittimo Tancredi Altavila, conte di Lecce. Nel frattempo Guglielmo intensifica le spedizioni contro il Levante musulmano, affidandole all’ammiraglio Margarito di Brindisi, che diventerà noto come l’“arcipirata” per il terrore seminato in quei mari. Ma queste spedizioni non fruttano nulla di concreto alla Sicilia (1186-88), tranne forse un’effimero controllo delle Isole Ionie se dobbiamo dar contenuto al titolo di Conte di Zante, Cefalonia e Itaca dato all’ammiraglio. Nel 1189, quando si stava apprestando per una nuova grande spedizione verso l’Oriente, Guglielmo II il Buono muore, senza eredi, a soli 36 anni.

La fine degli “Altavilla”

Il Parlamento di Sicilia affidò quindi la Corona a Tancredi di Lecce (1189), anche lui Altavilla, figlio naturale di Ruggero (Duca di Puglia) a sua volta figlio di Ruggero II, e quindi da un ramo illegittimo, mentre il Sacro Romano Imperatore Enrico VI, che aveva sposato Costanza, figlia diretta (e legittima) di Ruggero II, rivendicava parimenti la corona. Per Enrico questo significava continuare la politica di restaurazione di un “vero” Impero Romano, dopo quanto fatto dal Barbarossa, che aveva “riscoperto” il diritto romano e aveva tentato di porsi in posizione sovraordinata rispetto a tutti i sovrani d’occidente. Enrico mirava ora a preparare una spedizione verso Bisanzio, che doveva essere sconfitta per riunire i due tronconi dell’Impero, e in questo il possesso materiale della Sicilia era un passaggio essenziale. Si apre un periodo di disordini; i musulmani, per reagire a veri e propri pogrom contro di loro da parte della popolazione cristiana, abbandonano le città e si rifugiano nell’interno del Val di Mazara, dove creano delle signorie praticamente indipendenti. A complicare la vicenda, il re d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone, di passaggio per la III Crociata, con il pretesto di riprendere la dote della sorella Giovanna, occupa Messina. Tancredi si rivela buono statista, pacificando i musulmani, e facendoli ritornare, almeno in parte, nelle città, assecondando il re d’Inghilterra, al quale assicura un forte sostegno finanziario e logistico per la spedizione, finché questi non lascia Messina (1191), e dedicandosi infine alla difesa militare del Regno, contro le pretese degli Svevi di Enrico VI. Tancredi difese con onore i confini settentrionali dalle aggressioni tedesche, almeno finché fu vivo (1189-1194), anche se non si sente parlare più delle conquiste di Guglielmo I in Umbria e Marche meridionali, forse allora perdute per sempre. Un figlio gli premorì (Ruggero III, nel 1193, poco dopo essere stato associato al trono) e forse fu per lui una fortuna, giacché il secondo figlio, anche lui associato al trono (Guglielmo III), dovette assistere impotente alla morte del padre, alla rovina del Regno e a quella sua personale. Pur avendo lui, ancora fanciullo, e la madre, la regina Sibilla, acconsentito all’incoronazione di Enrico di Hohenstaufen (figlio del Barbarossa) e della moglie Costanza, con la promessa di avere restituita in cambio almeno la Contea di Lecce che era stata del padre, fu tradito dal nuovo barbaro re di Sicilia, accecato, evirato, separato dalla madre, spedito in un lontano monastero, dove presto trovò la morte. La dinastia normanna si estingueva, per lo meno nella linea diretta maschile. Il Regno di Sicilia, nonostante la brutale conquista tedesca, sarebbe però sopravvissuto ed avrebbe conosciuto ancora pagine gloriose.

Cronologia politica:
1061-1101 Ruggero I (fino al 1081 associato con Roberto il Guiscardo)
1101-1105 Simone (sotto la reggenza di Adelasia del Vasto)
1101-1154 Ruggero II (sotto reggenza di Adelasia del Vasto fino al 1113, re dal 1130)
1154-1166 Guglielmo I (associato al trono dal 1151)
1166-1189 Guglielmo II (sotto la reggenza di Margherita di Navarra fino al 1171)
1189-1194 Tancredi (con Ruggero III associato nel 1193 e Guglielmo III associato nel 1194)
1194 Guglielmo III

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