La Seconda Barbarie è l’uccisione di una Repubblica da parte di un Tiranno
Giuseppe Gangemi
Francesco Lomonaco è un Giacobino che partecipa alla Rivoluzione Napoletana del 1799 sin da subito. Svolge anche il ruolo di medico militare nelle missioni di riconquista e difesa dei territori nelle truppe repubblicane. Rimane fino all’ultimo a difendere la Repubblica, finendo tra gli assediati in Sant’Elmo. Una narrazione non provata con documenti riferisce che, pur essendo in una lista di persone cui non doveva, assolutamente, essere concessa la salvezza promessa con il capitolato, egli si sia salvato, riuscendo a rifugiarsi in esilio, solo perché il suo cognome, nella lista, era stato scritto male: qualcuno scrive che era segnato come Monaco, altri come Lamanica.
Questa narrazione nasce dalla consapevolezza che è stato tra i protagonisti della Repubblica Giacobina e dal fatto che quanti lo avevano conosciuto si sarebbero aspettati che, come i 122 che sono stati giustiziati, lo sarebbe stato anche lui. Per sua fortuna, è sopravvissuto ed ha mantenuto, insieme a pochi altri, una posizione di intransigenza repubblicana che non è stata gradita dai Francesi napoleonici dopo la seconda invasione della penisola.
Il suo dissenso, progressivamente crescente nei confronti dei Francesi, è mostrato da vari suoi scritti: appena dopo la fine della Repubblica (1800), scrive un Rapporto al Cittadino Carnot, ministro della Guerra (Francese), in cui critica il comportamento dei Francesi a Napoli e, in particolare quello del colonnello Louis-Joseph Méjan. In quell’anno e ancora nell’anno successivo, il 1801, la sua posizione è simile a quella di Vincenzo Cuoco nel riprovare il comportamento dei Francesi, e di Méjan, durante la cosiddetta seconda anarchia napoletana. Cinque anni dopo, Cuoco cambia idea: il giudizio negativo che Cuoco esprime su Méjan nella prima edizione del Saggio storico sulla rivoluzione napoletana, viene tolto dalla seconda edizione, ampliata, del Saggio. Dopo la riconquista francese del Regno di Napoli, Cuoco ha assunto posizioni più favorevoli ai Francesi e all’amalgama che essi stanno realizzando, nella società e nella massoneria napoletane.
Lomonaco, invece, accentua le proprie critiche ai Francesi. Non è improbabile che la diversa strada intrapresa dai due dipenda dal fatto che Cuoco è un membro della massoneria (che si pone a servizio dell’obiettivo francese dell’amalgama), Lomonaco no.
Nell’Analisi della sensibilità del 1801, Lomonaco attribuisce la responsabilità del fallimento della rivoluzione all’astrattezza dell’illuminismo di derivazione francese ed esprime un giudizio pesante sul Primo Console Napoleone. Negli anni successivi, cerca di far risaltare il pensiero e l’azione degli italiani illustri, a torto disprezzati, a paragone dei Francesi, con due opere dal titolo significativo: Vite degli eccellenti italiani del 1802 e Le vite dei famosi capitani d’Italia del 1804. Nel 1805, pronuncia, a Pavia, davanti a Napoleone un Discorso augurale sulla storia nel quale ribadisce il giudizio del 1801. Il Discorso ha una vastissima eco in tutta Europa e suscita preoccupazioni forti tra gli esiliati napoletani e gli iscritti alla massoneria. Per questo suo Discorso, verrà ostracizzato e non gli sarà offerta, l’anno dopo, con un lavoro, la possibilità di tornare a Napoli nel 1806.
Nell’ultima sua opera, tratta il tema della Seconda Barbarie. L’opera, che ha per titolo Discorsi letterari e filosofici (1809), è poco gradita al potere napoleonico e viene condannata dalla censura. La delusione, la sensazione di essere rimasto solo a difendere i valori repubblicani spingono Lomonaco a suicidarsi, la mattina del 1° settembre 1810 gettandosi nel Ticino alla periferia di Pavia. In questi ultimi Discorsi, Lomonaco ripresenta, in modo diverso da Cuoco, la propria interpretazione della vichiana Seconda Barbarie.
Per spiegarla, comincia con il descrivere il moderatismo e gradualismo di Vico: il potere deve essere temperato, non arbitrario, basarsi sulle leggi, non sull’uso sistematico della violenza, provvedere “ragionevoli gastighi, non capestri, non ferri roventi … coorti di soldati-uomini, non di giumenti vilissimi che ignorano il come ed il perché vanno al macello”(p. 7); il buon governo non consiste nello “sterpare l’antica civiltà delle genti colla legge, che inesorabile comanda da tiranno” (p. 7), ma nel rispettare la consuetudine, cui è sottomesso anche il re” (p. 7); anche quando la consuetudine è soprattutto male, occorre partire da essa perché “l’uomo è un essere di tal natura che quando è incallito al male non regge a tutta la mole del bene” (p. 17); occorre che lo sviluppo morale dell’ente umano sia lento e partire con aggiustamenti progressivi garantisce la giusta velocità.
Quindi, propone un meno forzato rapporto, a paragone di quello proposto da Cuoco, tra il pensiero politico di Niccolò Machiavelli e quello di Vico quando ricorda che la Seconda Barbarie può cominciare imitando od obbedendo a un popolo invasore, indipendentemente dal fatto che l’invasore sia benintenzionato o meno: “la barbarie si produce facendo arretrare la società come chiedono quei filosofastri che bramano di vestire un popolo delle leggi e delle istituzioni di un altro. Il civile statuto e la dottrina civile è simile ad un abito che deve esser tagliato addosso al popolo seguendo e guidando gradualmente la consuetudine” (pp. 12-13); i Francesi hanno portato in Italia l’errore di genere, errore tipico del sapere intellettuale, perché “l’ordine delle cose non può esser mai violentato dall’ordine delle idee” (p. 13) e “mai la ragione pensata a tavolino realizza la perfezione” (p. 17); non sempre i governati se ne accorgono perché “vi sono ancora certe epoche in cui per la barbarie degl’intelletti riesce facile il ciurmar la turba” (p. 26).
Una seconda accusa è specificamente rivolta a Napoleone: quella di avere prodotto la Barbarie della tirannide che uccide la libertà; né più, né meno di Robespierre “agitato com’energumeno da pazzo furore” (p. 96) e di Cesare che “s’innalzò su le rovine della repubblica” (p. 270). Conclude sostenendo che gli intellettuali come Cuoco hanno frainteso “la massima di Machiavelli, che quando uno stato è corrotto, bisogna che una mano regia tenga a freno gli scapestrati cittadini” (p. 97). Machiavelli non prescrive di liquidare l’élite di uno Stato che già garantisca libertà e sicurezza ai propri cittadini, ma solo quell’élite corrotta che, in quanto tale, nega ai cittadini la libertà e la sicurezza.


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