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La soppressione dei conventi in Terra d’Otranto durante il decennio francese

Posted by on Lug 31, 2018

La soppressione dei conventi in Terra d’Otranto durante il decennio francese

 

Nel corso delle ricerche scopriamo che già il decennio francese aveva generato la prima soppressione dei conventi in Terra d’Otranto

Quando i francesi arrivarono in Italia meridionale

i Borbone si rifuggiarono in Sicilia dando inizio ad un periodo di profonde trasformazioni, passato alla storia come il “decennio francese”. A Giuseppe Bonaparte (1806-1808), successe Gioacchino Murat (1808-1815) che attuò gli obiettivi della Rivoluzione Francese con iniziative di riforma dell’amministrazione pubblica. ma non fu un omogeneo processo di modernizzazione istituzionale e di modernizzazione sociale ed economico.
Perno di tale processo di riforma istituzionale e amministrativa fu la legge n. 132 dell’8 agosto 1806 «sulla divisione ed amministrazione delle provincie del regno» che introduceva un vero e proprio processo di centralizzazione burocratica basato sul rapporto fondamentale tra Ministero dell’Interno e l’Intendente, nuovo rappresentante dello Stato nella Provincia, definito «magistrato incaricato dell’amministrazione civile, finanziaria e dell’alta polizia».
Anche il sistema giudiziario venne riformato. Sulla base del principio della divisione tra amministrazione attiva e amministrazione della giustizia, infatti, i nuovi intendenti non ebbero più alcuna funzione giudiziaria. Essi, perciò, non poterono più presiedere, come i vecchi presidi, le udienze dei tribunali provinciali.

Il Regno di Napoli per la sua posizione strategica nel Mediterraneo, ebbe un ruolo fondamentale nell’assetto napoleonico del periodo del cosidetto decennio francese (1806-1815). Quel periodo comportò la riorganizzazione dello Stato secondo le regole napoleoniche, cui fece seguito la soppressione di oltre 1.000 conventi e monasteri del Regno; di essi 120 erano in Terra d’Otranto. Si stima che sia stato sottratto un patrimonio di circa 90-100 milioni pari ad una rendita annua di ben 5 milioni di ducati. Il successivo Concordato del 1818 potè restituire alla Chiesa una serie di beni per una rendita di circa 900 mila ducati.
Cfr. E VILLANI, Un aspetto dell’eversione della feudalità nel Regno di Napoli: la soppressione delle corporazioni religiose e la vendita dei beni dello Stato, in “Rassegna storica del Risorgimento, anno 1957, Istituto poligrafico dello Stato, pp. 508 -513;

Nel libro di Oronzo Mazzotta “La soppressione sabauda dei conventi nel Mezzogiorno (1861-1866): Il caso di Terra d’Otranto” pagg 217-218 (Cfr : http://www.culturaservizi.it), si espongono molto dettagliatamente i danni della Rivoluzione francese la quale, con la conseguente invasione napoleonica nella Penisola, produsse la prosecuzione della legislazione giacobina ed anticattolica francese nel meridione d’Italia in particolare. In Terra d’Otranto Gioacchino Murat nel 1809 cancellò 165 conventi (maschili e femminili, quasi il 90% dei conventi locali), decurtando quasi 1000 religiosi, sacerdoti e laici, e incamerandone tutti i beni, mobili ed immobili. Scrive Oronzo Mazzotta “Nel 1809 Gioacchino Murat, nel quadro delle riforme che dovevano trasformare il regno di Napoli in uno stato moderno, cancellò dalla geografia monastica di Terra d’Otranto 165 conventi, maschili e femminili, ritenuti anacronistici e socialmente inutili. Il progetto murattiano fu spazzato via dalla bufera di Waterloo. Con la Restaurazione si levò pressante da parte delle autorità, religiose e civili, e delle popolazioni la richiesta al sovrano di ripristinare il reticolo dei conventi soppressi.“. Sin da subito il popolo reclamò il ripristino dei conventi soppressi e circa dieci anni dopo infatti, con la restaurazione borbonica venne sottoscritto nel 1818 il concordato di Terracina tra la S.Sede e il Regno delle Due Sicilie, (* la bolla De utiliori), che era un trattato in base al quale una parte dei beni sottratti agli ordini religiosi potevano essere restituiti alla Chiesa. In verità in quei dieci anni molte case e terreni erano già stati alienati a privati cittadini e  militari e pertanto fu concretamente difficile poterli recuperare. “Il criterio per la scelta dei conventi da ripristinare fu fissato con l’art. 14 del Concordato del 1818. Lo Stato avrebbe riaperto un numero di conventi compatibile con i mezzi di dotazione costituiti dai beni monastici confiscati dai napoleonidi e che ancora erano amministrati dal Demanio. Dovevano essere privilegiate le case dei regolari addetti all’istruzione della gioventù nella religione e nelle lettere, alla cura degli infermi e alla predicazione (…) Già per i conventi rimaneva poco, ma rimase ancora meno perché la Chiesa e lo Stato, allarmati per i venti rivoluzionari che soffiavano d’oltralpe, cercarono di erigere nella capitale una diga di conventi possidenti numericamente ed economicamente forti, come il S. Paolo dei teatini, il Carmine Maggiore dei carmelitani e il S. Domenico Maggiore dei domenicani. In questo modo i poteri centrali, ecclesiastici e laici, avrebbero potuto controllare agevolmente l’ortodossia, in materia di fede e politica, dei grandi monasteri i quali, a loro volta, avrebbero potuto imbrigliare eventuali spinte autonomistiche dei conventi di periferia economicamente deboli. Così dalla Terra d’Otranto, che insieme alla Terra di Bari e alla Calabria era una delle aree in cui era concentrata gran parte della proprietà monastica, le rendite presero la via di Napoli, assottigliando di molto il numero dei conventi che potevano essere riaperti (…) nell’inventario del patrimonio artistico confiscato figurano oggetti provenienti da soli cinque conventi di ordini mendicanti dell’area brindisina (Si tratta dei conventi di Brindisi, Francavilla, Manduria, Salice e San Vito dei Normanni (A. GIGLI, Monumenti e oggetti d’arte nel regno d’Italia, Roma, Ministero dei beni culturali e ambientali, 1998, p. 231)), e dal degrado generale in cui si trovavano molti conventi ripristinati quando la soppressione sabauda li chiuse definitivamente. (Per il ripristino durante la Restaurazione vedi i lavori di F. C. DANDOLO, La proprietà monastica in Puglia nella prima metà dell’Ottocento, Napoli 1994 e Insediamenti e patrimoni dei Gesuiti nel Mezzogiorno continentale (1815-1900), Edizioni Scientifiche Italiane, La Buona Stampa, Ercolano 1998.). Fu l’ultima spogliazione e la più radicale, perché oltre ai conventi colpì tutti gli enti morali ecclesiastici, eccetto le parrocchie.“.

 

 La bolla De utiliori

Cfr https://it.wikipedia.org/wiki/De_utiliori Il 16 febbraio 1818 Santa Sede e Regno delle Due Sicilie sottoscrissero un nuovo concordato, a Terracina, alla presenza dei plenipotenziari delle due parti, il cardinale segretario di Stato Ercole Consalvi ed il cavaliere Luigi de’ Medici di Ottajano, segretario di Stato e ministro delle finanze. Il concordato, composto di 35 articoli, prevedeva tra gli altri questi punti: la religione cattolica è la sola ed unica religione di Stato (art. 1); le diocesi di qua del Faro devono essere riformate, mentre quelle di là del Faro (ossia in Sicilia) rimangono così come sono attualmente (art. 3); ogni diocesi dovrà avere il suo capitolo ed il suo seminario economicamente autosufficiente (art. 5); il Papa accorderà ai sovrani napoletani l’indulto di nominare i vescovi e gli arcivescovi, che verranno presentati alla Santa Sede per l’istituzione canonica (art. 28); vescovi e arcivescovi dovranno prestare il giuramento di fedeltà davanti al Re (art. 29).

Il 7 marzo 1818 Pio VII emanò la bolla In supremo, con la quale pubblicava e promulgava il concordato. Lo stesso giorno concesse al re Ferdinando I e ai suoi legittimi e cattolici successori, con il breve Sinceritas fidei, la facoltà di nominare liberamente arcivescovi e vescovi del suo Regno, come previsto dall’articolo 28 del concordato. Infine, il 3 aprile il papa scrisse a tutti gli arcivescovi, i vescovi ed i vicari capitolari del Regno la lettera Iam inde ab anno con la quale comunicava l’imminente modifica delle circoscrizioni ecclesiastiche ed i motivi dei cambiamenti previsti. In essa il papa ripete gli stessi motivi che già furono scritti nel concordato: verranno soppresse le sedi che «o per troppa scarsezza di rendite, o per l’oscurità de’ luoghi, o per altri ragionevoli motivi non potranno conservarsi», avendo riguardo «al comodo de’ fedeli, ed in particolar modo al loro spirituale vantaggio». Nei tre mesi successivi Roma e Napoli trovarono l’accordo definitivo sulle circoscrizioni ecclesiastiche del Regno. Il 27 giugno 1818 Pio VII pubblicò la bolla De utiliori con la quale rendeva effettiva la nuova geografia ecclesiastica napoletana.

fonte

http://belsalento.altervista.org/la-soppressione-delle-corporazioni-religiose-in-terra-dotranto-dal-1862-al-1881/

 

 

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