Alta Terra di Lavoro

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LA SPEDIZIONE DEI MILLE-STORIA DOCUMENTATA DELLA LIBERAZIONE DELLA BASSA ITALIA DI OSVALDO PERINI ESULE VENETO (XII)

Posted by on Mag 31, 2025

LA SPEDIZIONE DEI MILLE-STORIA DOCUMENTATA DELLA LIBERAZIONE DELLA BASSA ITALIA DI OSVALDO PERINI ESULE VENETO (XII)

LIBRO XII

Campagna dalle Marche. — Vittoria di Castelfidardo

I. —Accondiscendeva Napoleone alla campagna dell’Umbria al solo fine di evitare maggiori disastri, per salvare gl’interessi del principio monarchico e, come si suol dire, per sottrarre la società da imminente e fatale rovina. Il conte di Cavour aveva ripetutamente dichiarato che non vaghezza di conquista, stimolo d’ambizione od amore sfrenato di gloria il moveva, ma il solo interesse del paese, l’assestamento delle cose italiane e la conservazione dell’ordine.

A quest’unico patto la Francia lasciavalo intervenire nelle provincie rimaste in poter del pontefice e gli concedeva facoltà di battere e sperdere i mercenarii papali. Tale convenzione, occultamente ed apertamente formulata, era la sola e la più ovvia a prodursi nelle circostanze gravissime in cui allora versava l’Italia. E forse non tanto premeva all’Imperatore quanto al conte Cavour di arrestare la marcia dei volontari e troncare i disegni del fortunato lor capo. L’Inghilterra stessa che s’era fatta, a parole, campione dell’italiana unità, mirava con grave sgomento il progresso delle armi garibaldiane ed ansiosamente bramava che un fine si ponesse alla loro carriera. Per conseguenza sull’impresa delle Marche i governi di Torino, di Parigi e di Londra, dopo l’apertura delle ostilità, per la prima volta si trovavano d’accordo ed agivano nel medesimo senso: tanta era l’apprensione che in tutti destavano la fortuna e il valore di Garibaldi e de’ suoi vittoriosi soldati.

II.— Se non che per occupare le provincie papali e ripristinarvi o rimettervi l’ordine diveniva suprema necessità che l’ordine vi fosse preventivamente sconvolto e turbato. Bisognava provocare un tumulto, un’agitazione, una sommossa qualsiasi, un conflitto fra i mercenarii pontificii ed il popolo, ed intervenire quindi a sedarlo. L’esercito sulle frontiere era già apparecchiato sino dal 6 di settembre, e solo oggimai gli mancava il pretesto ad irrompere.

III.— Né questo si fece aspettare: e si fu ancora la rivoluzione italiana, il partito d’azione, che supplì alla mancanza, ed aperse al governo la via di Perugia e Spoleto. Soldati della nazionalità, i volontari appianano al governo, che ne confisca a suo pro le fatiche e le imprese, la via del trionfo sul campo della diplomazia e in pari tempo su quello di guerra: e paghi che altri se n’abbia il frutto tengono per sé i travagli, i pericoli e i rischi. Sentinelle perdute della libertà combattono sempre nelle prime file: e vilipesi e calunniati rispondono con nuovi sacrificii e novelle vittorie (248).

IV.— Numerosi volontari, arruolatisi per la guerra di Sicilia e di Napoli, erano stati, a tenore della nota circolare Farini, trattenuti nelle varie provincie dell’Italia superiore ed impediti dal raggiungere la bandiera alla quale avevan dato il lor nome. Due o trecento di questi vennero, verso il principiar di settembre, raccolti sulle frontiere dell’Umbria per un’ignota e pericolosa spedizione. I volontari, a cui più dispiaceva il far nulla che avventurarsi in qual fosse più arrischiata intrapresa, spontaneamente s’accinsero a ciò che volevasi loro ordinare.

V.— La notte del 9 settembre, ad ora larda, i volontari, lasciato l’avanguardo italiano, penetrarono proietti dall’oscurità e divisi in piccoli gruppi sul suolo nemico. Era gravissimo il pericolo e l’impresa oltremodo difficile: perocché grossi distaccamenti di dragoni o gendarmi pontificii a cavallo perlustravano il confine esercitando la vigilanza più attiva e continua. Malgrado gli ostacoli i volontari pervennero al punto che stato era loro designato come luogo di concentramento. Colà i comitati secreti dell’Umbria e delle Marche avevano occultamente raccolto e nascosto nella sacristia di una piccola chiesa di campagna buona quantità di fucili e di sciabole e di munizioni da guerra. I volontari, per cui eran destinate quel,l’armi se ne impadronirono, ed allestiti proseguirono il loro cammino. Abbandonando le principali strade ed i luoghi battuti eglino dovevano avanzare traverso le montagne, assalire all’improvviso le comunità circostanti, suscitarvi la rivoluzione e procedere oltre. Fra le altre istruzioni che furono lor compartite era quella di evitare ogni serio conflitto colle truppe ogni qualvolta esso non si presentasse con qualche probabilità di vittoria. Non già perché si desiderasse risparmiarli, ma perché se ne aveva bisogno per le successive operazioni campali.

VI.— La parola d’ordine era stata contemporaneamente diramata ai diversi comitati politici istituiti lungo la frontiera e nell’interno del territorio. La comparsa dei volontari doveva provocare una generale esplosione, tanto era l’odio di quegli abitanti contro i mercenari papali e tanto il desiderio di riunirsi alla madre comune, ali Italia. Quella piccola squadra di generosi doveva impertanto aumentare di numero a misura che avanzavasi nel territorio pontificio e presentarsi davanti ad Urbino in una massa abbastanza imponente per dichiarare la città in istato d’insurrezione. Infatti dove eglino passavano sorgevano bandiere tricolori, si atterravano gli stemmi papali e si acclamava il governo italiano e la sovranità di Vittorio Emanuele. Durante il giorno 10 settembre più villaggi e borgate scossero il giogo dei preti, diverse squadriglie di gendarmi vennero disarmate e fatte prigioni e più miglia di territorio e varie migliaia di cittadini furono ricongiunti alla Nazione. Il risultato di quella spedizione fu oltre ogni credere felice e vantaggioso, poich’esso inaugurava con si prosperi auspicii la guerra.

VII.— Egli sembra indubitato, almeno l’esame dei fatti ci porta a congetturarlo, che il Lamoricière, sebbene con qualche apprensione vedesse l’esercito sardo concentrarsi nelle già Legazioni papali, tuttavia maggiormente temesse Garibaldi ed i suoi volontari che le minaccio e le mosse di Cialdini e di Fanti. Altrimenti non si potrebbe spiegare il perché egli tenesse il suo quartier generale a Spoleto e la massima parte delle sue truppe scaglionata nelle provincie meridionali e lungo il confine degli Abbruzzi. Certamente se Lamoricière avesse potuto persuadersi che sarebbe stato assalito dalla parte del nord non avrebbe disposto l’esercito all’opposta estremità del paese cui doveva difendere. Egli fu colto all’improvviso e quando meno lo si aspettava: e ciò non poco contribuì al disordine col quale esegui in appresso le sue operazioni. La mancanza di strade, le difficoltà naturali dei luoghi, il mal talento delle popolazioni, tutte le circostanze concorrevano a ritardare la marcia de’ suoi ed a rendere impossibile un pronto concentramento delle forze nei punti più minacciati.

VIII.— Tre sole vie in que’ frangenti rimanevangli a prendere. Egli poteva, abbandonando al nemico la parte settentrionale del paese, ripiegarsi a sinistra, per la valle del Tevere nella Comarca ed attendere colà i Piemontesi, dove questi non avrebbero potuto, senza urtare nei presidii francesi, girarlo e prenderlo a tergo. In secondo luogo poteva spingersi avanti e concentrare l’armata a cavaliere dell’Appennino ed occupare fortemente Gubbio, da dove pesando sulla sinistra si sarebbe assicurato la ritirata per la medesima valle del Tevere. Finalmente marciando con celerità poteva eseguire un movimento di destra sopra Macerata ed Ancona, la quale ultima città gli avrebbe offerto, in caso di rotta, un asilo protetto e difeso. Pare che fra questi tre piani Lamoricière prescegliesse quest’ultimo, che forse era il più rovinoso, come quello che lo esponeva ad essere circondato dal vittorioso avversario e costretto a deporre le armi e ad arrendersi prigione di guerra.

IX.— Ben più commendevole e saggio fu il piano tracciato da Fanti. Obbietto precipuo di tutti i suoi sforzi era quello di precludere al nemico la ritirata nel patrimonio di San Pietro e di costringerlo appunto ad una resa ignominiosa. Se l’esercito papale si fosse. Ripiegato sulla Comarca ed accampato sul suolo che Napoleone voleva inviolabile, la guerra non sarebbe stata si tosto finita né decisiva la vittoria dell’armi italiane. Da quell’asilo inviolato e secare Lamoricière avrebbe potuto prorompere ad ogni propizia occasione e mantenere nell’Umbria uno stato permanente di ostilità e di disordine. Perché la vittoria dovesse apportare i suoi frutti diveniva mestieri battere non solo e respingere, ma distruggere in tutto e disperdere il corpo da lui comandato. Fortunatamente la mossa del generale pontificio offriva al comandante italiano la più bella occasione di compiere il progettato disegno.

X.— La prima divisione e la divisione di riserva del quinto corpo d’armata agli ordini del generale La Rocca dovevano, lasciando Arezzo ed il confine italiano, marciare a Città di Castello e alla Fratta: e di là, piegando al sudest, evitare la stretta del Lago Trasimeno, celebre per la vittoria d’Annibale, e portarsi a Perugia e a Foligno, punto obbiettivo delle loro operazioni. Contemporaneamente Cialdini aveva ordine di assalire col suo corpo Pesaro e Fano, di occupare la cresta degli Appennini e l’importante città d’Urbino ed il passo di Gubbio ad oggetto di cooperare al bisogno col resto dell’armata. Il corpo comandato da Cialdini era per tal modo destinato a prevenire con rapide marcie il generale nemico e ad interporsi fra Macerata ed Ancona pel caso che i Pontificii avessero cercato raggiungere questa fortezza. La divisione mandata ad occupare le gole di Gubbio serviva a mantenere non interrotte le comunicazioni fra i varii corpi dell’armata Italia’ na e formava il centro della spedizione. Tali disposizioni si presero dietro la congettura che il Lamoricière, uomo assai più militare che politico, sarebbe accorso sul luogo dove il pericolo appariva e si presentava maggiore e più prossimo.

XI.— L’armata italiana, nella sua memorabile marcia disegnava in tal guisa una curva da Arezzo alle spiagge del mare, e progrediva scaglionata da sinistra in avanti. Volevasi sopra tutto prevenire il generale avversario fra le gole di Gubbio e davanti ad Ancona e in ogni caso precludergli il passo alla valle del Tevere ed il grande stradale di Spoleto e di Terni. Miravasi a sperperare il nemico, a vietargli il concentramento de’ suoi, interponendosi con ardite e celeri mosse fra i distaccamenti lasciati in presidio delle città e che in caso di bisogno sarebbero stati richiamati sotto le loro bandiere.

XII.— Lamoricière, o si credesse abbastanza securo alle spalle e sul fianco sinistro per la vicinanza dell’armi francesi o stimasse conveniente o necessario avvicinarsi alla marittima fortezza di Ancona e farne la base delle sue ulteriori operazioni, al primo annunzio delle mosse italiane, lasciato Spoleto, dirigevasi col grosso de’ suoi manovrando sulla destra, per Foligno a Tolentino e Macerata. Questo piano riesce per noi incomprensibile, perocché, conosciuto il disegno dell’astuto avversario, egli sembra che H generale pontificio avrebbe all’opposto dovuto marciare colla massima velocità sulla via di Foligno e Perugia alle alture di Gubbio ed affrontare sui gioghi delle montagne il centro dei Sardi, e quindi gettarsi a destra o a sinistra dove la probabilità di un successo si fosse mostrata migliore. Se con un rapido movimento di fronte avesse Lamoricière saputo prevenire sulle montagne l’arrivo delle truppe italiane, sarebbe stato in sua facoltà di raccogliervi i presidii isolati delle vicine città ed occupare una posizione eccellente. In tale emergenza il generalissimo sardo avrebbe dovuto arrestare la marcia de’ suoi e concentrarsi nella parte settentrionale del paese, poiché non è presumibile ch’egli avesse osato penetrare a Foligno o a Spoleto lasciandosi intero il nemico alle spalle. L’ardito tentativo avrebbe in ogni modo prolungata la campagna e ritardato i successi dell’armi italiane.

XIII.— Pare che i militari talenti del Lamoricière non si appalesassero, in quel supremo frangente, all’altezza della sua rinomanza. Egli si lasciò cogliere quasi all’improvviso e perdette lutti i presidii ‘delle città situate lungo la frontiera. E quando venne il momento d’operare si mostrò titubante ed incerto, quasi non bene sapesse a quale partito appigliarsi. I suoi movimenti furono tardi, inefficaci, e il piano da lui adottato sembra essere stato il pii rovinoso Mentre aveavi necessità della massima energia e prontezza, mentre abbisognava osare disperatamente ed arrischiare il tutto pel tutto, egli perdevasi in conati di nessun momento ed in prendere delle precauzioni che non doveano per nulla giovargli. Egli non seppe né difendere Foligno né Perugia né gettarsi per tempo in Ancona.

XIV.— Alle ore dodici meridiane del martedì li settembre le truppe italiane varcarono il confine nelle vicinanze Arezzo e di Pesaro. Il quarto corpo comandato da Enrico Cialdini si diresse sopra quest’ultima città, e sboccando in tre colonne, contemporaneamente marciò in fretta alla volta di Fano ed Urbino. Pesaro fu presa d’assalto la sera medesima dalla prima divisione guidata dallo stesso Cialdini, mentre il presidio papale si riparava nella vicina fortezza. Questa attaccata vivamente dalle truppe italiane e cannoneggiata per tutta la notte si arrendette il susseguente mattino, deponendo il presidio le armi e dichiarandosi prigioniero di guerra. La tredicesima divisione occupava al tempo stesso l’importante città di Urbino, dove la rivoluzione aveva di già disarmato le truppe papali e proclamato il governo italiano. Circa duemila prigioni e varii pezzi da fortezza e da campo oltre una gran quantità di munizioni e di viveri furono i frutti di quei primi gloriosissimi scontri.

XV.— Lo stesso giorno 11 la brigata granatieri di Sardegna appartenente al quinto corpo, dopo breve combattimento, occupava Città di Castello, facendovi prigione di guerra l’intiero presidio. Il 12 fu speso in marcie e contromarcie ad esplorare il terreno e a deludere la vigilanza nemica sulle operazioni che nei giorni seguenti volevansi compiere. Il 13 l’avanguardia della decimaterza divisione comandata dal maggior generale De-Sonnaz, composta della brigata granatieri di Sardegna, del sedicesimo battaglione bersaglieri, della quinta batteria dell’ottavo reggimento artiglieri e della prima compagnia secondo zappatori del genio, dopo rapida marcia penetrava in Perugia. La città dai mercenari pontificii fu strenuamente difesa: ma dopo un fuoco vivissimo sostenuto di contrada in contrada i nostri s’impadronirono di tutte le posizioni e costrinsero i vinti a rifugiarsi dietro gli spaldi del forte.

XVI.— Questo venne circondato all’istante ed i nostri riaprirono il fuoco. In quel frattempo sopraggiungeva il generale La Rocca colla brigata granatieri di Lombardia, col nono e il quattordicesimo bersaglieri, una batteria da sedici ed una di obici appartenenti all’ottavo, e il combattimento fu ripreso con nuovo e inusato vigore. La fortezza ne fu completamente investita, né agli assediati rimaneva oggimai a sperare che nella generosità de’ nemici. Il generale Schmidt, vista la mala parata e l’impossibilità di resistere, si dispose a trattare col generalissimo italiano la resa: ma non avendo potuto convenire sulle condizioni il combattimento si riaccese verso sera con indicibile furia. Il fragore dei cannoni italiani più eloquentemente parlava al cuore del general pontificio che non tutte le minacele di Fanti: sicché dopo brevissimo attacco il presidio s’arrese costituendosi prigione di guerra (249). Da quel # punto l’esercito sardo, avendo operato la sua congiunzione poteva Rivolgersi ad altre e più decisive intraprese.

XVII.— L’estrema sinistra, occupato Pesaro e Fano, giungeva la sera stessa del 13 a Sinigaglia, dove soffermavasi il giorno seguente ad attendervi le artiglierie che in causa delle orribili strade avevano dovuto rimanersene addietro. I soldati pervennero a Sinigaglia affranti dalle fatiche sostenute in lunghe e malagevolissime marcie: non di meno i Lancieri di Milano e parte di due battaglioni della settima inseguirono lo stesso giorno una colonna di Pontificii in ritirata su Ancona, sbaragliandoli completamente e facendone prigioni duecento.

XVIII.— La decimaterza divisione marciava da Urbino per la via di Fossombrone e di Cagli, dirigendosi sulla strada di Cantiano e di Scheggia per Gubbio e fortemente occupando i due versanti degli Appennini per modo da poter mantenere le comunicazioni fra le due ali dell’armata italiana. Il 15 Cialdini, lasciata Sinigaglia, operava in Valle d’Esino, impadronivasi di Jesi e di Torre di Jesi e distendevasi a Genga ed a Sassoferrato e verso Arcevia nelle vicinanze d’Ancona. Contemporaneamente l’estrema destra proseguiva il movimento offensivo nell’interno del paese e presentavasi davanti a Foligno. Questa piccola città, ma importantissima per la sua posizione, come quella che domina la strada di Spoleto e Perugia, cadde la sera del 15 in potere dell’armi italiane. I Pontificii vi perdettero circa trecento soldati e gendarmi, gran quantità di provvigioni d’ogni genere e la possibilità di ritirarsi, in caso di rotta, sull’agro romano.

XIX.— Fino dal giorno 8 Lamoricière erasi da Spoleto lentamente avanzato verso la città di Foligno, dove il generale Pimodan aveva potuto raccogliere i distaccamenti accantonati nelle vicine fortezze. I presidii stazionati lungo le frontiere settentrionali erano stati, comesi disse, sorpresi e costretti ad abbassare le armi} per cut non si poterono concentrare a Foligno se non le truppe anteriormente disposte lungo il confine degli Abbruzzi e nell’interno della provincia. L’armata frattanto che Lamoricière potè raggranellare nel brevissimo spazio di tempo concessogli dalla rapidità delle mosso nemiche ammontava a mal’appena a sette od otto mila soldati. Né con forze si esigue e sproporzionate al numero degl’invasori poteva egli sperare di compire alcun che di vantaggioso odi grande: esporsi con esse ad un combattimento campale sarebbe stato quanto abbandonarsi al destino e gettarsi in non dubbia rovina. Non rimanevagli che cercare una posizione fortificata nella quale potesse racchiudersi e resistere e differire una sconfitta divenuta oggimai inevitabile.

XX.— Un piano fu tosto tracciato e adottato. Consisteva esso in abbandonare senza ulteriore difesa al nemico la parte occidentale e meridionale delle provincie papali, in marciare celeramente sulla via di Tolentino e Macerata, in richiamare le piccole squadriglie tuttora disseminate lungo le coste dell’Adriatico da Ascoli ad Osimo e in gettarsi in Ancona col maggior numero di truppe possibile, prima che Cialdini riuscisse a intercludergli il varco fra le strette di Filotrano e in Cingoli. In conseguenza di tale divisamento egli abbandonava il 14 l’importante posizione di Foligno, marciando sulla via di Serravalle e Valcimara a Macerata. Scegli fosse riuscito a racchiudersi in Ancona colle truppe ancora intere che seco guidava non v’ha dubbio che la fortezza avrebbe potuto per varii giorni resistere all’attacco delle forze italiane. Forse Lamoricière nutriva lusinga che l’Austria o la Francia sarebbero intervenute in appresso ad arrestare i progressi di Fanti. Folle speranza che gli avvenimenti di pochi giorni doveano disperdere come l’ultimo sogno dell’egro. La Francia non voleva né l’Austria poteva assumersi la tremenda responsabilità di riaccendere in Italia la guerra straniera.

XXI.— Conosciuti per mezzo de suoi esploratori i progetti del generale nemico, Fanti, intervertendo il primitivo suo piano, emanava le istruzioni opportune ad arrestarne i progressi e la marcia e a precludergli la strada di Ancona. Alla decimaterza divisione di già pervenuta a Gualdo Tadino si diede ordine di piegare a sinistra, di ripassare gli Appennini e d’inoltrarsi per la via di Potenza sino a San Raimondo ed a San Severino. Al medesimo tempo l’ala destra. accampata a Foligno veniva perla valle del Chienti diretta verso l’Adriatico ed aveva istruzione di occupare al più presto Tolentino e Montolmo. Dal canto suo il generale Cialdini ascendendo la valle dell’Esino si portava a marcia forzata a mezzogiorno di Ancona e impadronivasi senza colpo ferire delle importantissime alture di Castelfidardo. e di Osimo.

XXII.— Il movimento in avanti del generale Cialdini fu eseguito colla massima energia e celerità ed ottenne il più completo successo. I soldati in ventott’ore di marcia forzata traverso un paese montuoso e malagevole e sovente senza traccia di strada militare, percorsero uno spazio di ben trentotto miglia geografiche: eglino giunsero stanchi, trafelati e distrutti dai disagi e dalla fame, senza aver nulla perduto dell’usato valore e della solita audacia. Cialdini dispose la sera sera stessa le sue truppe tra Osimo e Castelfidardo e spinse le due ali per modo da intercettare al tempo stesso al nemico la via che da Sambucheto ed Osimo e quella che da Loreto ad Umana seguendo la spiaggia del mare conduce ad Ancona.

XXIII.— Cosi l’intiera armata italiana stringevasi a guisa di semicerchio intorno il piccolo esercito pontificio ed avviluppavalo da tutte le parti ad un tempo. Lamoricière si trovava nella più critica e desolante situazione in cui generale d’armata si fosse mai posto: da tre Iati aveva il nemico, dall’altro il mare Adriatico. I suoi progetti avevano fallito, i nemici l’avevan prevenuto: né poteva sperare di raggiungere Ancona se non aprendosi a forza la strada e passando sul campo italiano. La necessità costringevate o ad appiccar la battaglia in condizioni sommamente sinistre o a deporre le armi ed arrendersi. Cosi una saggia manovra bastava ad accelerare la soluzione dell’arduo problema ed uno sprecò maggiore di tempo e di sangue.

XXIV.— L’armata pontificia in quel turno occupava sulla sponda sinistra del fiume Potenza. Recanati e Loreto, e spingeva l’avanguardo sulla via di Filotrano e verso le alture di Osimo sino alle rive del picciol torrente Musone, in allora per le abbondantissime pioggie a dismisura cresciuto. La cavalleria accampata presso la riva del mare difendeva la destra e minacciava la linea di Umana e Scirolo.

XXV.— Lamoricière impértanto ubbidiva alla necessità ineluttabile di tentare la sorte delle armi e d’aprirsi, se pur era possibile, un passaggio, alla fortezza d’Ancona. A tale oggetto doveva egli precipitar le sue mosse, perché ritardando sarebbesi esposto al pericolo di vedere le sue truppe avviluppale dall’astuto avversario e prese fra tre fuochi ad un tempo. Se non che a penetrare ad Ancona due sole vie gli restavano: quella di Umana e Scirolo e Massignano lungo la spiaggia del mare, e l’altra per Osimo e Castelfidardo dove Cialdini teneva il suo centro.

XXVI.— Incontanente, col mezze di segnali preventivamente concertati e di apposito messaggio, mandava al presidio accantonato in Ancona istruzioni che miravano ad agevolargli la riuscita di quel suo tentativo. Ad un dato punto le truppe Pontificie lanciandosi oltre il Musone avrebbero furiosamente assalito il campo di Cialdini a Castelfidardo ed Osimo, mentre le schiere della fortezza irrompendo all’improvviso, si sarebbero portate ad attaccarlo alle spalle. Riunendo e convergendo gli sforzi della guarnigione e dell’armata Lamoricière forse ripromettevasi un felice risultato: l’infelice non Sapeva che l’antiveggenza del generale Gialdini tutto aveva di già prevenuto.

XXVII.— Gialdini avea fatto occupare dal brigadiere Gugia il villaggio di Camerano posto nel centro presso a poco ad uguale distanza dalle due strade che mettono da Loreto ad Ancona. Il brigadiere, avente a’ suoi ordini la brigata tomo, doveva sorvegliare le mosse del corpo nemico che supponevasi sarebbe uscito da Ancona a sostenere e a cooperare col resto dell’armata papale. Pel caso che il presidio d’Ancona avesse tentalo avanzarsi lungo la spiaggia a Scirolo ed Umana sarebbe stato certissimo indizio che il generale Pontificio divisava ad ogni costo salvarsi nella fortezza col sacrificio eziandio delle artiglierie e dell’esercito.

XXVIII.— Il 18 settembre fu il giorno del grande conflitto. Il mattino una forte colonna pontificia per la massima parte composta di volontari francesi e belgi, guidata dal legittimista generale Pimodan, furiosamente attaccò l’avanguardo dei nostri, formato dal ventesimosesto battaglione bersaglieri, presso il confluente del Musone colf Aspio. L’impeto straordinario del nemico avea fatto sulle prime sospettare che quello non fosse un che finto attacco eseguito soltanto ad oggetto di mascherare o di colorire ignoti ed occulti disegni. Ma durando accanita la zuffa ed accortosi che Pimodan intendeva ad ogni costo superare l’investita posizione, Cialdini mandava di colonnello Bossoli col decimo reggimento di fanteria a sostegno dei bersaglieri i quali benché in piccolo numero valorosamente tuttavia resistevano. Egli intanto portava il nerbo delle sue forze in avanti verso il Musone occupando fortemente il ponte che attraversa l’Aspio dalle Crocette stesse ad Umana.

XXIX.— Il corpo uscito da Ancona urtava frattanto alle spalle Pala sinistra dell’armata italiana già pronta ed apparecchiata a riceverla. Anzi, secondo le avute istruzioni, si lasciò che i Papalini si avanzassero verso Scirolo ed Umana, senza dubbio allo scopo di chiuderli in appresso da tergo o sbarrar loro il ritorno. Le truppe del presidio, ancorché scarse di numero, combatterono con accanimento feroce: ma tutti gli sforzi erano vani contro la fortuna ed il valore dei Sardi.

XXX.— In poco d’ora il combattimento s’estese a destra e a sinistra ed avvolgeva i due competitori in un globo di fumo e di fuoco. Da una parte e dall’altra si lottava con uguale coraggio ed ardore se non con pari successo: da una parte e dall’altra si avevano a deplorare gravissime perdite. Le colonne del generale Pimodan furono ripetutamente respinte e ciò nulla ostante l’ostinato condottiero riveniva sempre più animoso alla carica. A diverse riprese mirava egli ad impadronirsi a viva forza del ciglio dominante la posizione dei nostri, ma sempre colla stessa infruttuosa riuscita. Malgrado le benedizioni del Santissimo Padre la vittoria aveva decisamente voltato le spalle all’armata del Papa.

XXXI.— La battaglia durava già da più ore con evidente vantaggio dei Sardi, ma non col vantaggio che decide delle sorti d’un giorno, tomo quello, memorando e fatale. Sebbene avessero subito gravissime perdite ed ancorché resito della giornata s’inclinasse sfavorevole dal lato dei Pontificii, questi continuavano ad attaccare con disperata intrepidezza e con sempre crescente furore. Al generale Pimodan, caduto mortalmente ferito, succedeva il Lamoricière e il combattimento proseguiva accanito come ancora sembrasse ai Pontificii possibile il vincere. Il Lamoricière in due successivi attacchi venne del pari e con perdite gravi ributtato e respinto; né gli valse rinfrescar la battaglia con tutte le forze che avea di riserva. La giornata appariva irremissibilmente perduta e solo oggimai rimanevagli tentare un decisivo ed ultimo sforzo fra Santa Casa di sopra e Santa Casa di sotto dove stava allineato il centro italiano. È su questo punto che la battaglia fervette per più ore, micidiale e tremenda al di là di quanto potrebbe idearsi.

XXXII.— Era quello infatti ristante che doveva pienamente risolvere il cruento problema di sì memorabile giorno. L’occhio vigile di Cialdini, che spaziava continuamente sul campo e rilevavano i più minuti e particolari accidenti, antevide la mossa del generale nemico ed accorse tosto al riparo. Rinforzi vennero quindi inviati sul luogo che pareva il più minacciato, e date le disposizioni opportune perché i Pontificii nel nuovo attacco fossero accolti con valore uguale alla loro baldanza. In tal guisa i due generali, stanchi forse del lungo contesto, con pensiero uniforme miravano a decidere in brevissimi istanti le sorti del loro vessillo. Consonanza e consociazione d’idee che talvolta s’incontra pur anco, quando posti in condizioni consimili, fra i più accaniti avversari!.

XXXIII.— Lamoricière, per divergere la nemica attenzione, spinse le sue ali in avanti verso le alture che proteggevano a destra e a sinistra l’accampamento dei Sardi. Egli intanto raccolto il maggior nerbo di truppe possibile, lo condusse in colonne serrale e in persona all’assalto del centro. Cosi pure la colonna uscita dalla fortezza, o tali fossero le sue istruzioni o indovinasse le mire del duce supremo, audacemente avanzavasi ad attaccare le spalle di Cugia e ad aprirsi la strada di Umana. Ma Cialdini, non’ lasciandosi cogliere dall’arti del valente avversario e ben indovinando lo scopo di quei movimenti, dirigeva specialmente le sue forze a sostenere le posizioni centrali, certo che i Pontificii avrebbero tentato colà l’ultimo esperimento della loro fortuna.

XXXIV.— I Papalini, animati dalla presenza del generalissimo ed esasperati dalle perdite tocche, s’azzuffarono e combatterono con disperato coraggio ed audacia. La resistenza fu pari a quell’urto terribile: Lamoricière dovette persuadersi che invano tentava un’ impresa impossibile. I Papalini vennero con orribile carnificina respinti: né per questo atterriti o perdutisi d’animo, approfittando di alcuni cascinali che a case trovavansi sulla loro linea e che presentavano un punto d’appoggio e difesa, vi si trincierarono e riaprirono un vivissimo fuoco. Invano le artiglierie li fulminavano di fronte e dai lati; erano eglino risoluti a contrastare con imperturbabile sangue freddo e sino all’ultimo la già perduta vittoria. Ma tosto dopo, sopraggiunti novelli rinforzi, i soldati italiani, abbandonando le lor posizioni, poterono prendere l’offensiva ed avventurarsi alla loro volta sulle sgominate e debellate schiere nemiche. I Pontificii, dopo la più viva resistenza, furono snidati dalle cascine e successivamente rincacciati al Musone.

XXV.— Da quell’istante la rotta fu piena 9 completa; la resistenza divenne impossibile. Inseguiti dai Sardi colle baionette alle reni i Pontifici i si diedero a fuga precipitosa oltre il Musone sulla via di Loreto. Le ali estreme, trascinate dal torrente, dovettero esse pure ritirarsi in pieno disordine onde l’avversario, vincitore sul centro, non avesse ad avvilupparle e completamente distruggerle. L’armata papalina in quel giorno perdette 400 prigionieri, una moltitudine di morti e feriti tra i quali il generale Pimodan, rinvenuto spirante, poco appresso, dai nostri. Restarono inoltre sul campo le artiglierie, una infinità d’armi, i cassoni, le salmerie, i bagagli ed una prodigiosa quantità di zaini o sacchi cui i valenti campioni del Papa aveano gettato per essere più pronti C spediti alla fuga.

XXXVI.— Veduta la piena e fatale sconfitta de’ suoi, Lamoricière abbandonò in tutta fretta il campo di battaglia ed, accompagnato da forse una trentina di guide a cavallo e da alcuni dignitari dell’armata, piegando alla destra per una strada coperta fuggi verso il mare. Approfittando del trambusto e del disordine, inseparabili conseguenze dei decisivi conflitti, egli sperava inosservato percorrere da quella parte la strada di Umana e ripararsi nella vicina fortezza. E la fortuna secondò i suoi divisamento imperciocché gli italiani, unicamente occupati a disperdere e a sbaragliare le schiere nemiche, non s avvidero della fuga di lui se non quando si trovava già in salvo.

XXXVII.— Il generale Cialdini impartiva alle truppe accampate a Camerano l’ordine di portarsi rapidamente verso Massignano ad oggetto d’intercettare la ritirata alle truppe nemiche uscite da Ancona. Il nono reggimento doveva nel medesimo tempo sboccare dal ponte dell’Aspio e dirigersi al villaggio di Umana e prenderle cosi tra due fuochi. Se non che i Pontificii, previsto il colpo, s’erano di già ritirati verso la fortezza non così rapidamente però che al nono reggimento comandato dal brigadiere Avenali non riuscisse assalire il retroguardo e fare duecento e settanta prigioni, fra cui diecisette ufficiali.

XXXVIII.— Allora il generale Cialdini rivolse le cure e la mente a trarre il più ampio vantaggio di sì bella e brillante vittoria. Il nemico promiscuamente accentrato in Loreto e nei luoghi adiacenti, confuso, sgominalo e atterrito dall’avuta sconfitta e privo del generalissimo, doveva trovarsi in un disordine estremo. La stanchezza e il terrore non gli avrebbero permesso, non che ¿li opporre difesa o resistenza, di muoversi. Perciò, giovandosi dell’oscurità della notte, Cialdini diviso l’esercito, mandò ad occupare Sant’Agostino e le Case Lunghe e lo sbocco della vai del Potenza sino a Recanati chiudendo per tal modo ai Papalini qualunque possibilità di ritirata o di scampo. Gli ordini dati da lui vennero felicemente compiuti: ed alla punta dell’alba le truppe italiane si trovarono tutte sulle posizioni che furono loro assegnate.

XXXIX. I Pontificii, vistisi da ogni parte rinchiusi tra l’armata italiana ed il mare, deposto ogn’altro pensiero, chiesero venire a una resa. In conseguenza di ciò quattro mila soldati papali col resto delle guide che Lamoricière non avea potuto il giorno antecedente condur seco in Ancona deposero, davanti a Recanati, le armi e si riconobbero prigionieri di guerra. Gl’Italiani s’impossessarono inoltre di undici pezzi d’artiglieria di campagna, di gran copia di munizioni e bagagli e diversi cavalli e carriaggi. Pochi soldati papali, in numero di circa trecento ed indigeni lutti, poterono soli sfuggire alla sorte dei loro compagni: scambiato il militare uniforme con abili contadineschi e travestiti in tal guisa, riuscirono col favor della notte a guadagnare le vicine montagne e a disperdersi. Ma la sorte fu loro contraria più di quanto temere potessero: eglino caddero il giorno dopo in potere delle colonne mobili appartenenti al quarto corpo ed al quinto che da Gualdo Tadino a Macerata chiudevano le valli del Potenza e del Chienti. Lo stesso giorno 20 settembre l’armata italiana penetrava trionfante in Loreto, e il generalissimo Fanti vi poneva poco dopo il suo quartier generale.

XL.— L’avanguardia del quinto corpo il 19 pernottò a Tolentino, e il 20 con rapida marcia si portò a Macerata dove si riunì colla decimaterza divisione proveniente da Gualdo, e procedette con essa a Recanati e a Loreto. Simultaneamente Cialdini si diresse alla volta d’Ancona, essendo volere di Fanti che fosse la detta fortezza al più presto investita ed espugnata. La squadra reale comandata dal contr’ammiraglio Carlo Pellione di Persano era già pervenuta, sino dal mattino del giorno 18 davanti alla città, ed aveva tentato una ricognizione dal lato del mare. Essa doveva potentemente cooperare coll’armata di terra ed agevolare a Cialdini la scabrosa e difficile impresa.

XLI.— Il maggior generale Brignone alla testa di un corpo composto del reggimento Granatieri, del nono Bersaglieri, della sesta batteria dell’ottavo e due squadroni di Nizza Cavalleria, da Foligno il mattino del 46 procedette a Spoleto davanti alla quale città pervenne il prossimo giorno 17, e vivamente l’attaccò da due lati ad un tempo. I Pontificii trincerati nell’antico castello opposero la più viva difesa nutrendo un fuoco incessante di artiglieria e di fucile. I Sardi assalirono con incredibile slancio l’ingresso medesimo del forte conteso, mentre i cannoni, felicemente appostati, bersagliavano senza posa da una piccola eminenza il nemico e la rocca. Alla sera la breccia era aperta e si aspettava dai nostri il mattino a ritentare con maggiore probabilità di successo l’assalto. Se non che il presidio, perdutosi d’animo, scese la medesima notte agli accordi e si costituì prigioniero di guerra. Ottocento prigionieri, tre cannoni, magazzini di armi, munizioni e vestiarii furono i trofei dell’insigne vittoria.

XLII.— Il 18 settembre, mentre a Castelfidardo si combatteva e vincevasi, lo stesso maggior generale Brignone proseguiva col suo corpo ad occupare le importanti città di Terni, di Narni e Rieti. Circa settecento prigioni furono il frutto di questa novella escursione.

XLIII.— Il corpo dei volontari sotto gli ordini di Orlandi e di Masi, che sino dal cominciar della guerra aveva servito d’avanguardia alle divisioni italiane ed era stato destinato a provocare rivoluzioni e tumulti che Fanti riserbavasi a pacificare in appresso, divenuto parte dell’esercito attivo crasi nel frattempo avanzato ad Orvieto, a Viterbo ed a Civitacastellana. Esso dovunque fu accolto con enfatiche esplosioni di gioia e compì la sua missione in maniera che non si avrebbe potuto desiderare di meglio: al suo avvicinarsi, le borgate e i villaggi insorgevano, i popolani accorrevano ad accrescere le sue file ed a facilitargli la marcia ed il trionfo. Per opera di quei bravi soldati della libertà, la bandiera italiana sventolava il giorno 22 settembre a quaranta miglia da Roma, e il papa dal Vaticano avrebbe potuto vederla fiammeggiare alla luce del libero sole.

XLIV.— Tali furono i vantaggi che i volontari arrecarono alla patria: resta ora a conoscere qual fosse la sorte che i moderati avevano loro serbato. Appena entrate le truppe regolari ad Orvieto e a Viterbo venne ai volontari significalo che per ordine superiore eglino dovevano atristante retrocedere e sgomberare nel termine di quattro giorni le terre delle Marche e dell’Umbria. Quegli infelici che avevano percorso in pochissimo tempo e sempre a marcia forzata ben oltre cento miglia italiane, traversando montagne, valicando fiumi o torrenti e sormontando incredibili ostacoli, giunti alla meta della loro carriera e quando maggiormente trovavansi in necessità di riposo, furono per un capriccio proconsolare condannati a rifare la lunga e penosissima strada ed a ricondursi nelle già legazioni papali. Ed altra scelta non lasciavasi loro che od incorporarsi nell’armata regolare o ritornare alla vita privata.

XLV.— L’ingrata condotta di Fanti in riguardo di quei generosi, comunque essa possa sembrare a taluni inescusabile o strana, era perfettamente logica ed in completa armonia cogl’interessi e principii della consorteria moderata. La missione affidata ai volontari e ch’eglino, conscii od inconscii, spontaneamente accettarono, come sopra si disse, fu quella di precorrere l’esercito sardo e di suscitare o provocare rivoluzioni o tumulti ch’esso sarebbe venuto in appresso a sedare.. Mentre i Pontificii tenevano le città e le castella era utilissima cosa che i rivoluzionarii in mezzo ad essi accampassero e vi mantenessero uno stato di ribellione e disordine: ma posciaché le provincie stavano per intiero in signoria dell’armi italiane la rivoluzione e i rivoluzionarii doveando sparire e ritrarsi. Fanti e Cialdini erano intervenuti nelle Marche al solo fine di mettervi l’ordine: e dove l’ordine regna nulla rimane ai volontari da fare. Un mese più tardi la medesima sorte toccava ai generosi che avevano gloriosamente liberato due regni e riunite all’Italia la Sicilia e e le provincie di Napoli.

XLVI.— Da Loreto Fanti distaccava alcune colonne mobili destinate a battere il paese a distruggere ogni traccia del passato dominio ed a ricondurlo nel grembo della nazionalità italiana. Un forte corpo di truppe, consistente in fanteria, cavalleria ed un battaglione di bersaglieri, venne contemporaneamente spedito alla volta di Fermo e d’Ascoli, dove la pubblica voce diceva trovarsi raccolto buon nerbo di forze nemiche. Come per solito avviene in tempo di guerra, cotali voci non avevano fondamento di sorta: gl’Italiani s’impadronirono delle terre orientali del paese senza incontrare dalla parte dell’atterrito avversario la menoma resistenza od opposizione. Poco appresso trionfalmente penetrarono in Fermo ed in Ascoli e vi fecero ben settecento prigioni con circa ottanta cavalli. Per tal modo il 24 settembre la bandiera tricolore sventolava da Viterbo a Rieti e ad Ascoli e lungo il confine abbruzzese.

XLVII.— Il 22 di settembre l’armata italiana operava il suo concentramento davanti alla fortezza d’Ancona, ultimo propugnacolo rimasto. alla crollante sovranità pontificia. Il 23 di buon mattino recandosi Fanti sul luogo si diede a visitare le posizioni e ad esaminare, secondo il costume di guerra, la piazza. Poco appresso date le disposizioni necessarie all’esercito e presi gli opportuni concerti col conte Persano, strinse ad un tempo la città dalla parte di terra e di mare.

XLVIII.— Ancona, città ragguardevole e di somma importanza per le operazioni commerciali e strategiche, giace a cavaliere d’un colle pittoresco ed ameno che sporge nel mare Adriatico di contro alle coste d’Epiro. Essa, come quasi tutte le città dell’Italia centrale, è d’antica struttura: le strade per la massima parte si presentano anguste e tortuose, le case massiccio e nerastre, le quali cose le danno un aspetto malinconico e triste. La sua forma è quella d’un vasto teatro che stendesi per circa tre miglia e racchiude fra le sue estremità un capace e rinomatissimo porto, l’emporio di presso che tutto il commercio delle antiche provincie papali. Le sue fortificazioni, già celebri nelle guerre dei tempi di mezzo, vennero negli ultimi anni grandemente aumentate e munite con tutte le regole dell’arte moderna; ed inoltre possiede un campo trincierato sufficiente a contenere e a proteggere un esercito di trenta a quaranta mila soldati.

XLIX.— Al di fuori è circondata da una successione di colli, più o meno dirupati e scoscesi, che si distendono a semicerchio guardando il campo trincierato, la campagna adiacente ed il mare. Le ondulazioni loro formano altrettanti punti alti mirabilmente alla difesa ed all’attacco della vicina fortezza. Alcuni di essi e i più prossimi furono non ha guari muniti di opere militari o trinciere ad oggetto d’impedire ai nemici gli approcci e accesso ai sobborghi ed al campo. I colli più discosti furono lasciati liberi, ma la distanza medesima presenta gravissimi ostacoli all’assalto e alla espugnazione della importante città.

L. —L’esercito sardo intorno ad Ancona il 23 di settembre stava disposto nel modo seguente. A sinistra Cialdini col suo corpo occupava le alture che guardavano il Lazzaretto e le fortificazioni del nord: il quinto corpo sotto gli ordini del generale La Rocca si allineava di fronte al Gardetto ed al campo trincierato posto al sud dell’assediala città. Finalmente la flotta incrociava sul davanti del porto.

LI.— Il piano d’attacco venne cosi stabilito. Il generale La Rocca doveva vivacemente assalire le alture fortificate di monte Pelago e di monte Pulito ed aprirsi in tal modo la strada all’attacco del forte il Gardetto. Era quello il punto a cui doveano convergere gli sforzi principali dell’armata italiana, come quello che a Fanti, e a ragione, sembrava il più vulnerabile. Allo stesso tempo la squadra navale, ancorata dietro le falde di monte Acuto e da queste in parte coperta, aveva ordine di battere le fortificazioni pontificie e di agevolare gli approcci dei nostri. Dall’altro lato Cialdini avrebbe col massimo vigore aperto il fuoco a sinistra e battuto la Lunetta Scrima e il sobborgo di Porta Pia. Quest’ultimo attacco era simulato ed avea per oggetto di nascondere al generale nemico le vere intenzioni del Duce italiano.

LII.— Le artiglierie italiane inauguravano il giorno 24 Vassallo fulminando con frequenti e ben aggiustati tiri le opere esterne e gli avamposti nemici. La tredicesima divisione slanciandosi in pari tempo sull’estrema sinistra a viva forza insignorivasi della Lunetta Scrima, mentre la settima, respinto il nemico, occupava la china dei monti Ago e Pedocchio. Né meno gloriosi. sebbene non meno ad ottenersi difficili, furono i risultati degli sforzi diretti alla destra d’Ancona. I Pontificii vennero sanguinosamente rincacciati dalle sommità dei monti Acuto e Pulito e i nostri si misero in posizione di offendere direttamente il forte dei Cappuccini e il Gardetto. La sera il forte San Leo era caduto nelle mani dei nostri che vi fecero prigione l’intiero presidio. La flotta durante quel giorno aveva, per quanto le circostanze il permettevano, potentemente cooperalo al successo dei Sardi.

LIII.— Il giorno stesso, dopo incredibili stenti e fatiche, avevano i Sardi potuto operare lo sbarco del parco d’assedio nel piccolo porto d’Umana. Ordini furono ben tosto diramati che tutti i cavalli ed i carriaggi disponibili dell’artiglieria, del treno e dei quartieri generali si avviassero colà ad accelerarne il trasporto al monte Acuto.

LIV.— Il seguente mattino 26, Fanti, raccolti a consiglio i generali Menabrea e La Rocca, combinava con essi l’attacco di Pietra della Croce, dond’egli sperala potere assai meglio dirigere il fuoco contro le fortificazioni del Pelago. Poco appresso La Rocca date al maggior generale Savoiroux comandante la riserva le opportune istruzioni, spingeva all’assalto la brigata Bologna condotta da Pinelli e il vigesimoterzo e vigesimo quinto Bersaglieri. Le truppe, animate dalla voce e dall’esempio dei loro ufficiali, caricarono con indicibile slancio il nemico e malgrado una vivissima fucilata penetrarono nel villaggio e costrinsero i Pontifici’! a fuggire con orribili perdite. Quasi nel medesimo istante la settima compagnia del trigesimonono e la settima del quarantesimo, reggimento fanteria, procedendo a passo di carica, giunsero agli spaldi della stessa fortezza del Pelago. Allora Savoiroux si mosse colla riserva, mentre Pinelli investiva correndo la posizioni? nemica e vi penetrava inalberando sull’alto de! monte il tricolore italiano. All’esito contribuiva l’undecimo Bersaglieri di Cugia mandato a coadiuvare sul fianco sinistro all’attacco dei nostri.

LIV.— I vincitori non istettero ad esaminare più oltre, ma slanciandosi colla massima furia a perseguitare il fuggente nemico sopraggiunsero con esso alle trinciere di monte Pelago, e malgrado il profondo fossato e il parapetto che queste opponevano se ne resero in pochissimo tempo padroni. Per tal modo i Pontificii vennero simultaneamente respinti da tre posizioni ritenute quasi imprendibili e rincacciati nella periferia del campo trincierato e della fortezza.

LVI.— Il giorno stesso Cialdini otteneva sull’estrema sinistra i vantaggi medesimi. Il quadragesimonono reggimento della brigata Parma secondato dal sesto, dal settimo e dal duodecimo Bersaglieri investiva con l’usato valore il sobborgo di Porta Pia ed espugnatalo obbligando il nemico a rinchiudersi dietro le mura d’Ancona.

LVII.— Il 27 fu speso in ricognizioni. in tracciare i disegni ed in fare gli opportuni apparecchi pel prossimo e decisivo conflitto. A destra e a sinistra il nemico era stato costretto ad abbandonare i posti avanzati ed a perdere l’una dopo l’altra le esterne trinciere sulle quali avea tanto contato. Non rimanevagli oggimai che lo spazio occupato dalla città, e questo ancora mal guardato e difeso per la distruzione delle opere che ne avevano formato il principale riparo. La valentia del Lamoricière e l’ardire disperato del presidio non avevano ad altro servito che ad accrescere la gloria dei loro avversari ed i proprii disastri. Ancona trovavasi rinchiusa in una cerchia di ferro e sottoposta ad un bombardamento generale dal lato di terra e di mare. Gli Italiani s’ostinavano a forza di braccia a trascinare sul vertice del monte Acuto il parco d’assedio che doveva ben presto fulminar la città. Le batterie sarde si vedevano in costruzione sull’alto del monte senza che i cannoni pontificii valessero a molestare gli artiglieri e i zappatori italiani. Per colmo di sventura la notte seguente del 27 al 28 i Papalini perdettero pur anche il Lazzaretto, cui il sesto Bersaglieri, attraversando il braccio di mare che dividevalo da terra, aveva improvvisamente assalito e prestamente espugnato. La situazione del presidio appariva oramai cosi critica che sino, dal 28 in città si parlava della prossima resa.

LVIII.— La notte stessa del 28 il conte Persano, armate le grosse scialuppe della squadra e postosi egli stesso alla testa, tentò con audacissimo colpo di mano spezzare o divellere la salda catena la quale chiudeva la bocca del porto. Tale operazione, sebbene condotta col massimo sangue freddo e vigore, non produsse verun risultato, poiché la catena medesima stava troppo fermamente confitta e giaceva troppo basso sott’acqua perché i Sardi potesser si tosto strapparla. Eglino perdurarono ostinati, malgrado un vivissimo fuoco a mitraglia che veniva vomitato dai vicini ridotti, ma invano: alla fine si trovarono costretti ad abbandonare l’impresa e a ritrarsi.

LIX.— Il 28 settembre la squadra italiana allineavasi in ordine di battaglia davanti alla bocca del porto, e s’accingeva ad oppugnare le nemiche batterie del Molo, del forte Gardetto e dei vicini bastioni. Il sesto Bersaglieri dal Lazzaretto nutriva un terribile fuoco, mentre l’intiera armata con incredibile audacia veniva all’assalto. I Pontificii sul Lazzaretto, che primo diede segni di vita, diressero parte delle artiglierie del campo trincierato, del Molo e di Porta Pia, ma con poco o nessun risultato.

LX.— La principale difesa di mare consisteva nelle artiglierie distribuite sui due Moli, quasi perpendicolari fra loro, che chiudono dal lato sinistro l’ingresso del porto. Sul Molo esterno elevavasi la principale batteria a due ordini di fuochi e. coperta da un ridotto che serviva eziandio di riparo alla polveriera Contro questa la squadra diresse le sue operazioni: e mentre il Carlo Alberto, mantenendosi immobile, batteva dall’alto il ridotto, il conte Persano, avanzandosi a tutto vapore, s’appressava sul Vittorio Emanuele alla medesima batteria ed improvvisamente girando di fianco le inviava una terribile salva di palle e poscia allontanavasi incolume, tranquillo ed affatto securo di sé.

LXI.— Alcuni minuti dopo una densa colonna di fumo innalzavasi dal nemico ridotto e dalle casematte, da cui si vedeano i soldati fuggire disordinati e compresi di visibil terrore. Ma passati brevissimi istanti tutta si conobbe la causa di tanto spavento: un sordo fragore susseguito da un terribile scoppio annunciava ai soldati italiani che il magazzino della polvere era saltato; e come il vento dissipò la densa colonna di fumo scoprirono la nemica batteria ridotta ad un mucchio di rovine sotto le quali aveano trovato il sepolcro ben cento ventisei artiglieri papali.

LXII.— Le batterie collocate sui monti Pelago e Pulito e davanti alla Porta Pia facevano parimenti il loro dovere. I cannoni dei forti vicini erano stati in gran parte smontati, distrutti i ridotti ed aperta la breccia nelle mura stesse della città. Verso la sera si vide per alcuni istanti sventolare dal forte la bianca bandiera parlamentare; ma non presentandosi nessuno al quartier generale de’ nostri il combattimento si riaccese più che mai vigoroso e tremendo.

LXIII.— Erano le 10 di notte ed il combattimento tuttavia continuava. Aveva Fanti risolto di non dare più posa al nemico sin che questi non si fosse deciso ad arrendersi. Nel sobborgo di Porla Pia vennero messi in posizione quattro pezzi d’artiglieria a bella posta sbarcati dal Monzambano ed inoltre Cialdini aveva ordine di sgombrare gli ostacoli e di penetrare a viva forza in Ancona. Al tempo stesso il quinto corpo avanzandosi ad assalire le Porte Calamo e Farina doveva esso pure tentarne l’espugnazione o per lo meno sorprendere il forte Gardetto.

LXIV.— Cosi trascorreva la notte, né la stanchezza eccessiva od il sonno rallentava il belligero ardore de’ 5 nostri soldati. Dormiva la natura profondamente sepolta in un placido obblio: era queta l’oscurità ed il cielo stellato: solo nell’universale silenzio lo scoppio delle artiglierie e dei moschetti rimbombava con incessante ed orrendo fragore. Le bombe e le palle infuocate guizzavano per l’aere lasciandosi addietro vivissimi solchi di luce, e questa per intervalli rompendo l’opacità delle tenebre vieppiù cupe e spaventose rendevale. Lo spettacolo di un assalto notturno, contro una piazza assediata offre pur troppo l’immagine uva della distruzione, dello spavento e del caos.

LXV.— Mentre più fiero ferveva il conflitto un parlamentario pontificio uscito da Ancona e, secondo il costume di guerra, preceduto da bianca bandiera, dirigevasi al quartier generale dei Sardi. Era il cavaliere Mauri maggiore d’artiglieria e comandante la fortezza, che veniva senza mandato in iscritto a proporre a viva voce un armistizio di sei giorni. Al che il ministro italiano negando annuire, ridusse il limite del tempo domandando soltanto due giorni di tregua. Fanti ricusò nuovamente. Allora il papalino conchiuse col dire che Lamoricière stato sarebbe disposto a trattare la resa della città sulle basi stipulate nella capitolazione di Loreto. Il generale sardo osservò che non sarebbe difficile convenire sulle basi suddette, a condizione però che Lamoricière desse conto d’un’ingente somma in danaro che aveva pochi giorni avanti ritirato dalla cassa romana (250). Aggiunse quindi che il fuoco non avrebbe cessato sin che la dedizione stipulata non fosse e conchiusa. In seguito venne il maggiore licenziato consegnandogli una lettera Fanti pel generale Lamoricière la quale conteneva le condizioni che gli si volevano imporre.

LXVI.— Il combattimento proseguiva frattanto e durava per tutta la notte e il seguente mattino, sull’alba due compagnie del settimo Bersaglieri riuscirono, superando le muraglie di cinta, ad entrare in città ed aprire la Porta Pia che venne ben tosto occupata dai soldati della tredicesima. A destra la colonna del quinto corpo composta del decimoquarto e decimosesto Bersaglieri, del quarto reggimento di linea e d’una compagnia del Genio parimenti espugnava la porta Calamo, mentre la squadra, fatto un ultimo sforzo, sbarcava ed impossessavasi della Porta del Molo.

LXVII— Alle ore nove del mattino lo stesso cavaliere Mauri, accompagnato dal marchese Lepri capitano dei Dragoni, ritornava al quartier generale italiano recando più aperte e concludenti proposte di resa. Fanti, a ricevere le comunicazioni di Lamoricière e a stabilire i patti della dedizione, nominava il cavaliere De-Sonnaz ed il cavaliere Bartolé-Viale. Le discussioni ben tosto incominciarono con vivacità ed ostinatezza da una parte e dall’altra, sin che i parlamentari dichiararono non essere stati autorizzati a soscrivere la clausola che il presidio dopo essere uscito coll’onore delle armi avesse a deporle e costituirsi prigioniero di guerra. Eglino chiesero allora il tempo necessario a dimandare istruzioni, e Fanti permise che uno d’essi rientrasse in Ancona ad ottenere la ratifica del suo generale. Né l’assalto cessava malgrado che la dedizione si potesse stimare conchiusa.

LXVIII.— Ad un’ora e mezzo il marchese Lepri ritornava colla copia della convenzione firmata dallo stesso generale Lamoricière, ed istantaneamente il fuoco venne da entrambe le parti sospeso. Si riapersero le trattative e in poco d’ora si discusse, convenne e conchiuse: e redatti i verbali e l’atto di resa venne questo debitamente sottoscritto dai commissari incaricati all’oggetto, ed alle ore due e mezzo del 29 settembre la campagna delle Marche e dell’Umbria giungeva al suo termine.

LXIX.— La sera stessa le truppe del quarto corpo occuparono la Porta Pia, il Lazzaretto, la fortezza ed il campo trincierato: quelle del quinto la Lunetta di Santo Stefano, il Gardetto e le Porte Farina e Calamo: e finalmente la squadra prendeva possesso del Molo, di Porta del Molo e della Lanterna.

LXX.— Il mattino del 30 l’intiero presidio nemico, in numero di settemila soldati con trecento quarantotto ufficiali e tre generali, usciva dalla fortezza coll’onore delle armi, cui, a tenore della capitolazione, consegnava alla Torretta e si costituiva prigione di guerra. Lo stesso Lamoricière dovette cedere quella spada che aveva con gloria portato, servendo la patria e non un imbelle e abborrito tiranno, fra le sabbie e i deserti dell’Africa. E fu volere d’un provvidenziale destino che il condusse all’estremo della umiliazione in un paese già da lui con ¡stolte parole calunniato ed offeso. L’uomo che aveva osato asserire che gì Italiani mal sapevano battersi dovette vedere le antiche sue glorie atterrate e gli allori sfrondali da mani italiane. Caddero in potere dei nostri ben ventotto cannoni da campo, cento sessanta da fortezza, ventimila fucili, circa quindicimila prigioni, oltre un milione di lire, cinquecento cavalli ed immensi magazzini di vestiari, foraggi di munizioni e di viveri. Diciotto giorni bastarono a liberare il paese da quell’orda di barbari che pel volgere di più mesi ne fecero sì aspro governo.

LXXI.— Il marchese Pepoli e. Lorenzo Valerio, entrambi nominati con decreto del 12 settembre governatori civili delle Marche e dell’Umbria, aveano frattanto stabilito su quelle provincie l’autorità governativa del conte Cavour. Le popolazioni, non meno dell’armata, esultanti del trionfo, salutarono con trasporti di giubilo la nuova èra che loro s’apriva davanti, aderirono ai principii monarchici professati dall’immensa maggioranza de! paese ed apertamente manifestarono il volere di essere congiunti all’Italia. In conseguenza quando esse furono più tardi chiamale a decidere per suffragio universale dei loro destini, la quasi totalità dei voti cadde sullo stabilimento della monarchia costituzionale e sulla italiana unità.

LXXII.— Ricondotta in tal guisa la tranquillità e la pace nell’Italia centrale, il governo sardo poteva rivolgere i pensieri e le cure alla sospirata occupazione del regno di Napoli. Il 6 ottobre Camillo Cavour significava impértanto all’inviato borbonico barone Winspeare la sua ferma intenzione d’intervenire nelle provincie meridionali, dove l’assenza d’ogni regolare autorità lasciava campo alle più sfrenale passioni e minacciava estremi pericoli ai grandi principii sui quali riposa la sicurezza sociale. Chiamato dai voti dei popoli il governo, a cui la provvidenza aveva assegnato la missione di costituire e pacificare l’Italia, non poteva esitare o ricusare la sua cooperazione al ristabilimento dell’ordine. Prima dogn’altra cosa, e postergando ogn’altra considerazione doveva esso preservare l’Italia e l’Europa dall’anarchia e dalla rivoluzione. Winspeare protestava il giorno seguente ed invano.

LXXIII.— Il 2 ottobre Vittorio Emanuele entrava, acclamato da una popolazione entusiasta e frenetica, nella città di Ancona. Egli aveva trionfalmente traversato l’Emilia fra le ovazioni generali e spontanee. gli evviva e le benedizioni dei popoli, cui il suo governo e le sue truppe aveano sottratto dagli artigli della vecchia tirannide. Egli veniva ad assumere il supremo comando delibarmi nella nuova campagna che s’ andava di già maturando.

LXXIV.— Il 9 ottobre comparve il famoso manifesto Farini ai popoli meridionali. L’illustre affigliato della Giovane Italia, divenuto partigiano della moderazione e ministro, tracciava la storia degli ultimi anni e ne deduceva la necessità d’intervenire nel regno di Napoli a reprimervi i moti incomposti della insurrezione. Tributando elogi pomposi a Garibaldi insinuava, secondo il vecchio stile, il sospetto su coloro che lo circondavano, a quella fazione, com’egli esprimevasi, che all’ombra d’una gloriosa popolarità e d’una probità antica potrebbe sacrificare il trionfo nazionale alle chimere del suo ambizioso fanatismo. In appresso dichiarava il governo non permetterebbe che l’Italia divenga il nido di sètte cosmopolite che vi si potrebbero raccogliere a tramare i disegni o della reazione o della demagogia universale. E conchiudeva col decretare, egli uomo sommamente rivoluzionario, chiusa in Italia l’era delle rivoluzioni (251).

LXXV.— Questo proclama riassume e completa l’artificiosa politica colla quale il governo italiano demolì lentamente e quindi disperse l’esercito garibaldino pel timore che questo piombasse su Roma o Venezia e trascinasse il paese ad un conflitto colf Austria. Preso del resto come composizione rettorica è cosa di poco momento, poiché in esso si sente quella verbosità e quel vuoto prolisso e sonoro di frasi banali che sì bene caratterizzano gli sproloqui e gli scritti dei piccoli ministri: sembra in quanto alla forma modellato sull’interminabile frasario delle bolle papali. Era un antico cospiratore che a forza di zelo dinastico ed esagerando i principii dell’ordine farsi volea perdonare di avere un giorno appartenuto agli iloti della politica, alla fazione proscritta.

LXXVI.— Le recenti vittorie aveano risollevalo l’entusiasmo dei popoli in favore della consorteria moderata e posto il governo in situazione di costringere il Dittatore ad acconsentire all’immediata annessione. Le truppe italiane sfilavano alla volta degli Abbruzzi e s’apparecchiavano ad invadere le fiorenti provincie di Napoli. Da quell’istante i fati dell’esercito meridionale poteano stimarsi compiuti.

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https://www.eleaml.org/ne/stampa2s/1861-PERINI-La-spedizione-dei-Mille-storia-documentata-2025.html#LIBRO_XII

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